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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    26 Aprile, 2022
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Dopo un paio di demo ed un EP, a dieci anni dalla propria fondazione pubblicano il primo full-length - tramite Unspeakable Axe Records - i cileni Suppression, quartetto proveniente da Santiago il cui sound possiamo dire essere diviso in due anime distinte e separate che s'incontrano lungo le dieci tracce - per 40 minuti - che compongono la tracklist di questo "The Sorrow of Soul Through Flesh"; queste sostanziali differenze le incontriamo nei due pezzi che aprono l'album: un'anima più marcatamente Death/Thrash (primi Death, primi Pestilence, Demolition Hammer, Ripping Corpse, Obituary) come possiamo ascoltare nell'opener "Lifelessness", una dai fortissimi connotati tecnici e progressivi (ultimi Death, Pestilence attuali, Atheist, Sadus) come nella seguente "Overfeeding Chambers". Il resto della tracklist vede questi due stili incrociarsi ed interscambiarsi di continuo, cosa che sulle prime potrà far provare forse una sensazione straniante e dispersiva, ma che dopo diversi ascolti, entrando nel giusto mood dell'opera, risulta essere un'arm vincente da parte dell'act cileno. i Nostri infatti dimostrano di sapersi trovare a proprio agio sia quando si tratta di pestare senza pietà mostrando i muscoli, sia quando le trame si fanno tremendamente intricate, con il basso di Pablo Cortés (che a tratti ricorda l'operato dei colleghi di Beyond Creation, Obscura, Gorod e compagnia Progressive Death) a guidare la carica lungo strade tortuose che non possono non rimandare a colossi del Metal estremo più tecnico citati qualche riga più su. Va da sé, l'ascolto di "The Sorrow of Soul Through Flesh" è in ogni caso abbastanza complesso e si necessitano di più passaggi per riuscire a districarsi nelle complicate trame del quartetto sudamericano, ma resta il fatto che è indubbio i Nostri abbiano qualità tecniche e compositive sopra la media. Se siete fans del Death Metal più duro e diretto, insomma, probabilmente potreste avere qualche difficoltà a "digerire" il debut album dei Suppression; se dall'altro lato invece siete abituali fruitori di gente come Pestilence, Sadus ecc. ecc., allora "The Sorrow of Soul Through Flesh" è sicuramente uno di quei lavori che non sfigurerebbero nella vostra collezione.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    26 Aprile, 2022
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Sono passati ormai sei anni da quando i Bolt Thrower hanno ufficialmente chiuso baracca e burattini sciogliendosi, e da allora non sono pochi i gruppi che hanno provato a colmare quel vuoto lasciato dal colosso britannico: ci sono ovviamente i Memoriam - che possiamo tranquillamente dire essere gli eredi naturali, per ovvie ragioni -, e l'altro nome che subito salta in mente è quello degli Hail of Bullets; ci sono poi realtà più giovani, come i Just Before Dawn e, tra le ultime "aggiunte", gli spagnoli Intolerance, che con questo "Dark Paths of Humanity" pubblicano il loro primo full-length tramite Memento Mori, almeno per il formato CD, visto che a maggio ci sarà l'uscita in musicassetta tramite Godz ov War Productions e ad agosto quella in vinile tramite Fucking Kill Records. Comunque sia, bastano i primi secondi dell'opener "Embodiment of Chaos" per scoprire che la pietra miliare delle sonorità del quartetto di Saragozza sono proprio i Bolt Thrower: un Death Metal, quindi, forgiato nel granito più duro, fatto di ritmi marziali e qualche violenta accelerazione, tra riff pesanti ed una sezione ritmica che scandisce i classici "ritmi da battaglia" dei maestri inglesi. Otto brani per 40 minuti circa che sapranno fare gran presa sui fans della succitata band albionica, così come di Hail of Bullets, Asphyx... i soliti, insomma. Anche se bisogna ammettere che gli Intolerance sembrano avere un occhio di riguardo anche per la vecchia scena svedese: prendere "Beyond the Axis of Truth", tra i migliori pezzi dell'album che ha in sé diverse spietate accelerazioni Death'n'Roll che non possono non chiamare in causa i vari Grave, Entombed e Dismember. Nel complesso, comunque, "Dark Paths of Humanity" è un album che funziona alla grande: gli Intolerance non inventano nulla di nuovo, ma s'intuisce facilmente dall'ascolto delle canzoni come suonino questo specifico stile di Death metal con passione e riverenza verso i gruppi che li hanno influenzati; la già citata "Embodiment of Chaos", "Death Before Slavery", "Tower of Silence", la title-track... sono tutti esempi di come pur fregandosene di brillare per originalità si possa pubblicare un album che ha parecchi spunti interessanti. Consigliamo l'ascolto dunque, con la certezza che difficilmente resterete delusi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Aprile, 2022
