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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    07 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 07 Mag, 2022
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Tzompantli è un progetto nato nel 2019 dalla mente di Huey Itztekwanotl o))) [a.k.a. Bigg o)))], al secolo Brian Ortiz, chitarrista e mastermind degli Xibalba, band di punta della scena Death Metal/Hardcore non solo statunitense; con questa sua nuova creatura in cui si occupa di voce e chitarre - divenuta una band vera e propria con l'aggiunta del bassista G-Bone e del batterista Erol Ulug - Bigg o))) dà definitivamente sfogo a due sue passioni, che solo qualche volta hanno incrociato la strada degli Xibalba, a cominciare storia mesoamericana (o precolombiana), fulcro unico delle tematiche affrontate dagli Tzompantli sin dal moniker scelto: e qui viene in aiuto Wikipedia da cui citiamo "Uno tzompantli è un tipo di intelaiatura in legno documentata in diverse culture mesoamericane, che veniva usata per l'esposizione pubblica di teschi umani, normalmente quelli di prigionieri di guerra o di vittime sacrificali". Ma anche sul piano musicale, mentre gli Xibalba solo negli ultimi tempi hanno implementato il loro Death/Hardcore con forti componenti Death/Doom, qui mr. Ortiz si lascia andare del tutto alle pesanti e plumbee sonorità proprie di gente come Disembowelment, Winter e Spectral Voice, così come vecchie realtà finniche come Rippikoulu e Krypts. ed ovviamente, i Morbid Angel di "Formulas Fatal to Flesh" e "Gateways to Annihilation". Il risultato è un album deflagrante, in cui una produzione sporca il giusto ed estremamente potente mette in risalto l'operato del trio californiano, con riff duri quanto la pietra con cui sono costruite le piramidi azteche e maya ed una sezione ritmica terremotante fanno da inaccessibile muraglia sonora alle profonde growlin' vocals di Bigg o))) - che per inciso, se la cava egregiamente in qualità di cantante -. Ciliegina sulla torta sono le sonorità folk/tribali che trovano spazio nella tracklist, come nella splendida "Eltequi", momento di inquietante requie in mezzo a bordate come "Tlatzintilli", la title-track e "Ohtlatocopailcahualuztli", brano che parte con una violenza smodata per concludersi con lentissimi pattern quasi Funeral Doom. Sinceramente, dopo l'ascolto di un album Death/Doom così semplicemente grandioso, la speranza è che Ortiz trovi spazio tra gli impegni degli Xibalba per poter lavorare anche al progetto Tzompantli; d'altra parte se questo debut album è uscito sotto l'egida di 20 Buck Spin - label che si sta dimostrando una garanzia in questo campo quasi quanto la mitica Profound Lore Records -, qualcosa vorrà pur dire. Per gli amanti di queste sonorità, "Tlazcaltiliztli" è un 'must have', punto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    06 Mag, 2022
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Dopo aver sorpreso decisamente in positivo con l'ottimo debut album "Only Ashes Remain", uscito nel 2020 su Transcending Obscurity Records, tornano con un nuovo EP i finlandesi Sepulchral Curse, che - mentre supponiamo stiano lavorando a nuovo materiale - decidono di immettere sul mercato tramite Personal Records (CD), Lychantropic Chants (digitale ed LP) e Transylvanian Recordings (Tape) questo "Deathbed Sessions", breve lavoro - 24 minuti - composto da tre vecchi brani inediti mai registrati prima ed una cover conclusiva dei Demigod. Per quanto breve ed indirizzata principalmente ai fans della band, questa release conferma le buonissime impressioni suscitate dal quintetto di Turku con il precedente lavoro, con il loro Blackened Death fortemente devoto alla vecchia scuola finlandese (come già avemmo modo di scrivere Demilich, Adramelech e i qui tributati Demigod) unendo a non tanto vaghe reminiscenze Black/Death (Necrophobic, Sulphur Aeon, Bølzer). Punto di forza dei Sepulchral Curse, oltre ad un songwriting che per quanto non brilli per originalità è sempre estremamente ispirato, è quello di saper "giocare" con le atmosfere, ora gelide e feroci, ora più dirette e sfrontate; un esempio lo abbiamo con i due pezzi che aprono il lavoro, la glaciale opener "Circular Aeons" e la durissima "Harvesting the Bloodlines", pezzo che colpisce per una sezione ritmica che "chiama in causa" l'old school Swedish Death. Il singolo "Dystheist" è quello dei qui presenti che più s'avvicina a quanto abbiamo potuto ascoltare in "Only Ashes Remain", mentre la conclusiva "Towards the Shrouded Infinity" è come dicevamo un giusto tributo ad un pezzo di storia del Metal estremo nella Terra dei 1000 Laghi. Se vi è piaciuto il precedente lavoro dei Sepulchral Curse, allora anche per dovere di completamento della collezione non possiamo che suggerire l'acquisto anche di "Deathbed Sessions", vuoi anche solo per ingannare l'attesa verso un nuovo full-length.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    06 Mag, 2022
