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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    26 Marzo, 2022
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Cosa potrà mai succedere se si mettono insieme il leggendario Scott Kelly dei Neurosis ed i due membri storici degli Amenra Mathieu J. Vandekerckhove e Colin H. Van Eeckhout, cementificando il tutto con Igor (o Iggor, che dir si voglia) Cavalera? Beh, succedono gli Absent in Body. Parto mentale di Kelly e Vandekerckhove, con l'aggiunta di Van Eeckhout e Cavalera gli Absent in Body sono diventati semplicemente una band a cui il termine "supergruppo" sembra andare persino stretto, come i Nostri dimostrano in questo debutto targato Relapse Records a titolo "Plague God". Dati i nomi coinvolti, facile intuire come la proposta degli Absent in Body sia uno Sludge/Post-Metal sperimentale in cui molto troviamo proprio di Neurosis ed Amenra, in un miscuglio che diviene sempre più tetro e quanto mai affascinante con lo scorrere dei minuti, partendo già dalla monolitica opening track "Rise from Ruins", brano che risveglia non poco nel sottoscritto l'amante del wrestling, essendo l'entrance song della House of Black in AEW (collettivo formato dall'olandese Malakai Black, Buddy Matthews e dal cantante dei God's Hate Brody King). "Plague God" è un'opera lisergica, in cui la pachidermica struttura strumentale si stende sotto al doppio cantato formato dalla rabbiosa voce di Kelly e quella più acida e ferale di Van Eeckhout, portando l'ascoltatore ad essere continuamente sballottolato in un vero e proprio vortice sensoriale, in un'angosciosa discesa che sembra non avere mai fine. Paradossalmente, la seconda traccia "In Spiri in Spite" è allo stesso tempo l'unico brano non presentato in anteprima, ma anche il migliore dell'intero lotto, la canzone in cui più di tutte le altre gli Absent in Body "prendono in prestito" pagine dai libri di Neurosis ed Amenra facendoli propri in una nervosa inquietudine di oltre otto minuti. Manco a dirlo, anche le tre restanti tracce non sono affatto da meno, e man mano si scorre la tracklist ci si rende conto di come i quattro musicisti riescano a muoversi come una sola entità, senza che un comparto prevalga sull'altro, che sia quello vocale di Kelly/Van Eeckhout, il riffingwork di Kelly/Vandekerckhove o la sezione ritmica Van Eeckhout/Cavalera, con quest'ultimo che dimostra come possa essere poliedrico suonando qualcosa cui non siamo abituati sentirlo, constatando però come il tocco sia immancabilmente il suo (si spera si sia capito cosa intendiamo). Sarà che per il sottoscritto questo particolare genere è diventato l'alternativa principale quando voglio 'staccare' dal Death Metal, quindi è tutto sommato più che normale che su queste pagine avrete notato un particolare apprezzamento per gruppi come i pluricitati Amenra, i Subterrean o i Cult of Luna. Gli Absent in Body non solo confermano il trend, ma probabilmente ci regalano uno dei dischi più inquietantemente affascinanti in ambito Sludge/Post-Metal degli ultimi periodi ("De Doorn" a parte). Senza girarci tanto attorno, per i fans di queste particolari sonorità una band ed un album imperdibili.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    26 Marzo, 2022
Top 10 opinionisti  -  

Ritroviamo a cinque anni di distanza dal buonissimo "Deliverance from the Godless Void" i finlandesi Desolate Shrine, band che nel proprio sound convoglia quanto di meglio la scena Death Metal finnica ci ha dato (i nomi che vengono in mente non possono che essere quelli di Demigod, Adramelech, Demilich e Krypts); il trio composto dai cantanti RS (Sargeist, Perdition Winds) e MT (Sargeist, ex-Urn) e dal polistrumentista LL (che in questi anni di silenzio dei DS abbiamo sentito all'opera con i fantastici Convocation) torna con quello che il quinto album ed ennesimo consolidamento della partnership con Dark Descent Records: "Fires of the Dying World" è anzitutto l'album in cui i Desolate Shrine sembrano maggiormente concentrati e con un lavoro di composizione particolarmente ispirato. Il focus primario del trio di Helsinki rimane sempre un'alternanza di stili che in passato è sembrata sempre alquanto macchinosa, mentre