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Opinione scritta da Pietro La Barbera

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Opinione inserita da Pietro La Barbera    20 Giugno, 2014
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Dal Friuli a Los Angeles, con tanto di esibizioni presso i celebri Whisky A Go Go e Rainbow sulla Sunset Strip di Hollywood! Luoghi davvero molto significativi raggiunti con un solo Ep di sei tracce alle spalle, elementi che aumentano considerevolmente la curiosità di ascoltare il contenuto di "Light A Fan Cool", primo album dei Party Animals, pubblicato in questo 2014 per la Street Symphonies Records. Il titolo dell'album è tutto un programma, piuttosto dissacrante nel suo giocare sull'assonanza delle parole tra l'inglese e l'italiano. La band, composta da due ragazze e due ragazzi, cerca di combinare elementi tipici del glam/sleaze degli anni '80, in un contesto assolutamente attuale, mostrando nella cantante Andreina (ex Ravenouse) un vero e proprio elemento di rilievo. La partenza di "Fuck You Baby" funziona molto bene; riff diretti ed incisivi dotati di un ottimo groove, capaci di creare una buona sintesi tra passato e presente. "Damned Road" rallenta considerevolmente i tempi, mettendo in mostra una bella l'accellerazione nella parte centrale con un ottima interazione tra basso e batteria con la rifinitura dell'immancabile assolo. "Set Me Free" riprende la botta energica dell'opener, seguita dalla ballad "A New Day"; pezzo quest'ultimo, un po' meno riuscito, troppo prevedibile e stilisticamente estraneo alla proposta dell'intero lavoro. La doppietta: "I Wanna Get It All" ed "Hellfire", regala abbondanti dosi di adrenalina attraverso serrate scorribande ritmiche, riff dinamici e carichi di energia, ed una voce sempre adeguata: un rock n'roll tirato senza tregua. A stemperare l'adrenalina ci pensa il crescendo della pseudo-ballad "Lace And Spurs", questa volta decisamente all'altezza della situazione; costruita su ottime tessiture di chitarra acustica, la traccia possiede un refrain energico, mettendo in bella mostra tutto il talento della bravissima Andreina. Sulle note di "Whiskey Sour" riparte l'assalto dei Party Animals, questa volta seguendo la scia compositiva dei Motörhead, ma perdendo mordente nel chorus; il pezzo è rifinito da un bell'assolo, elemento in verità non molto presente nell'intero lavoro. Le ultime due tracce sono piuttosto rappresentative, trattandosi di "Party Animals", nome della band, e della title-track; la prima, si sviluppa da un riff blues-oriented, sfociando in un rock’n'roll dinamitardo; la seconda punta sulla pesantezza complessiva con un ritornello carico di melodia ed un buon assolo. "Light A Fan Cool" è davvero un buon lavoro, divertente e coinvolgente con degli spunti degni di nota, specie per la freschezza compositiva capace di collegare la lezione del passato a dei passaggi attualissimi. Uniche note stonate sono: i cori, spesso un pò stucchevoli, e la mancanza di qualche assolo in più (la sensazione è che manchi una seconda chitarra). Le basi ci sono tutte, ed i Party Animals hanno tutte le carte in regola per fare strada.