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"Void of Unending Depths" è il terzo sigillo per i cileni Inanna, band che sfortunatamente mancava all'appello da ben 10 anni, dall'uscita di un album assolutamente incredibile come "Transfigured in a Thousand Delusions", un disco che, credo come molti dopo aver letto questa recensione o comunque aver dato un'ascoltata a questa nuova release, il sottoscritto è andato a recuperare... Il punto è semplicemente questo: gli Inanna sono probabilmente tra i più incredibili gruppi Death Metal in circolazione, ma in passato hanno avuto fin troppo poco spazio a livello promozionale, tanto che solo adesso che sono sotto contratto con Memento Mori ho avuto modo di poterli conoscere. E, come detto, probabilmente sarà così anche per molti di voi lettori. L'incipit dell'ottima opening track "Evolutionary Inversion" potrebbe trarvi in inganno: sulle prime si può tendere a pensare che quella che abbiamo di fronte è l'ennesima band con sonorità che si avvicinano a quelle di Ulcerate e Gorguts, ma con lo scorrere della lunga tracklist - sette brani per quasi un'ora di Death Metal tecnicamente eccelso - si scopre che nel sound degli Inanna c'è MOLTO di più. Il termine di paragone più preciso è probabilmente con i Blood Incantation, ma qui c'è anche la fine tecnica progressiva degli ultimi Death o di giganti come Cynic, Pestilence ed Atheist, la potenza e la compattezza dello US Death Metal (Morbid Angel in primis) senza che però il lavoro risulti claustrofobico, e questo grazie ad un grandioso uso di melodie che provengono da influenze quanto più lontane dal Metal estremo: il Progressive Rock settantiano. Il risultato è un album che letteralmente vi potrà ipnotizzare nell'ascoltare le incredibili soluzioni stilistiche trovate dai Nostri, che dimostrano anzitutto di possedere una vena compositiva come probabilmente pochi altri oggigiorno (probabilmente solo i Blood Incantation, per l'appunto): riff ossessivi, parti soliste taglienti ma con quell'immancabile gusto melodico, accelerate strabordanti di violenza primitiva ("Far Away in Other Spheres"... ma aspettate di arrivare all'incredibile parte centrale) che si alternano a passaggi che lasciano letteralmente a bocca aperta (tutta la parte conclusiva della magnifica "The Key to Alpha Centauri" e la lunga traccia conclusiva "Cabo de Hornos"). Non si può che consigliare l'acquisto a scatola chiusa di uno dei migliori dischi Death Metal degli ultimi anni e quello che probabilmente sarà il migliore del 2022 (magari aspettiamo di ascoltare Septicflesh e Nile prima di dare un giudizio definitivo su questo). Gli Inanna potrebbero, insomma, essere una delle più grandi scoperte che possiate fare: provare per credere.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Aprile, 2022
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Sembrano essere nati per bruciare le tappe gli Undeath, quintetto proveniente da Rochester nello stato di New York formatosi nel 2018 e che dopo un paio di demo ed un live album ha lanciato un primo full-length che ha acceso non poco i riflettori su di loro ("Lesions of a Different Kind", uscito nell'ottobre 2020 su Prosthetic Records). Ed a due anni di distanza sempre per Prosthetic arriva "It's Time... to Rise from the Grave", secondo album che certifica ulteriormente la solidità della proposta dei deathsters statunitensi. Fortemente devoti soprattutto ai Cannibal Corpse del medio periodo - quelli dei primi lavori con Big George alla voce insomma -, gli Undeath ci regalano una seconda opera che come il predecessore risulta essere compatta e quadrata, in cui, a quanto sembra, ai Nostri sembra non piacere alcuna perdita di tempo: dieci brani che nemmeno raggiungono i 4 minuti di durata che passano violenti e ferali come un tornado, distruggendo qualsiasi cosa gli si pari davanti. Il tutto "affinato" - per modo di dire - da una tecnica individuale dei musicisti da non sottovalutare, senza contare la rimarchevole ispirazione del riffingwork: non brilleranno per originalità ok, ma è innegabile come il lavoro di Kyle Beam e Jared Welch colpisca nella propria semplicità, con una cascata di riffoni Death Metal che procedono inarrestabili per tutti i 35 minuti dell'album, coadiuvati da una sezione ritmica tellurica e ricca di pesantissimo groove. "It's Time... to Rise from the Grave" è, riassumendo il tutto, un lavoro solido che saprà soddisfare gli amanti dello US Death Metal più duro grazie a dieci brani tutti di pregevole fattura, ma da cui emergono soprattutto la cavalcata di "Rise from the Grave" e l'innata potenza di "Defiled Again" e "Bone Wrought" con le sue ritmiche spacca collo. Con questo loro secondo album gli Undeath dimostrano perché - a nostro avviso - siano maggiormente meritevoli d'essere tenuti d'occhio rispetto a colleghi altrettanto giovani ma anche decisamente sopravvalutati (e sì, ci riferiamo ai Sanguisugabogg).