oggi - pur rimanendone ancora leggermente (macchinosa, intendiamo) - appare maggiormente fluida, dando sempre più, brano dopo brano, la sensazione di trascinare l'ascoltare verso il fondo di un abisso da cui non c'è scampo. Complici di questo sono anche le influenze Black/Doom che fanno capolino nel fosco operato dei Nostri, donando all'insieme di questo disco un'aura ancor più inquietante, soprattutto quando compaiono arpeggi di chitarra o il suono di un pianoforte, momenti che solitamente darebbero un'atmosfera quasi onirica, mentre con LL e soci sembra di cadere sempre più sul fondo di un incubo. LL che con il suo lavoro nell'intero comparto strumentale non può non fregiarsi del titolo di MVP dell'album: pezzi come il singolo "Cast to Walk the Star of Sorrow", la lunga, feroce e lugubre "The Silent God" e "The Dying World" - con la sua cervellotica parte centrale -, sono il perfetto esempio dell'ottimo lavoro strumentale svolto, che funge da inaccessibile muraglia sonora attorno all'operato dei due vocalist. "Fires of the Dying World" è comunque un lavoro più diretto e votato all'approccio brutale rispetto ad album del passato come il già citato "Deliverance from the Godless Void" ed il precedente "The Heart of the Netherworld"; in questa quinta fatica su lunga distanza i Desolate Shrine sembrano aver voluto riprendere maggiormente le sonorità più marcatamente violente dell'esordio datato 2011 ("Tenebrous Towers"), con risultati sinceramente molto apprezzabili. Restano comunque una band che ha bisogno di un maggior numero di ascolti per poter essere compresa fino in fondo, ma questa volta l'approccio più diretto potrà certamente facilitare il compito.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Marzo, 2022
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Abbiamo in passato - anche quello recente - detto di come Everlasting Spew Records avesse un talento naturale nello scoprire nuove bands (il primo nome che ci viene in mente è quello dei fenomenali Engulfed); questa volta la label lombarda ha però operato un colpo da 90, andando a mettere sotto contratto dei veterani della scena Death Metal statunitense, considerati tra i nomi di punti dell'underground più violento e pesante: i Father Befouled. Il quartetto di Atlanta guidato come sempre dal cantante/chitarrista Justin Stubbs - che negli ultimi tempi abbiamo visto all'opera anche con Encoffination ed Occulsed - rilascia oggi tramite l'etichetta lombarda "Crowned in Veneficum", quello che è il loro quinto album in una carriera costellata anche da un gran numero di Split. Chi già conosce l'operato del combo proveniente dallo stato della Georgia, saprà già che cosa si ritroverà di fronte: i Nostri infatti sono uno di quei gruppi sempre costantemente fedeli al loro sound, fatto in questo caso di un Death Metal sulfureo e cavernoso che vede in mostri sacri come Incantation ed Immolation i capisaldi d'influenze ben marcate. Un disco che tra repentine accelerazioni e pachidermici passaggi Doom - con rimandi ai primi lavori dei Paradise Lost in primis - riesce a catturare l'attenzione sin dalle prime note delle roboante opening track "Unheavenly Catechesis" e che lascia già un enorme senso di soddisfazione con la seguente "Salivating Faithlessness", a nostro avviso il miglio brano del lotto. Le cavernose vocals di Stubbs si stagliano come un monolite di kubrickiana memoria che si poggia su di un riffingwork granitico ed ossessivo e, soprattutto, su una sezione ritmica formata dal pulsante basso di Rhys Spencer e dalle scosse sismiche provocate dal drumming della new entry (rispetto al precedente album "Desolate Gods") Amos Rifkin, compare di mr. Stubbs negli Encoffination. Non sapremmo definire in altro modo i pezzi che compongono "Crowned in Veneficum" se non come nove monoliti, compresa la breve ed inquietante aria atmosferica di "Euphoria of Accepted Suffering", che fa da prologo alla massiccia "Utter Abomination". "Crowned in Veneficum" è semplicemente un album letale, un disco mortifero, venefico - aggettivo quanto mai azzeccato - che saprà conquistare da subito gli amanti del Death Metal più cupo, sulfureo e pesante. Trentasei minuti da ascoltare tutto d'un fiato: bentornati!