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E' passato solo un anno e mezzo da "World Domination", eppure i Demonical che possiamo sentire in questo nuovo "Mass Destroyer" sembrano quasi essere tutt'altra band; la band guidata da Martin Schulman dopo una buonissima partenza di carriera sembrava col tempo essersi arenata, con un songwriting che sembra esser stato scritto col pilota automatico, dando quella sensazione di guardare i Centinex - altra band in cui Schulman milita - allo specchio. Mentre invece in "Mass Destroyer" i Demonical sembrano finalmente aver ritrovato una quanto mai insperata verve, curando maggiormente ogni aspetto dei questa nuova opera e soprattutto dando l'impressione di essere più concentrati in fase di scrittura; dal recente passato rimangono alcuni fraseggi che "invadono" i lidi del Melodic Black/Death à la Necrophobic, specie nei refrain dei brani (particolarmente riusciti quelli dei due singoli, l'opener "We Conquer the Throne" e "Fallen Mountain", pezzo dedicato alla memoria di LG Petrov), mentre l'old school Death metal puro dei Nostri si avvicina per potenza e strutture a quello dei padri del genere, Dismember su tutti: prendete "Sun Blackened", la cui parte centrale richiama non poco la grandiosa opener del leggendario "Death Metal", "Of Fire". Proseguendo con l'ascolto incappiamo in un altro paio di episodi molto ben riusciti come il Death'n'Roll di "Wrathspawn" - prevediamo moshpit selvaggio sulle note di questo pezzo, così come per "Dödsmarsch", canzone che rappresenta la perfetta fusione tra le sonorità di Dismember e Necrophobic - e "Cemented in Ire". Saremo sinceri nel dire che non è che ci fossero più così tante speranze verso il nome dei Demonical, ma il quintetto di Avesta ha fortemente voluto sfata questa cosa dandoci in pasto un lavoro finalmente ben riuscito sotto ogni aspetto; la speranza è che "Mass Destroyer" possa essere il primo passo di una nuova parte di carriera per l'act svedese. Bentornati!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    06 Mag, 2022
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Si formano nel 1997 col nome di Jugular Appetizer - rilasciando un demo - i Morgue Supplier, band che ah preso quest'ultimo moniker nel 1999 e col quale prima d'oggi aveva rilasciato due album (l'ultimo dei quali nel 2016) e tre EP. "Inevitability" è dunque il terzo studio album per la band statunitense, e segna il debutto su Transcending Obscurity Records. Una discografia dunque piuttosto scarna per l'act di Chicago, che nel corso degli anni ha dovuto far fronte ad innumerevoli cambi di line up che hanno portato la formazione oggi a due soli elementi: il cantante/chitarrista Paul Gillis (che si occupa anche della drum machine) ed il bassista Stephen Reichelt. Chi, vedendo le note informative, si aspetta un classico album Death/Grindcore, potrebbe rimanere da subito abbastanza spiazzato dalla proposta dei Morgue Supplier. Certo, i richiami a "grandi classici" come Brutal Truth, Napalm Death, Impetigo o Exhumed ci sono e sono ben messi in evidenza nei momenti più diretti e brutali dell'opera, ma con lo scorrere della tracklist - sin dai primi momenti a dir la verità - ci si accorge di come il duo americano abbia un occhio di riguardo anche per la più moderna (iper)tecnica di gruppi come Cattle Decapitation e Cephalic Carnage. E quindi l'ascolto di "Inevitability" diventa inevitabilmente - scusate il gioco di parole - alquanto ostico. Gillis e Reichelt dimostrano come sul piano della composizione e dell'esecuzione non abbiano assolutamente nulla da invidiare a nessuno, mettendo sul piatto un lotto di brani che con la sola eccezione dell'interludio "Departure" rendono bene l'idea con un singolo aggettivo: frenetici. Una folle frenesia che 'gioca' con repentini cambi di registro e sfuriate incontrollate, tra bordate di violenza allucinante (l'incipit di "My Path to Hell") e dissonanze stranianti ("Closing In", "Empty Vacant Shell"). Proprio per questo essere incredibilmente ostico, "Inevitability" è un disco che ci sentiamo di consigliare soprattutto ad amanti delle sonorità più "strane" e folli sulla scia dei già citati Cattle Decapitation e Cephalic Carnage (o anche Fuck the Facts); chi non è abituato a tali sonorità potrebbe trovare qualche difficoltà ad arrivare in fondo ai 38 minuti circa di quest'album targato Morgue Supplier.