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Gli Evergrey sono risorti davvero come la fenice? Gli Evergrey sono risorti davvero come la fenice? Hot

Gli Evergrey sono risorti davvero come la fenice?

recensioni

gruppo
titolo
Escape Of The Phoenix
etichetta
AFM Records
Anno

Tracklist:
1. Forever Outsider
2. Where August Mourn
3. Stories
4. A Dandelion Cipher
5. The Beholder (feat. James LaBrie)
6. In The Absence Of Sun
7. Eternal Nocturnal
8. Escape Of The Phoenix
9. You From You
10. Leaden Saints
11. Run
12. The Darkness In You

Line up:
Tom S. Englund: Voce, Chitarra
Henrik Danhage: Chitarra
Rikard Zander: Tastiere
Johan Niemann: Basso
Jonas Ekdahl: Batteria

opinioni autore

 
Gli Evergrey sono risorti davvero come la fenice? 2021-03-08 09:30:51 ENZO PRENOTTO
voto 
 
3.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    08 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Marzo, 2021
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Gli svedesi Evergrey sono uno di quei gruppi che “ce l’hanno fatta” e con il passare degli anni si sono costruiti una solida reputazione. Nato nel lontano 1995 il combo ha sviluppato piano piano una propria visione del prog metal portando i grezzi esordi a qualcosa di più raffinato, soprattutto a livello melodico e di arrangiamenti. Seppure la band non abbia mai sfondato in maniera decisiva (tranne il notevole balzo di notorietà compiuto con "Hymns For The Broken" nel 2014) il consolidamento come una delle migliori band di punta del genere è oggettivo. Il nuovo e dodicesimo album si erge quindi a manifesto della rinnovata energia repressa durante la dura era del Covid chiamandosi "Escape of the Phoenix" e punta a proseguire sulla scia di quanto espresso con il duro "The Atlantic" anche se allo stesso tempo la quadratura dei pezzi viene sfumata con qualche inserto più dinamico.

Gli Evergrey hanno spesso privilegiato la robustezza delle chitarre e la rocciosità della sezione ritmica (a volte forse un po’ troppo fini a sé stesse), bilanciandole con le grigie melodie nordiche esasperando la componente malinconica. In questo nuovo disco c’è molta rabbia e ne è la prova la presenza di devastanti riff chitarristici come nell’opener “Forever Outsider” (la velocità impetuosa non aiuta molto) o nel mood moderno della violenta “Dandelion Cipher”, che ha al suo interno un basso voglioso di esprimersi. Tali bordate si presentano in molti punti però alle volte si perdono nonostante l’alto livello tecnico (le fin troppo discrete “Eternal Nocturnal” e “Escape Of The Phoenix”) ergendosi a monumenti distruttivi senza anima ed a volte pure gli assoli risentono di mancanza di ispirazione, tendendo troppo al virtuosismo o alla melodia troppo accentuata. Il risultato, se visto unicamente dalla parte prettamente metal, è altalenante (uno dei talloni d’Achille del gruppo fin dagli esordi) e fa percepire una mancanza di idee poco promettente, ma fortunatamente ci sono delle sorprese. Seppure la voce del cantante/chitarrista Tom sia sempre magnetica ed evocativa, a far da collante sono le linee di tastiera di Rikard, qui molto in spolvero e decisamente ispirate e che delineano vette emozionali non indifferenti - come in “Where August Morn” -, facendo quasi da cuore pulsante senza nemmeno rendersene conto, creando ponti sonori perfetti tra strofe e ritornelli ed ergendosi a linea guida nel sofferto pathos di “Stories” o la solenne “Run”, per non parlare della struggente “You From You”. A far capolino sono poi le linee di basso di Johan che impreziosisce il lavoro delle due asce con delle micidiali grattate dimostrandosi un musicista molto più preparato di quello che si possa pensare, elevando la sezione ritmica a qualcosa di più corposo. Uno dei problemi forse più grossi degli Evergrey è che gli album, tranne qualche caso, non riescono a far gridare del tutto al miracolo, presentandosi molto intercambiabili fra di loro ed anche questa nuova opera non è esente dal contesto, richiedendo molta pazienza di ascolti che, però, non ripagano del tutto l’ascoltatore più esigente. Attenzione però alle due gemme nascoste che risollevano il disco in maniera interessante, ovvero “Leaden Saint”, pezzo molto ricercato con muri sonori di notevole epicità, e soprattutto la notevole “In Absence Of Sound”, nuovamente capitanata dalle tastiere devote alla sinfonia, da una voce lanciata verso il firmamento e da un imponente intreccio di chitarre che esplodono letteralmente. Una delle delusioni del disco è la fiacca “The Beholder”, che oltre a richiamare, ai limiti del plagio, i Katatonia, anche avendo un ospite di lusso come James Labrie dei Dream Theater non riesce a creare un vero contrasto tra le voci, non offrendo nessun extra al brano che sarebbe risultato buono anche con il solo Tom dietro al microfono.

Per concludere, il nuovo album del combo nordico ha dalla sua poche nuove armi per piazzarsi tra i migliori ed una certa staticità nella composizione alla lunga potrebbe tarpare le ali alla fenice della copertina. Un più che buon lavoro, ma che non sorprende.

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