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3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Marzo, 2022
Top 10 opinionisti  -  

Primo album per gli As the World Dies, nuovo progetto britannico nato dalla mente di Scott Fairfax (Memoriam, Massacre), che circondatosi di altri valenti musicisti - Jay Price alla voce, Ash Cotterill (Pemphigoid) alla chitarra, Bill Richmond (Pemphigoid) al basso e Chris McGrath (ex-Ashen Crown) alla batteria - realizza tramite Transcending Obscurity Records il qui in esame "Agonist".. Chi si sarebbe aspettato qualcosa in linea con le bands primarie di Fairfax, rimarrà sicuramente spiazzato dall'ascolto delle dieci tracce che compongono la tracklist di questo debut album: vero, qualche richiamo c'è (le ritmiche di "Red Death" ad esempio, o anche "The Tempest", in cui dovrebbe esserci uno degli ospiti presenti sull'album, almeno crediamo), ma passa decisamente in sordina rispetto a quelle che sono le fondamenta delle sonorità degli As the World Dies, a tratti decisamente progressivi ("Dawn of Terror") ma che soprattutto hanno forti rimandi al Grind di gente come Lock Up e dei Napalm Death più sperimentali, le bordate elettroniche industrialoidi degli Anaal Nathrakh e le malsane atmosfere Industrial/Ambient degli An Axis of Perdition. Il risultato è un album che sa essere colossale nel suo incedere pesante classico della scuola Death Metal britannica, ma anche a tratti alienante ed allucinato, in un mood sempre ossessivo ed oppressivo che pervade la quasi totalità dei 3/4 d'ora di durata dell'album. Il riffingwork della coppia Fairfax/Cotterill è sicuramente ispirato, così come è assolutamente ottima la prova della sezione ritmica (e la già citata "The Tempest" ne è la maggior prova); menzionavamo prima di ospiti presenti in "Agonist": si tratta di grandi veterani che non hanno bisogno di presentazioni come Karl Willets, Dave Ingram e Kam Lee... Il solo problema è che - ammettiamo candidamente - non abbiamo la minima idea in quali pezzi prestino la loro voce, dato che non è indicato da nessuna parte. Comunque sia, tirando le somme finali possiamo dire che "Agonist" è probabilmente uno di quegli album che avrà bisogno di diversi ascolti e che risulterà essere in ogni caso divisivo: ci sarà chi troverà affascinante la proposta degli As the World Dies, chi meno; per quanto ci riguarda, sentiamo di essere nel mezzo: "Agonist" ha i suoi spunti, ma siamo consci che non sia tra i più facili ascolti che incontrerete. Il solo suggerimento che possiamo dare è quelo di dare agli As the World Dies una chance, e sarete voi stessi a giudicare.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    24 Marzo, 2022
Top 10 opinionisti  -  

Secondo EP in due anni per i britannici Infested Angel, che dopo "Nourish Me, Satan" pubblicano in maniera indipendente questa nuova opera a titolo "Submit to Death". Il trio di Birmingham si presenta con un Death Metal che molto deve alla scuola statunitense, con Cannibal Corpse ed Immolation a giocare un ruolo fondamentale a nostro avviso nella nascita delle sonorità dei Nostri. Ed il risultato di quest'applicazione degli insegnamenti dei grandi maestri americani lo possiamo ascoltare nei 25 minuti circa di "Submit to Death", lavoro quanto mai brutale e diretto in cui troviamo delle nemmeno tanto vaghe reminiscenze Blackened, ed in cui a giocare un ruolo fondamentale è il riffingwork magmatico del singer Andy, ottimamente coadiuvato da una sezione ritmica tellurica e sempre pronta ad adattarsi alla perfezione tra accelerate assassine e momenti più pesanti e groovy. Magari ascoltando con attenzione possiamo notare una certa ripetitività di soluzioni, ma è anche vero che la giovane band inglese è nel suo momento iniziale di crescita e che nel complesso questo loro nuovo EP risulta alla fine essere un buon ascolto grazie a pezzi come "Harmony of Drought" e "Denaturate". Ascolto consigliato, fosse anche solo per poter fare la conoscenza con una band che in futuro potrà diventare non poco interessante.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    24 Marzo, 2022