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    01 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 03 Mag, 2022
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Debutto assoluto per gli Stati Abyss, nuova band che ai più disattenti non dirà molto, mentre chi ne ha seguito la genesi - a partire soprattutto dalla firma con Peaceville Records e l'annuncio di questo "Labyrinth of Veins" - sa che dietro questo nome troviamo una leggenda vivente come Chris Reifert - fondatore e leader supremo degli Autopsy - come sempre dietro le pelli ed al microfono e Greg Wilkinson dei Deathgrave, che dall'anno scorso è entrato negli stessi Autopsy come nuovo bassista. Possiamo dire che "Labyrinth of Veins" è di sicuro un buon modo per ingannare l'attesa del nuovo album degli Autopsy (album già registrato ma di cui ancora non sappiamo nulla): giocoforza la band madre è un'influenza primaria nelle sonorità degli Stati Abyss, ma il duo californiano con questa prima release in quanto a sonorità scende anche maggiormente negli abissi del Death/Doom: non è raro in quest'opera trovare pattern che rimandano ad esempio al melmoso Death/Doom della malsana scuola giapponese (Anatomia, Coffins), come ad esempio nella pesantissima "Mandatory Cannibalism", uno dei brani che più impressionano in quest'opera prima. Procedendo con l'ascolto è vero che si fa forte la sensazione di ascoltare quasi semplicemente del nuovo materiale degli Autopsy stessi uscito solo con un altro nome, ma scandagliando il fondo si nota come ci siano delle differenze, poche ma sostanziali: l'operato degli Static Abyss è meno furioso e punta maggiormente su atmosfere plumbee e mortifere, che trovano il loro sfogo maggiore nella già citata "Mandatory Cannibalism" e nella pachidermica title-track. Com'è giusto che sia, Reifert e Wilkinson adesso si concentreranno sulla band madre, ma se riusciranno nel frattempo a ritagliarsi del tempo per poter concentrarsi sulla scrittura per gli Static Abyss, un futuro secondo album potrebbe essere anche molto, molto interessante.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    30 Aprile, 2022
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I nostalgici di quel Metal estremo che imperversava tra la seconda metà degli anni '80 e la prima dei 90's, hanno oggi una nuova band a cui guardare: si tratta dei Sacrilega, giovane combo californiano sorto un paio di anni fa e che oggi, grazie a Blood Harvest, arriva alla pubblicazione del primo full-length con questo "The Arcana Spear". I primissimi Morbid Angel e Death, i Possessed di "Seven Churches", Bathory, Sarcófago, Sodom, Slayer, financo i nostri Necrodeath e Bulldozer... le influenze che hanno portato i Sacrilega al sound da loro proposto sono quanto mai palesi ad un primissimo distratto ascolto, per cui se cercate qualche novità potete tranquillamente girare al largo. Tutti gli altri invece potranno sicuramente restare colpiti dalla dinamicità con cui il comparto strumentale tira avanti dritto come un treno dispensando della sana violenza old school senza bisogno di alcun orpello per imbellire il pacco: "The Arcana Spear" è semplicemente quello che è, ossia un album che unisce Death, Black e Thrash Metal per una quarantina di minuti circa che sapranno fare la felicità soprattutto dei metalheads che hanno passato la quarantina. Paradossale che l'unica volta i Sacrilega provano in quest'album ad inserire qualcosa di diverso, la cosa risulti assolutamente avulsa e fuori contesto: le voci pulite sulla conclusiva "Embrace the Grand Tyranny" non ce le sappiamo spiegare, ma si tratta di un'inezia in confronto a bordate come "Rites of Macabre", "Entre Sangre & Veneno" o "Ode to the Sepuclher Dream". Insomma, tempo di ritirare fuori il chiodo e le borchie e lasciarsi trasportare dall'ascolto del trio californiano!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    30 Aprile, 2022
