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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    30 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 30 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

EP di debutto per i senesi Charun, band nata dopo lo scioglimento dei Coram Lethe per volontà di tre membri della Progressive/Melodic Death band toscana: Deimos (chitarre), Simone Pirisi (basso) e Francesco Miatto (batteria); i tre reclutano Mario Di Ceglie alla voce (e chitarra) e cominciano a sondare una strada decisamente diversa da quella della loro vecchia band: gli Charun sono infatti dediti ad un Death Metal di stampo classico ed old school che molto deve soprattutto ai primi lavori di Morbid Angel, Deicide ed Immolation, con in più un tocco di quel glaciale Black dei primissimi Emperor. Il risultato di ciò è condensato nei cinque pezzi che compongono "Impending Decline", debutto assoluto, come dicevamo, dell'act toscano appena rilasciato dall'etichetta statunitense New Density, label che sinceramente non conoscevo e che scopro essere di proprietà di Aamonael (Lord Mantis, ex-Nachtmystium, ex-Avichi). Ovviamente non dovete aspettarvi un lavoro che brilli di chissà quale originalità, ma allo stesso tempo si sente sin dai primi istanti dell'opener "As You Die in Dread" che i Charun sono formati da musicisti con una certa esperienza alle spalle, cosa questa che si denota in primis dal piglio autoritario dei pezzi e la sfrontatezza con cui i quattro musicisti affrontano questo loro primo passo, senza timore di inserire anche momento dalle venature Progressive - la parte centrale dell'opener, ad esempio, o ancor più nella conclusiva "Forsaken Path" - a dare un più ampio respiro all'assalto all'arma bianca di quest'opera. "Impending Decline" è un disco che poggia soprattutto sul corposo riffingwork di Deimos e del Di Ceglie, che vengono ben supportati da una sezione ritmica rocciosa che riesce ad essere precisa e tellurica sia in ottimi up e mid-tempo ("Relentless Fate"), sia quando si tratta di spingere sull'acceleratore. Restando al solo ambito italiano, se vi è piaciuto l'ultimo album dei romani Thulsa Doom, questo debutto assoluto dei Charun si attesta nella stessa vena stilistica e con un risultato finale qualitativo dello stesso livello: un ascolto sicuramente soddisfacente che saprà catturare immediatamente l'attenzione degli amanti dello US Death Metal classico.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

Dopo una consueta gavetta fatta di EP ed intensa attività live - il sottoscritto ha potuto vederli all'opera l Frantic Fest 2022 -, è tempo di primo full-length per i death/goregrinders danesi Septage, che con questo "Septic Worship (Intolerant Spree of Infesting Forms)" - licenziato in combutta da Dark Descent, Me Saco un Ojo ed Extremely Rotten -, ci regalano una ventina di minuti di sguaiato putridume sonoro che trae insegnamento a piene mani dai Carcass di "Reek of Putrefaction" e dagli Impetigo. Anche se va dato atto al trio di Copenhagen che hanno cercato di dare una maggior varietà ad un sound piuttosto vecchiotto (ma ancora altamente funzionale, se fatto bene); grazie a questo, insieme alle consuete sbracate di pochi secondi troviamo pezzi più lunghi (addirittura si arriva intorno ai tre minuti!) in cui i Septage danno ampio risalto a passaggi più groovy. "Septic Worship" è insomma un disco sì Death/Goregrind, ma a suo modo anche poco convenzionale proprio per via di queste strutture più spigolose atte a deviare leggermente la traiettoria dei Nostri dai classici stilemi del genere - comunque ben presenti, sia chiaro -, come ad esempio in "Septic Baptism" e "Bushmeat Banquet", la cui (breve) seconda parte procede sghemba riuscendo quasi a spiazzare l'ascoltatore. Non siamo davanti ad un disco che riscriverà le sorti di questo particolare genere musicale, ma alla fine questo primo album dei Septage è un ascolto soddisfacente, se siete fans di queste sonorità.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 29 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