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Opinione inserita da Daniele Ogre    24 Aprile, 2022
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E' un piacere ritrovare i Sentient Horror a tre anni dal buonissimo "Morbid Realms", essendo i Nostri, tra i gruppi nati negli ultimi anni, tra i migliori nel riproporre un Death Metal fortemente devoto alla vecchia scuola svedese di Entombed, Grave, Dismember e compagnia. E tutto questo senza nemmeno essere svedesi, visto che i Sentient Horror provengono dal New Jersey. Così come il precedente lavoro, anche questo "Rites of Gore" certifica l'alto tasso d'ispirazione del quartetto statunitense, capace ancora una volta di darci in pasto un lavoro quadrato e compatto in cui possiamo notare una maniacale cura per ogni singolo dettaglio, sin dai primi secondi dell'arrembante opening track "A Faceless Corpse" o con la seguente "Obliteration Souls", brano migliore dell'intera opera a nostro avviso grazie ai suoi fortissimi tratti 'dismemberiani'; col proseguire della tracklist ci si accorge di come, rispetto a "Morbid Realms", certe soluzioni più melodiche siano state messe quasi del tutto da parte, in favore di un approccio più duro, pesante come un macigno... ed in questa veste i sentient Horror sembrano essere ancor più a loro agio: basti ascoltare la title-track o comunque gli altri due singoli ("Descend to Chaos" e "Til Death Do Us Rot") per farsene un'idea abbastanza precisa, ma non sono da meno brani dal gran tiro come "Swamp Ritual" e "The Eyes of Dread", brano più lungo dell'intero lotto e che mostra un lavoro chitarristico perfettamente on focus (tradotto: in questo pezzo troverete i migliori riff dell'album). Chicca finale poi - ma solo sulla versione CD - è una buonissima cover della celeberrima "Supposed to Rot", a marchiare a fuoco su quali siano gli intenti della band statunitense e chi siano i maestri da cui hanno tratto ispirazione. Sostanzialmente, per i tanti amanti dell'old school Swedish Death, il nome dei Sentient Horror è tra quelli da seguire con particolare interesse, sia per l'alto livello qualitativo dei loro album, sia perché i pezzi che possiamo sentire in questo "Rites of Gore" promettono di essere delle vere e proprie mine dal vivo. Promossi su tutta la linea!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    24 Aprile, 2022
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E' una delle barbe più famose nell'intera scena Metal estrema mondiale ed è, soprattutto, il fondatore e leader di una band leggendaria come i Master: stiamo parlando ovviamente di Paul Speckmann, che a trent'anni dall'esordio omonimo riesuma dal passato lo Speckmann Project per quello che potremmo tranquillamente definire il progetto solista dell'artista americano - trasferitosi in Cechia da qualche anno -, con l'aggiunta di musicisti (e amici) veterani a completare la line up. A fare compagnia a mr. Speckmann, qui solo alla voce, in questo "Fiends of Emptiness" - licenziato da Emanzipation Productions - troviamo infatti Rogga Johansson (Paganizer, Johansson & Speckmann e decine di altri progetti) ad occuparsi di chitarra e basso, Kjetil Lynghaug (Paganizer, Johansson & Speckmann, Stass, Those Who Bring the Torture, ecc. ecc.) all'altra chitarra e Jon Rudin (Wombbath, Just Before Dawn) dietro le pelli. E nonostante siano passati trentuno anni da "Speckmann Project" a "Fiends of Emptiness", non è cambiato nulla stilisticamente per questo progetto, sempre fortemente dedito ad un Death/Thrash che affonda le proprie radici in un sentiero tracciato ormai una quarantina d'anni fa circa da gruppi come i Master ed i Celtic Frost, oltre ovviamente ad essere accostabili ad altri nomi come Obituary, Massacre, Death Strike (altra band di Paul), Slaughter, Abomination, Possessed... Insomma, avrete già capito che nei 35 minuti di quest'opera non troverete assolutamente nulla di innovativo o di moderno, ma solo un assalto frontale con colate laviche di riff e sezione ritmica a tambur battente che erigono una muraglia sonora attorno al vocione di una delle leggende della scena Death Metal mondiale. "Fiends of Emptiness" è essenzialmente un album estremamente funzionale, da cui si sa già prima di premere il tasto 'play' cosa aspettarsi e che mantiene le proprie promesse con 35 minuti di puro e semplice intrattenimento in salsa Death/Thrash che potranno fare la gioia sia dei vecchi metalheads più incalliti ancora saldamente ancorati ai grandi nomi degli 80's ed inizi 90's, sia ai più giovani che potranno immergersi in un'opera che è la quintessenza dell'old school: tredici schegge che lasceranno al 100% soddisfatti alla fine dell'ascolto. Decisamente promossi... e bentornati!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 22 Aprile, 2022
