A+ A A-

Opinione scritta da Daniele Ogre

1493 risultati - visualizzati 1471 - 1480 « 1 ... 144 145 146 147 148 149 150 »
 
releases
 
voto 
 
5.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    28 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 28 Ottobre, 2016
Top 10 opinionisti  -  

Trovare un aggettivo che calzi ai Testament è impresa enormemente ardua. Questo perché, mentre tutte le altre leggende della scena mondiale (e mi riferisco ai vari Metallica, Slayer, Megadeth, ma anche Maiden, Judas Priest...) durante la loro carriera hanno avuto almeno una battuta a vuoto, con album riusciti poco o per niente riusciti, i Testament dal 1987, anno d'uscita del disco d'esordio "The Legacy" non hanno mai sbagliato un colpo, toccando il loro apice nel 1999, con quello che ad oggi è di sicuro tra i migliori album Thrash della storia: "The Gathering". Dopo di allora arrivano per Chuck Billy e soci tre buoni album ("First Strike, Still Deadly" nel 2001, "The Formation of Damnation" nel 2008 e "Dark Roots of Earth" nel 2012), ma che nulla hanno a che vedere con la magnificenza del suddetto "The Gathering". Fino ad oggi.

Già con l'uscita dei due singoli apripista, "Brotherhood of the Snake" e "Stronghold", i Testament hanno lasciato intendere che con questa nuova fatica le cose s'eran fatte estremamente serie. "Stronghold" soprattutto sembra quasi rappresentare, 17 anni dopo, una vera e propria continuità con QUEL disco. Poi vedi la line up, in cui a far compagnia al gigante nativo americano Chuck Billy troviamo il leggendario duo Peterson/Skolnick alle chitarre e una sezione ritmica che comprende Steve DiGiorgio e Gene Hoglan, ed allora la curiosità si trasforma velocemente in brama. Ed infine arriva il disco e l'ascolti. Ed erano anni che non provavo un'esaltazione simile nell'ascolto di un CD.

Tagliamo subito la testa al toro e rispondiamo alla domanda del titolo: è "Brotherhood of the Snake" il miglior disco Thrash degli ultimi 15 anni? Cazzo, sì! Un album praticamente perfetto in ogni suo più piccolo particolare, con un songwriting ispiratissimo ed un'esecuzione mastodontica (e grazie al ca..., direte voi). Dall'opening track, la già conosciuta title-track, fino alla conclusiva e highlight del disco (insieme a "Seven Seals") "The Number Game", possiamo ascoltare i Testament in un vero e proprio stato di grazia, capaci di colpire l'ascoltatore ad ogni singolo istante. E così si passa senza soluzione di continuità tra le bordate di "Stronghold" o "Centuries of Suffering" e i tempi cervellotici di "Neptune's Spear", pezzo in cui si ha la conferma di come Hoglan non sia solo ed esclusivamente una macchina da blast beats (ma ce n'era davvero bisogno?). Se poi alla canzone più ragionata dell'album, va a seguire una mattonata come "Black Jack" non si può che rimanere disorientati dai colpi che ti procura quest'opera.

In apertura scrivevo che è arduo trovare un aggettivo che calzi ai Testament. Ed è altresì arduo trovare un aggettivo che renda l'idea di come sia "Brotherhood of the Snake". Spettacolare? Fantastico? Meraviglioso? Dopo ogni ascolto, e non sono stati pochi credetemi, persino il senso stesso di "capolavoro" sembrava quasi perder di significato. I Testament hanno semplicemente rilasciato un album che è da mettere sullo stesso gradino di "The Gathering". Non solo il miglior disco Thrash degli ultimi 15 anni, come ho avuto modo di scrivere, ma anche uno da Top10 storica. Da acquistare senza alcun dubbio, anche a scatola chiusa.

Trovi utile questa opinione? 
40
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Ottobre, 2016
Top 10 opinionisti  -  

Quarta uscita discografica per gli Eisen, prima di quello che, stando alla bio presente sulla loro pagina Facebook, è il nuovo e definitivo corso della band. Nati nel 2002, prima di trovare quella che loro definiscono la perfetta amalgama tra membri e sound i nostri rilasciano nel tempo gli EP "Obscure Dimension" (2002) e "Sound of Death" (2007) e l'album "Overcoming All the Barriers" (2009). Il genere proposto oggi dagli Eisen è un discreto Cyber Death Metal - trovo abbastanza improprio l'uso del termine "Djent" in questo caso -, in cui elementi elettronici ben si fondono con il sound estremo proposto dalla band.