Tra non molto saranno trenta gli anni di carriera dei giapponesi Coffins, eppure sono solo sei i full-length rilasciati dal quartetto di Tokyo; ma come si può ben vedere, è ormai una decina d'anni che il combo nipponico si prende tranquillamente tutto il tempo che seve per scrivere un nuovo album, implementando la propria discografia nel frattempo comunque con uscite minori che ne constatano il perenne movimento. "Sinister Oath", licenziato da Relapse Records, arriva a cinque anni di distanza dall'ottimo "Beyond the Circular Demise", ad oggi - riteniamo - ancora il miglior platter rilasciato dai Nostri. Questa nuova fatica però ci mette in mostra nuovamente una band in uno stato di forma invidiabile, che pur rimanendo con le proprie radici in quel Death Metal old school putrido e stentoreo (Autopsy, Cianide e Winter), è riuscita a suo modo ad evolversi in una creatura multiforme, inserendo nel proprio sound anche rocciosi passaggi dal sapore Swedish e dando sempre più sostanza alle fosche venature Doom. In generale, "Sinister Oath" è un disco che suona Coffins al 100%, ma dobbiamo dire che deve la propria riuscita ad una tracklist pensata per essere la più varia possibile; cosa questa che possiamo vedere ad esempio nella doppietta formata dalla pachidermica "Spontaneous Rot" seguita dalla più aggressiva "Forced Disorder". Ed è cos' che tra pezzi più pesanti ed atmosfericamente funerei ("Headless Monarch", la lunga "Everlasting Spiral") ed altri più rabbiosi e diretti ("Forced Disorder", "Chain", "Things Infestation"), ne troviamo anche alcuni in cui le due anime vorticano tra loro dando un'aria più variegata alle composizioni (su tutte la conclusiva "Domains of Black Miasma"). Uchino e compagni, insomma, non deludono le aspettative; ma è anche vero che da una band esperta come i Coffins non ci si sarebbe aspettati assolutamente nulla di diverso. I nipponici hanno tanta storia alle loro spalle, ma continuando di questo passo, il futuro appare decisamente luminoso.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

Dopo una gestazione di circa tre anni dall'omonimo EP d'esordio, tramite Sentient Ruin Laboratories pubblicano il loro primo full-length, "Refracture", gli americani Aberration, gruppo formato da musicisti non propriamente novellini, visto che in formazione troviamo membri di Suffering Hour, Nothingness e Void Rot. E già solo i primi due nomi dovrebbe lasciar facilmente intendere il carattere sperimentale e tecnico di questo progetto, capace di colpire sin da subito l'ascoltatore con l'approccio tumultuoso della massacrante "Antithesis", ma al contempo si può notare come atmosfere dalle tinte fosche e stentoree dissonanze si fanno largo man mano in un incedere a suo modo alienante. Un mood di cui sono sicuramente maestri gli stessi Suffering Hour, anche se per lo più su quest'opera aleggiano prepotenti le ombre di Altarage e Portal, l'una per il possente ed onnipresente groove dei pezzi - una materia questa che l'enigmatica band basca padroneggia -, l'altra per gli afflati malefici ed orrorifici anch'essi perennemente presenti lungo le cinque lunghe tracce che compongono "Refracture". Sonorità oblique ed un mood perennemente inquieto ci accompagnano per tutti i 42 minuti e mezzo di durata di quest'opera, in cui riff rocciosi s'intersecano con arpeggi dall'afflato luciferino, mentre l'incedere della sezione ritmica sembra quello di un mastodontico caterpillar, riuscendo anche ad essere talvolta all'occorrenza brutali come possiamo sentire nella violenza allo stato brado di "Wrestling Vibrations". "Refracture" è insomma un debut album di cui tenere decisamente conto: ascoltato con il giusto mood, si riuscirà a restare invischiati nelle tenebrose trame di un disco che esplode sin da subito nella propria più oscura luce. Si sente, insomma, che ad essere coinvolti qui sono musicisti esperti.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 25 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