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Opinione inserita da Pietro La Barbera    14 Giugno, 2014
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Eyes 'N' Lips, segnatevi pure questo nome, specie se siete degli appassionati dello Street/Glam che, nella Los Angeles della seconda metà degli anni '80, portò alla ribalta i nomi di: Guns N'Roses, Faster Pussycat, Warrant, Vain, e gli L.A. Guns, band quest'ultima, per il quale gli Eyes 'N' Lips hanno avuto anche l'onore di suonare da opening act! La bella notizia è che la band in questione è italianissima, proveniente da Milano con tutta l'aria di chi vuole emulare i propri eroi, e ben consci di avere delle potenzialità di rilievo. L'esordio "Pornstar For President", realizzato per la Street Symphonies Records e distribuito dall'Andromeda Dischi, è un lavoro che denota una capacità di songwriting davvero degna di nota, ben capace di esprimere tutti gli elementi giusti per far breccia tra gli appassionati. L'opener "Jack And Daniel" viene introdotta dal rumore di una bottiglia rotta, rovesciando addosso all'ascoltatore una sana dose di riff marci e diretti, sui quali si staglia la voce di Mr. Skorpion, semplicemente perfetta per il genere. Le successive "Fuckin' Obsessive" e la title-track, presentano nel rifferama delle gradevolissime sfumature AC/DC-oriented, conquistando grazie a ritornelli ammiccanti ed anthemici. "Soldier Of Love" convince un po' meno, pur sostenuta da un buona tessitura tra chitarra e sezione ritmica. Non poteva certo mancare la ballad di turno, ed eccola materializzarsi con "With You", pezzo che però fatica a raggiungere il proprio obbiettivo. Meglio la successiva "Bring Me To Your Paradise", per il sottoscritto una delle tracce migliori del lotto, scanzonata e supportata da un ottimo lavoro di chitarra. La successiva "Come Away, Come Away With Me" è una traccia molto coinvolgente ed esuberante, dotata di un ottimo refrain. Ottima la chiusura, affidata all'accoppiata: "Rock Your Love" e "Day After Day", con quest'ultima a conquistare con decisione, grazie ad un incedere divertente e spensierato. "Pornstar For President" è un debutto con gli attributi, capace di scuotere e regalare buone dosi di energia. Non mancano un paio di tracce poco convincenti, ma nel complesso, è la qualità ad emergere con prepotenza. Gli Eyes 'N' Lips, sono una band da seguire con attenzione.

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Opinione inserita da Pietro La Barbera    11 Giugno, 2014
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Formatisi nel 2007, i francesi Silent Opera arrivano all'esordio sotto l'egida della Massacre Records con l'album "Reflections", un lavoro che si può inserire tranquillamente nel filone Symphonic Gothic Metal, con delle intriganti sfumature progressive ad evidenziare una complessiva capacità strumentale di buona caratura. A tratti, la band tende a richiamare delle soluzioni piuttosto abusate, ma, i ragazzi non mancano certamente di una buona personalità, mostrando una buona varietà di sfumature che richiedono comunque un ascolto più approfondito. Caratteristica peculiare, è l'utilizzo della doppia voce, con la versatilità della bravissima Laure Laborde ad alternarsi con il growl di Steven Shriver, con la mia personale preferenza per la prima soluzione. L'intro sinfonica di "Beyond the Gate of a Deep Slumber" apre l'ascolto, evidenziando nelle atmosfere oscure un possibile accostamento ai Cradle Of Filth. La lunga "Nightmare Circus" esprime una mole di soluzioni tecniche molto intricate, sicuramente a discapito dell'impatto, ma con un continuo alternarsi di atmosfere capaci di donare un tocco fascinoso. La successiva "Dorian" tende a far risaltare il lato più dinamico e progressive dei Silent Opera, seguita dalla potenza gelida dell'accoppiata: "The Great Chessboard" e "Fight Or Drift", episodi granitici quanto derivativi. Dopo una serie di tracce molto pesanti, arriva la suggestiva "Chronicles of an Infinite Sadness", intensa ballad pianistica, ideale per mettere in risalto le corde vocali di Laure Laborde; il pezzo si eleva sicuramente tra i momenti migliori dell'intero lavoro. L'impatto modernista di "Inner Museum" traccia la strada alla conclusiva "Sailor, Siren And Bitterness", lunga suite, ricca di intriganti partiture in un contesto piuttosto oscuro. Per essere un esordio, "Reflections" è certamente un buon biglietto da visita che, gli amanti del genere sicuramente apprezzeranno. I difetti principali sono: una produzione eccessivamente fredda, ed una ricerca di soluzioni, a volte, troppo intricate e fumose; ad ogni modo, i Silent Opera hanno delle potenzialità davvero notevoli per poter emergere, con una menzione per l'ottimo lavoro tastieristico ad opera di Laura Nicogossian. Li attendiamo con un lavoro più maturo e personale.

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Opinione inserita da Pietro La Barbera    07 Giugno, 2014
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Debutto per gli Snarlin' Dogz, band dell'area milanese attiva per diversi anni come cover band, arrivata al grande salto con un lavoro che assorbe in modo uniforme la lezione dell'Heavy Metal anni '80. Il quartetto non propone nulla di originale, considerazione inusuale da parte del sottoscritto, visto che, da sempre apprezzo lavori derivativi, ma accompagnati da buone abilità compositive. Il difetto principale di "Metal Assault", è la sensazione continua di trovarsi di fronte ad un collage di pezzi già sentiti migliaia di volte, privi dunque di quel senso della composizione che riesce a far risaltare la qualità dei musicisti che si cimentano nella riproposizione dell'Heavy Metal dei gloriosi anni '80. Dopo un introduzione strumentale, si parte con "Deadly Games", pezzo che conferma quanto scritto in precedenza: uno speed metal costruito su un intelaiatura parecchio abusata, infarcito di riferimenti "Manowariani" nel chorus. "K.R. TV" mette in risalto dei buoni assoli, ma appare poco coinvolgente; meglio la successiva title-track, specie per la buona interazione tra chitarra e sezione ritmica. "Hold Me Tonight" è una buona power-ballad di derivazione Scorpions, ancora una volta capace di mettere in evidenza le buone doti del chitarrista; il pezzo si adatta meglio al registro vocale del cantante Eddy Visentin, un po' troppo monocorde nei pezzi più tirati. "Frostbite" e "She-Prowler" si lasciano ascoltare senza lasciare traccia, mentre, la successiva "Devil's Car", garantisce un maggior coinvolgimento, propinando uno speed metal magari prevedibile, ma tutto sommato gradevole. "The Plague" si candida a peggior pezzo dell'intero lavoro, specie per un interpretazione vocale davvero sgradevole, sostenuta da una struttura carica di groove, quanto banalissima nella sua prevedibilità. Si chiude con "One Bullet with Your Name", brano granitico che nulla aggiunge al resto dell'album. Agli Snarlin' Dogz manca ancora qualcosa in sede di songwriting, inoltre la voce appare complessivamente inadeguata e priva della necessaria personalità. "Metal Assault" è un titolo profetico: la banalità è il vero filo conduttore dell'album. Le potenzialità non mancherebbero, alla luce delle buone abilità del chitarrista, a patto che, si evitino certe esuberanze ritmiche più pacchiane che piacevoli, e si ponga un rimedio alla voce. Li attendiamo con un lavoro più maturo.

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Opinione inserita da Pietro La Barbera    04 Giugno, 2014
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L'opera di ristampa in vinile della discografia degli Onward prosegue con il secondo capitolo discografico: "Reawaken", disco che la tedesca Pure Steel Records ha ristampato con una tiratura limitata a 250 copie numerate a mano. Originariamente pubblicato nel 2002 dalla Century Media, l'album segnò l'ingresso nella line-up del bassista Chris Payette al posto di Randy laFrance. Stilisticamente, "Reawaken" prosegue sulla stessa scia del predecessore, ma con un piglio ora leggermente più aggressivo, facendo filtrare elementi che rimandano ad estratti di Helloween ed Iced Earth, come del resto dimostrano l'ottima opener e title-track, e la successiva "Night". Le belle linee melodiche regalate dalla potente voce del compianto Michael Grant in "Seven Tides of Labyrinthine" e "Where Evil Follows", ci riportano all'eccellente esordio; la prima, venata di progressive anni '80, dal quale emerge tutta la qualità degli arrangiamenti, con il chitarrismo di Toby Knapp sugli scudi; la seconda, un power/speed roccioso quanto maestoso, impreziosito da una parte strumentale particolarmente coinvolgente, costituita da una sequenza di armonizzazioni e riff ad incastro, e ben rifinita da un assolo scintillante. Le rasoiate "Eye of the Nightmare" e "My Darkest Room", riportano alla mente qualche estratto degli Helstar, in particolare la seconda, un pezzo davvero micidiale dotato di riff incisivi e linee vocali di grande impatto. L'ottima esecuzione della cover di "Clockwork Toy" degli eroi nipponici Loudness, prepara il terreno alla maestosa "Who Saw the Last Star Fall", pezzo che alterna un andamento cadenzato a cavalcate imponenti, dal quale emerge uno spettacolare lavoro chitarristico. La chiusura viene affidata a "The Next Triumph", composizione divisa in due parti; la prima parte è interamente acustica ed impregnata di atmosfere sognanti, per poi esplodere, nella seconda parte, in una cavalcata epica più tipicamente US Metal. In conclusione, "Reawaken" conferma in pieno tutte le qualità dell'esordio, mostrando la voglia di irrobustire la propria proposta senza però snaturare il proprio trademark. La band del Montana aveva tutto per puntare ad una carriera di buona caratura, la prematura morte del singer Michael Grant ha posto (almeno per il momento) la parola fine all'avventura della band. A noi non resta che apprezzarne le ottime doti compositive attraverso una ristampa assolutamente meritata.

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Opinione inserita da Pietro La Barbera    31 Mag, 2014
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I Death Destruction sono un progetto svedese che vede coinvolti personaggi del calibro di: Fredrik Larsson, bassista degli HammerFall, Jonas Ekdahl ed Henrik Danhage, rispettivamente bassista e batterista, già all'opera negli Evergrey, ed infine il cantante Tony Jelencovich, proveniente dai M.A.N., Industrial band di Göteborg, ma con numerose esperienze in altre formazioni di diversa estrazione. Questa bizzarra unione denominata Death Destruction, ha prodotto un primo album licenziato addirittura dalla filiale svedese del colosso Sony, salvo pubblicare il secondo capitolo discografico "II" per conto della Rambo Music. Stilisticamente, i nostri propongono un Groove Metal fortemente influenzato dalla lezione dei Pantera, dei Meshuggah, e dei Machine Head, con ovvi rimandi al Nu Metal, per una miscela potentissima che sperimenta percorsi musicali alternativi simili alle intuizioni dei Lamb Of God. Questo percorso stilistico tende a far perdere una linea diretta da seguire, appare infatti arduo assimilare la loro proposta, specie dopo un solo ascolto. L'esplosività della tirata ed orecchiabile "Divine Justice" riesce comunque a farsi apprezzare nella sua immediatezza, seguita dalla più sperimentale "Dead Pilot", pezzo nel quale vengono alternate parti vocali molto melodiche a sfuriate in growl. Pezzi come "Money Blood Crucifixus" e l'intensa e malata "Give It A Try", rappresentano una tempesta groove intensissima, costruita su riff di chitarra spessi ed abrasivi e linee di basso capaci di creare un muro molto compatto. Altri pezzi validi sono: "Taste The Mud" e "Insane Stays Sane", pezzi carichi di intensità con le vocals di Tony Jelencovich ad alternare fisicità e melodie. L'album risulta pesantissimo, alternando pezzi sicuramente interessanti e capaci di coinvolgere, ad altri un po' troppo privi di mordente, con una ricerca cervellotica priva di sfumature. Un lavoro che rappresenta un compendio di brutalità dall'impatto modernista, adatto a chi apprezza la sperimentazione in campo estremo. Interessante la prova vocale, con Tony Jelencovich lanciato sulle orme di Mike Patton con un piglio brutale!

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Opinione inserita da Pietro La Barbera    23 Mag, 2014
Ultimo aggiornamento: 23 Mag, 2014
Top 50 Opinionisti  -  

Correva l'anno 2001 quando gli U.D.O., capitanati dal leggendario frontman Udo Dirkschneider, pubblicavano il loro primo live album, proprio in Russia, da sempre vero e proprio fortino della band tedesca e ancora una volta scenario del nuovo album dal vivo: "Steelhammer - Live from Moscow". Un lavoro che si presenta con una scaletta piuttosto particolare, attraverso esclusioni eccellenti e graditi ripescaggi, questi ultimi in grado di aumentare il livello di curiosità. La parte del leone spetta all'ultimo album "Steelhammer", dal quale vengono proposte ben sette tracce, escludendo curiosamente "Heavy Rain", uno dei brani che reputo tra i più riusciti dell'intero lavoro. Con una sequenza che cerca di riesplorare il proprio passato, suscita qualche perplessità la mancanza di alcuni brani storici, pezzi del calibro di "Animal House" e "Thunderball", senza contare la quasi totale assenza di alcuni classici del repertorio targato Accept, inni quali "Balls To The Wall" e "Princess Of The Dawn", da sempre molto attesi dal pubblico. A rendere intrigante l'ascolto ci pensano i ripescaggi di "Future Land", Trip To Nowhere", e "Stranger", pezzi estratti da "Faceless World", terzo album della band pubblicato nel 1990. L'ottima resa sonora, capace di calibrare in modo ottimale, sia il sound della band che la grande partecipazione da parte del pubblico, rende gradevolissimo l'intero ascolto. Con "Steelhammer", ci si rende subito conto di trovarsi dinanzi ad una performance infuocata, la rinnovata line-up appare compatta e sicura, con Udo e la sua voce al vetriolo a scatenare il caloroso pubblico russo. La sequenza "Future Land", "A Cry For A Nation", e "Trip To Nowhere", riversa una sana dose di metallo teutonico, con il pubblico russo che dimostra ampiamente di gradire, ma è con la successiva "They Want War" che, come sempre, il livello di adrenalina cresce a dismisura. La graditissima "Stranger" ci regala uno dei passaggi imperdibili dell'album, la cui prima parte si chiude con la staffilata "Stay True", e le emozionali "In The Darkness" e "Azrael". L'anthem "No Limits" apre al meglio la seconda parte, seguita da "Mean Machine", veicolo con il quale i chitarristi possono sfoggiare le loro capacità in una lunga teoria di assoli, seguiti dall'immancabile assolo di batteria. La rasoiata "Burning Heat" non lascia scampo, ma è la particolare "Devil's Bite" a catturare l'attenzione, risultando molto piacevole anche in sede live. Ci si avvia alla conclusione con le telluriche "Go Back To Hell" e "Timebomb", seguite dalla maestosa "Holy"; proprio alla fine arriva l'unico pezzo del repertorio degli Accept: "Metal Heart", anthem che, neanche a dirlo, scatena il delirio lasciando un po' l'amaro in bocca per le già citate esclusioni. Ad ogni modo il live risulta trascinante quanto basta, con una prestazione davvero ineccepibile; non è certamente un live fondamentale, compito che spetta al ben più completo "Mastercutor Alive", certamente non ci si annoia. Una scaletta che certamente farà la gioia dei fans storici della band, ma che priva "Steelhammer - Live from Moscow" di classici al quale non si dovrebbe rinunciare mai.

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Opinione inserita da Pietro La Barbera    20 Mag, 2014
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Non sono mai stati fortunati gli Onward, band del Montana (U.S.A.) attiva dal 2000 che, dopo aver rilasciato tre album, tentò di ripartire nel 2012, venendo però affossata dalla prematura scomparsa del singer Michael Grant. La Pure Steel Records ha deciso di ristampare i primi due capitoli discografici dei nostri nella preziosa versione in vinile, con una tiratura limitata a 500 copie numerate a mano per il primo album, 250 per il secondo. "Evermoving" del 2001, allora rilasciato dalla Century Media, fu l'album di debutto della band, un lavoro capace di giustificare ampiamente l'operazione di ristampa, grazie ad un contenuto in grado di trasportarci indietro fino ai leggendari anni '80 attraverso una felicità compositiva non comune. Armonie chitarristiche di grande impatto, figlie di Iron Maiden e Judas Priest, partiture dai tratteggi progressive, capaci di richiamare alla memoria i primi lavori di Fates Warning e Queensrÿche, e la voce maestosa e melodica di Michael Grant, rendono "Evermoving" un album imperdibile per tutti gli amanti del Power Metal americano, lavoro reso ancor più affascinante da una riuscita produzione vintage. Seppur derivativo, il punto di forza dell'intero lavoro è concentrato nella capacità compositiva, elemento non sempre presente in molte pubblicazioni del genere; il chitarrismo del fondatore della band, Toby Knapp, regala momenti di grande intensità, grazie ad un solismo fantasioso e ricco di spunti, ben supportato da una sezione ritmica che non si abbandona mai ad inutili virtuosismi, preferendo costruire un muro sonoro senza punti deboli. Già l'opener "The Kindness of Strangers" evidenzia le potenzialità compositive degli Onward; riff debitori dei Judas Priest si stagliano sulle poderose dinamiche ritmiche, con le vocals di Grant a delineare intense melodie; la seconda parte si trasforma in uno strumentale impreziosito da una spettacolare teoria di assoli. Le epiche "Onward" e "The Waterfall Enchantress", si fanno ricordare per le splendide interpretazioni vocali del singer, attraverso un crescendo maestoso che intreccia in modo esemplare Iron Maiden e Queensrÿche. Con l'incalzante "The Last Sunset" emergono i Crimson Glory più epici, mentre la successiva "Absolution Mine" delinea partiture più arcigne, capaci di regalare riff abrasivi e spettacolari trame "Maideniane". Le dirette "Witches Winter Eternal" e "Storm Coming Soon" rimandano all'Heavy Metal europeo, con la conclusiva "The Lost Side of the World" a mostrare il volto più progressive della band. Il pezzo si snoda attraverso una power-ballad, "spezzata" da improvvise accellerazioni accompagnate da riff arcigni, con le vocals di Grant a donare intensità e melodia; il finale si trasforma in uno strumentale di grande impatto, grazie alle splendide tessiture chitarristiche in un avvolgente gioco ad incastri con le dinamiche ritmiche. "Evermoving" è un album da riscoprire senza alcuna esitazione, un lavoro che sembra provenire direttamente dal panorama US Metal degli anni '80, con una dose di genuinità che lo rende credibile ad ogni passaggio.

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Opinione inserita da Pietro La Barbera    17 Mag, 2014
Ultimo aggiornamento: 17 Mag, 2014
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Gli Halloween di Detroit sono una delle numerose compagini sfortunate, sfornate dal vastissimo panorama Heavy Metal statunitense, tanto abili nel coniugare la lezione dei Mercyful Fate più diretti, i primi Mötley Crüe, e la teatralità di Alice Cooper. La loro intera opera è stata ristampata dalla Pure Steel Records, a cominciare dall'eccellente esordio "Don't Metal with Evil" del 1985, fino ad arrivare ad "Horror Fire", episodio datato 2006 pubblicato originariamente dalla Motor City Metal Records. Un lavoro quest'ultimo piuttosto corposo, dalla durata di circa settanta minuti, tra episodi in linea con le precedenti realizzazioni e passaggi ora più moderni e pesanti. L'album potrebbe spiazzare per l'approccio Thrash, evidenziando un evoluzione stilistica che, certamente disperde l'originalità dei precedenti lavori nel tentativo di stare al passo con i tempi; in questo senso non mancano episodi comunque riusciti, basti pensare alle ottime "Wake Up Screaming" e "The Crush", composizioni molto dinamiche e dotate di un guitar-work particolarmente incisivo. Sicuramente si fanno preferire i pezzi più vicini alla proposta originale, tra i quali spiccano: l'anthem "Halloween Night", la minacciosa "Exist", la tellurica "Candles", e la cavalcata "Nobody's Home", quest'ultima capace di evidenziare anche influenze "Maideniane". Decisamente meno riusciti risultano brani come: "The Seer", "Rage", e "Ways Of Man", composizioni dall'impatto assai monocorde che, danno l'impressione di essere i "soliti" riempitivi già sentiti migliaia di volte. Dopo la cover di "Go To Hell" dell'illustre concittadino Alice Cooper, tocca ad un terzetto piuttosto interessante, composto da: "Fire Still Burns", "The Battle", e "Fighting Words", tracce ben capaci di mescolare in modo efficace l'approccio più pesante con le sfumature caratteristiche della band, dando così una forma più compiuta alla propria evoluzione stilistica. Gli Halloween di "Horror Fire" non deludono, forse qualche passaggio di troppo si poteva evitare, ma nel complesso l'album suona gradevole, specie quando i nostri recuperano le proprie radici risultando più credibili. Una ristampa interessante ma non indispensabile.

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Opinione inserita da Pietro La Barbera    15 Mag, 2014
Ultimo aggiornamento: 15 Mag, 2014
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I Warrion sono il progetto dell'omonimo chitarrista americano Ron Ravi, percorso iniziato nel 2009 culminato con la pubblicazione di "Awakening The Hydra", album licenziato nel Settembre 2013 dalla Pure Steel Records. A colpire la mia attenzione ci pensa subito una line-up composta da autentici eroi del metallo a stelle e strisce, a cominciare da Mike Vescera: già singer dei leggendari Obsession, con un passato nelle file dei giapponesi Loudness ed alla corte di "Sua Maestà" Yngwie Malmsteen. Alla batteria c'è Rob Brug degli Halloween (con un passato nei Damien), al basso Keith Knight degli Aska, mentre alla chitarra ritmica c'è Tim Thomas, autentico girovago, già nelle file di: Abattoir, Agent Steel, Hirax, e Steel Prophet. A completare la parata di eroi di culto ci pensano gli ospiti George Call e Chris Bennett; il singer degli Aska presta la sua ugola per i cori di "Victim of Religion" e "Serpents Fire", mentre, il chitarrista dei Widow è protagonista di un assolo nella già citata "Victim of Religion". Nonostante la lista di ospiti eccellenti, l'album si rivela decisamente privo di mordente, attraverso composizioni fiacche, talvolta di una banalità sorprendente. Il tentativo di riproporre il Power Metal americano dei ruggenti anni '80, con gli stessi Obsession nel mirino, si scontra con un songwriting davvero povero di idee. Delle undici tracce ben quattro sono strumentali, con la sola "Earth Fire Water Spirit" a mostrare un pizzico di qualità grazie ad arpeggi avvolgenti e maestosi dal sentore Sabbathiano. Per il resto, i Warrion propongono una teoria di pezzi dalle ritmiche telluriche, cariche di linee melodiche scontate davvero prive di fantasia. La triade “Awakening The Hydra”, ”Carnage” e la discreta “Adversary” corre il pericolo di tediare, a causa del suo continuo ripetersi ad oltranza di composizioni a specchio, imbastite su continue accelerazioni ritmiche e refrain banalissimi, dove, lo stesso Mike Vescera non risulta all'altezza della sua fama di singer di razza.
Più interessante risulta "Victim Of Religion", pezzo dotato di un buon lavoro chitarristico, specie negli assoli. La banalità regna sovrana in "Serpents Fire" e "Lucifer My Guide", tra le due, brilla l'anthem "Savage", pezzo dall'incedere roccioso, dotato di un riffing granitico ed un buon refrain. Al termine dell'ascolto l'album risulta davvero una delusione, troppo piatto e scontato, con qualche buon assolo e poco altro a farsi ricordare. Forse, il buon Ron Ravi Warrion dovrebbe formare una "vera" band, per trovare la giusta coesione che spesso viene a mancare in progetti di questo tipo.

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