Quattro tracce, per un totale di circa 16-17 minuti, compongono "1536" - i gradi con cui si ha il punto di fusione del ferro -. Un EP interessante in ogni sua sfaccettatura, grazie ad un buon lavoro da parte degli Eisen in fase di composizione ed arrangiamento. Tecnicamente ineccepibile, con i synth che non sovrastano il tutto, ma anzi vanno ad integrarsi perfettamente col comparto strumentale, l'unica piccola pecca è riscontrabile nella produzione: una produzione più pulita e "pompata" avrebbe giovato sicuramente, ma siamo davvero a livelli di inezie. E questo perché comunque gli Eisen ci presentano pezzi come l'opener "Scream of Sorrow, Tears of Blood" o come "Forsaken", due belle mazzate mica da ridere. Ma in ogni caso, non male anche le altre due tracce restanti, "Blood on the Wings of a Butterfly" e "Black Rose". Certo, non bastano dei ritmi sincopati per poter menzionare i Meshuggah tra le influenze, ma comunque qui abbiamo del buon materiale per chi ama ascoltare musica che sia tecnicamente di un certo livello.

Che sia arrivato il momento di una svolta definitiva per gli Eisen? Beh, speriamo. Lasciare che qualcosa di così interessante resti confinato nella sfera degli EP da quattro pezzi è un peccato. Per chiudere, due consigli en passant: a voi lettori, di dare un ascolto a questa meritevole band; agli Eisen di scriver da qualche parte per lo meno chi suona cosa, che non sarebbe male, soprattutto per noi scribacchini.
Li aspetto con curiosità alla prossima, sperando che la prossima uscita degli Eisen sia finalmente un Full.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 25 Ottobre, 2016
Top 10 opinionisti  -  

Secondo Live Album in una carriera più che trentennale - contando anche gli anni in cui erano Executioner e Xecutioner - per una delle più grandi leggende della scena Death Metal mondiale, gli Obituary. Sono passati 27 anni da quello "Slowly We Rot" con il quale la band dei fratelli John e Donald Tardy segnava le direttive per la nascita del Death Metal floridiano e da allora gli Obituary non hanno praticamente cambiato di una virgola il loro sound, rimanendo sempre fedeli a loro stessi, alle loro sonorità. Sonorità che, appunto, nasce proprio da loro sostanzialmente.

Comunque sia, c'è poco da dire su questa nuova uscita targata Obituary rilasciata il 21 ottobre da Relapse Records. Due sono gli inediti in studio di questo disco e a loro è affidato il compito di aprire. "Loathe" e "Ten Thousand Ways to Die" sono classici pezzi nello stile Obituary: cadenzati, con riffoni di chitarra pesanti, QUELLA voce.. in definitiva: Death Metal, senza orpelli ipertecnici o rifiniture di chissà cosa. In pieno stile Obituary, né più, né meno. Il resto dell'album sono pezzi presi a piene mani da un po' tutta la discografia della band, ognuno registrato in una città diversa, che non fa che confermare quello che è un dato di fatto da sempre: dal vivo sono una macchina inarrestabile, oliata da migliaia di live. Non credo esista deathster che non abbia mai visto live gli Obituary, quindi saprete di certo cosa intendo. D'altro canto, se invece qualcuno c'è... oh, andiamo! Non vi vergognate? Ma dai!

Tirando le somme finali, non credo in definitiva che "Ten Thousand Ways to Die" sia un "must have", non in una visione da ascoltatore medio. Se si è deahtsters a tutto tondo o, ancor più, dei fans degli Obituary, invece, ecco una nuova uscita da inserire immediatamente in collezione. Per chi non ha la fortuna di poterli vedere così spesso sul palco, è almeno un buon modo per ovviare. Circa.

