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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Gennaio, 2017
Ultimo aggiornamento: 15 Gennaio, 2017
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Inutile negarlo: c'era una certa attesa riguardo questa decima fatica dei leggendari Asphyx, per svariati motivi. In primis perché dal loro ritorno, nel 2007, grazie a due ottimi album come "Death... the Brutal Way" e "Deathhammer" gli Asphyx hanno finalmente raggiunto lo status che compete loro, ossia quello di uno dei gruppi principali della scena Death Metal europea. Anzi, possiamo tranquillamente affermare che adesso sono LA Death Metal band in Europa. Altro motivo di questa impaziente attesa è stato l'abbandono dello storico batterista e fondatore Bob Bagchus e il domandarsi come se la sarebbe cavata il suo sostituto. Fortunatamente a sostituire uno dei membri fondamentali degli Asphyx è arrivato il tedesco Stefan "Tormentor" Hüskens, che molti già conoscono e apprezzano per i suoi Desaster. Sono dunque state vane tutte queste aspettative su "Incoming Death" degli Asphyx? Ma neanche per il c***o!

Come ovvio non ci si deve aspettare dal colosso olandese uno stravolgimento del proprio stile: il Death/Doom che per la maggiore va nel Centro Europa, Olanda soprattutto, è praticamente una loro invenzione, un marchio di fabbrica distinguibile tra mille, inconfondibile. Quindi, seppur qualche accenno più melodico qua e là lo si ritrova, per merito o colpa, a seconda di come la si vede, soprattutto della militanza di Baayens negli Hail of Bullets, la sostanza non cambia: blast beats banditi, slow, mid e up tempos come se piovesse, un incedere potente e letale, marziale, apocalittico, sulfureo. Tutto quello che ha fatto degli Asphyx quello che sono, insomma. Soprattutto, e da cantante estremo non posso non menzionarlo, l'inconfondibile ugola di Martin van Drunen, con quello stile marcio che solo lui e mr. John Tardy sono capaci di rendere al meglio.

Se con i primi due pezzi, "Candiru" e "Division Brandeburg" gli Asphyx decidono di sparare le prime cartucce più veloci e violente, subito decidono di rientrare nei loro canoni con "Wardroid", la traccia più Doom dell'intero lavoro, e la mastodontica "The Feeder". Arrivati al quinto pezzo, il quinto consecutivo assolutamente incredibile, ci si rende definitivamente conto di come Paul Baayens, principale compositore degli Asphyx, sia in un totale stato di grazia: songwriting ispiratissimo, con riff che fanno letteralmente scuola, da far ascoltare ed imparare a chi decide di suonare questo genere. "The Grand Denial" è, assieme al secondo singolo "Forerunners of the Apocalypse", il momento più alto del platter: slow e mid-tempos che imperano su di un pezzo che vive il miglior momento melodico del disco grazie all'assolo di Baayens; l'incedere marziale e sulfureo della prima parte può sembrare il montare della lava in un vulcano, con l'accelerazione che arriva a metà canzone che è la vera e propria eruzione, per poi rallentare di nuovo (l'incedere distruttivo e mortale della lava). Tra i due pezzi sopraccitati abbiamo il primo singolo estratto: la title-track, song più corta e per certi versi "semplice" del lotto. Per "Subterra Incognita" si può spendere un solo aggettivo: mortale. Una testo post-apocalittico, un mondo ormai morto che si presenta con le parole "In sinister labyrinths/A world deep down below/Live the tunnel dwellers/The people known as moles/Network of forsaken caverns/Extensive catacombs/Compounds of several thousand/Who went down called it home". Penultima gemma di "Incoming Death" è "Wildland Fire", non il miglior pezzo dell'album (come detto questo traguardo spetta all'accoppiata "The Grand Denial"-"Forerunners of the Apocalypse"), ma di sicuro quello dove l'ispirazione di Paul Baayens raggiunge il proprio apice, grazie ad un riffing-work STRE-PI-TO-SO. Chiusura d'album che spetta infine alla lunga suite "Death: the Only Immortal", manifesto finale di un album totalmente perfetto.

