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Opinione scritta da Daniele Ogre

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3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 18 Mag, 2022
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Basta dare un'occhiata all'artwork di quest'album per rendersi conto immediatamente di come i Bolt Thrower siano la principale fonte d'ispirazione dei Writhing Shadows, quartetto dell'Alabama che dopo un paio d'EP e demo rilascia il suo primo full-length tramite una co-produzione tra Gurgling Gore e Dawnbreed Records. Se poi magari si ha ancora un minimo dubbio, a sfatarlo arriva subito l'opening track "Warplust Contortions" a mostrarci i Withering Shadows col loro Death Metal quadrato e marziale, pesante come un macigno coi suoi riffoni ed un drumming ricco di groove spacca collo. Ma questa è solo la base su cui i Writhing Shadows si muovono: anche il Death floridiano viene chiamato in causa (Obituary su tutti, ovviamente, vedasi "Born of Dying Stars"), così come la vecchia scuola di Stoccolma ("Valkyrie of Blood", "Carcass of a Godbeast", "Void Cursed"), fino a toccare i lidi del Death/Doom con dei pesantissimi rallentamenti (la già citata "Void Curse" e "Haunted by the Light"). Insomma, pur mantenendosi fedeli all'old school, i Writhing Shadows riescono a dare in pasto all'ascoltatore un lavoro che sa essere comunque vario, cosa questa che rende decisamente agevole lo scorrere della mezz'ora di questa loro prima opera su lunga distanza. Un unico neo che possiamo trovare in una release così solida lo possiamo trovare in fondo alla tracklist, specialmente "Devourment of God's People" che con il suo mood sembra tirare all'improvviso il freno di un disco che altrimenti sarebbe stato scorrevole e dal notevole impatto per tutta la sua durata. Ma nel complesso è qualcosa che ci sentiamo di perdonare, visto che tra feroci esplosioni e pachidermici rallentamenti i Writhing Shadows si presentano con un lavoro viscerale e rabbioso quanto basta per poter destare l'interesse dei die hard fans del buon vecchio Death Metal novantiano.

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3.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Mag, 2022
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Più che un EP, potremmo dire che "Miscreation MMXXI" può essere definito un caro vecchio Demo, ed è soprattutto la release con cui si presentano al mondo i tech-death metallers canadesi Miscreation, con tre brani (per 12 minuti circa totali) che - a quanto abbiamo capito - sono un'anticipazione di un prossimo full-length. Un biglietto da visita, tra l'altro, di cui tenere conto: forti della produzione di un mostro sacro come Christian Donaldson dei Cryptopsy, i Miscreation mettono sul piatto tre pezzi tecnicamente ineccepibili che pur suonando moderni per il buon uso di armonizzazioni e groove, molto devono in quanto a sonorità a gente come Origin, Suffocation e Deicide. Quello che si evince maggiormente da quest'anticipazione è che i Miscreation sanno come pestare a dovere e che il livello tecnico della loro proposta è eccelso, senza che però i Nostri si specchino nella loro bravura. Particolarmente apprezzabile a nostro avviso il lavoro all'unisono della chitarra di Jack Lascelles e quello dietro le pelli di Avery Desmarais, soprattutto nel cupo incipit della conclusiva "IV", pezzo che poi esplode risultando il più diretto e violento del lotto. Per ora, diamo ai Miscreation una sufficienza "sulla fiducia", anche perché tre soli pezzi sono un po' troppo poco per poter giudicare il valore effettivo dell'act proveniente - presumiamo, dati i nomi francofoni - dal Quebec. Non resta dunque altro che aspettarli al varco quando rilasceranno un lavoro su più lunga distanza.