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    17 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 18 Ottobre, 2016
Top 10 opinionisti  -  

Ai giorni nostri, ormai, spuntano gruppi Djent come fossero funghi. Un genere che troppo spesso, a mio avviso - e so che questa prossima affermazione piacerà pochissimo agli amanti di questo genere -, sembra quasi consistere in una gara "a chi ce l'ha più lungo", tecnicamente parlando, con gruppi su gruppi che sformano le loro personali "masturbazione su strumento". Ma ognuno di questi risulta sempre categoricamente freddo. E se tanti gruppi esistono oggi, lo si deve soprattutto - o dovrei dire solo? - ad una band proveniente dalla Scandinavia, più precisamente da Umeå, Svezia: i Meshuggah, tornati ad imporsi sul mercato con questo nuovo album uscito lo scorso 7 ottobre per Nuclear Blast, dal titolo che va a scomodare il cupo capolavoro di Francisco Goya, "Il sonno della ragione genera mostri". E "The Violent Sleep of Reason" dei Meshuggah è altrettanto cupo, oltre ad essere ipertecnico e un tantino "freddo": tutti marchi di fabbrica di Jens e soci.

Si è parlato molto di questo album ancor prima dell'uscita, grazie alla notizia diffusa a seguito di un'intervista del batterista Tomas Haake - a proposito: ma è umano? Quante gambe e braccia ha? - a Metal Hammer, in cui affermò che "The Violent Sleep of Reason" era stato registrato in presa diretta, per dare un tocco più "vivo" rispetto ai lavori, definiti da lui stesso "troppo perfetti", del passato. C'è anche chi ha messo in dubbio tali affermazioni, sbagliando, anche se in parte. Vero è che non proprio tutto tutto è stato registrato in presa diretta, ma buona parte dell'album sì e lo si può facilmente capire dal timbro vocale di Jens Kidman, molto più simile alle sue performance on stage, piuttosto che quelle cui ormai siamo abituati ad ascoltare su disco.

Cominciamo a parlare dell'album da una verità assoluta: i soli due pezzi iniziali valgono da soli l'acquisto del disco. "Clockworks" è il brano scelto come Official Video dalla band ed il perché è presto detto: con l'altro singolo, "Nostrum", rappresenta il manifesto di quasi 30 anni di carriera dei Meshuggah. Al pari di quel tornado che risponde al titolo di "Born in Dissonance" - e già il titolo dice tutto - è una dichiarazione d'intenti chiarissima: "Suonate quello che vi pare, noi siamo i Meshuggah e questo genere praticamente l'abbiamo inventato". E credetemi che è una gioia per le orecchie sentire i Meshuggah così in forma smagliante, lasciandosi alle spalle quello che per me è il solo vero passo falso della loro carriera, ossia quella noia siderale di "Koloss". A colpire è la varietà di sfumature che compongono quest'album: con "Stifled" e, ancor più, "Ivory Tower" abbiamo i classici pezzi da mal di testa, "MonstroCity" e "Our Rage won't Die" son pezzi più prettamente solidi e diretti, mentre "By the Ton" e la conclusiva "Into Decay" sono le canzoni che più s'avvicinano ai toni cupi del capolavoro di Goya che ha ispirato il titolo di quest'opera.

Poco meno di un'ora - 58 minuti per essere esatti - bastano ai Meshuggah per dimostrare senza lasciar dubbio alcuno che, per quanto ci si possa sforzare, nessuno al mondo può essere come loro. Ancora una volta il quintetto svedese riesce a stupire per come riesce a far convivere picchi tecnici senza eguali ed un'impronta di violenza che non vuol sapere di andarsene dal loro sound. Ad oggi, e credo resterà così, una delle 5 migliori uscite del 2016, il cui acquisto è quasi un obbligo morale verso sé stessi. Ah.. e un'ultima cosa: se siete batteristi e non avete intenzione di mollare il vostro strumento, evitate accuratamente di guardare il video Drum Playthrough di "Clockworks"... Tomas Haake è semplicemente disumano!

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    07 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 07 Ottobre, 2016
Top 10 opinionisti  -  

Mi sono avvicinato con curiosità a questo split cd a nome "Mondoscuro", che vede coinvolti gruppi non da poco come Cadaveria e Necrodeath. E? E il risultato, alla fine è un disco particolare, uno split diverso da quel che sono solitamente i dischi così, ma che presenta luci ed ombre.