Abbiamo potuto constatare come negli ultimi tempi nella frangia più tetragona e lisergica del Death Metal ci siano diverse bands che hanno ampliato le loro sonorità con aperture più progressive e, a tratti, persino melodiche; senza andare troppo in là temporalmente possiamo menzionare l'ultimo magnifico lavoro dei Tomb Mold, o ancora le recenti uscite di Slimelord ed Apparition. Etichetta sicuramente attenta a questo crescente movimento è 20 Buck Spin, licenziataria dei suddetti dischi di Tomb Mold e Slimelord e che ha pubblicato negli scorsi giorni anche "Maze Envy", secondo studio album dei californiani Civerous. La band di Los Angeles si era fatta notare nel suo debutto "Decrepit Flesh Relic" (Transylvanian Recordings, 2021) per il suo spietato Death/Doom sulla scia dei nomi 'classici' (Spectral Voice, Krypts, Mortiferum, gli immancabili Disembowelment), una componente ancora oggi presente nel sound del quintetto; ma come detto, i Civerous sono tra i gruppi che hanno - potremmo dire - aperto la propria mente a nuove soluzioni atte a rendere più vario il loro operato. La carica esplosiva del loro Death/Doom dal flavour Blackened è rimasta inalterata, ma come si può ascoltare già dal singolo "Shrouded in Crystals" non mancano tetre armonizzazioni, sinistri arpeggi, repentini cambi di tempo, sferzate dissonanti ed un fino lavoro di synth a rendere ancor più lugubri le atmosfere generali dell'album. Ci sono poi momenti - come l'intermezzo strumentale "Endless Symmetry" o nella title-track - in cui i Nostri sembrano seguire la scia dei conterranei - di San Diego e non di Los Angeles però - Tideless, con fraseggi vicini a quello che potremmo definire Deathgaze... anche se l'impressione è che questi frangenti siano per i Civerous ancora un 'work in progress', per via di passaggi che al momento sembrano ancora un po' macchinosi. Ma a parte questo, "Maze Envy" ci mostra una band estremamente convinta del percorso intrapreso e che, una volta riuscita ad entrar bene nel meccanismo, potrà sicuramente togliersi non poche soddisfazioni, anche perché le tre tracce più lunghe dell'opera - "Shrouded in Crystals", "Maze Envy" (in cui i passaggio Shoegaze funzionano al meglio) e "Geryon (The Plummet)" - sono senza dubbio degli ottimi punti di partenza, a cui si aggiunge una produzione sporca il giusto da mantenere le radici dei Nostri saldamente ancorate nell'old school, ma con uno sguardo ben proiettato verso il futuro. Ascolto consigliato, possibilmente più volte per riuscire a coglierne le varie sfumature.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    23 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 23 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

Già nel 2021 i californiani Apparition avevano destato parecchio interesse con il debut album "Feel"; oggi la band di Los Angeles alza ulteriormente l'asticella con "Disgraced Emanations from a Tranquil State", secondo studio album che come il predecessore è rilasciato da una garanzia assoluta come Profound Lore Records. Rispetto all'esordio, ad Andrew Morgan (voce, batteria) e Miles McIntosh (oggi alle chitarre) si sono uniti il nuovo bassista Taylor Young (Twitching Tongues, ex-Nails) ed il nuovo chitarrista Andrew Solis; e sono proprio McIntosh e Solis ad apportare le maggiori novità in casa Apparition in questo loro secondo album: pur mantenendo le loro radici salde in quel Death - Death/Doom della vecchia scuola (Disembowelment, Mortiferum), il quartetto di Los Angeles ha col tempo lavorato di cesello