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Mancavano all'appello da ormai dieci anni gli svedesi Miseration, da quel "Tragedy Has Spoken" uscito nel 2012 su Lifeforce Records; e torna oggi la band scandinava con questo "Black Miracles and Dark Wonders", dopo aver firmato un contratto che li lega a Massacre Records e dopo cambi di line up che hanno portato i Miseration ad avere una formazione di due soli elementi con Christian Älvestam alla voce e Jani Stefanović ad occuparsi di tutta la parte strumentale. Ed è anche una band cambiata nello stile quella che troviamo all'opera in questa nuova release: i Miseration di oggi uniscono diversi elementi dell'ampio spettro Death Metal svedese, da quello più duro e classico (Bloodbath, Dismember) fino a passaggi più groovy (Scar Symmetry) passando per il Melodic Death più roccioso degli Hyporcrisy e quello moderno dei Soilwork. Il risultato è che ci troviamo davanti ad un album che vuole essere allo stesso tempo granitico e catchy, bene o male riuscendoci. I Miseration infatti dimostrano di trovarsi a proprio agio sia quando spingono sull'acceleratore, abbandonandosi ad una violenza sonora di notevole impatto - senza mai dimenticare l'approccio melodico - ("Desecrate, Dominate, Eredicate"), sia quando cercano soluzioni più "semplici" ed orecchiabili, atte a portare dalla loro parte anche i metalheads più giovani (vedasi soprattutto il refrain con clean vocals di "Reign of Fate"). C'è però un problema di fondo, o un rischio a dirla meglio: ossia che l'eterogeneità di quest'opera potrebbe sia accontentare gli amanti di queste diverse sonorità, sia far storcere il naso a chi non è abituato a taluni approcci; dipende tutto, presumiamo, da come ognuno prenderà l'opera. Insomma, quest'ibridazione di stili può essere un'arma a doppio taglio per i Miseration, anche se va comunque dato loro atto che per composizione, esecuzione e produzione "Black Miracles and Dark Wonders" è un lavoro ben oltre la semplice sufficienza.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Aprile, 2022
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Sono arrivati a raggiungere il quindicesimo anno di carriera i finlandesi Corpsessed, band che - tra quelle della scena europea - ha sempre avuto particolari attenzioni dagli amanti del Death metal più cupo e melmoso, e che oggi lancia - come sempre per Dark Descent Records - il terzo album "Succumb to Rot" (contando che "Beyond Abysmal Thresholds" è una rivisitazione del debut album "Abysmal Thresholds"). Una band, i Corpsessed, che può puntare sull'enorme affiatamento dei membri, 4/5 dei quali sono in formazione sin dal primo momento - ed il bassista Tuomas Kulmala è comunque con loro dal 2016 - e che nonostante una certa linearità nel far uscire buonissimi lavori ha visto il proprio nome crescere tra i fans soprattutto nel 2018, con l'impressionante "Impetus of Death"; ebbene in "Succumb to Rot" possiamo constatare un'ulteriore maturazione del combo finlandese, una crescita esponenziale dovuta in primis ad uno spostamento delle sonorità verso i lidi del Death Metal più puro di scuola Incantation/Immolation, con le influenze derivanti dalla frangia Blackened e da quella Death/Doom che vanno quasi del tutto a scemare in questa nuova fatica. Il risultato è un disco che risulta essere più compatto e diretto, ma anche di più facile assimilazione rispetto i precedenti, grazie ad una struttura dei brani più lineare ed una produzione leggermente più focalizzata a far risaltare l'innata potenza del quintetto di Järvenpää. I due singoli apripista "Death-Stench Effluvium" e "Relentless Entropy" possono essere un buon biglietto da visita per avvicinarsi a quest'opera, ma detta sinceramente sarebbe un torto per il resto della tracklist non procurarsi questo lavoro: la terremotante "Spiritual Malevolence", la bestiale "Sublime Indignation", la possente chiusura affidata a "Pneuma Akathartos" sono altri esempi della bontà di quest'album e di come i Corpsessed appaiano molto ispirati in fase di songwriting. "Succumb to Rot", insomma, eleva ulteriormente i Corpsessed verso le più alte vette della scena old school Death Metal europea, tanto che non è eresia dire che al pari dei danesi Undergang ne siano la miglior espressione oggigiorno. Assolutamente promossi!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Aprile, 2022
