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Eyehategod: altamente corrosivi

recensioni

titolo
"A History of Nomadic Behavior"
etichetta
Century Media Records
Anno

Line Up: 
Jimmy Bower - Guitars
Mike Williams - Vocals
Gary Mader - Bass
Aaron Hill - Drums 

Tracklist:
1. Built Beneath the Lies (03:33)
2. The Outer Banks (02:31)
3. Fake What's Yours (03:38 )
4. Three Black Eyes (02:27)
5. Current Situation (04:41)
6. High Risk Trigger (04:17)
7. Anemic Robotic (02:44)
8. The Day Felt Wrong (03:57)
9. The Trial of Johnny Cancer (04:25)
10. Smoker's Piece (01:11)
11. Circle of Nerves (03:47)
12. Every Thing, Every Day (04:42)

opinioni autore

 
Eyehategod: altamente corrosivi 2021-03-27 16:41:09 MASSIMO GIANGREGORIO
voto 
 
3.0
Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    27 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Livore, risentimento, rabbia. Questo è ciò che trasuda da questo ultimo CD degli Eyehategod. D'altronde, già il nome della band non cela il fatto che la parola "odio" costituisca la base del sound proposto. Un genere che non esiterei a definire (per quanto detesti le etichette, ma le ritengo utili per poter subito rendere l'idea di cosa stiamo parlando) "post-crossover". Almeno per quanto concerne questo disco, visto che il quartetto di New Orleans calca le scene metallare fin dal lontano 1988 ed era partito da posizioni decisamente black-sludge-doom con il debutto "In the name of suffering" datato 1990, preceduto da due demo l'anno prima. Da allora, sull'asse Bower/Williams, è stata edificata una mastodontica discografia (ben 31 tra EP, split e full-length) della quale questo CD rappresenta l'ultimo, pesantissimo mattone. Non a caso ho utilizzato questo sostantivo: questa degli odiatori di Dio è la loro ultima fatica in tutti i sensi; si fa fatica ad ascoltarlo tutto, per quanto risulta indigesto ed un po' monocorde, al limite del decisamente monotono. Brani estremamente corrosivi, in cui la voce di Mike è poco più di un lamento che urla tutta la disperazione, l'alienazione ("Every Thing, Every Day") di chi trascina la propria grama esistenza tra mille difficoltà di ogni tipo alle quali vorrebbe non sopravvivere. In questo album non ci sono messaggi positivi e la musica fa da coerente supporto alla negatività assoluta che lo pervade. A parte la inaspettata apertura jazzistica di "Smoker's Piece", tutto il lavoro si appalesa ripiegato su sé stesso, come un rotolarsi inesorabilmente verso un inferno che si chiama quotidianità. Una sorta di loop maledetto dal quale non ci si tira fuori se non con gesti estremi, che vengono sventati solo per il provvidenziale intervento del caro, vecchio istinto di sopravvivenza. Altamente corrosivo.

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