E per l'appunto, "Incoming Death" è un album perfetto in ogni singola componente. Non si può che dare merito, ad esempio, a Dan Swanö per il suo incredibile lavoro di produzione: i suoni sono chiari e potenti, ma non sminuiscono di una virgola il marciume cui gli Asphyx ci hanno abituati. Come avrete avuto modo di vedere attraverso le recensioni che ho già fatto delle molte ristampe della Vic Records, questo particolare stile Death/Doom è forse il principale genere suonato in Olanda, ma "Incoming Death" va a marcare ulteriormente un punto importante. Ossia: ci sono tanti gruppi Death/Doom; e ci sono gli Asphyx. Unici, inimitabili. Signori e padroni della scena Death Metal europea.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Gennaio, 2017
Ultimo aggiornamento: 13 Gennaio, 2017
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Ammetto che non ho mai seguito più di tanto i DevilDriver, band formata dal cantante Dez Fafara dopo lo scioglimento dei suoi Coal Chamber. All'epoca i DevilDriver erano solo l'ennesima band Nu Metal, genere che mai ho potuto soffrire. E quindi era solo l'ennesima band che per me era inutile ascoltare. E così è sempre stato, con qualche ascolto sporadico di qualche pezzo sparso qua e là, in maniera del tutto distratta fondamentalmente. Tradotto in soldoni, il qui presente "Trust no One" è il primo album completo che ascolto di Fafara e soci: e devo dire che in parte mi ha sorpreso. Sarà in primis perché i DevilDriver hanno abbandonato il Nu Metal degli esordi, per spostarsi verso lidi sì Groove Metal, un genere che possiamo tranquillamente definire figlio diretto del Nu, ma con una forte componente Melodic Death.

Ma sorpreso non vuol dire che i DevilDriver mi abbiano impressionato. "Trust no One" è un disco che può contare su una produzione solidissima, con suoni chiari e potenti, che mostra una band che sa il fatto suo tanto nei momenti più Groove ("My Night Sky"), sia quando spingono sull'acceleratore come in "This Deception", in cui molti potranno risentire sonorità che possono ricordare il MeloDeath più moderno, ossia quello degli In Flames prima che si rincoglionissero del tutto. Quindi tutto a posto, no? Eh, no. L'album è buono, suonato bene, prodotto pure meglio, ma c'è questa brutta cosa che le recensioni sono pensieri del tutto soggettivi. Quindi da quello che è il mio punto di vista c'è un qualcosa che mi ha spinto spesso, durante i vari ascolti del disco, a mettere in pausa per un po' per poi riprendere. Sarà che questo giostrarsi dei DevilDriver tra il Groove ed il MeloDeath moderno, con la prima componente comunque maggioritaria, potrà a molti piacere, ma a me dopo un po' viene a noia. Nonostante alcune delle canzoni, prese singolarmente, non siano nemmeno male, come la già citata "This Deception", l'opener "Testimony of Truth" e "Daybreak", con quest'ultima che è la miglior traccia dell'album a mio avviso.

In un'ultima analisi, dunque, questo "Trust no One" farà sicuramente la felicità dei fans della band e degli amanti del Groove e delle sonorità più moderne, mentre d'altro canto per me restano una band da prendere a piccole dosi, continuando ad ascoltare qualche pezzo qua e là, come l'ottima "Daybreak" appunto. Ma andando oltre i gusti personali, non posso dire che il lavoro dei DevilDriver sia insufficiente: in tutta onestà è un album che supera senza problemi la sufficienza e che, come detto, sarà ascolto fisso per molto tempo per i fans della band.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Gennaio, 2017
Ultimo aggiornamento: 12 Gennaio, 2017
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Primo album per i frusinati ShadowThrone, band formata nel 2014 da Steph, chitarrista che, nei 10 anni precedenti, ha militato nei Gothic metallers romani Theatres des Vampires. Una militanza che in certi frangenti è riscontrabile anche in questo lavoro, ma ci arriveremo dopo. Formatisi nel 2014, dicevamo, gli ShadowThrone rilasciano un primo EP, "Through the Gates of Dead Sun", nel 2015, prima del deal con la Zero Dimensional Records e l'uscita (domani, 14 gennaio) di "Demiurge of Shadow".