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Raggiungono quota sette album i Desecresy, progetto finlandese nato come due e che dal 2017 vede ai posti di comando il cantante e polistrumentista Tommi Grönqvist; chi ha avuto modo di ascoltare qualcosa di loro in passato, saprà già a cosa ci ritroviamo di fronte, ossia una band che ha fatto dell'old school Death metal il proprio vessillo, senza mai cambiare di una virgola la propria proposta, che possiamo stilisticamente accostare a gruppi storici della scena finlandese (Demigod, Purtenance, Abhorrence), così come altri realtà storiche come Immolation, Bolt Thrower, Rottrevore e Grave - questi ultimi, almeno una punta -. Se i primi due lavori da one an band ("The Mortal Horizon" del 2017 e "Towards Nebulae" del 2019) lasciavano abbastanza a desiderare, essendo un confusionario concentrato di Death Metal old school alquanto scolastico, con questo "Unveil in the Abyss" le cose sembrano migliorare leggermente, complice magari una fase di scrittura più lunga di un anno rispetto al solito. Ovviamente, come già detto la proposta dei Desecresy è semplicemente immutata sin dagli esordi, ma almeno in quest'ultima fatica Grönqvist sembra aver ritrovato per lo meno un'ispirazione accettabile, mettendo sul piatto un riffingwork più incisivo condito da taglienti quanto cupe melodie, arrivando a rilasciare in quest'album anche un paio di buoni episodi come "Echo Beyond Time" e "Cult of Troglodytes". Per chi è un accanito collezionista di dischi Death Metal, specie chi scava nell'underground più profondo, "Unveil in the Abyss" è un lavoro che nella collezione non sfigurerebbe, ma essendo comunque ben consci che ci sono altri gruppi, anche più giovani, che oggi come oggi sono di un altro pianeta.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Aprile, 2022
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Questo prossimo agosto saranno esattamente 22 anni che il sottoscritto ha come hobby primario quello di recensire dischi di Metal estremo; ed in tutti questi anni, andando a memoria, è la prima volta che mi capita per le mani una band proveniente dal Pakistan: si tratta degli Azaab, quintetto proveniente da Islamabad che con questo "Summoning the Cataclysm" arriva alla pubblicazione del primo full-length, grazie ad una co-produzione tra Satanath Records (etichetta che si è recentemente rilocata in Georgia) e Maxima Music Pro. E diciamolo, quella degli Azaab è stata una piacevolissima scoperta. "Death Metal" è anzitutto una forma semplificata di quello che la band pakistana propone, dato che come possiamo ascoltare nei brani presenti nella tracklist - otto inediti tra cui un'intro, ed una cover di "The Empty Throne" dei Decapitated - i Nostri spaziano con estrema fluidità tra Brutal Death, Progressive Death e Technical Death. Manco a dirlo i Decapitated dei primi lavori sono una delle primarie influenze degli Azaab, insieme ai Nile - abbastanza scontato anche questo forse -; ma la cosa che maggiormente sorprende e colpisce in "Summoning the Cataclysm" è la naturalezza con cui gli Azaab riescono a passare da riffoni pesanti e ricchi di groove, ad aperture melodiche e tecnicamente elevatissime, come se i Cannibal Corpse si fondessero con gli Obscura (e l'esempio più lampante è l'ottima "When Worlds Collide"). Ma non solo il succitato singolo: "The Infernal Citadel", "Preachers of Hate", "B.L.O.O.D.B.O.R.N", persino la cover di "The Empty Throne", tutto è perfettamente eseguito da una band che appare sin da questa prima opera in ottima forma, soprattutto la coppia d'asce formata da Shahab Khan ed Afraz Mamoon, senza nulla togliere agli altri ovviamente. Perfettamente a cavallo tra modernità e vecchia scuola, "Summoning the Cataclysm" è un album che saprà certamente sorprendervi in positivo: provare per credere (citando un vecchio spot).

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