picchiettando qua e là aprendosi nuove strade ed ampliando non di poco i propri orizzonti. In "Disgraced Emanations...", infatti, possiamo subito notare una vena più progressive ed avanguardista, sulla scia di Blood Incantation e dei Tomb Mold delle ultime uscite, ma anche i Demilich per quell'incedere obliquo ed i controtempi quasi jazzati su di un impianto sonoro tetro ed arcigno (fino ad arrivare alla vera e propria improvvisazione Jazz con l'intermezzo "Inner Attitudes, Light Transference"), e persino i Death per quanto riguarda le parti soliste - in questo senso sembra che McIntosh abbia studiato a fondo il compianto Chuck -. I due singoli chiamati ad aprire l'album, "Asphyxcreation" ed "Imminent Expanse of Silence and Not (or Not)" sono due chiarissimi esempi di questa nuova visione degli Apparition, ma non che i restanti brani siano da meno: la lunga "Paradoxysm", ad esempio, è una continua concatenazione di riff corposi e ritmiche telluriche con divagazione a loro modo tetramente armoniose, leitmotiv questo, come avrete capito, di un disco in cui è assolutamente impossibile abbassare la concentrazione. Solis e McIntosh si dimostrano due chitarristi già eccezionalmente affiatati ed il loro riffingwork è infatti un moto perpetuo che ci accompagnerà per l'intera durata dell'album, andando a cambiare totalmente direzione e tempi da un momento all'altro come fosse la cosa più naturale del mondo. "Feel", per quanto fosse un lavoro monolitico, era un lavoro sicuramente più istintivo di più rapida presa rispetto a questo nuovo "Disgraced Emanations from a Tranquil State". Questa nuova opera targata Apparition, però, ha il pregio di essere un disco stratificato che migliorerà di ascolto in ascolto, con nuovi elementi che salteranno all'orecchio di volta in volta fino ad avere un quadro (quasi) completo delle complesse strutture di quest'album. La crescita della band californiana con questo loro secondo album, è semplicemente esponenziale.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    23 Marzo, 2024
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Nella prima metà del primo decennio degli anni 2000 li americano Brodequin si segnalarono come uno dei migliori gruppi Brutal Death in circolazione, grazie a tre album semplicemente strepitosi come "Instruments of Torture" (2000, autoprodotto), "Festival of Death" (2001, Unmatched Brutality Records) e soprattutto il picco della loro carriera "Methods of Execution" (2004, Unmatched Brutality Records). Il loro Brutal Death sfrontato e senza il minimo compromesso unito alle tematiche su torture medievali - anche il loro nome viene da una tortura medievale francese - fece sì che il loro nome crescesse sempre di più... salvo poi andare in pausa indefinita nel 2008, per più o meno riformarsi nel 2015. Dopo allora però sono arrivati solo tre boxset prima che nel 2021 scaldassero i motori con l'EP "Perpetuation of Suffering". Oggi, a vent'anni dal maestoso "Methods of Execution", i fratelli Jamie e Mike Bailey tornano con quello che è il quarto studio album della loro creatura: "Harbinger of Woe", licenziato da Season of Mist Underground Activities. E già con la tripletta iniziale "Diabolical Edict" - "Fall of the Leaf" - "Theresiana", sembra che per i Bailey Brothers non siano passati affatto due decenni! Reclutato dietro le pelli Brennan Shackelford - con loro nei Liturgy -, i Brodequin riprendono esattamente da dove avevano lasciato, improntando le loro sonorità odierne su quello che facevano agli inizi del secolo, aggiungendo però i giusti elementi per risultare al passo coi tempi senza snaturarsi. Il continuo vortice di blast beat furiosi ed imponenti break groovy resta ancora oggi il marchio di fabbrica del trio di Knoxville, con Mike Bailey che inonda le casse con uno tsunami di riff corposi e taglienti quanto la lama di un bisturi, aprendosi