Un album in cui sono riscontrabili influenze diverse che variano dai classici Dimmu Borgir e Cradle of Filth fino ad Iron Maiden e Mercyful Fate. E sono nei momenti in cui un sound Heavy si fonde allo stile Symphonic Black degli ShadowThrone che abbiamo, a mio avviso, i momenti migliori, come ad esempio in "Theories Behind Chaos". Poco su dicevo come si può facilmente intuire che l'aver suonato nei Theatres des Vampires potesse aver influenzato il songwriting di Steph; effettivamente è così, soprattutto per quanto concerne le parti orchestrali, dal flavour molto più Gothic rispetto a quanto magari ci si potrebbe aspettare. Abbiamo poi la canzone "Seal of Opulence" che strutturalmente anche, oltre che per sonorità in generale, potrebbe ricordare l'ex band del fondatore. E' la seguente "Daemonius", comunque, ad avermi colpito maggiormente; in questo pezzo forte è l'alone del Re Diamante, senza che però il tutto si riduca ad una mera scopiazzatura, anzi. Il disco scorre abbastanza agevolmente, senza risultare mai noioso anche grazie alla non staticità del sound. Se proprio si vuol fare i puntigliosi, credo che probabilmente una produzione che avesse pompato maggiormente i suoni avrebbe giovato al risultato finale.

"Demiurge of Shadow" è un disco che si ascolta piacevolmente, che scorre, che "fa il suo". Non s'ascolta nulla di innovativo, sia chiaro, ma resta comunque il fatto che gli ShadowThrone hanno tirato fuori un lavoro abbastanza interessante in un genere che, ormai, non ha nulla di nuovo da dire da tanti e tanti anni. Adesso, personalmente, non resta che togliermi la curiosità di vederli dal vivo il prossimo marzo di supporto ai Rotting Christ (in un live in cui ci saranno gli amici fraterni Dewfall e Scuorn anche).

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Opinione inserita da Daniele Ogre    31 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 02 Gennaio, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Cosa si può dire dei Dark Tranquillity che non sia stato già detto? In oltre 25 anni di carriera, tutti vissuti con Mikael Stanne, Niklas Sundin e Ander Jivarp, il colosso svedese del Melodic Death non ha praticamente mai sbagliato un colpo, sapendo procedere imperterrito per la propria strada, reinventandosi, aggiungendo nuovi elementi al sound quando ce n'era bisogno, andando ogni singola volta ad arrivare all'eccellenza, con ogni album praticamente perfetto. I Dark Tranquillity del 2016 sono riusciti nell'impossibile impresa di sforare il tetto della perfezione con un album, questo "Atoma", che dovrebbe essere preso ad esempio da ogni musicista che faccia Metal. "Atoma" è, difatti, un disco perfetto in ogni suo singolo aspetto.

A cominciare da una delle più clamorose triplette iniziali che ricordo in quasi 30 anni di ascolti Metal: "Encircled", seguita da quei due capolavori assoluti che sono "Atoma" e "Forward Momentum", sono un'apertura di album a dir poco magnifica. Canzoni che ci mostrano i Dark Tranquillity in un vero e proprio stato di grazia, con il neo entrato bassista Anders Iwers che dà il suo apporto magnificamente; cosa che non dovrebbe stupire, dato che stiamo pur sempre parlando di quello che è lo storico bassista dei Tiamat! Ma ciò che subito si nota soprattutto, e qui mi lego al titolo della recensione, è che mai, nei dieci album precedenti, si è mai potuto ascoltare un Mikael Stanne così in forma. Quella che è ormai una vera e propria leggenda vivente ha dato fondo alla più incredibile performance della sua carriera, a mio avviso: e le già citate "Atoma" e "Forward Momentum" valgono decisamente come esempio. L'album prosegue senza sosta con altre canzoni una più bella dell'altra, in cui la componente Melodic la fa da padrona, in quel mix di sfuriate e passaggi "onirici" che han fatto dei Dark Tranquillity quello che sono ora. La diretta "Neutrality" precede la più sapientemente arrangiata "Force of Hand", cui seguono le varie "Faithless by Default", The Pitiless" (primo singolo estratto prima dell'uscita dell'album), "Our Proof of Life" (dove nuovamente clean e growlin' vocals di Stanne sono dosate alla perfezione), "Clearing Skies" col suo spettacolare riff iniziale, "When the World Screams" dal refrain irresistibile, la chiusura affidata agli otto minuti finali delle bellissime "Merciless Fate" e "Caves and Embers".