CD particolare, dicevamo. Questo per come è stato costruito "Mondoscuro": ognuna della band mette sul piatto tre pezzi, ossia una canzone dell'altro gruppo, un pezzo proprio ed una cover. Si parte con la riproposizione di Cadaveria di un grande classico dei Necrodeath: "Mater Tenebrarum", dal seminale "Into the Macabre". La versione di Cadaveria rende giustizia e da nuova linfa vitale ad una canzone uscita ormai quasi 30 anni fa; apprezzabile la parte finale - "Inferno" di Keith Emerson -, in cui compaiono anche diversi ospiti: la soprano Lindsay Schoolcraft (dai Cradle of Filth), Tiziana Ravetti (dramatic soprano), Cristiano Caldera (tenore) e l'organista Ignis Forasdomine. Risultato discreto anche per i Necrodeath sulla rivisitazione della canzone di Cadaveria, anche in questo caso un classico, "Spell". Altro giro, altra cosa, altro pezzo e arriva "Dominion of Pain", con i Cadaveria a loro agio sul loro terreno. Sufficiente ma meno convincente della traccia precedente è "Rise Above" dei Necrodeath, che si riprende verso la fine quando entra in gioco anche la voce ospite, Cadaveria stessa. Ed eccoci quindi alla nota dolente di "Mondoscuro". Parecchio dolente, per il sottoscritto. "Christian Woman", cover dei Type O Negative eseguita dai Cadaveria. E purtroppo l'esecuzione non rende giustizia ad una canzone leggendaria, senza contare che con in mente l'inconfondibile vocione di Peterone Steele, la prova della pur sempre brava Cadaveria farebbe (farà?) storcere il naso a più persone. Chiude il disco una cover ad opera dei Necrodeath, la già usata ed abusata "Helter Skelter" dei Beatles. Ma per quanto la si sia ascoltata in tutte le salse, in qualsiasi modo la si riproponga, "Helter Skelter" fa sempre la sua figura. Così, anche questa versione dei Necrodeath si lascia ascoltare bene.

Tirando le somme, "Mondoscuro" è un disco che, a mio avviso, nulla aggiunge e nulla toglie alla discografia ed alla carriera di Cadaveria e Necrodeath. E' alla fine un album sufficiente ma che, credo, per un "ascoltatore casuale" rischia di finire semplicemente nella pila dei CD dopo un paio d'ascolti. Discorso diverso se si è fans delle suddette bands, nel qual caso potreste trovare sicuramente pane per i vostri denti. Insomma, senza infamia e senza lode, un ascolto "tranquillo" con buona musica. Ma quella cover dei Type O Negative.......

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
5.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    06 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 06 Ottobre, 2016
Top 10 opinionisti  -  

Potrebbe quasi sembrare un azzardo quella che è la proposta dei romani Riti Occulti. Nati nel 2011 come un duo (Niccolò Tricarico e Ivano Mendola) con solo basso e percussioni, l'act capitolino si è man mano evoluto nel progetto che arriva oggi e con una line up allargata a cinque elementi che comprende, oltre al bassista e fondatore Niccolò, le vocalist Serena Mastracco (scream) ed Elisabetta Marchetti (clean), il batterista Francesco Romano e Giulio Valeri, che si occupa dei synth.

Il mix tra Black e lo psichedelico Doom settantiano dona al sound dei Riti Occulti un che di... occulto!, per l'appunto, di esoterico. Possiamo tranquillamente affermare che, ad ogni pezzo, sembra di assistere davvero ad un rito: sotto questo punto di vista, insomma, l'intento della band è pienamente raggiunto. Sul piano prettamente musicale, il sound non risente minimamente dell'assenza di chitarre. Anzi proprio questa mancanza da ai Riti Occulti una particolarità in più, andando a toccare registri prettamente molto bassi, sui quali il lavoro delle due voci è praticamente perfetto. Non posso che constatare quanto sia giusto quanto scritto nelle info che accompagnano "Tetragrammaton" - che per inciso, è il terzo album per i nostri -: il tutto ha un sapore quasi liturgico, grazie alle impressionanti atmosfere, che ben si amalgamo, poi, col pesantissimo tappeto sonoro della sezione ritmica. Non mancano poi incursioni più etniche, come in "Atziluth", traccia col quale i Riti Occulti ricorrono a spettacolari sonorità mediorientaleggianti. Già prima, infine, ho lodato il lavoro delle due cantanti, Serena ed Elisabetta, ma non posso esimermi dal parlarne per un momento più nello specifico. Non è mai cosa tanto semplice fondere insieme due stili vocali così differenti, essendoci il rischio che, se non eseguito perfettamente, il tutto risulti un pastone. Fortunatamente non è questo il caso, ed anzi vi dirò che era tempo non mi capitava di ascoltare qualcosa di così perfettamente unito. Da vocalist estremo, poi, non posso nemmeno esimermi dal complimentarmi per la maestosa prova di Serena Mastracco: ne sono rimasto piacevolmente impressionato.