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2.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    14 Mag, 2022
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Ultimamente quando arriva un prodotto cileno si tende ad essere molto attenti, visto che le ottime sorprese possono essere decisamente dietro l'angolo, vedasi l'incredibile ultimo album degli Inanna. Sarà lo stesso per i Putrid Evocation? Scopriamolo. Tornati - per lo meno in studio - a sette anni di distanza dall'album "Echoes of Death", i Putrid Evocation ci offrono questo EP dal titolo "Eternal Gloom: A Void of Agony and Repugnancy", licenziato da Burning Coffin Records e, per il mercato europeo, Dawnbreed Records. Moniker, titolo, brani... tutto fa pensare subito ad un Death Metal old school: ed è proprio questa la proposta stilistica del quartetto cileno, che come molti altri colleghi segue il sentiero dettato in primis da Incantation ed Immolation (oltre che i soliti Cruciamentum, Dead Congregation...), anche se dobbiamo ammettere con fortune diverse rispetto i suddetti colleghi. Pur essendo fondamentalmente un dischetto formato da quattro pezzi - considerando che "Spreading the Impure Seed of Antichrist Ejaculation upon Your Dismal Skeleton" e "Surrounded by Emaning Black Mist from the Depths of a Derelict Grave" sono due interludi - per una ventina di minuti scarsi di durata, questa nuova fatica del combo sudamericano ha bene o male gli stessi problemi riscontrabili in "Echoes of Death": la sensazione è che i Nostri abbiano solo svolto il loro compito seguendo pedissequamente sentieri già ampiamente battuti; possiamo comprendere la mancanza di originalità - cosa in generale non nuova -, ma a mancare qui è anche personalità: i pezzi che compongono questo EP passano senza lasciare assolutamente nulla di memorabile, tanto che una volta arrivati in fondo si passa avanti senza colpo ferire. Insomma, se vi piacciono queste sonorità magari un ascolto a questo lavoro datelo anche, ma con la doverosa premessa che in giro ci sono molti gruppi e tantissimi lavori di ben altra caratura.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    14 Mag, 2022
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Dopo aver assestato un primo grosso colpo a sorpresa col debut album "Depths of the Obscurity", tornano a tre anni di distanza col loro secondo full-length gli statunitensi Blasphematory: "The Lower Catacombs" è un album che tiene fede al proprio nome, grazie alle sonorità volutamente sporche, grezze, catacombali del trio del New Jersey. Una band che vede nei primissimi Incantation, nei Funebrarum e nei Disma dei capisaldi, condividendo tra l'altro con gli ultimi il batterista Chris "Warhead" Demydenko. Ma non solo, visto che nell'assalto Death(/Doom) dei Nostri possiamo scorgere l'ombra della più cupa scena finnica (Demigod, Purtenance, Rippikoulu...). Insomma, avete capito: il secondo studio album dei Blasphematory (e più in generale l'intero loro operato) è quanto di più lontano da qualsivoglia originalità o modernità. Persino la produzione volutamente sporca e lo-fi tende a far pensare che questa nuova fatica dell'act statunitense venga dritta dalla metà dei 90's. Oltre questo - che può piacere come no -, nei quasi quaranta minuti di quest'album i Blasphematory dimostrano ampiamente di sapersi muovere a loro agio in queste sonorità cupe e pesanti, sapendosi muovere perfettamente sia quando i ritmi rallentano facendosi melmosi, sia quando si tratta di accelerare distillando violenza sonora a più non posso: l'esempio perfetto non può che essere "Key to the Furnace", ma bisogna dare atto ai Nostri che tutti i sette pezzi che compongono la tracklist sono di buonissima fattura, come le due lunghe tracce conclusive "The Corruption of Saints" e la title-track, che dimostrano come i Blasphematory sappiano mettere al servizio del loro catacombale Death Metal dei sorprendenti passaggi più melodici. Tirando le somme, "The Lower Catacombs" è un album consigliatissimo agli amanti di queste sonorità, confermando come i Blasphematory possano in questo campo dire decisamente la loro. A patto non siate schizzinosi riguardo la produzione, ovvio.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Mag, 2022
