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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    26 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 26 Luglio, 2017
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Il bello di fare il recensore per una webzine non sta solo nell'aver la possibilità di ascoltare - spesso con largo anticipo - i dischi dei colossi. Vero, ha anche il suo perché, non lo nego, ma la cosa più interessante avviene quando hai in esame qualcosa che fino a pochissimo prima non conoscevi, bands che, per un motivo o per un altro, si vanno in qualche modo a "perdere" nei vasti meandri delle varie scene. Mi successe un paio d'anni fa quando mi capitarono i russi Back Door to Asylum, mi è successo oggi con il promo del debut album dei tedeschi Trinity Site.
Formatisi nel 2009 e con all'attivo un EP del 2012, "Ex Inferis", la Melodic Death Metal band teutonica ha avuto i suoi classici problemi di line up fino a circa il 2014, quando è stata trovata, più o meno, una certa stabilità che li ha portati alla realizzazione di "After the Sun", primo full autoprodotto. E fa un po' specie che un disco comunque valido come quest'album sia uscito autoprodotto: possibile che non c'è stata una label interessata? Mah, misteri a cui sapranno rispondere solo gli stessi Trinity Site.

In un periodo storico in cui per la maggiore va un certo tipo di Melodic Death, più atmosferico potremmo dire (vedi i vari Dark Tranquillity, Insomnium, Wolfheart), l'influenza maggiore della band bavarese è da ricercare soprattutto in quello che fu agli albori del famoso Gothenburg Sound, quindi At the Gates come primo paragone. Un sound dunque che ha sì nella sua matrice melodica il fulcro, ma che tende a spingere quanto più sull'acceleratore come possiamo sentire già dalla title-track e "March of the Condemned" che aprono il disco. Ancor più furiosa è la seguente "Omnicide", cui segue però la più "tranquilla" e ragionata "Beyond the Rim", in cui è possibile ritrovare la fortissima influenza di quella che è LA leggenda di Gothenburg (Dark Tranquillity, insomma). Ed è una cosa che non verrà comunque poi più a mancare durante lo scorrere di "After the Sun", con i Trinity Site che hanno il pregio di riuscire a metter insieme due modi dissimili (più o meno) di vedere il Melodic Death ed un esempio lampante lo si ha con la fantascientifica "Lost Colony". Trinity Site che non si lasciano scappare nemmeno momenti più moderni à là Soilwork - l'inizio di "March of the Condemned", "Humanize Me" -... insomma, non si fanno mancare nulla.

Un album dunque interessante "After the Sun". Un disco che abbraccia il Melodic Death a tutto tondo ed è forse qui che risiede l'unico dubbio che ti lascia l'ascolto: questa commistione di stili è un bene per il risultato finale o dovrebbero concentrarsi solo su di uno? Una domanda a cui non saprei darvi una risposta precisa: nel primo caso si ha qualcosa di particolare, ma che non è propriamente del tutto ben definito; nel secondo lo sarebbe, ma poi finirebbero per essere uguali ad altre centinaia e centinaia di bands. Quindi? Quindi per ora prendiamo "After the Sun" dei Trinity Site per quello che è, ossia un buon disco di Melodic Death Metal che, seppur non farà gridare al miracolo, fa passare 3/4 d'ora in maniera liscia. Dal prossimo album poi, magari, si vedrà.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 25 Luglio, 2017
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E' per certi versi particolare quello che è accaduto ai Decrepit Birth. La Technical Death Metal band californiana ha infatti riscosso da subito un grande successo nell'ambiente, tirando fuori dal 2003 al 2010 un discreto album di debutto - "...and Time Begins" - e due successivi album grandiosi - "Diminishing Between Worlds" e "Polarity" - che contribuirono ad accrescere la fama dei nostri. Per tutti gli addetti ai lavori, i Decrepit Birth erano pronti a raccogliere quanto da loro seminato, raggiungendo uno status cui possono puntare solo pochi gruppi. Poi, il silenzio... E solo ora, a ben sette anni di distanza da "Polarity", la band capitanata da Bill Robinson e Matt Sotelo (a cui si sono aggiunti il batterista ex Goatwhore Sam Pailucelli e l'ex Rings of Saturn e Decapitated Sean Martinez al basso) torna in campo con questa quarta fatica in studio, "Axis Mundi", prodotto da Agonia Records per l'Europa e da Nuclear Blast US per il mercato statunitense.

Si è aspettato tanto (e ammetto che è uno di quelli che attendevo di più quest'anno), ma quanto cazzo ne è valsa la pena! "Axis Mundi" è un album mastodontico, in cui i Decrepit Birth sfogano tutto il periodo di assenza dalle scene. Un disco monolitico che alla gigantesca tecnica dei nostri - il cui apice troviamo in "Hieroglyphic" - unisce un impatto brutale, una "wrecking ball" che tira giù senza problema alcuno qualsiasi cosa si pari davanti. Fortunatamente gli alti picchi di tecnica non son fini a loro stessi, ma sono soprattutto messi al servizio di un Death Metal che più classico non si può, donando maggior respiro proprio quando il sound si sta facendo più pesante, claustrofobico: cosa ad esempio riscontrabile in quello che è il pezzo che ho preferito di "Axis Mundi", "Trascendental Paradox", in cui Matt Sotelo si prende di forza lo scettro di protagonista grazie ad una prestazione mostruosa. E se Robinson mi da ancora modo di inserirlo nella mia personale Top 5 dei growler preferiti, menzione al merito va fatta anche all'accoppiata Martinez/Paulicelli, al debutto su disco nei DB: potrete sentire in quest'album una delle migliori sezioni ritmiche in ambito Death Metal dell'anno. Da "Vortex of Infinity... Axis Mundi", che svolge quasi più il lavoro di una lunga intro, fino ad "Embryogenesis", passando per pezzi fantastici come "Mirror of Humanity" e la furiosa "Ascendant", "Axis Mundi" è da ascoltare tutto d'un fiato e che non annoia nemmeno per un secondo, nonostante la durata che supera addirittura l'ora. Ora di musica che viene superate anche grazie a tre sorprese finali, tre cover con cui i Decrepit Birth omaggiano Metallica (con "Orion"), Sepultura (con "Desperate Cry", la mia canzone preferita della mia band preferita) e Suffocation (con "Infecting the Crypts").

Supportato da una produzione perfetta, in cui c'è il tocco di made in Italy con i 16th Cellar Studio di Stefano Morabito, che si è occupato di mixing e mastering, "Axis Mundi" segna un ritorno più che gradito nella scena Death Metal mondiale. L'unico problema è che già nel 2010, con "Polarity", ai Decrepit Birth mancava solo un piccolo tassello per poter dire che fossero definitivamente esplosi; ed i tanti anni passati fino ad "Axis Mundi" ci hanno consegnato sì una band capace di tirare un album fuori dal comune, ma cui, di nuovo, manca ancora quel tassello. Che sono sicuro, però, verrà definitivamente aggiunto col prossimo lavoro. Sperando non passino di nuovo sette anni...

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Luglio, 2017
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Decisamente particolare e bella la proposta dei finlandesi Altar of Betelgeuze, quartetto di Helsinki che con questo "Among the Ruins", edito da Trascending Obscurity Records, arriva alla realizzazione del secondo album dopo "Darkness Sustains the Silence". Particolare perché gli AoB non si limitano a suonare un Death/Doom tanto in voga nelle terre nordiche: fondamentalmente, suonano uno Stoner Metal fortemente influenzato anche dal Death/Doom, in una commistione di generi particolare che risulta essere da subito interessante. E' come se gli Electric Wizard si fossero fusi con While Heaven Wept e Pungent Stench.

Sia il growl del bassista Matias Nastolin sia la voce pulita del chitarrista Olli "Otu" Suurmunne hanno la stessa rilevanza, anche se è nella terza traccia, "No Return", che cominciano a lavorare assieme, dopo che "The Offering" e "Sledge of Stones" vanno ad appannaggio rispettivamente a Matias e Olli. Sul piano musicale, "Among the Ruins" è un disco Stoner al 100%: quel mix di Doom e Acid Rock dal flavour Blues, ritmi lenti, accordature basse e produzione (come tutto il sound in generale) molto, molto settantiana. A dare quel tocco diverso, insomma, è essenzialmente il cavernoso growl di Matias Nastolin, che, pur rimanendo su di un incessante tappeto Stoner, dona al tutto una profondità ancor maggiore. Con "New Dawn" gli AoB continuano a giocare tra le sonorità "desertiche" del loro genere principale ed i fraseggi Death, mentre con la seguente "Absence of Light" - dall'arpeggio iniziale fantastico - i tempi si fanno ancor più lunghi, dilatati, andando quasi a sfiorare addirittura il Funeral: non è un caso, credo, che sia univoca la presenza di growlin' vocals. Così come non stupisce che sia Olli Suurmunne la voce principale della seguente "Advocates of Deception", in cui maggiori sono le influenze derivanti dal Blues Rock. Settima ed ultima canzone è la title-track, un lungo pezzo - quasi 10 minuti - che segue pedissequamente il canovaccio del disco, chiudendo in maniera più che ottima un gran bel disco.

Un disco, "Among the Ruins", consigliato soprattutto agli amanti dello Stoner, ma la cui particolarità dell'influenze proveniente dal Death/Doom potrà anche allargare il "raggio d'azione". La proposta degli Altar of Betelgeuze è a dir poco interessante e non sarei sorpreso se entro brevissimo tempo questa band finlandese possa essere annoverata tra le migliori in assoluto nel campo dello Stoner.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 21 Luglio, 2017
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Secondo album per i texani Whore of Bethlehem, band formatasi nel 2009 che da subito ha deciso di discostarsi dal classico sound Brutal Death, implementandolo con influenze derivanti anche dal Black Metal. Dopo diversi cambi di line up, un EP - "The Crowning Moment" del 2012 - e il primo full "Upon Judas' Throne" del 2012, arriva per Ryan Sylvie (chitarrista ed unico membro fondatore rimasto) e soci il momento di tornare con una mazzata tra capo e collo cui corrisponde il titolo di "Extinguish the Light".

Con l'opening track "Ritual Purification" il quintetto texano mette subito le carte in tavola e per poco più di 30 minuti martellano senza sosta con il loro Death fortemente influenzato dai Deicide in cui è facile trovare elementi che richiamano il Black/Death di gruppi come, un esempio a caso, i Belphegor. Non risultano però mai noiosi o scontati, i WoB: non ci si aspetti mezz'ora di blast beats a manetta e riff taglienti e supersonici; spesso i nostri piazzano monolitici rallentamenti che riescono a dare, se possibile, ulteriore pesantezza al sound. Ed è la traccia No.2, "Invocation", ad essere probabilmente il miglior biglietto da visita su cosa ci si può aspettare ascoltando questa mastodontica macchina da guerra texana. Come ormai sempre accade il songwriting non è praticamente per nulla innovativo e fin troppo spesso l'influenza dei Deicide è sostanzialmente palese, ma resta il fatto che "Extinguish the Light" è un album suonato con passione ed attitudine, ed è impossibile dunque non apprezzare la violenza primordiale di "Overtaken by Evil" o l'oscura "Rebirth in Fire".

Attitudine è un vocabolo che non viene usato più tanto spesso, eppure è questa la componente principale dei Whore of Bethlehem. Se siete alla ricerca di qualcosa che non abbia fronzoli e che vada dritto al punto, "Extinguish the Light" potrebbe di sicuro fare al caso vostro.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Luglio, 2017
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Ben poco posso dire per potervi presentare i Widowmaker, band Deathcore di Huntsville (Alabama, U.S.A.) che debutta con quest'album eponimo uscito per SharpTone Records. Anche perché tanto il promo inviatomi quanto la stessa pagina Facebook della band sono privi di biografia, cosa che non è proprio gradevolissima per un recensore.

Ma comunque sia, puntiamo direttamente alla musica e quindi: com'è questo primo album dei Widowmaker? Buono, decisamente buono. E per dirlo io che non sono propriamente un fan di questo genere (pur avendone una band in nascita) vuol dire che la band statunitense è riuscita a tirare fuori un disco che, per chi sarà più avvezzo a tali sonorità, è senza dubbio notevole. Sarà che sia nei momenti più violenti e diretti ("Spineless"), sia in quelli dove a farla da padrone è un Groove spaccacollo ("Paragon" o "Dissonance") questi ragazzi mi han ricordato non poco i migliori Whitechapel, quelli che, per capirci, ancora non si erano ammosciati come negli ultimi lavori. Per poco meno di mezz'ora, i Widowmaker caricano a testa bassa, travolgendo qualsiasi cosa si pari loro incontro e lasciando il meglio con la doppietta finale formata da "Quarantine" e "The Illusionist", pezzo quest'ultimo in cui si riesce ad apprezzare a pieno l'incredibile drumming di Kurtis Stoneking, che (cognome che sembra quello di una casata di Game of Thrones a parte) riesce a mio avviso a prendersi la scena grazie ad una prova sontuosa.

In una scena così enormemente affollata come quella Deathcore non è per nulla facile riuscire ad emergere così velocemente. Beh oddio, sempre se velocemente siano emersi i Widowmaker, visto quanto nulla sappia della loro storia. Quel che è certo è che nel loro self-titled album offrono una buonissima prova, tirando fuori un lavoro interessantissimo. Per gli amanti di questo genere, una band da tenere sott'occhio per il futuro.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 18 Luglio, 2017
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Debut album per gli Arkana Code, Death Metal band abruzzese fondata nel 2008 dalle ceneri della Power/Thrash band Urdagtyr dal chitarrista Paolo Ponzi, fermamente intenzionato a formare un gruppo stilisticamente più estremo. Da allora i nostri hanno pubblicato due demo, di cui solo il secondo, "Galleries of Absurd" del 2010, come uscita ufficiale. Sono intercorsi 7 anni quindi tra quel demo e "Brutal Conflict", album di debutto edito da Metal Scrap Records. Anni in cui ci sono stati anche profondi cambi di line up che hanno portato il Ponzi ad essere il solo membro originario della band, aiutato, oggi, da Francesco Torresi alla voce, Luca Natarella all'altra chitarra, Giusy Bettei (Scala Mercalli) al basso e David Folchitto (Stormlord, Prophilax, Scuorn, Gravestone, Nerodia, ecc. ecc. ecc.) alla batteria.

"Brutal Conflict" è un album compatto, molto ben suonato dai nostri, cui va dato un enorme merito: in un genere come il Technical Death, spesso si può cadere in passaggi che sembrano solo meri esercizi ipertecnici, momenti in cui il "gruppo X" sembra solo voler dire: "Hey, visto quanto siamo bravi?"; ebbene, questa cosa non accade con gli Arkana Code visto che nel loro caso sono le loro incredibili doti tecniche ad esser messe al servizio della musica, col risultato finale che "Brutal Conflict" scorre via senza intoppi, aggressivo e violento ma senza che risulti un semplice assalto frontale, grazie ad songwriting maturo ed intelligente. Colpisce poi come il sound degli AC riesca a sembrare comunque attuale, nonostante gran parte delle influenze provengano dal Death, tanto nordamericano quanto svedese, degli anni '90. Ed è proprio quest'influenza Swedish, quei passaggi più melodici (grandioso lavoro delle due chitarre, c'è da dirlo) che riesce a dare al lavoro degli AC una maggiore ariosità, giovando nettamente nell'economia tanto dei singoli pezzi, su cui spiccano a mio avviso "Mutilated Reality", "Oppressor of Darness" e la mia preferita "The Holocaust Horde", quanto dell'intero opus. Come nota a margine, se abbiamo già fatto i complimenti alle due asce, non possiamo non estenderli anche agli altri tre componenti, con Francesco Torresi che si dimostra un vocalist versatile a proprio agio sia con le screamin' che con le growlin' vocals e la sezione ritmica Folchitto/Bettei che alza una muraglia sonora inscalfibile.

C'è voluto praticamente un decennio per un full, ma se questo è il risultato è valsa la pena aspettare tutto questo tempo gli Arkana Code, autori di un album Technical Death che riesce ad essere diverso da moltissime uscite odierne sì mostruose, ma che sembrano essere anche abbastanza "standardizzate". Un plauso quindi alla band abruzzese, capace di tirar fuori un debut album interessantissimo sotto ogni aspetto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 18 Luglio, 2017
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A 4 anni di distanza dal buon EP "Dying Dogma", tornano i canadesi Hybreed Theory con il loro primo album prodotto da PRC Music, "Entombed in Dark Matter". Un lavoro che mostra le enormi ed innate doti tecniche della band di Montréal, che riesce ad unire il Technical/Prog Death di gruppi come Gorguts ed Ulcerate, ad atmosfere che sono, ad oggi, riscontrabili quasi esclusivamente nei magnifici Deathspell Omega.

Un esempio di quest'ultima affermazione la possiamo avere sin da subito con la parte finale di "Into the Heart of the Swarm", la canzone che, dopo la breve (e come quasi sempre inutile) intro "Entombed in Dark Matter", dà il via alle danze. Quello che colpisce sin dalle prime note è, come avrete capito, l'invidiabile tecnica del quartetto canadese, che ha il grosso pregio di non specchiarsi troppo e lasciarsi andare ad un'inutile masturbazione strumentale, proprio grazie a quei momenti atmosferico-avantgarde che vanno a spezzare una catena che potrebbe facilmente portare alla monotonia. Per cui per una "Bloodshot" che è un pezzo di puro Prog Death, abbiamo una "Proletherion" che potrebbe benissimo sembrar uscita da uno degli ultimi lavori dei DO, con però un'interessantissima parte centrale dissonante. Stesso dicasi per "Weight of the Inner Void". Ed a proposito di dissonanze, "Cognitive Dissonance" è il classico caso di "nomen omen" e risulta essere senz'ombra di dubbio la canzone manifesto di quest'ottimo lavoro, in cui il buonissimo lavoro vocale di François Toutée viene perfettamente coadiuvato da una spettacolare sezione ritmica e, ancor più, da François Dextradeur, una vera e propria macchina spara-riff.

Agli Hybreed Chaos va dato il merito di riuscire a tenere alta l'attenzione dell'ascoltatore, che vorrà cogliere al meglio ogni sfumatura di un lavoro che non risulta banale nemmeno lontamanente, nonostante una durata non propriamente esigua (51 minuti). Con questa band e grazie ad un album solido sotto ogni punto di vista come "Entombed in Dark Matter", abbiamo ancor più la conferma di come il Canada sia terra florida per il Death Metal più tecnico.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 18 Luglio, 2017
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Fondati nel 2004, solo oggi i colombiani SinnerAngel riescono a tagliare il traguardo del debut album con "Sinister Decálogo", uscito lo scorso giugno per l'etichetta bielorussa Grimm Distribution. Sin dalla propria nascita, la band di Medellin ha sempre voluto unire differenti stili, andando a miscelare le varie influenze dei componenti: si ha così un mix tra Melodic Death, Black e Power. E sì, la cosa dovrebbe suonarvi familiare. Dico questo perché l'unica cosa che mi ha lasciato un po' così di tutto il pacchetto è rappresentato dalle parole "this is an experimental album" presenti nelle info, visto che quanto possiamo ascoltare in questo lavoro del quartetto colombiano è possibile riscontrarlo da parecchi anni in quel che fanno, un nome a caso proprio, i Children of Bodom.

Ed è ai fans del gigante finlandese che, per lo più, è rivolto questo "Sinister Decálogo". Il sound, con quel preciso mix di generi, richiama fortemente quello dei CoB, tanto che per lo più quanto ascoltiamo in questo disco può sembrare anche estremamente derivativo dalla band di Espoo. Ma, fortunatamente, senza tastiere a prendersi un posto troppo primario. La sensazione d'avere una copia/carbone sudamericana però va man mano scemando durante il susseguirsi dei pezzi: d'influenze Power ce ne sono, alla fine, ben poche - ad esempio le ritmiche di "Fuego en mi Alma" - ed i SinnerAngel si concentrano soprattutto sulla componente più estrema, con sonorità tipiche del Melodic Death che s'intrinsecano con passaggi più taglienti, influenzati dalla scuola Black svedese soprattutto. Il tutto non suonerà per nulla innovativo, vero, ma ciò non toglie che l'ascolto di "Sinister Decálogo" risulta essere sempre più interessante con lo scorrere dei minuti, grazie ad un lavoro di songwriting discreto. E personalmente vi dirò che ho apprezzato l'uso della lingua spagnola per le canzoni, con poche eccezioni tra le quali spicca a mio avviso "Abysmal Visions", tra i migliori capitoli dell'album insieme a "Hitos" e "Banshee".

Non sarà per niente sperimentale come annunciato, ma "Sinister Decálogo" è di sicuro un disco interessante che premia una gavetta sin troppo lunga per questa band colombiana. Come detto, un lavoro simile è indirizzabile soprattutto ai non pochi fans di Alexi Lahio e soci, cui potrà sicuramente piacere un lavoro come questo, che molto deve all'influenza della leggenda finnica.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 13 Luglio, 2017
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Dopo un demo datato 2013 arrivano all'album di debutto i parmensi Dusius con "Memory of a Man", concept album - concept su cosa non è scritto nelle info che accompagnano il promo, peccato... - edito da Extreme Metal Music. Il Folk Metal della band emiliana deve molto anche ad influenze che spaziano dal Pagan/Viking al Melodic Death: e se pensate agli Eluveitie come influenza principale non siete tanto lontani, ma non solo loro.

"Memory of a Man" è un album abbastanza interessante, alla fine dei conti. Magari non tutto sarà perfetto e lo stile, per quanto il tutto sia ben eseguito musicalmente parlando, non è più tanto una novità, ma nel complesso il tutto funziona. Quel che è certo è che i Dusius offrono il meglio nei momenti più duri, sembrano molto più a loro agio quando si tratta di scatenare la parte più estrema del loro sound, come per esempio in "The Rage of Gods" e "Worried"; soprattutto in quest'ultima a mio avviso. C'è però l'altra faccia della medaglia: il cantante Manuel Greco risulta un po' più deficitario quando si passa all'uso di clean vocals, un po' per intonazione non perfetta (fa però eccezione la parte iniziale di "One More Pain", così come la parte finale di "Dear Elle"), un po' perché rispetto alle harsh vocals si fa più palese la pronuncia inglese molto italianizzata. E "Dead-end Cave" per quanto strumentalmente bellissima, soffre proprio di una pronuncia non perfettissima. A parte queste piccole cose, a cui magari aggiungiamo solo "quel" coretto in "Desecrate", l'album scorre via piacevolmente, grazie ad una buona produzione in cui tutti i suoni sono ben distinti ed al comparto Folk strumentistico che è sì presente, ha una parte da protagonista, ma non va a "coprire" tutto il resto.

Per essere un debut album, va anche bene così. Magari per il futuro non sarebbe male se i Dusius riuscissero a trovare un qualcosa che possa essere solo loro, quel quid in più che, ascoltandolo anche solo una mezza volta, riconduca solo ed esclusivamente a loro. E' questo che fa la differenza tra una Band Folk che si rispetti ed una band come tante altre - notare la differenza di maiuscole e minuscole -. Bene così insomma, ma c'è ancora un po' di strada da fare per poter emergere totalmente dalla massa.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Luglio, 2017
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I russi Arbor Inversa si formano nel febbraio dello scorso anno dal cantante Paul G. Wicker ed il polistrumentista Max War-M, entrambi membri anche di The Unhallowed e Aruna Azura. E proprio dopo uno stop con quest'ultima band, i due musicisti decidono di creare un nuovo progetto: gli Arbor Inversa, per l'appunto, che debuttano con questo "Anticipattern", prodotto dalla nostrana WormHoleDeath.

Nell'insieme "Anticipattern" non è un brutto album, anzi ha i suoi spunti interessantissimi. Il problema di fondo è che forse si tenta la strada del Death più tecnico in maniera che in certi momenti sembra quasi forzata. Gli Arbor Inversa non mancano di tecnica (o per lo meno Max War-M, che si occupa dell'intero comparto strumentistico), ma a volte si cade in soluzione che posson sembrare quasi... non so, scontate. E se Max svolge un lavoro egregio dietro le pelli, è alla chitarra che fa danni, con parti soliste senza soluzione di continuità: già poco dopo un minuto dell'opening track "Philistine Manifesto" quella chitarra comincia ad essere a dir poco fastidiosa. E continuerà ad esserlo molto spesso durante l'ascolto dell'album; non è un caso se il miglior episodio del disco è "Aftertaste", dove il duo russo si lancia semplicemente all'assalto.

Per il futuro fossi in loro studierei una maniera di rendere i pezzi più diretti, senza metterci dentro tanti orpelli e rendendo soprattutto il lavoro delle chitarre più "snello". Che così, arrivati a metà del lavoro si ha la sensazione di "trapano del dentista". Un peccato, visto che nell'insieme questo debutto degli Arbor Inversa sarebbe potuto uscire molto meglio.

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