Songwriting ineccepibile, testi fantastici, strumentisti a pienissimo regime, Stanne al microfono come mai si è potuto sentire prima, melodia e compattezza. Trovare un difetto ad "Atoma" sarebbe come cercare il proverbiale ago nel pagliaio. E non lo si troverebbe nemmeno bruciandolo, il pagliaio. Senza se e senza ma, "Atoma" dei Dark Tranquillity è uno di quei dischi da avere nella propria collezione. Non si può che levarsi il cappello dinanzi a cotanta maestria concentrata in poco meno di 50 minuti di perfezione assoluta.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    31 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 31 Dicembre, 2016
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Dire che la storia dei belgi Exoto è travagliata è quasi un eufemismo. Fondati nel 1989, sono rimasti dapprima attivi fino al 1996, facendo in tempo a far uscire tre demo ("Waiting for the Maggots", "And then you Die" e "The Fifth Season") e due album ("Carnival of Souls" e "A Thousand Dreams Ago", nel cui mezzo c'è da annotare la morte del chitarrista Didier Mertens, avvenuta nel 1994 per un incidente d'auto). Scioltisi, ritornano poi nel 2013, rilasciando l'anno dopo il terzo album, "Beyond the Depths of Hate", per Vic Records. Dopo un nuovo assestamento, gli Exoto sono tutt'oggi attivi con una line up che comprende il solo membro fondatore rimasto, il cantante Chris Meynen, e quattro nuovi membri entrati solo quest'anno, tra i quali spicca il bassista ex-Emeth Kevin Schutters. E si spera che con questa formazione arrivi finalmente un album interamente nuovo, visto che "Beyond the Depths of Hate" comprende comunque nuove versioni di canzoni presenti nei demo e nei primi due album.

Il disco che abbiamo in esame è una ristampa "2 in 1", che comprende per intero i demo del 1991 e del 1992, "And then you Die" e "The Fifth Season". Il genere è quello che gli Exoto propongono da sempre, ossia un Thrash/Death Metal assolutamente diretto, con zero spazio per momenti melodici o "introspettivi": dall'inizio alla fine, quello degli Exoto è un attacco frontale destinato a non lasciar scampo. E seppur una certa ripetitività, ad un ascolto attento, sembra esserci, visto che spesso la struttura dei pezzi è fin troppo simile tra l'uno e l'altro, bene o male l'ascolto di questa reissue procede senza particolari intoppi. La produzione, credo, sia stata 'ripulita' rispetto all'uscita in cassetta dei primi anni '90, ma con i suoni che in un certo qual modo restano fedeli a quelli dell'epoca. L'unico problema, se così vogliamo chiamarlo, è che essendo un Thrash/Death abbastanza standard, non ho trovato una canzone che potesse emergere rispetto le altre. Si, sono tutte abbastanza buone, ma alla fine della fiera questa ristampa non aggiunge o toglie nulla, tanto più che è insomma il più classico dei "senza infamia e senza lode".