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I Jungle Rot sono uno di quei gruppi che nel momento in cui esce un loro nuovo lavoro, sai già esattamente cosa aspettarti, cosa che non sempre è un male, come in questo caso. Anche perché sarebbe ormai fin troppo strano per il quartetto del Wisconsin cambiare il proprio registro dopo trent'anni di carriera e ben undici album con quest'ultimo "A Call to Arms", che segna l'esordio di Dave Matrise e soci per Unique Leader Records. E' dunque il classico Death Metal della vecchia scuola che esce fuori dalle casse (con suoni grandiosi grazie al lavoro alla produzione di un gigante come Dan Swanö), sonorità a cui i Jungle Rot ci hanno abituato da sempre e che si attestano sulla scia di Obituary, Bolt Thrower ed Asphyx. Una mezz'ora circa che si dipana lungo dieci tracce che fanno del groove e della facile presa il proprio leitmotiv, con episodi bene o male quasi tutti riusciti e brani che promettono di avere la loro bella dose di headbanging e moshpit in sede live, come "Beyond the Grave", "Vengeance & Bloodlust" e "Death Squad". Fa magari eccezione la sola "Asymmetric Warfare", canzone probabilmente un po' troppo scolastica. I Jungle Rot sono ormai un simbolo di perseveranza, una band che dopo tre decadi di carriera suona ancora con una passione viscerale e che, bene o male, difficilmente tira fuori un brutto lavoro. E manco a dirlo, "A Call to Arms" non fa eccezione.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Mag, 2022
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Sono passati solo tre anni dal buonissimi "Rituals of Power", ed ecco ritornare i Misery Index con il nuovo album "Complete Control", primo sotto la potentissima ala di Century Media Records. Dobbiamo dire che mai titolo sembra così azzeccato: i Misery Index sembrano infatti davvero in completo controllo dimostrando sin dalle prime note dell'album una certa verve, che li porta anche ad una maggiore varietà stilistica rispetto a qualsiasi lavoro passato. L'impianto Death/Grindcore resta la colonna portante dei nostri ("Infiltrators", "Now Defiled!"), ma su di esso i Nostri si muovono in maniera decisamente variegata tra episodi più cupi e pesanti (il singolo "The Eaters and the Eaten", l'opener "Administer the Dagger"), passando per i fraseggi groove di "Conspiracy of None", le taglienti arie Blackened di "Reciprocal Repulsion", il refrain 'behemothiano' di "Rites of Cruelty", fino ad arrivare alla title-track che richiama in maniera nemmeno tanto velata il Melodic Death di At the Gates e primissimi In Flames. Il punto di forza di quest'album risiede nel fatto che nulla appare forzato nell'operato della band di Baltimora, segno di come in fase di composizione i Nostri si siano trovati, per l'appunto, in controllo totale. Supportato da una produzione grandiosa, "Complete Control" è un'altra tacca nell'ormai ventennale carriera dei Misery Index, capaci in due decadi di non soffrire mai di cali qualitativi, pregio non di poco conto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Mag, 2022
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A quattro anni da "Transcending Embodiment" tornano 'a far danni' i Posthuman Abomination, brutal deathsters sardo-lombardi che si sono imposti da subito come tra le più interessanti novità nel campo di questi ultimi anni, forti anche di una formazione che vede musicisti non proprio di primo pelo come gli ex-Natrium Lorenzo Orrù (voce) ed Andrea Pillitu (basso), Max Santarelli dei da poco rinati Vomit the Soul (ed ex-Septycal Gorge, chitarra) e Marco Coghe (Devangelic e Vulvectomy, batteria). Con questo "Mankind Recall" - licenziato come il predecessore da Comatose Music -, ritroviamo la band nostrana con la stessa formula stilistica del debutto, con Deeds of Flesh e Devourment che giocano un ruolo fondamentale tra le influenze dei Nostri, ma con un approccio che in questa nuova opera appare ancor più brutale. Tra sfuriate di violenza inumana e pesantissimi groove, i Posthuman Abomination si lanciano a tutta per otto colossali monoliti di brutalità tout court, per una mezz'ora intenta a non lasciare prigionieri sul campo. pezzi come la title-track o la seguente "Zeroth" (col suo riff portante dal 'sapore' Morbid Angel), come anche l'opener "Subdermal" e la tellurica "Mnesic" sono perfetti esempi sia della bontà della proposta del quartetto, sia di come si può suonare del buonissimo Brutal Death senza dover per forza sembrare "la copia della copia di...". Per i fans del genere un disco, questo "Mankind Recall", che saprà catturare sin dal primo ascolto. Ed i Posthuman Abomination dimostrano di come sia ancora viva e florida la tradizione Brutal Death nostrana.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    11 Mag, 2022