anche a rapidi affondi melodici e persino a sinistri arpeggi: la parte centrale di "Of Pillars and Trees" è semplicemente da urlo!, e non è un caso infatti che il pezzo sia stato scelto come singolo primario dell'opera, da cui è stato tratto anche un video. Con un solo, singolo ruggito dopo due decadi di silenzio, i Brodequin possono essere certi di potersi riprendere immediatamente tutti quei fans che hanno consumato dagli ascolti i loro primi tre album, dimostrando nel contempo di poter dare al proprio Brutal Death della vecchia scuola quella venatura moderna che permetterà loro d'incontrare i faovri anche delle nuove generazioni. Il terzetto iniziale, "Tenaillement", la title-track, "Vredends Dag"... tutti perfetti esempi di come brutalità senza compromessi ed una certa tecnica possono convivere in un tornado sonoro che colpisce per 32 minuti senza sosta. Bentornati!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

A sei anni di distanza dall'ottimo (a dir poco) "Támsins likam" tornano i faroesi Hamferð; dopo un grandioso exploit come il precedente lavoro c'era una discreta attesa verso questo "Men Gu​ð​s hond er sterk", terzo studio album dell'act nordico licenziato, come il predecessore, da Metal Blade Records. Ed è bastato anche un solo ascolto per capire come gli Hamferð abbiano nuovamente fatto centro, anche se questa nuova opera è stata approcciata in maniera decisamente diversa: più istintiva potremmo dire, anche perché per una scelta consapevole dei Nostri "Men Gu​ð​s hond er sterk" ha quasi i connotati di un live in studio, essendo stato registrato tutto in presa diretta. Tutto ciò magari è andato un po' a discapito della perfezione che può dare una registrazione 'solita', ma che nel complesso dà a questo terzo album degli Hamferð dei connotati più sanguigni, sacrificando forse un po' più in sottofondo le atmosfere tastieristiche, dando però al contempo un'importanza capitale al riffingwork di Theodor Kapnas e Eyðun í Geil Hvannastein. Un disco che, come gli altri della band faroese, affonda le proprie radici nell'aspra isola sita nei Mari del Nord da cui provengono, un lavoro intriso di malinconia ed arie gelide, ma che proprio come i panorami delle Isole Faroe sa affascinare. Stesso dicasi per il concept alla base dell'album, che narra di una storia realmente accaduta nei primi anni del '900, quando durante una caccia alla balena quattordici marinai persero la vita a causa di una violenta tempesta che li colse in mare. Un concept dunque che ben si adatta al sestetto di Tórshavn, come dimostra soprattutto la bella "Í hamferð": in faroese la parola hamferð indica infatti l'apparizione ad un proprio caro di una persona morta in mare. Potremmo dire dunque che "Men Gu​ð​s hond er sterk" può rappresentare ad oggi la quintessenza degli Hamferð, sia concettualmente che musicalmente; su quest'ultimo piano la terza fatica dei Nostri è in generale un pelo inferiore al predecessore, ma nel complesso possiamo qui toccare con mano quello che è il vero spirito della band nordeuropea, tra melodie intrise di malinconia, eterei arpeggi e passaggi duri. E questo grazie, oltre ad un comparto strumentale di tutto rispetto, soprattutto all'incredibile versatilità vocale di Jón Aldará, ma come in quest'album - ricordiamo: registrato in presa diretta - valore aggiunto degli Hamferð per la sua capacità di passare senza alcun problema tra growl profondi ("Hvølja" è ad esempio il brano più cupo e pesante mai scritto dai Nostri) e sentite voci pulite (la sognante "Marrusorg", la mesta quanto meravigliosa "Glæman"). "Men Gu​ð​s hond er sterk" è un album che ci mostra gli Hamferð nella loro più pura essenza, un disco estremamente ricco di pathos che tocca il proprio apice sulla conslusiva title-track, in cui i Nostri accompagnano musicalmente l'intervista ad uno dei sopravvissuti - ormai novantenne - della tragedia raccontata nell'opera. Un 'must have' per gli amanti di queste sonorità, senza il benché minimo dubbio.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Marzo, 2024