C'è una nuova line up che si spera possa essere stabile, quindi credo sia uno dei primissimi presupposti per potere, dopo anni, lavorare sul del materiale nuovo. Dopo quelle che sono in fin dei conti ben due ristampe consecutive, direi che forse sarebbe anche ora.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    31 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 31 Dicembre, 2016
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Prosegue il percorso di riscoperta di vecchie bands della scena Death olandese della Vic Records. E' il turno stavolta dei Perpetual Demise, band fondata nel 1989 e che nei primi anni '90 ha realizzato tre demo: "Deliverance" (1991), "Massacre to be" (1992) e "When Fear Becomes..." (1993). Nel 1996, per la cult label olandese DSFA Records (Gorefest, Orphanage, Within Temptation), uscirà poi "Arctic", primo ed ultimo full della Death/Doom band olandese prima dello scioglimento. Ed è proprio "Arctic" il disco ristampato dalla Vic.

Undici brani di quello che è considerato il più classico stile Death dei Paesi Bassi, un Death/Doom che si mantiene su sonorità prettamente cadenzate, pur rimanendo costantemente pesanti. In fin dei conti ci sarebbe poco da aggiungere a quanto scritto già in altre recensioni di prodotti usciti dalla Vic Records: anche "Arctic" fa parte, come dicevo, di quel percorso di riscoperta di bands seminali dell'allora scena locale, un modo per far conoscere anche ai metalheads di oggi, che per la maggiorparte conosceranno si e no i "soliti" Sinister, Asphyx e Gorefest, quanto di buono l'Olanda ha partorito nel suo momento di massimo splendore, senza nulla togliere alle ottime uscite odierne. "Arctic" risulta essere un album compatto, che ha decisamente giovato del lavoro di remastering: la produzione è infatti buona, con suoni ben comprensibili che "pompano" come devono, dando quindi agli ascoltatori la possibilità di godersi a pieno pezzi come la title-track, in cui possiamo ascoltare anche per un breve tratto una cavernosa voce pulita, la tecnicissima "Pyramids" ed altri bei pezzi come sono ad esempio "Denial & Faith", "Upon Dark Grounds" e l'opening track "Confusion and Brutality". Ma il momento migliore lo si ha, a mio avviso, con il bellissimo intermezzo strumentale, "Fall"; ascoltare qui per credere: https://youtu.be/NbIgsCdoxd4. Il lavoro di ristampa non si ferma qui però, visto che oltre ad un nuovo artwork, opera dell'artista napoletano Roberto Toderico, c'è la solita massiccia dose di bonus tracks. In questo caso l'intero demo del 1993, "When Fear Becomes..." (tracce 12-16) e la title-track del demo del 1992, "Massacre to be" (traccia 17).

Come ogni disco appartenente a questo particolare genere, si può dire sempre la stessa cosa: se vi piacciono le sonorità di bands come gli Asphyx, allora anche i Perpetual Demise meritano da parte vostra più di un ascolto. "Arctic" è una perla che sarebbe un peccato perdersi!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    26 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 26 Dicembre, 2016
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Nati nel 2009 dal volere dei due chitarristi Lorenzo Carlini e Daniele Rizzo, i romani Black Therapy arrivano con questo "In the Embrace of Sorrow, I Smile", edito dalla tedesca Apostasy Records, alla pubblicazione del secondo album, dopo il debut "Symptoms of a Common Sickness" (2013) e gli EP "Through this Path" (2010) e "The Final Outcome" (2014). L'album che abbiamo oggi in esame è, a mio modo di vedere, una sorta di "fine della pubertà" per la giovane band capitolina: dopo i buoni episodi precedenti, i Black Therapy, forti anche delle innumerevoli esperienze passate (vedasi il tour europeo con Nile, Vader, Ex Deo e Svart Crown), tirano fuori un lavoro estremamente maturo, che li porta totalmente su di un altro piano.