Top 10 opinionisti  -  

Nove canzoni che compongono la tracklist, nove i gironi infernali dell'Inferno dantesco: questo il focus, sostanzialmente, di "Span of Æons", primo full-length dei death metallers austriaci Daeth Daemon, band di Salisburgo che dopo un EP nel 2020 ("The Skeleton Spectre") debutta su lunga distanza sotto l'egida della tedesca di Van Records. Dunque, "Span of Æons" è l'ennesimo di millemila dischi incentrati sul primo libro de La divina Commedia di Dante, ma sinceramente è anche uno dei migliori sul tema che abbiamo ascoltato negli ultimi anni, e questo grazie ad un gran lavoro compositivo e d'esecuzione del quartetto austriaco, che in questa prima opera su lunga distanza riesce a coniugare diverse scuole di pensiero Death Metal con una discreta fluidità: con una base che si divide tra la scuola americana (Morbid Angel, Immolation) e quella svedese (Entombed, Dismember, ecc. ecc.), il sound dei Daeth Daemon si ramifica in maniera tentacolare inserendo elementi Blackened Death (God Dethroned su tutti a nostro avviso, oltre alla massiccia potenza di Behemoth e Belphegor) e passaggi più marcatamente tecnici à la Death. Questo mix stilistico porta in dote un album sicuramente vario: grezzo - per certi versi - ma anche tecnico, duro come granito ma con interessanti fraseggi melodici. Vero, probabilmente i Nostri sembrano dare il meglio nei momenti più rapidi e diretti - vedasi "Fall of the Sulphur Angel", in cui troviamo come ospite Mäxx Chrusher -, ma è altrettanto vero che l'intero "Span of Æons" non sembra avere il minimo calo di tensione o il più infinitesimale momento filler, ma anzi presenta un lotto di brani tutti di buon livello, tra i quali spiccano a nostro avviso "Twisted Pariah" e "Walls of Enslavement", quest'ultimo brano in cui troviamo il secondo ospite dell'album, Martin Schirenc dei Pungent Stench. Un debut album , quello dei Daeth Daemon, che si lascia quindi ascoltare e che per una mezz'oretta buona saprà mantenere ben alta la soglia della vostra attenzione. Piacevole, piacevolissima scoperta.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Marzo, 2022
Top 10 opinionisti  -  

Abbiamo già avuto modo di dire come uno dei pochissimi aspetti che possiamo vedere positivi del lockdown dovuto ala pandemia di Covid-19, sia stato il proliferare di progetti nati dalla chiusura forzata in casa; tra i tanti, se ne va aggiungere una tutta italiana che vede insieme due veterani come Imer Bigi (ex bassista dei Dark Lunacy) e Luca Cocconi (The Modern Age Slavery), unitisi negli Over a Barrel, che debuttano con questo full-length a titolo "Self-Inflicted Wounds". I due semplicemente non hanno pensato cosa o come suonarlo, ed è in questa maniera semplice che è nato questo concentrato di 'ignorante' violenza sonora di 23 minuti circa, un disco composto da sei brani inediti ed un'ottima cover dei Fear Factory ("Cyberwaste") in cui troviamo un mix tra Thrash, Hardcore e Death/Grindcore. Un ascolto che procede rapido come rapide sono le canzoni che compongono la tracklist che, tra accelerate assassine ("No Warnings No Signs") e passaggi groovy assolutamente spacca collo ("Over a Barrel", "Pain Inflicted to Yourself"), tiene incollati dal primo all'ultimo secondo, complice anche tra l'altro una produzione particolarmente curata. Ognuno troverà, nell'ascoltare "Self-Inflicted Wounds", assonanze con una band o un genere in particolare; dal canto nostro ci sentiamo di citare soprattutto Discharge, Napalm Death e i The Exploited più thrashosi. Quel che è sicuro, è che questo primo album degli Over a Barrel varrà bene i soldi spesi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Marzo, 2022