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Debutto assoluto per gli Harvested, quartetto Technical Death Metal formato da musicisti veterani della scena estrema canadese. Ed in realtà, non c'è proprio tanto da dire su quest'omonimo EP; cinque brani di 3 minuti / 3 minuti e mezzo di durata ciascuno, tecnici, brutali... che però palesano fin troppo le influenze che hanno portato gli Harvested ad avere questo sound, Suffocation e Deicide su tutti, ma anche Cannibal Corpse e - chi ha un orecchio più 'allenato' se ne accorgerà - i nostrani Hideous Divinity. Gli Harvested compensano comunque la mancanza di originalità mettendo sul piatto una prestazione muscolare in cui l'alto livello tecnico è messo totalmente al servizio dell'impatto più duro e brutale possibile, con un paio di episodi particolarmente riusciti come il singolo "Apathetic" e Delirium". Sufficienza di fiducia per il combo canadese, in attesa di poterli ascoltare con un minutaggio più lungo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    11 Mag, 2022
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"Apologetica" segna il debutto assoluto per i Patristic, neonato combo partorito dalle menti di Jacopo Gianmaria Pepe (Bedsore, SVNTH) ed Enrico Schettino (Hideous Divinity); licenziato da Pulverised Records, questo breve EP di una ventina di minuti per tre tracce si fonda su di un'anima prettamente Black Metal, con le algide atmosfere islandesi a farne da fulcro primario (Svartidauði su tutti). Ma si tratta, sostanzialmente, delle fondamenta su cui poggia un sound che riesce a richiamare le atmosfere ritualistiche di gente come Gaerea o Deathspell Omega, ma anche la compatta potenza dei Behemoth o degli stessi Hideous Divinity, con l'incipit della title-track che fa venire in mente non poco l'operato della band madre di mr. Schettino. Fondamentalmente, in "Apologetica" possiamo sentire i due artisti romani mettere in campo ognuno la propria esperienza al servizio di un lavoro che per quanto breve ha diversi spunti d'interesse. Magari c'è ancora qualche angolo da smussare - in fondo siamo all'esordio assoluto per questo progetto -, ma in ogni caso non si può negare che Schettino e Pepe siano riusciti a regalarci tre pezzi altamente funzionali, in cui si sentirà ancora forte l'influenza dei gruppi succitati, ma che dall'altra parte lasciano aperti più di uno spiraglio per una crescita compositiva che promette di poter essere esponenziale - ed in tal caso ad accendere maggiormente l'interesse è più la suite in due parti "Praescriptio" che la title-track, specie ascoltando la parte finale della prima parte -. Per ora possiamo dire che il lavoro dei Patristic è sicuramente soddisfacente: per il futuro teniamo d'occhio questo nome perché potrebbero esserci sorprese di non poco conto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    08 Mag, 2022
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Nello stesso giorno d'uscita dei Cosmic Putrefaction, Profound Lore Records immette sul mercato il nuovo album di un'altra band proveniente dal roster di I, Voidhanger Records: si tratta dei texani Haunter, band nata una decina di anni fa suonando Screamo e che col tempo ha cambiato le proprie sonorità nell'odierno Progressive Black/Death che possiamo ascoltare nei tre lunghi brani che compongono questo loro terzo album a titolo "Discarnate Ails". Un album per certi versi ostico quello appena pubblicato dal combo texano, ma solo forse ad un primo appropccio; dopo qualche ascolto attento si riesce a penetrare nei meandri delle sonorità del quartetto di San Antonio, che vede in gruppi come Suffering Hour e Convulsing le influenze primarie, perno su cui ruotano anche fraseggi più progressivi che rimandano talvolta agli Akercocke, talvolta persino Blood Incantation o Opeth - questi ultimi per il buon uso fatto delle chitarre acustiche -, passando anche per le dissonanze degli Ulcerate e le atmosfere dei Deathspell Omega. Detta così, sembra che gli haunter abbiano messo forse un po' troppa carne a cuocere, mentre invece nonostante la durata non propriamente esigua dei tre brani che compongono la tracklist, l'album scorre via piacevolmente, vuoi anche per le doti tecniche mostrate dai nostri non in maniera eccessiva; tradotto: gli Haunter sanno come suonare, ma non si specchiano mai nella loro bravura. "Overgrown with the Moss", "Spiritual Illness" e "Chained at the Helm of the Eschaton" sono tutti di pregevole fattura, ma mentre la traccia conclusiva è la più completa del lotto, è probabilmente la seconda - canzone più corta dell'album - a poter destare maggior interesse, anche per un approccio che miscela sapientemente Ulcerate e Suffering Hour e per una parte centrale assolutamente spacca collo. Per gli Haunter un lavoro ben al di sopra di una semplice sufficienza; va da sé, se si predilige la frangia più tecnica dell'Extreme Metal si avranno più punti in comune e spunti d'interessa con quest'ultima opera della band texana, altrimenti il consiglio è, come abbiamo fatto noi, di concentrarsi su più ascolti: difficilmente ne rimarreste delusi.

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