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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    03 Aprile, 2021
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Quella dei britannici Wode è una carriera in costante ascesa; già dall'esordio omonimo s'intuivano le potenzialità della band di Manchester, confermate in pieno col secondo album "Servants of the Countercosmos", che segnò anche il passaggio ad Avantgarde Music. Ed oggi i Nostri arrivano a debuttare su 20 Buck Spin con il loro terzo album "Burn in Many Mirrors", disco che segna un ennesimo grande passo avanti per la band inglese: il Black/Death dai forti tratti melodici - i rimandi ad una certa frangia della scena estrema svedese sono chiarissimi - trova qui ulteriore nuova spinta in un lotto di brani - sei per la precisione - in cui ferocia, rabbia, ma anche un deciso gusto per sinistre melodie, come dicevamo, si uniscono alla perfzione consegnandoci un album estremamente godibile. Non mancano certe aperture dal vago sapore "thrashy", che nell'insieme contribuiscono alla fruibilità di "Burn in Many Mirrors": un esempio può essere l'ottima "Serpent's Coil", ma lo stesso discorso è applicabile alla totalità della tracklist, che si apre in grande stile con "Lunar Madness", una delle migliori opening track che mi sia capitato d'ascoltare ultimamente. Contribuiscono poi a dare quel tocco horror settantiano le tastiere opera del vocalist M. Czerwoniuk e del batterista T. Horrocks; l'arrembante "Fire in the Hills" - in cui possiamo trovare qualche richiamo al Thrash/Black degli Absu - e l'ottima suite finale "Streams Of Rapture (I, II, III)" sono poi altre gemme che impreziosiscono un lavoro che risulta essere convincente già dopo i primi due brani e che trova nella più diretta "Sulphuric Glow" i momenti migliori.
Tra le giovani stelle in ambito estremo nate nell'ultima decade, quella dei Wode, per quanto permeata di Nera Fiamma, appare come una delle più fulgide: il quartetto di Manchester non solo di album in album conferma le ottime impressioni sempre suscitate, ma sembra essere in costante ascesa, tanto che ad oggi possiamo dire che "Burn in Many Mirrors" è il loro lavoro più completo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    01 Aprile, 2021
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Debutto assoluto sotto l'ala protettrice di Godz ov War Productions per gli Abjection, bestiale Blackened Death band canadese devota a sonorità old school che rimandano a gruppi che fanno della violenza sonora il proprio marcho di fabbrica: ci riferiamo in primis ai primi Incantation ed ai Disma, che di sicuro hanno giocato un ruolo fondamentale nello stile del quartetto canadese, ma anche i brutali black/death metallers neozelandesi Heresiarch e, ça va sans dire, i grandiosi Dead Congregation. Nei poco più di 20 minuti di questo EP a titolo "Malignant Deviation" gli Abjection non concedono nemmeno un decimo di secondo a qualsivoglia melodia o modernismo: aiutato anche da una produzione volutamente sporca, il debut EP dei Nostri sembra arrivare dritto da fine anni '90-inizio del nuovo secolo. Oscuro, violento all'inverosimile e pervaso di un'aura maligna - come da titolo del resto -, "Malignant Deviation" paga forse un po' troppo tributo alle bands citate poco sopra, ma anche con questa spada di Damocle, nella sua "semplicità" di un lavoro Blackened Death riesce a catturare l'attenzione, grazie soprattutto ad un inarrestabile flusso lavico di riff che rendono ancor più interessante una proposta di per sé abbastanza nella norma, tutto sommato: è grazie all'ottimo lavoro della coppia Jmourovski/Horton insomma che si fanno decisamente notare pezzi come la terremotante "Nightmares Awoken" e la seguente "The Madness Within".