Volendo andare a fare gli iper-pignoli e cercando di sezionare "Tetragrammaton" pezzo per pezzo, secondo per secondo, non riesco a trovare un difetto che sia uno. Persino la produzione, volutamente con suoni più sporchi, settantiani, che di mio sopporto ben poco, qui non stonano per nulla. Anzi, non riuscirei ad immaginare una produzione diversa per i Riti Occulti. Il quintetto romano è, ad oggi, tra le tre realtà più importanti della scena Black/Doom nazionale, con i fiorentini Svlfvr ed i napoletani Naga. Album da prendere, ascoltare e riascoltare, possibilmente con solo le luci delle candele. A poco meno di tre mesi dalla fine di questo 2016, non è un azzardo dire che "Tetragrammaton" si attesta tra le migliori uscite dell'italico suolo per quest'anno. E così sia.

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    04 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 04 Ottobre, 2016
Top 10 opinionisti  -  

Quarto album per gli olandesi Detonation, band Melodic Thrash/Death in cui militano membri o ex membri di Heidevolk (Koe Romeijn), Delain (Otto Schimmelpenninck van der Oije), God Dethroned e Prostitute Disfigurement (Mike Ferguson in tutt'e due). Nati nel 1997 i Detonation rilasciano i primi tre album per la francese Osmose Production, mentre quest'ultimo, "Reprisal", esce nel 2011 autorpodotto. Dopo un paio d'anni di pausa la band torna e trova il deal con la Vic Records, che abbiamo già "incontrato" con "Reflections of the Mind" dei Pestilence, che dà una official release al suddetto album.

Nei 35 minuti circa di "Reprisal" possiamo sentire una band in forma smagliante, capace di tirare fuori un disco che, nonostante sia del 2011, non risente tutt'oggi degli anni passati, risultando comunque attuale e anche di gran lunga superiore a molti altri nello stesso genere. staccandosi totalmente dai canoni del classico Death Metal olandese, il sound dei Detonation risente soprattutto delle nordiche influenze del Melodic Death svedese. Risultato finale è un disco che risulta essere un continuo cazzotto alla bocca dello stomaco, fatto di riff taglienti ed altresì melodici, e una sezione ritmica incalzante. Mi risulta estremamente difficile scegliere uno o più pezzi da preferire rispetto agli altri: ognuno di essi, dall'opener "Enslavement" alla conclusiva "Insults to my Heritage", lascia il segno. Come credo lasci decisamente il segno (leggasi lividi sparsi) vederli dal vivo. In un album che fa della velocità esecutiva il proprio marchio, è la parte centrale del disco quella che colpisce più duramente, con "Ruptured" e "Absentia Mentis", nelle quali sono proprio le parti più "lente" a prendere in pieno petto l'ascoltatore.

Credo ci sia ben poco da aggiungere. Per quanto riguardo un commento prettamente soggettivo, "Reprisal" dei Detonation è tra le più piacevoli sorprese ascoltate in questo 2016, pieno zeppo di uscite notevoli. I fan della frangia più dura del Melodic Death - At the Gates, primi In Flames - sono caldamente invitati a far loro questo lavoro. Non ne rimarrete per nulla delusi, credetemi.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    04 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 04 Ottobre, 2016
Top 10 opinionisti  -  

Disco per nostalgici quest'ultima uscita targata Pestilence, la leggendaria Progressive Death Metal band olandese seminale, insieme ai vari Asphyx e Sinister, tanto per far due nomi, di quello che sarà il caratteristico Death Metal centro-europeo. Con "Reflections of the Mind" possiamo dare uno sguardo, come da titolo, al passato più lontano della band fondata dal Patrick Mameli.