Ascoltando "In the Embrace of Sorrow, I Smile" ci si rende conto come non sia un azzardo pensare che nella sempre più affollata scena Melodic Death Metal, i Black Therapy siano tra le nuove realtà più interessanti in Europa. Come detto, questo è un lavoro incredibilmente maturo, con un songwriting particolarmente ispirato, seppur per nulla innovativo; le influenze, ad esempio, di gruppi come Insomnium, Amorphis e Dark Tranquillity sono palesi, ma ciò non vuol dire che il quintetto capitolino non sia dotato di una propria personalità, che emerge per bene all'orecchio dell'ascoltatore dopo un po' di passaggi dell'album, nel momento in cui si vanno a cogliere sfumature che prima non si era riusciti a sentire. Grazie all'anteprima dei primi due singoli, abbiamo già potuto sentire quanto "Stabbed" e She, the Weapon" fossero degli ottimi pezzi, così come lo sono praticamente tutti quelli che compongono l'album, a partire dall'onirica "Paintings of a Black Ocean" o "Theogony", in cui, è il caso di quest'ultima, l'influenza dei Dark Tranquillity è pressoché chiarissima. Ma è con la title-track che i Black Therapy calano il jolly. Una canzone che per melodie, strutture, ricercatezza e pathos si attesta più d'una spanna sopra tutte le altre. E non credo sia un caso sia il pezzo scelto per il videoclip ufficiale (che potete vedere a questo link: https://youtu.be/NY2U_9gC7Vg).

Il voto dato a "In the Embrace of Sorrow, I Smile" credo non lasci dubbi su cosa pensi di questo disco. I Black Therapy hanno rilasciato quello che è, a mio modo di vedere, uno dei migliori album Melodic Death di quest'annata qui in Italia, secondo, forse, solo a "The Rain After the Snow" dei Dark Lunacy. L'obiettivo dichiarato dei Black Therapy è quello di diventare tra le più forti nuove realtà della scena Melodic Death. E credetemi, con quest'album ci sono riusciti già, in pieno.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 21 Dicembre, 2016
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Nati come Carton nel 2007 gli attuali Hellcowboys cambiano il loro nome a seguito anche di una lunga serie di cambi di line up nel 2014. Al timone del progetto c'è però, sin dagli inizi, sempre il cantante Cristiano Iacovazzo, che da poco ha assunto anche il ruolo di chitarrista. "Hellcowboys" è il primo album con questo nome per la band romana, dedita ad un Southern Thrash Metal che molto deve a bands quali ai Pantera, ma con qualcosa che può ricordare anche la scena Alternative/Nu.

In poco meno di mezz'ora gli Hellcowboys ci servono un album discreto, che ha i suoi punti di forza soprattutto in una sezione ritmica martellante, purtroppo non supportata a dovere dalla produzione. E proprio la produzione sembra l'unico tallone d'Achille di questo lavoro: spesso il riffingwork appare troppo ovattato e la sezione ritmica, per l'appunto, passa troppo in secondo piano. A parte questo, "Hellcowboys" risulta un martellamento continuo, un lavoro che, seppur non brilli per originalità, risulta esser mediamente convincente. Certo la parte iniziale di "Hellcowboys" che ricorda un po' troppo i Limp Bizkit potrebbe causare un vago innalzamento sopraccigliare, ma subito, fortunatamente a mio avviso, si ritorna negli standard di quella che è la proposta del quartetto romano, con pezzi anche buoni come "Antisocial Network" e "War". Convincono un po' meno invece la già citata title-track e "Goddamn Angel".

Inizio oserei dire in sordina, alla fine dei conti, per il nuovo corso di quelli che erano i Carton. Gli odierni Hellcowboys da un lato continuano la crescita stilistica della vecchia band, dall'altro segnano comunque un totale nuovo inizio. Il disco in sé è ampiamente sufficiente, ma una produzione migliore, che avesse pompato maggiormente i suoni, avrebbe giovato non poco.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 20 Dicembre, 2016
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Festeggiamenti in grande stile per i 20 anni di carriera degli Irreverence, Thrash/Death Metal band milanese che, in tanti anni, non ha mai mutato di una virgola il proprio stile. Sin dagli inizi l'act meneghino è sempre stato dedito ad un sound d'impatto, influenzato da bands quali Slayer, Kreator, Sodom e Death. Vent'anni e quattro album dopo eccoli con le loro tipiche sonorità festeggiare con un tour che toccherà anche il Regno Unito questa speciale ricorrenza, con la data di casa, quella di Milano, registrata per dare vita a questo celebrativo "Raise Chaos - Live in Milan".

Gli Irreverence ripercorrono la loro carriera quasi in toto lungo le 14 tracce che compongono questo lavoro; quasi perché mancano pezzi dal debut album del 2001, "Totally Negative Thoughts", ma tutto il resto è ben rappresentato, a partire dal fortunatissimo "War Was Won" del 2005, presente con alcuni dei grandi cavalli di battaglia della band, come la title-track (con ospite qui nel Live Clod The Ripper dei Blasphemer), "Elements of Wrath", "Slaughter of the Innocents". Così come ben rappresentati sono "Upon These Ashes" (2010) e l'ultimo studio album per ora, "Shreds of Humanity" (2014). La chiusura del live è affidata a quattro cover, le prime due delle quali, "Politicians" e "State Oppression", dei leggendari Raw Power e che vedono come ospite sul palco Mauro, voce dei Raw Power stessi. Altro ospite d'eccezione è Gerre dei Tankard, sul palco con gli Irreverence per "(Empty) Tankard". Chiusura di concerto e di Live Album con omaggio al mai troppo compianto Lemmy: "Ace of Spades" chiude quello che, ci scommetto quel che volete, sarà stato un concerto a dir poco massacrante.

Vent'anni di carriera dunque per gli Irreverence, Vent'anni in cui non hanno cambiato di una virgola la loro proposta e, di sicuro, difficilmente la cambieranno mai. Il CD recensito in sé è quello che si può pensare: una celebrazione per questi ragazzi e già solo per questo merita.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Dicembre, 2016
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Secondo full lenght per i romani Nerodia, band nata nel 2004 e che ha rilasciato, prima di questo "Vanity Unfair" un demo d'esordio nel 2008, il primo full "Heretic Manifesto" nel 2010 e l'EP "Prelude to Misery" nel 2013. Forte dell'inconfondibile produzione dei 16th Cellar Studio di Stefano Morabito, il quartetto capitolino segna con questo nuovo album un netto passo avanti rispetto alle uscite precedenti. Non che fossero male, anzi, ma "Vanity Unfair" riesce ad avere quel qualcosa in più, un passaggio fondamentale in quella che è la crescita della band.

Durante l'ascolto delle undici tracce - dieci canzoni + l'intro "Necromorphine Awakening" - si capisce come non sia affatto un'eresia reputare i Nerodia come quella che è probabilmente la miglior band Thrash/Black dell'italico suolo, grazie ad un sound che prende a piene mani tanto dalla vecchia scuola - Venom in primis - quanto dal più 'marcio' della scena Thrash teutonica - Distruction, Sodom -, non dimenticando gli insegnamenti di gente come i Satyricon. "Vanity Unfair" suona come un disco Thrash/Black dovrebbe suonare: cattivo, violento, senza un solo attimo di pausa. Dall'intro "Necromorphine Awakening" fino alla conclusiva "Channeling the Dark Sound of Cosmos" i Nerodia si dedicano ad un attacco frontale, un assalto all'arma bianca che ha i suoi colpi più mortali in "The Black Line", il cui solo è opera dello special guest Massimiliano Pagliuso (Novembre), l'iperviolenta "No Crown for the Dead" ed "Anti-Human Propaganda". Quest'ultima proprio è, tra l'altro, la canzone in cui è possibile sentire senza fallo alcuno le influenze dei Satyricon di cui sopra.

Senza girarci attorno: se amate le sonorità frenetiche, ve ne sbattete altamente di qualsivoglia melodia e in quello che ascoltate andate a cercare solo violenza allo stato brado, "Vanity Unfair" dei Nerodia è sicuramente il disco che fa per voi. Personalmente trovo che in ambito Thrash/Black qui in Italia regni sovrana una certa noia. Qui sta il merito dei Nerodia: tirare fuori qualcosa di altamente interessante suonando un genere che, almeno per me, ben pochi riescono a far bene qui da noi.

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