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Abbiamo lasciato i danesi Thorium un anno fa, con la ristampa del debut album "Ocean of Blasphemy" arrivata dopo la firma con Emanzipation Productions. Quattordici mesi dopo ecco i death metallers scandinavi tornare sulle nostra pagine con quello che è il loro quinto studio album, "Danmark", rilasciato ovviamente da Emanzipation Productions. Il leitmotiv delle sonorità dei Thorium è inalterato sin dalla nascita della band nel 1997: un mix perfettamente bilanciato tra il Death metal made in Florida (Deicide, Morbid Angel) e la vecchia scuola svedese (Dismember, Entombed), in un vortice formato dalla compattezza del primo stile e la ruvida furia del secondo. Dopo diversi ascolti dell'opera... beh, non che ci sia proprio tanto da dire. Il livello qualitativo generale di "Danmark" è tutto sommato soddisfacente e pur non essendoci tutta quest'originalità, il lavoro soprattutto delle chitarre sembra mediamente ben ispirato, ma c'è il non trascurabile problema che il tutto sa un po' troppo di già sentito, o per lo meno più che in altri casi. "A Crown to Obscurity", "My Decay", "Defiance", sono tre esempi della bontà di quest'opera, il punto è che tutti i dieci pezzi che compongono la tracklist sono più che sufficienti, ma viene a mancare un vero e proprio highlight, quella (o quelle) hit che aiuta un disco a compiere il salto di qualità.. Traendo le conclusioni finali, "Danmark" è consigliato espressamente ai collezionisti incalliti di lavori Death Metal, con l'avvertimento che stareste prendendo un lavoro discreto, ma che difficilmente risulterà essere così memorabile.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    30 Aprile, 2022
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Tenete a portata di mano un Oki, un Moment o qualsiasi cosa prendiate per combattere l'emicrania: sono tornati i Dischordia! Sono passati già quattro anni da quando incontrammo la dissonante band dell'Oklahoma con quello straniante EP che era "Binge/Purge", che univa al metal estremo più tecnico e dissonante anche passaggi Free Jazz e caraibici. "Triptych" è il secondo album per il trio statunitense e segna un passaggio importante per i Nostri, essendo il debutto su una delle label più costantemente in crescita nell'underground mondiale, l'indiana Transcending Obscurity Records. Non troviamo qui glie elementi di cui dicevamo presenti nel precedente EP: restano inalterate le tecnicissime dissonanze figlie delle influenze di gruppi come la "solita coppia" Gorguts/Ulcerate e delle follie sonore dei The Dillinger Escape Plan, e più in generale i Dischordia puntano in questa loro nuova fatica su un approccio più brutale, come possiamo sentire nella pesantissima opening track "Minds of Dust" - il cui finale si avvicina prepotentemente ai lidi dello Slamming Brutal, per intenderci -. Ma i Dischordia non sarebbero loro se non ci fosse qualcosa d'improvviso a sorprendere l'ascoltatore, ed in questo caso parliamo della parte centrale della seguente "Bodies of Ashes", che con quel suono di flauto accompagnato da un tappeto progressivo non può non richiamare alla mente i Jethro Tull. Richiami al Prog Rock settantiano che troveremo qua e là lungo tutta la tracklist ("Spirits of Dirt", ad esempio), momenti che servono a spezzare la tensione al folle e brutale attacco di violente dissonanze che sono il fulcro principale delle sonorità del trio. Come il loro precedente lavoro recensito su queste pagine, anche "Triptych" è un lavoro che potrebbe essere ai più difficile da digerire, ma gli amanti di queste sonorità (vedovi dei The Dillinger Escape Plan e die hard fans dei Cephalic Carnage), troveranno nei Dischordia una nuova band a cui dirigere tutte le loro attenzioni.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Aprile, 2022