Top 10 opinionisti  -  

A cavallo tra il 2009 ed il 2014 c'è stata, in quel di New York, una band che con il suo mix di Death Metal, Post-Hardcore e Sludge ebbe un discreto successo tra gli manti dell'underground estremo; parliamo dei Flourishing, act newyorchese che pubblicò un paio di EP ed un album, prima di sciogliersi. Salto in avanti di otto anni e ritroviamo due membri degli allora Flourishing - il cantante/chitarrista Garrett Bussanick ed il bassista Eric Rizk - in una nuova realtà violenta quanto sperimentale: gli Aeviterne, band in cui militano anche Samuel Smith degli Artificial Brain all'altra chitarra ed Ian Jacyszyn (ex-Pillory, Miasmatic Necrosis) dietro le pelli, e che sotto l'egida di Profound Lore Records pubblica il primo full-length "The Ailing Facade", che segue di quattro anni il debut EP "Sireless". Chi ha avuto modo d'ascoltare la band menzionata in apertura, troverà sicuramente delle connessioni stilistiche tra loro e gli Aeviterne, solo che il sound di questi ultimi è decisamente più complesso: scorrendo la tracklist di questo loro primo lavoro su lunga distanza ci rendiamo conto di come il termine "Experimental" non sia messo lì a caso, ed un pezzo come l'incredibile "Still the Hollows' Sway" ne è la più grande dimostrazione. Complice anche la presenza del chitarrista degli Artificial Brain, non sorprenderà se molto del sound degli Aeviterne deve alle sperimentazioni avanguardiste degli stessi, oltre che dei "soliti" Gorguts ed Ulcerate, unite però ad una certa propensione alle atmosfere orrorofiche dei Portal ed alla 'magnitudo' di un Death Metal old school pesante come quello degli Immolation. Riff e drumming pachidermici intervallati da atmosfere lisergiche ed inquietanti arpeggi, con mr. G.B. a 'vomitare' rabbiosamente nel microfono - non crediamo di sbagliare nel dire che gli insegnamenti di sua maestà John Tardy siano stati fondamentali in questo frangente. Pezzi come la già citata "Still the Hollows' Sway", la seguente "Penitent" o ancora i singoli "Denature" e "The Gaunt Sky" sono la perfetta fotografia di un album che tiene incollati per tutti i 50 minuti di durata e che, soprattutto, erutta colate laviche di nichilismo da ogni singola nota. Magari "The Ailing Facade" non è un disco propriamente per tutti, ma se amate la pesantezza avanguardista delle bands succitate, troverete nel primo album degli Aeviterne una grossa sorpresa.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 18 Marzo, 2022
Top 10 opinionisti  -  

E dire che quest'album è pronto da tre anni... E' impossibile non chiedersi come sia possibile che sia dovuto passare questo lasso di tempo prima che una label - Transcending Obscurity Records in questo caso - prendesse in carico la produzione di quello che è uno dei migliori album old school Death Metal degli ultimi anni! Stiamo parlando di "Fire, Frost and Hell", debut album degli Hellfrost and Fire, side project di una leggenda vivente del Death Metal made in UK, un cantante che non bisogno di presentazioni: mr. Dave Ingram, che per l'occasione si fa accompagnare dal chitarrista/bassista Rick DeMusis e dal batterista Travis Ruvo (già con Dave negli Echelon), con l'aggiunta di un ospite "fisso" nella persone di Scott Fairfax (Memoriam, Massacre, As the World Dies) ad occuparsi dei solo. Basta guardare il nome della band, il titolo dell'album e la lunghezza dei titoli delle singole canzoni per capire quali siano i due gruppi che maggiormente vengono "omaggiati" in questa opera prima del combo con base britannica: Celtic Frost e Hellhammer. C'è molto di queste due leggendarie bands svizzere nel sound molto, MOLTO vintage degli Hellfrost and Fire, unito comunque ad un classico 'background britannico' (Bolt