"Reflections of the Mind" è infatti formato da canzoni prese da un rarissimo demo del 1992 (le prime tre: "Reflections of the Mind", "Searching the Soul" e "Times Demise") e in aggiunta 15 rehearsal tracks, tutte che andranno poi in "Testimony of the Ancients" e "Spheres". Vista così, quest'uscita potrebbe sembrare buttata lì solo per l'effetto-nostalgia o per accalappiare i fans della band olandese. Ma non è propriamente così. Questo perché tutti i pezzi qui presenti fanno parte di un periodo di passaggio. In ognuno di questi è possibile sentire le prime avvisaglie degli elementi che porteranno i Pestilence dall'essere "solo" una band Death Metal alla leggenda del Progressive Death Metal che son diventati poi. La valenza di "Reflections of the Mind" è questa: "partecipare" ad un momento di passaggio dei Pestilence. Alla fine, le uniche due vere novità sono il re-mastering opera di Dan Swanö degli Unisound Studio e l'artwork dell'artista napoletano Roberto Toderico (Asphyx, Sinister, Soulburn e molti, moltissimi altri).

Tirando le somme, se siete fans dei Pestilence potreste trovare "Reflections of the Mind" quantomeno interessante. Magari non una di quelle uscite imprescindibili, ma da collezionista quest'uscita ha il suo perché.

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
5.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    30 Settembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 30 Settembre, 2016
Top 10 opinionisti  -  

Quando i Brujeria mossero i loro primi passi, nel 1989, la città di Los Angeles era nel pieno dei gravi problemi razziali che portarono infine, tre anni dopo, ai tumulti in seguito all'uccisione di Rodney King. La band capitanata dal carismatico leader Juan Brujo, da sempre circondatosi da musicisti leggendari della scena estrema mondiale, tutti sotto pseudonimo - si elevò, possiamo dire, a voce violenta delle minoranze, con quel "Matando Gueros" che oggi è leggenda. Da allora son passati tantissimi anni, ma tanti ne sono passati anche dall'ultimo album dei Brujeria prima di questo "Pocho Aztlan": sedici, per la precisione, da "Brujerizmo", del 2000. Cosa non è cambiato è lo stile dei "Narcos del Grind": Grindcore duro e puro, con la solita vena "cattiva" ed irriverente e tematiche che riguardano droghe, satanismo, sesso, razzismo, politica. A differenza però del grezzissimo (e lontano) "Matando Gueros", oggi i Brujeria possono contare anche su una produzione maestosa. Cosa che non dovrebbe stupire, dato che "Pocho Aztlan" è edito da Nuclear Blast.

Come sempre non c'è un attimo di respiro in una produzione dei Brujeria. Fatto salvo per la voce narrata all'inizio di "Pocho Aztlan", l'album è un assalto frontale senza soluzione di continuità in cui Juan Brujo e soci - tra i quali spicca, lasciatemelo dire, il drumming monolitico di Hongo Jr., pseudonimo sotto cui si cela nientepopodimenoche Nicholas Barker, ossia Sua Maestà IL Batterista Estremo - sfogano i 16 anni di silenzio. La maschilista "Culpan la Mujer", le violentissime "Ángel de la Frontera", "Satongo" e "Debilador", la granitica "No Aceptan Imitaciones", pezzo scelto per il Lyric Video come preview del disco, la delirante "México Campeón", la groovy "Bruja"... tutto è lanciato 'straight on your face', nel più classico stile dei Brujeria. Un capitolo a parte lo meritano poi due pezzi. In primis, il singolo da cui è stato tratto il primo videoclip di "Pocho Aztlan". "Plata o Plomo" è un'espressione che, se non fosse stato per la serie di Netflix "Narcos" non molti di noi avrebbero conosciuto; è invece ormai facile far risalire quest'espressione a "El Patron", Pablo Emilio Escobar Gaviria, tributato dai Brujeria da questa canzone il cui video non è propriamente per stomaci deboli. Altra menzione particolare va alla conclusiva "California über Aztlan" - in cui alla batteria, così come in "Debilador", c'è El Podrido, alias Adrian Erlandsson degli At the Gates -, cover rivisitata dei Dead Kennedys; una traccia che potrebbe sembrare forse anche nulla di che, ma che invece lascia intendere come anche nelle più piccole sottigliezze Juan Brujo non lasci assolutamente nulla al caso. Infine, anche se non presente nell'album, va assolutamente menzionato il singolo che ha preceduto l'uscita di "Pocho Aztlan", dedicato a quello che è quasi certamente oggi il nemico numero 1 dei messicani che vivono negli States: "Viva Presidente Trump". Un 7" andato subito sold out e rivenduto oggi a cifre assurde su ebay.