Per i die hard fans del Death Metal dalle tinte più "nere", quello degli Abjection è un nome da appuntare; con "Malignant Deviation" i Nostri raggiungono una facile sufficienza, ma con la sicurezza che nel corso del tempo ne potremo sentire delle belle.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    01 Aprile, 2021
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Attivi dal 2015 e con solo uno split in carniere ("Total Regression of Humanity" del 2015 con i Parh), hanno la settimana scorsa pubblicato il primo full-length - tramite Godz ov War Productions - o polacchi Baalberith, quintetto di Płock dedito ad un Death/Black che rispecchia in pieno la scuola di quelle terre (Behemoth, Hate, ecc. ecc.), pur avendo le sonorità dei Nostri anche una forte impronta dello US Death di Morbid Angel e Hate Eternal. "Manhunt" non sarà un album per cui strapparsi i capelli e che non farà dell'originalità il proprio vessillo, ma di certo possiamo dire che è un lavoro compatto e quadrato, in cui la band polacca dimostra di avere piena conoscenza del genere: dalle brutali "I Know Your Future e Bones and Teeth", passando per la cadenzata ma altrettanto potente "Son of Sam" - pezzo sul celebre serial killer americano - fino alla finale "Tons of Mud", i Baalberith sciorinano una prestazione più che soddisfacente grazie ad un riffingwork granitico che si accompagna ad una sezione ritmica precisa e martellante, muraglia sonora che perfettamente s'integra col cavernoso growl di Left.
Non aspettatevi dunque chissà quale novità: "Manhunt" è un lavoro che, in quanto a sound, più classico non si può, cosa che permette ai Baalberith di ottenere facilmente una sufficienza piena, ma non oltre. Certo per emergere dall'affollato sottobosco estremo polacco ci vuole ben di più, ma il quintetto di Płock può comunque, per ora, essere considerato un buon ascolto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Marzo, 2021
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Dopo un demo ed un EP - entrambi di pregevole fattura - arrivano a pubblicare il primo full length i Cambion, trio proveniente da El Paso (Texas) ma guidato dal chitarrista/seconda voce tedesco Thorben Rathje. Prodotto da Lavadome Productions, il titolo dell'opera - "Conflagrate the Celestial Refugium" - è tutto un programma, perché di vera e propria conflagrazione parliamo nell'istante esatto in cui premiamo il tasto PLAY e parte la prima bordata di quest'album, la title-track, pezzo che lascia zero spazi a qualsiasi dubbio su cosa dobbiamo aspettarci nella mezz'ora restante circa seguente. Quello dei Cambion è un Blackened Death ad alto tasso di violenza, che pesca a piene mani dalle sonorità di cultori della malvagità sonora come Azarath e, soprattutto, Angelcorpse, unendolo però anche ad una sana dose - ricca di groove - di Death Metal brasiliano (Krisiun, Rebaelliun...); ed il risultato è, per l'appunto, "Conflagrate the Celestial Refugium", letteralmente una bomba di lavoro; la band statunitense non concede nemmeno un attimo di tregua, sparando a raffica un lotto di brani dalla brutalità pazzesca, vedasi pezzi come "Cambion" e "Cities of Brass". Sul piano prettamente strumentale, il connubio tra il riffingwork forsennato di Thorben Rathje ed il drumming a dir poco maestoso dell'ex-Hate Eternal Chason Westmoreland è pura colata lavica che fa da tappeto sonoro perfetto alle rabbiose urla di Rich Osmond. Ma come detto, non di soli blast beat e iperviolenza vive questa prima fatica su lunga distanza dei Cambion: prendete un brano come "Vae Victis", in cui lo spettro di soluzioni usato dal trio teutonico-texano si fa maggiormente ampio, senza che però i Nostri perdano un minimo in efficacia.
Questo primo full length dei Cambion è probabilmente sino ad oggi - e siamo a fine marzo - la più impressionante novità di questo inizio 2021: un disco che sotto il profilo della scrittura, dell'esecuzione e della produzione non presenta nemmeno il benché minimo punto debole. Senza tanti giri di parole, insomma, "Conflagrate the Celestial Refugium" è un disco da prendere a scatola chiusa. Punto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    28 Marzo, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Se non sapessimo in partenza che i Creeping Fear provengono da l'Île-de-France, staremmo di certo pensando che il quartetto qui in esame con l'album "Hategod Triumph" possa benissimo essere americano. Ceduto alla fascinazione del più puro US Death Metal - Immolation e Hate Eternal sono senza dubbio le influenze principali della band francese, ma non vengono "ignorati" Cannibal Corpse, Morbid Angel e Deicide -, il combo transalpino ci presenta questa loro seconda fatica licenziata, come il precedente "Onward to Apocalypse", da Dolorem Records. Presentati come "pure evil Death Metal", i Creeping Fear ci mettono tre secondi netti - quelli iniziali di "Collapse" - per far capire quanto questa definizione sia perfettamente azzeccata; alle coordinate stilistiche facilmente intuibili e di cui abbiamo poc'anzi parlato, va unito un songwriting che, per quanto possa magari non essere così originale, appare comunque ben ispirato e che, soprattutto, viene supportato da un'esecuzione potente e chirurgica, che sia la bestiale "Hate Crush Consume" o la ciclica cadenza della seguente "Deceitful Tongues"; subito dopo questa doppietta di pezzi, poi, l'act francese piazza la title-track, brano più lungo del lotto e, soprattutto, perfetta fotografia dell'ottimo lavoro svolto in questa loro seconda fatica su lunga distanza: un intro "ecclesiastico" (sort of...) che lascia spazio ad un brano spietato che tra blast beat assassini (Aborted anyone?) e rallentamenti di una pesantezza inaudita riesce a tenere alta la tensione ed a catturare in toto l'attenzione dell'ascoltatore.
Senza girarci tanto attorno: se vi piace il Death Metal, allora "Hategod Triumph" è un album da avere. Come detto i Creeping Fear non s'inventano nulla di nuovo, ma hanno dalla loro tutti quei dettagli, piccoli o grandi che siano, che fanno tutta la differenza tra un gran bell'album e uno semplicemente "nella norma". Hai capito 'sti francesi?

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Opinione inserita da Daniele Ogre    28 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 28 Marzo, 2021
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Dopo un demo ("Mass Extinction") del 2019 favorevolmente accolto, arrivano alla pubblicazione del debut album gli inglesi Celestial Sanctuary, old school death metallers che possono puntare sulla doppia produzione di Church Road Records per l'Europa e Redefining Darkness Records per gli States. La vicinanza con quello che è a tutti gli effetti il "regno" di Bolt Thrower e Benediction ha in qualche modo influenzato il quartetto di Cambridge (così come, va da sé, la loro controparte olandese Asphyx/Hail of Bullets), ma per quanto queste influenze siano ben chiare della giovane band albionica, stilisticamente i nostri si avvicinano anche - e non di poco - alla brutale pesantezza di gente come Tomb Mold e Funebrarum (e quindi, per la proprietà transitiva, Incantation ed Autopsy), in un vortice di sonorità in cui convivono tanto la scuola britannica quanto quella americana. Ed il risultato è un album godibile come questo "Soul Diminished": nove brani per quasi 40 minuti in cui traspare tutto l'amore dei Nostri verso il Death Metal della vecchia scuola; non c'è, in questo lavoro, nessuna concessione a tecnicismi di sorta o qualsivoglia melodia catchy, ma anzi i Celestial Sanctuary caricano con la potenza di un carrarmato, facendo dei riffoni pieni e della pesantezza della sezione ritmica la propria arma di maggior effetto, pur non mancando di piazzare improvvise accelerate, vedasi ad esempio "Wretched Habits". C'è da dire anche, però, che alla band inglese sembra per ora mancare quel qualcosa in più che contraddistingue altre giovani leve (Tomb Mold, Mortiferum, Of Feather and Bone, Gatecreeper... e l'elenco potrebbe essere bello lungo), facendo sì che per adesso i Celestial Sanctuary risultino una band più che discreta, ma che avrà bisogno di crescere ulteriormente per cercare di elevarsi a certi livelli. Sia chiaro, "Soul Diminished" è un album più che ascoltabile e che consente, a chi è un deathster degno di tal nome, di avere il proprio giusto intrattenimento, con la consapevolezza però che manca quella scintilla di cui sopra. Per ora, ci sentiamo di concedere ai Celestial Sanctuary una sufficienza piena anche sulla fiducia, oltre che di augurio: il quartetto ha un'ottima base su cui lavorare e siamo sicuri che in futuro potrebbero essere fonte di gran soddisfazione. Let's wait and see...

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2.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    27 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Marzo, 2021
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Avevano sino ad ora collezionato solo una serie di singoli gli statunitensi Wythersake, che arrivano oggi tramite la nostrana Scarlet Records alla pubblicazione di "Antiquity", debut album dunque per il quartetto di Washington D.C.; va detto che "Antiquity" risulta essere di certo un lavoro altamente commerciabile - e qui capiamo la mossa di Scarlet di prendere sotto contratto l'act americano -, ma c'è un rovescio della medaglia: tale commerciabilità la si deve soprattutto al fatto che i Wythersake sembrano aver studiato nei minimi dettagli lavori come "Spiritual Black Dimension", "Puritanical Euphoric Misanthropia" e "Death Cult Armageddon", chiamando sempre in causa le sonorità e le orchestrazioni dei Dimmu Borgir in questi album. Di per sé i brani che compongono "Antiquity" non sono nemmeno poi tanto male - al netto di una produzione tutt'altro che perfetta che tende a mettere troppo in risalto tanto le orchestrazioni quanto le parti soliste di chitarra -, ma alla lunga la sensazione che i Wythersake cadano in una fin troppo semplicistica emulazione della leggendaria band norvegese si fa sempre più forte, andando dunque a rimarcare la mancanza di personalità - o meglio, di una propria identità musicale - da parte del combo statunitense. Un pelo sopra le altre sembra essere "Through Ritual We Manifest", brano maggiormente improntato sul Symphonic Death più duro rispetto al resto della tracklist con i suoi rimandi a Septicflesh e Fleshgod Apocalypse.
I Wythersake hanno tempo per poter maturare e trovare una strada che sia solamente la loro. Per ora, con questo "Antiquity", la band di Washington D.C. è purtroppo da rimandare: troppo forte è la sensazione di star ascoltando una copia annacquata dei Dimmu Borgir in questo debut album, seppure i Nostri dimostrino che, alla base, c'è comunque qualcosa di buono su cui lavorarci su (le tematiche incentrate sullo gnosticismo, ad esempio). Ora starà tutta a loro.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    27 Marzo, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Sono passati tre anni dal nostro primo incontro con i greci Rapture, fautori di un Death/Thrash old school figlio degli insegnamenti di "brutta gentaglia" come primi Death e Demolition Hammer, l'accoppiata teutonica Kreator/Sodom e Slayer; illo tempore rimanemmo favorevolmente impressionati da "Paroxysm of Hatred", un disco che non presentava alcuna novità di sorta - zero assoluto proprio - ma che seppe colpire per l'attitudine mostrata dal quartetto ateniese, che senza strafare seppe mettere sul piatto semplicemente del gran bell'intrattenimento. Tre anni dopo riecco i Nostri alla carica con il loro terzo album a titolo "Malevolent Demise Incarnation", licenziato da F.D.A. Records: ed i Rapture confermano in toto le favorevoli impressioni suscitate col precedente lavoro. I Rapture semplicemente mettono la quinta e attaccano a testa bassa, martellando senza sosta con una serie di pezzi tellurici che sembrano venir fuori dritti da un album Extreme Metal di fine anni '80/inizi anni '90. Un torrente di riff spietati accompagnati da una terremotante sezione ritmica, ma con in più alcuni passaggi dal vago sapore progressivo, ad accentuare l'influenza dei Death (ascoltate l'ottima "Inanimate Frigidity"): la ricetta dei Rapture è delle più semplici possibili, eppure riesce anche questa volta ad essere incredibilmente efficace, dando poi la sensazione che dal vivo la resa di ognuno dei brani possa essere impressionante (a titolo personale posso dire che non mi dispiacerebbe un giorno averli al Club di cui mi occupo della direzione artistica, n.d.O.). Dalle bordate della title-track, chiamata ad aprire l'album, passando per la spaccacollo "Predatory Menace", fino ad arrivare alle debordanti "I Am Become Death" e "Herald of Defiance", questa terza fatica della band greca lascia a fine ascolto un gran senso di soddisfazione.
"Malevolent Demise Incarnation" è meno istintivo, primordiale, meno perentorio rispetto al precedente "Paroxysm of Hatred", ma in ogni caso i Rapture si confermano come una delle più interessanti realtà legate ad un sound old school, cui non importa minimamente di qualsivoglia modernismo. E quando i risultati sono questi, non possiamo che sorridere a trentadue denti!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    26 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2021
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Una vera e propria ripartenza quella che operano i francesi Decline of the I con questo loro quarto album, "Johannes", appena licenziato da Agonia Records. Con l'album del 2018, "Escape", si chiudeva infatti la trilogia della band parigina ispirata al chirurgo e neurologo francese Henri Laborit e si apre oggi una nuova trilogia per la band transalpina, dedicata stavolta agli scritti del filosofo e teologo danese Søren Kierkegaard; ma di ripartenza in toto si tratta, visto che dopo "Escape" c'è stato un vero e proprio ripulisti della line up: è rimasto, ovviamente, il fondatore e leader AK - musicista esperto il cui nome è legato ad altre importanti realtà come The Order of Apollyon, Merrimack ed i veterani Vorkreist -, mentre cambia il resto della formazione con gli ingressi di SI alla voce, AD al basso e, soprattutto, di SK alla batteria (già Arkhon Infaustus, Temple of Baal ed ex.The order of Apollyon). Togliamo subito ogni dubbio: "Johannes" è con tutta certezza il lavoro più completo e meglio eseguito nella carriera della band parigina. Il mood malinconico unito alle atmosfere letteralmente glaciali, da sempre un punto fermo dell'act francese, trovano qui la propria massima espressione, in un lotto di brani dal forte impatto emotivo in cui non mancano però di certo momenti più feroci e rabbiosi: un urlo quasi disperato mentre, di secondo in secondo con lo scorrere dell'incredibile tracklist, si ha la sensazione di perdere ogni speranza. Qui c'è la grandezza dei Decline of the I, che se da un lato possono sicuramente ricordare per certi versi il colosso austriaco Harakiri for the Sky, dall'altro mettono sul piatto una prestazione personale di tuto rispetto, senza alcun timore reverenziali per colleghi più esperti e famosi (gli stessi Harakiri, ma anche Blut aus Nord o Lantlôs, ma anche i tedeschi The Ruins of Beverast per quell'aura Doom che pervade "Johannes". Colpiscono poi quei momenti dal sapore 'mistico' che riescono a dare un tono quasi imponente (vedasi "Act of Faith" che rimanda non poco ai Deathspell Omega di "Si Monvmentvm...").
Questa volta più che in altre è assolutamente impossibile suggerire un brano invece che un altro: "Johannes" è un album da prendere a scatola chiusa e da ascoltare lasciandosi rapire dall'incredibile lavoro dei Decline of the I. Come dicevamo, il lavoro più completo della band francese: un disco a dir poco incredibile!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    26 Marzo, 2021
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Reduci da un demo come "Pornographic Seizures", molto chiacchierato tra gli amanti del Brutal Death più gutturale ed "ignorante" - a mio avviso abbastanza inspiegabilmente, ma vabbe'... -, gli statunitensi Sanguisugabogg si ritrovano nella condizione di essere la perfetta fotografia del detto "fare il passo più lungo della gamba", essendosi ritrovati a pubblicare il debut album "Tortured Whole" nientemeno che per Century Media. La colossale label tedesca "figlia" di Sony Music ha dalla sua un roster estremo di tutto rispetto e ha sempre avuto occhio per lo scouting - vedasi gli Skeletal Remains o l'aver preso sotto la propria ala protettrice una delle punte di diamante della scena italiana, gli Hideous Divinity -, ma questa volta, sinceramente, sembra aver toppato alla grande. Nonostante un battage promozionale imponente, con la band presentata a più riprese come sostanzialmente la new sensation della sempre più in crescita scena dell'Ohio e video prodotti insieme alla leggendaria Troma (dobbiamo dare atto che questi ultimi sono molto, molto divertenti), all'atto dobbiamo dire che "Tortured Whole" è un lavoro per lo più deludente; i Sanguisugabogg si muovono in quel Brutal Death "da macelleria" di fine anni '90 figlio dei primissimi Cannibal Corpse, dei Mortician e dei Lividity, cosa non nuova oggigiorno, ma in cui manca del tutto quella freschezza e quella "fame" che contraddistingue altri giovani colleghi. I ragazzi si divertono e sanno far divertire, specie sul piano visivo (di nuovo: consiglio caldamente di guardare i tre video), ma per il resto, detto apertamente, "Tortured Whole" è un album scolastico che nulla aggiunge e nulla toglie a quanto già sentito centinaia di volte. E non basta un groove "chiatto" onnipresente a far fare il salto di qualità ad un lavoro che, spiace dirlo, risulta essere monotono ancor prima di superare la prima metà. Ancora una volta, come in passato, ci si ritrova tra le mani qualcosa in netto contrasto rispetto al modo in cui viene presentato: possiamo capire tutto, ma alle volte le etichette dovrebbero in qualche modo cercare di non esagerare per alzare - inutilmente - le aspettative. Poi magari i die hard fans di queste sonorità potrebbero anche gridare al nuovo miracolo, ma dal canto nostro, anche se spiace, non possiamo promuovere questa proposta.

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