Thrower, gli stessi Benediction, Warlord UK...). Cercate qualcosa che sia al passo coi tempi? L'indirizzo degli Hellfrost and Fire è quello sbagliato: il sound è un concentrato di Death Metal della primissima ora, granitico, feroce... anzi, più che feroce potremmo dire semplicemente incazzato nero! Una valanga continua di riff rocciosi senza soluzione di continuità abbinati ad una batteria in modalità Infantry Tank Mk IV "Churchill" (tradotto: un carro armato!), con i soli di Fairfax chiamati a dare quel breve senso di melodia (sort of...). Non esiste alcun tipo di evoluzione qua, solo un sound talmente vecchio da far sembrare persino i Bolt Thrower una band moderna; ma soprattutto un album come "Fire, Frost and Hell" che è maledettamente divertente! Una volta premuto il tasto play sarà impossibile staccarsene e mettere in seria difficoltà il proprio collo con un headbanging continuo dalle prime note di "Legion of Hellfrost and Fire" fino alle conclusive di "Within and Without the Emperor's Frontier", passando per "Black Secrets in the Splintering Walls" e la assolutamente esaltante "The Lost King and the Heir Apparent", o la preferita del sottoscritto "Debris Wrought from Winter". Sgraziato, grezzo, primitivo... Questi termini nel caso di "Fire. Frost and Hell" vanno presi come dei complimenti: grazie agli Hellfrost and Fire" abbiamo qui, come dicevamo, uno dei migliori e più esaltanti album old school Death degli ultimi anni.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Marzo, 2022
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Sono passati dieci anni da "Jacob's Ladder" - disco per il sottoscritto abbastanza così così - ed oggi ritorna sotto l'egida di Season of Mist (per la sub-label estrema Underground Activists, ad essere precisi) una delle bands veterane della corrente Raw Black francese: gli Hell Militia, che vedono al timone di comando due superstiti della line up originaria: il chitarrista Arkdaemon ed il batterista Dave Terror. Questo è dunque in primis il primo lavoro della band transalpina senza Meyhnach alla voce, sostituito - egregiamente a nostro avviso - da RSDX (ex di Ordo Draconis, Bethlehem e Funeral Winds tra gli altri); ciò che non è cambiato è lo spirito combattivo ed assolutamente maligno degli Hell Militia, grazie ad una proposta votata alla violenza sonora più diretta e luciferina possibile: un concentrato di Black Metal primordiale fatto essenzialmente di grida belluine, riff taglienti come rasoi ed una sezione ritmica in (quasi) costante accelerazione. Tutto insomma nel sound degli hell Militia richiama ancora quel Black Metal primigenio degli anni '90 che li ha resi negli anni - insieme a colleghi come Mütiilation ed Arkhon Infaustus - una colonna portante della Nera Fiamma dei nostri vicini d'Oltralpe. Ciò che colpisce è che a distanza di ventuno anni dalla loro fondazione, e nonostante cambi di line up anche importanti, ascoltando pezzi come il trio di singoli "Lifeless Light" / "Genesis Undone" / "Dust of Time", o anche la title-track piuttosto che "Kingdoms Scorched" e "Veneration", gli Hell Milita diano ancora quella sensazione di essere uno dei gruppi più "malvagi" dell'intera scena Black Metal, sempre fedeli al loro sound ed al loro approccio. Siamo ben lontani dal poter definire "Hollow Void" un capolavoro, sia chiaro, ma in un periodo come questo in cui per la maggiore vanno le sonorità avanguardiste del Post-Black o gli stili differentemente atmosferici del Nord Europa o della Polonia, gli Hell Militia possono rappresentare per chi ama incondizionatamente le sonorità più Raw una sulfurea luce. Non saranno perfetti - e probabilmente non lo saranno mai -, ma oggi non ci sono molti gruppi che abbiano l'esperienza mischiata alla passione del quintetto parigino.

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