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Non sono poche le novità all'alba del settimo studio album dei black metallers svedesi Watain, a partire dal fatto che questo "The Agony & Ecstasy of Watain" segna il passaggio della band scandinava da un colosso (Century Media) ad un altro (Nuclear Blast); i Watain sono poi "rimaneggiati" a due membri effettivi - Danielsson e Frosberg, mentre Jonsson ha partecipato solo come songwriter - e troviamo quindi la presenza di tre session per le regitrazioni di questa nuova fatica: H. Eriksson alle chitarre, A. Lillo al basso, E. Forcas dietro le pelli... insomma, la formazione live dei Watain; la novità più sostanziale, però, riguarda il sound dei veterani svedesi: nei precedenti lavori i Nostri hanno prima esplorato il loro lato più prettamente Melodic Death ("The Wild Hunt"), puntando invece su sonorità più primitive e brutali su "Trident Wolf Eclipse". In "The Agony & Ecstasy..." si ha invece da subito la sensazione che i Watain abbiano scritto e registrato quest'album senza ponderare nulla a tavolino, lasciando libero sfogo al loro istinto; il risultato è un album che presenta sì i classici stilemi della band di Uppsala ("Black Cunt", "Leper's Grace"), ma con un occhio molto attento al passato più remoto della loro carriera; non dovrà insomma stupire se in corso d'opera troverete passaggi che rimandano al Thrash tedesco ("The Howling") o soli dal forte sapore 'slayeriano' ("Ecstasies in Night Infinite"). Ma "The Agony & Ecstasy..." non è solo questo: ascoltando attentamente la tracklist possiamo notare come sia densamente stratificata, passando per episodi più 'epici' (a loro modo) come "Before the Cataclysm" e le sfumature melodiche di "We Remain", brano impreziosito dalle splendide guest vocals di Farida Lemouchi. Last but not least, la registrazione avvenuta live dà ancor di più che la sensazione istintiva che pervade l'intera opera, coadiuvata da una produzione ottima che mette in risalto l'esecuzione chirurgica del combo svedese. In conclusione, "The Agony & Ecstasy of Watain" è un album che non potrà non fare contenti i fans della band svedese e del Black Metal in generale; anche questa volta i Watain si sono presi il loro tempo - quattro anni tra questo ed il precedente "Trident Wolf Eclipse" -, ma il risultato finale è decisamente degno di nota, superiore anche, a nostro avviso, rispetto le uscite più recenti.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Aprile, 2022
Top 10 opinionisti  -  

Sono ormai quasi 20 gli anni di carriera dei Deathcrush, band sicuramente tra le più rinomate della scena estrema sarda, grazie soprattutto alla costanza qualitativa dei loro prodotti, che, seppur pochi - il qui in esame "Under Serpents Reign" è il terzo album del trio sassarese -, si fanno sempre notare per l'ottimo lavoro svolto dai Nostri. Cosa che non solo viene confermata da questa nuova release targata Time to Kill Records, ma anzi ci mostra i Deahtcrush in quella che probabilmente è la miglior forma sin dalla loro fondazione. Quasi 50 minuti di Death Metal in cui si denota una certa devozione per gruppi come Nile, Behemoth e Hate Eternal, con anche violente sferzate che rimandano alla cruenta scena Black svedese (Marduk, Dark Funeral...). La cosa che però maggiormente notiamo già dalle prime note e dall'approccio dell'opener "Beheading Jehovah Prophet" è l'enorme affiatamento del trio sardo, da sempre insieme sin dal 2003; in "Under Serpents Reign", insomma, i Deathcrush sono un carro armato molto ben oliato, che va a muoversi imperterrito causando distruzione ad ogni movimento. La tracklist di questo loro terzo album è infatti estremamente compatta, trascinandoci in un vortice di violenza sonora in cui blast beat continui ci prendono imperterriti a mattonate in faccia e con un lavoro chitarristico opera di Andrea Sechi semplicemente perfetto tra riff duri come granito e melodie ondivaghe e feroci di stampo Blackened. Dura scegliere quali brani suggerire come primo ascolto, ma possiamo dire che i due singoli - la title-track e ""No Heaven Awaits" (che all'inizio presenta lo stesso sample de "Nel Nome del Padre" degli Abiura) - possono essere un buon biglietto da visita, così come la doppietta "Black Thelema" + "Wolfskull", ma poi sarebbe un torto verso le bordate di "Thy Sovereign"... Insomma, avrete capito che se siete alla ricerca di un buon album Death Metal, la terza fatica a nome Deathcrush saprà certamente saziare la vostra fame di violenza sonora. Alla luce di quest'album, a nostro avviso è giunto il tempo in cui i Deathcrush abbiano la caratura per alzare la testa dall'underground nostrano per potersi mettere sulla scia dei grandi nomi della scena italiana.

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