Abbiamo dovuto aspettare sedici anni perché i Brujeria dessero un successore a "Brujerizmo", ma lasciatemelo dire: più s'ascolta "Pocho Aztlan" più ci si rende conto che, nonostante lunga l'attesa, ne è valsa la pena. Non c'è praticamente nulla da aggiungere se non che questo è un classico album dei Brujeria: violento, irriverente, rabbioso. Finalmente i Brujeria sono tornati. ¡Que viva México, cabrones!

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    28 Settembre, 2016
Top 10 opinionisti  -  

Devo ammettere che era qualche anno ormai che non mi capitava di recensire un demo - seppure quasi tutti usan definirli EP ormai -, quindi non posso che ritenermi fortunato che ad essermi capitato tra le mani sia questo "Livores", EP di debutto del duo siciliano Hertz Kankarok. I due musicisti di Acireale (Hertz Kankarok alla voce e Dario Laletta che si occupa di tutte le parti strumentali) mettono a frutto con questo loro lavoro i primi 3 anni di cospicua collaborazione.
Un EP, "Livores", che risulta essere estremamente particolare, dato anche il fatto che non è collocabile in un genere preciso. Partendo da quella che potremmo definire una base Gothic/Doom, HK e Dario sperimentano varie fusioni, inserendo elementi che spaziano tra l'Experimental e l'Avantgarde, con il risultato finale di un lavoro che non è mai banale. Per quanto ci siano solo tre pezzi, la durata è di tutto rispetto: stiam parlando di oltre 25 minuti in cui la band sicula mette sul piatto tutto quel che può, presentandoci un biglietto da visita non affatto male. Le linee vocali varie di HK, tra lo scream crust e le clean, passando per momenti in "Our Will Injection" in cui si può scomodare persino Tom Araja (ascoltare per credere), s'integrano alla perfezione con l'ottimo lavoro strumentale di Dario Laletta, polistrumentista che, lo devo dire, ha bel gusto. Unico punto un po' più debole di "Livores" è forse la conclusiva "Occvlta Plaga Inferorvm"; non tanto per il pezzo in sé, veramente molto, molto buono, musicalmente parlando forse addirittura il migliore e con sapienti cambi delle linee vocali, ma c'è quel qualcosa che "stona" nell'insieme. E, ahimè, credo sia il cantato in italiano.
Son passati tre anni dalla fondazione del progetto a questo primo lavoro. Spero che non ne passino altrettanti perché Hertz Kankarok dia un successore all'interessantissimo EP appena ascoltato. Come detto, "Livores" è, per il duo siciliano, un biglietto da visita di cui tenere decisamente conto.

Trovi utile questa opinione? 
60
Segnala questa recensione ad un moderatore
1493 risultati - visualizzati 1471 - 1480 « 1 ... 144 145 146 147 148 149 150 »
Powered by JReviews

releases

Tornano dopo ben dodici anni i death/thrashers floridiani Solstice
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Grimgotts: i 3 EP in un unico album con aggiunta di inediti
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Dalla (probabile) tomba degli Oath Div. 666 risorgono i Disembodiment
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
In attesa del nuovo full-length, gli Ereb Altor rilasciano un buonissimo nuovo EP
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Solo una sufficienza per il nuovo disco dei Bloody Hell
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Tornano dopo otto anni i francesi Seth, ma con quello che è il loro miglior disco
Valutazione Autore
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Autoproduzioni

Gli Immortal Sÿnn virano verso il thrash
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
"Conquistador", il debutto super-complesso degli Stone Healer
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Haunt: nel segno della tradizione
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Agli Hellsike! serve un cantante migliore
Valutazione Autore
 
1.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Assolutamente promosso il debut album omonimo degli inglesi Cult Burial
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Dama, un progetto interessante per chi si nutre di hard rock e metal a 360 gradi
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

partners

No tabs to display

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla