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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Aprile, 2021
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Questa nuova uscita dei nostrani Tetramorphe Impure rientra nella categoria "compilation": la nuova fatica della one man band piemontese, licenziata da Solitude Productions, raccoglie infatti l'EP "Dead Hopes" ed il demo d'esordio del progetto alessandrino, "The Last Chains". Chi già conosce quali siano le produzioni della label russa, non faticherà a trovare subito i connotati stilistici della creatura di Damien, vocalist live dei Comando Pretorio ed ex membro di Septycal Gorge, Mortuary Drape ed Eroded, qui alla guida totale del progetto in cui si occupa tanto delle parti vocali quanto dell'intero comparto strumentale. Mood estremamente malinconico, un incedere lento, ciclico, ridondante, atmosfere cupe, funeree... l'operato dei TI paga il proprio tributo alle grandi bands Funeral Doom/Death dei 90's, a partire dagli Evoken e dagli Esoteric, due veri e propri giganti del genere così come le atre bands la cui ombra si scorge nell'operato dell'artista piemontese; ci riferiamo ovviamente a gente come Disembowelment, Mournful Congregation e Thergothon. Sonorità insomma "classiche" per i TI, che mettono insieme in questo lavoro quattro brani di grandissima cupezza, tutti dalla lunga durata, cosa che, per chi non è avvezzo a tali sonorità, potrebbe risultare alquanto indigesto. Per gli amanti di questo mortifero sound intriso di malinconia e dall'incedere monolitico, l'ascolto dei Tetramorphe Impure è decisamente consigliato: lungi dall'essere un capolavoro e forse un po' troppo "legato" ai nomi da cui trae insegnamento, "Dead Hopes / The Last Chains" è un lavoro che sa comunque lasciare il segno. Difficile ne possiate rimanere delusi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Aprile, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Nascono nel 2019 ed arrivano oggi a rilasciare il primo full length - dopo tre singoli - i tedeschi Death Chamber, Death Metal band che si avvale della collaborazione con Dead Center Productions. Brutalità ed un certo gusto per la melodia s'incontrano nelle sonorità del trio teutonico: Vomitory (in primis), Cut Up e Divine Heresy sono senz'altro tra le influenze principali dei Nostri, ma non passa inosservata l'eco di Dismember e Benediction - nelle info vengono citati anche i Nile, ma sinceramente ci sembra un azzardo -. "Experiments in Warfare" è un lavoro crudo e brutale che passa con estrema velocità: sono solo 23 i minuti di durata totale dispiegati su sei brani: da un lato questa cosa tiene ben lontano il rischio di annoiarsi, ma dall'altro il debut album dei Death Chamber è forse un po' troppo breve... ma comunque sia, di fattura abbastanza pregevole, questo lo si deve ammettere. La band tedesca non pretende d'inventare nulla di nuovo, anzi i rimandi alla bestiale Brutal Death Metal band svedese - ci riferiamo ai Vomitory ovviamente - sono più che palesi, andando a sfiorare il citazionismo puro ("Dead End Witness", "Relentless Will to Destroy"...). Tra gli altri pregi di "Experiments in Warfare", da annotare l'impatto diretto ed altamente sfrontato, accompagnato da una buona produzione che ben mette in risalto l'operato dei Nostri. Un ascolto al debutto dei Death Chamber è consigliato: pur non dovendosi aspettare chissà quale originalità, questo disco è suonato e prodotto bene; sarebbe un 7 pieno (3,5 sulla nostra scala), ma un mezzo punto in meno per la brevità: un paio di pezzi in più non avrebbero di certo fatto male.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    27 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Aprile, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Debutto assoluto direttamente con il primo full-length per gli svedesi House by the Cemetary con questo "Rise of the Rotten", album licenziato da Pulverised Records che si sarà convinta a produrre questo powertrio scandinavo oltre che per la bontà della proposta, anche dai nomi coinvolti: sono infatti tre veterani a comporre la line up degli HBTC, a cominciare dal grande stakanovista del Death Metal che è Rogga Johansson (Paganizer... e innumerevoli altri progetti), a cui si uniscono il cantante dei Monstrosity (oltre che di Divine Rapture e Azure Emote) Mike Hrubovcak ed il drummer di Paganizer e Portal Matthias Fiebig. Basta il solo nome di Johansson per capire che quello che abbiamo per le mani è un disco di old school Swedish Death Metal, in cui le sonorità taglienti dei vari Entombed, Grave, Paganizer, incontrano la granitica brutalità di Dismember e Bloodbath con qualche accenno progressivo ("Contagious Madness" ad esempo) alla Edge of Sanity. Una mezz'ora di Death Metal roccioso, una prestazione muscolare per il trio che omaggia uno dei capolavori di Lucio Fulci, House by the Cemetary per l'appunto (da noi conosciuto come Quella Villa Accanto al Cimitero), non solo con il monicker ma anche con un concept album basato sul film in questione, la cui storia è nota - e se non lo è la colpa è solo vostra, muovetevi a recuperarlo! - e si dipana lungo le nove tracce che compongono la tracklist. La title-track, chiamata ad aprire le danze, toglie qualsivoglia dubbio su cosa avremo nelle orecchie per la mezz'ora successiva: riff granitici ed una sezione ritmica dalle velleità hardcoreggianti fanno da tappeto sonoro al cavernoso vocione di Hrubovcak, in una serie di brani che nulla aggiungono e nulla tolgono al genere, ma che riesce ad avere comunque i suoi spunti interessanti come "Crematory Whore" e "Defleshed by the Seasons".
Una colonna sonora alternativa per quella che è la terza e ultima parte della Trilogia della Morte del leggendario regista romani (gli altri due film sono Paura nella Città dei Morti Viventi e l'Opera Magna del Maestro, ... E Tu Vivrai nel Terrore - L'Aldilà), fatta di un Death Metal grezzo e sporco, ma proprio per questo va a rappresentare un ascolto più che discreto. Lavoro consigliato: non sarà di certo un capolavoro, ma una mezz'ora di buon intrattenimento lo avrete di certo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    24 Aprile, 2021
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Sono passati quattro anni dal buonissimo debut album dei lituani Crypts of Despair, "The Stench of the Earth" (Testimony Records), prima del loro ritorno sotto lo stendardo di Transcending Obscurity Records con questo "All Light Swallowed". Titolo profetico, in quanto il Blackened Death del quartetto di Kaunas ha quelle atmosfere oscure tipiche di certa vecchia scuola (Incantation - Immolation - Krypts) unito alla ferocia ed al taglio sinistro dei Belphegor. Risultato è un album sì devoto alla vecchia scuola come il precedente, ma in cui i Crypts of Despair hanno saputo sapientemente unire qualche nuovo elemento a dare un'evoluzione al proprio sound primigenio; nella fattispecie certe sinistre melodie che "tagliano" i momenti più sulfurei e mortiferi ("Choked by the Void" - brano più interessante del disco - e, soprattutto "Condemned to Life"). Si ha poi come un vago sentore, molto in fondo nelle composizioni della band lituana, di quel mefitico avanguardismo estremo di Ulcerate/Gorguts/Deathspell Omega ("Synergy of Suffering"): ma è più come una sfocata ombra di fondo, che, pur presente, non porta i Nostri verso i lidi delle violente dissonanze che sembrano andare tanto in voga ora. Anzi, pezzi come la stessa "Synergy of Suffering", "Excruciatuing Weight", l'opener "Being - Erased" sono lì a dimostrare come i Crypts of Despair puntino all'impatto più immediato possibile.
Così come Cersei Lannister, anche i Crypts of Despair scelgono la violenza: in questo caso si tratta però di violenza sonora belluina, scaricata sull'ascoltatore pezzo dopo pezzo, ondata dopo ondata. Promozione più che meritata per "All Light Swallowed", disco che, come da titolo, non ha bisogno d'alcuna luce per brillare.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    24 Aprile, 2021
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Dopo quattro album - l'ultimo dei quali sotto la potentissima ala protettrice di Century Media - arriva il momento del primo EP per i capitolini Hideous Divinity, i quali, approfittando dei tempi morti in tempo di pandemia, hanno scritto e registrato questo breve prodotto (poco più d'1/4 d'ora); lungi però essere "LV-426" un disco uscito tanto per uscire: la grandezza di quella che ad oggi è una delle più grandi realtà della scena estrema italiana, sta nel volersi costantemente migliorare, nonostante i livelli qualitativi altissimi ormai raggiunti. E "LV-426" non fa eccezione: con un concept basato su Aliens di James Cameron (in Italia Aliens - Scontro Finale), la storia viene vista dal punto di vista di Rebecca "Newt", la bambina salvata da Ripley sul pianeta infestato dagli xenomorfi, LV-426 per l'appunto. Solo tre brani (due inediti ed una folle cover di "Delirium Trigger" dei Coheed and Cambria) formano la tracklist dell'EP, dischetto in cui gli Hideous Divinity provano - con successo a nostro avviso - a dare ulteriore nuovo smalto alla propria proposta. I toni sono più cupi rispetto al passato anche recente, vuoi anche per 'adattarsi' al capolavoro sci-fi da cui trae le tematiche, ma non si tratta nemmeno solo di questo; l'esempio pratico è proprio l'opener "Acheron, Stream of Woe", brano più articolato rispetto a quanto fatto sinora dal quintetto romano - che conta tra l'altro in formazione il nuovo chitarrista Riccardo Benedini -, una vera e propria suite di quasi sette minuti che vale da sola l'intero EP a nostro avviso, con il suo incedere dai toni cupi quanto epici, ottime melodie, picchi di violenza improvvisi e, soprattutto, degli arpeggi gelidi quanto lo spazio profondo che ospita tanto Ripley e l'esercito al suo seguito quanto gli spietati xenomorfi. La seguente "Chestburst" per quanto stilisticamente più vicina al Tech-Death dei passati lavori, mostra comunque un approccio diverso da parte degli Hideous Divinity, più maturo, segno che la band romana è, secondo noi, pronta a mettersi tranquillamente al tavolo dei più grandi. "Delirium Trigger" è il terzo indizio - dunque la prova - che gli Hideous Divinity sono ormai giunti definitivamente su di un altro livello, quello in cui ad oggi troviamo solo i grandi colossi che hanno letteralmente inventato e portato avanti il genere.
Basta pensare che tutto questo 'esce fuori' (...non dalle fottute pareti) da un "semplice" EP di tre pezzi: non è questo un altro segno della grandezza e della maturità raggiunti dagli Hideous Divinity? Un EP che sinceramente consigliamo di far proprio: e se gli HD con questo lavoro stanno scaldando i motori in vista del prossimo full-length... beh, abbiamo la sensazione che nel prossimo futuro ne vedremo delle belle.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    24 Aprile, 2021
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Quarto studio album con "Succumb" per gli Altarage, l'enigmatica ed oscura Black/Death Metal band proveniente dai Paesi Baschi; questa volta l'act basco è chiamato ad un compito estremamente difficile: confermare quanto di buono fatto con l'album del 2019, "The Approaching Roar", ad oggi punta di diamante nella discografia dei Nostri. E per farlo, gli Altarage si affidano di nuovo alle mani di Season of Mist - con la sub-label Season of Mist Underground Activists - e ad un songwriting che si ispira ancor più che in passato alle inquietanti visioni da incubo dei Portal: le assonanze tra gli Altarage e la colossale band australiana si fanno ancora più forti in un disco brutale e caotico, in cui onirici suoni che rimandano al Caos Cosmico lovecraftiano - pur non essendo questa una tematica affrontata dai Nostri - colpiscono l'ascoltatore con la meticolosità di un cecchino, strizzando anche fortemente l'occhio al cupo avanguardismo sonoro di gente come Deathspell Omega e Ulcerate. Basterebbero anche solo i due singoli "Magno Evento" e "Forja" per capire che ci troviamo di fronte ad un ennesimo ottimo album da parte degli Altarage, che hanno scelto però di lasciare i colpi migliori per chi acquisterà questo loro quarto album: ci riferiamo a pezzi come "Maneuvre" e l'incredibile "Foregone", piuttosto che a una "Watcher Witness" o una "Lavath", per non tacere di "Vour Concession" (il pezzo più violento, brutale dell'intero lotto). Tutti brani dall'afflato mortifero, complici una cascata di riff incessante ed una sezione ritmica sempre chirurgica, sia quando si tratta di accelerazioni assassine che quando si rallenta in momenti atmosfericamente oscuri. A contribuire alla buona riuscita di "Succumb" è poi una produzione claustrofobica, che mette perfettamente in risalto l'operato del combo basco. "Succumb" avrebbe poi una durata abbastanza "normale", non fosse per gli oltre 20 minuti della conclusiva "Devorador de Mundos", apocalittica strumentale dai tratti ridondanti in cui i riff vengono ripetuti per minuti e minuti in una sorta di colata magmatica: con l'uso della voce ridotto a zero e quello della batteria ridotto ai minimi termini, gli Altarage riescono con questo prezzo a mettere su il pezzo più inquietante della loro breve - ma già piena - carriera.
Abbiamo già avuto modo di dire in passato che gli Altarage non sono per tutti; così come la band a cui maggiormente s'ispirano - ormai avrete capito che parliamo dei Portal -, anche questo criptico ed estremamente ermetico combo dei Paesi Baschi non ha vie di mezzo: o li si ama o li si odia. Per chi ha la predisposizione ad ascoltare lavori che mischiano violenza ad atmosfere angoscianti in cui riff dal carattere maligno guidano un sound altamente caotico, "Succumb" è uno di quegli album da avere assolutamente: non è al livello di quel capolavoro che l'ha preceduto che è "The Approaching Roar", ma di sicuro è l'ennesima conferma che gli Altarage sono di un altro livello rispetto a molti colleghi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Aprile, 2021
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Uscito autoprodotto (!!!) lo scorso novembre, "Cult Burial" è il debut album dell'omonima band proveniente da Londra formatasi nello stesso anno e che aveva anticipato questo primo full-length con un EP di due brani a titolo "Sorrow". La band inglese ha voluto bruciare le tappe insomma... e con risultati che oseremmo definire mirabolanti! Ascoltando l'opening track "Dethroner" si può essere in qualche modo 'deviati': il brano in questione ha un fortissimo appeal con i Belphegor del periodo "Necrodaemon Terrorsathan" - "Lucifer Incestus", ma questa è solo la punta dell'iceberg. C'è infatti moltissimo ancora da scoprire nel debutto dei Cult Burial, in una verità di stili ampia che però vengono uniti e mischiati con una naturalezza ed una fluidità che lasciano di stucco. Dalla brutalità dei Bloodbath ai toni marziali dei Bolt Thrower, passando per excursus nell'old school dei Celtic Frost, nelle funeree atmosfere dei primi My Dying Bride e Paradise Lost, o ancora digressioni che rimandano allo Sludge/Doom dei Primitive Man o brevi accenni Progressive e Post-Metal... e ci sentiamo di aggiungere richiami anche agli Anaal Nathrakh ("Chaos"). Lo ammettiamo, detta così sembra essere uno di quei mischioni senza né capo né coda, una Royal Rumble di generi e stili messi lì "a fare casino", mentre invece i 3/4 d'ora circa dell'opera scorrono via senza che quasi accorgersene. "Cult Burial" è una continua discesa negli abissi, un vortice da cui non c'è alcuna via di fuga: dobbiamo sinceramente scusarci se la recensione di quest'album arriva così in ritardo, visto che al tempo avremmo potuto scrivere che il debut album del trio londinese sarebbe stata una delle grandi scoperte della scorsa annata. Possiamo però dirvi ora che, qualora non vi sia ancora capitato di ascoltarli, è un obbligo recuperare questa band. Promossi senza alcuna riserva e con una domanda: ma cosa ci fanno senza un contratto?

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Aprile, 2021
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Ascoltando i primissimi secondi del brano "Ominous Armageddon" si può puntare a credere che i Funebria siano l'ennesima band polacca che segue le orme di Behemoth e Hate - oltre che Belphegor e Azarath... i soliti nomi insomma -, ma si cadrebbe in errore. Sì, le influenze sono palesemente quelle, ma i Funebria sono tutt'altro che europei, essendo venezuelani (rilocati in Colombia); co-prodotto da Satanath Records e Dark Terror Temple, "Death of the Last Sun" è il terzo studio album per i Funebria, a sei anni di distanza da "Dekatherion: Ten Years of Hate & Pride":un concentrato di Black/Death che percorre i sentieri tracciati dalla scuola centro europea di cui dicevamo. I Funebria insomma non s'inventano assolutamente nulla di nuovo, ma dimostrano di aver ben imparato la lezione impartita dai colossi della scena polacca, mettendoci sul piatto un disco compatto e quadrato in cui violenti blast beat e cupe atmosfere maligne la fanno da padrone lungo le sei tracce (+ intro) che compongono la tracklist di "Death of Last Sun"; "Upheaval & Decadence" è la perfetta fotografia del sound dei Funebria: brutali accelerazioni ed improvvisi rallentamenti scanditi da sinistri arpeggi, formula magari un po' ripetitiva ma che nonostante questo non fa calare il livello qualitativo dell'opera. I fans di queste sonorità, infatti, sapranno sicuramente apprezzare la mezz'ora circa di questo lavoro, che magari non brillerà per originalità ma è comunque di certo un disco Black/Death ampiamente soddisfacente. Complice anche una durata tutto sommato esigua - poco più di mezz'ora, come dicevamo - ed una buonissima produzione, "Death of the Last Sun" potrà essere facilmente dell'ottimo intrattenimento per gli amanti degli estremismi sonori.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Aprile, 2021
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Secondo studio album per i tedeschi Betrayal, band formatasi nel 2005 ma che arriva al debutto su lunga distanza solo nel 2016 con "Infinite Circles" (Transcending Records); sono passati dunque cinque anni da allora sino all'uscita di "Disorder Remains", rilasciato da Rising Nemesis Records. Così come i compagni di label Pestilent Reign, i Betrayal possono essere inseriti in quella schiera di gruppi che suonano Modern Death Metal, insomma con melodie e groove che hanno un'importanza capitale nelle sonorità dei Nostri, e non a caso vengono citati tra le influenze i Revocation a cui noi non possiamo che aggiungere i The Black Dahlia Murder e i Gojira, questi ultimi proprio per la predominanza di passaggi Groove/Death (basta la parte conclusiva del singolo "War"). I Betrayal sanno però guardare anche al "classico", con atmosfere e passaggi malignamente sinistri à la Behemoth ("Rise"), tecnicismi dal sapore Progressive Death - "chiamando in causa" i Death - e brutali fraseggi sempre dal buon tasso tecnico à la Misery Index. Risultato di tutto ciò è un album vario che chi è abituato ad un certo tipo di Death Metal - sonorità classiche, insomma -, potrà trovare diversi spunti d'interesse come momenti in cui storcere il naso; vedendola invece senza paraocchi, questa seconda fatica dei Betrayal è più che sufficiente: coadiuvati da una produzione ottima, i Nostri dimostrano non solo di avere dalla loro un buonissimo tasso tecnico, ma anche di esser capaci di scrivere brani che seppur catchy non vanno a sminuire l'impatto che il Death Metal deve avere, un esempio su tutti "The Manifest".
"Disorder Remains" non è affatto un lavoro da buttare: è comprensibile che i più puristi potrebbero non gradire del tutto queste sonorità e forse i Betrayal hanno inserito troppi ingredienti nella propria ricetta, ma è anche vero che non ci sono pezzi brutti nella tracklist. Insomma, un ascolto noi lo consigliamo, lasciando a voi ogni giudizio di sorta.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 22 Aprile, 2021
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Uscito alla fine dello scorso novembre in formato CD su Great Dane Records, è uscito qualche giorno fa in vinile "Summoning the Purtrid", secondo studio album - a cui si devono aggiungere due EP ed un Live Album - dei francesi Iron Flesh. Il titolo dell'opera è quanto mai profetico su cosa ci aspetta: putrido è l'aggettivo perfetto per definire le melmose sonorità del quartetto di Bordeaux, seppur sulla lunga sembra che i Nostri abbiano messo un po' troppa carne a cuocere. "Summoning the Purtrid" è un compendio dell'old school Death Metal, in cui possiamo trovare in apertura rasoiate da "HM-2 worship" alla Dismember (l'opener "Servants of Oblivion" e la seguente "Relinquished Flesh"), mentre da "Demonic Enn" in poi le influenze si fanno delle più svariate, passando le cadenze marziali dei Bolt Thrower ("Demonic Enn", per l'appunto), aperture estremamente melodiche ("Purify Through Blasphemy"), mazzate Grind, soli dal sapore Heavy Metal... il tutto in un continuo susseguirsi di stili che s'intrecciano e s'interscambiano tra loro di brano in brano o all'interno dello stesso pezzo. Una giusta durata - 40 minuti il tempo effettivo - riesce a non rendere pesante l'ascolto di questa seconda release della band francese, che d'altro canto è però forse un po' troppo dispersiva.
Quel che è certo è che in "Summoning the Putrid" un ruolo primario ce l'hanno le due chitarre, con il cantante/chitarrista Julien ed il compagno d'armi Sylver sugli scudi. Per gli Iron Flesh una sufficienza piena, con la convinzione però che se fossero stati più votati ad una singola "scuola di pensiero" avrebbero potuto ottenere anche di più.

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