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Sin dagli esordi con il demo "Creating a Kult" e l'EP "Introspective Contemplation of the Microcosmus", i lombardi Hadit sono sempre stati uno dei gruppi da seguire con più attenzione nel sottobosco estremo italiano, cosa poi ampiamente confermata dall'ottimo primo album "With Joy and Ardour Through the Incommensurable Path" (Sentient Ruin Laboratories, 2021). A tre anni di distanza gli occulti death/black metallers di Varese tornano con il loro secondo album "Metaphysical Engines Approaching the Event Horizon" - licenziato da I, Voidhanger Records - e con una line up rinnovata: dopo averne curato la produzione in passato, infatti, Gabriele Gramaglia (Cosmic Putrefaction, Vertebra Atlantis) si è unito a XN e Fulgŭrātŏr per occuparsi di basso, synth, alcune parti di chitarra e seconde voci. Le tematiche cosmiche dei Nostri s'intersecano con le sonorità che abbiamo conosciuto ed apprezzato nei loro passati lavori, un Death/Black sulla scia di Grave Miasma e Dead Congregation con quelle strutture oblique che - possiamo dirlo - sono un marchio di fabbrica di I, Voidhanger (potremmo citare i soliti Ulcerate, ma Bølzer, Suffering Hour e VoidCeremony sono esempi più calzanti). "Metaphysical Engines..." è, comunque, un lavoro che possiamo dividere in due tronconi distinti. Nella prima parte troviamo gli Hadit alle prese con pezzi altamente atmosferici affrontati con spirito avanguardista, con oniriche dissonanze chitarristiche atte a rendere più complessa la struttura degli ottimi brani; soprende per certi versi l'approccio più melodico nell'incipit dell'opener "Becoming the Light Eternally Driving on the Photon Sphere", prima che il pezzo di apra a soluzioni più classiche e malevole, mentre incontriamo prima sonorità piùclassiche e dirette con "Interstellar Mediums Rhapsody" e poi la vena più sperimentale degli Hadit con l'incredibile singolo "Three Ways of Death After Gravitational Collapse" (imperioso qui il pulsante lavoro di basso di GG), con le sue declamanti voci pulite e la voce dell'ospite A.th (Gosforoth, Black Oath) ad aumentarne la carica luciferina. C'è poi una seconda parte di album in cui, pur con un lavoro strumentale di tutto rispetto, le canzoni sono sì soddisfacenti - prendete la roboante "Blood and Gods Know Where Weakness Is" con ospite Davide Collaro dei Devoid of Thought -, ma che tanto per atmosfere quanto per le strutture si può notare una marcata differenza con il maestoso trittico iniziale. Beh, salvo poi piazzare in conclusione i quasi 9 minuti di "Del Tramonto sul Nulla, Dove Fuoco Diventa Cielo" che non solo riprende gli stilemi dei primi pezzi dell'album, ma è anche probabilmente il miglior pezzo scritto e suonato dagli Hadit sinora. Per cui, sì: gli Hadit si confermano come una delle realtà più interessanti dell'intero panorama underground estremo nostrano grazie ad un ottimo album come "Metaphysical Engines Approaching the Event Horizon"... che però probabilmente potrebbe ricevere più favori all'estero che qui da noi, sospettiamo. Assolutamente promossi!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Marzo, 2024
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Formatisi in Russia nel 2005 e rilocatosi in seguito in Norvegia, i Defect Designer sono un duo formato da Dmitry Sukhinin (Diskord, voce e chitarre) e Martin Storm-Olsen (ex- Finntroll, basso e voce), a cui si unisce per questa nuova release in qualità di session alla batteria Eugene Ryabchenko dei Fleshgod Apocalypse."Chitin" - questo il titolo dell'opera - è il terzo studio album per l'act nordeuropeo ed arriva a due anni di distanza dall'EP "Neanderthal"; entrambi i lavori sono licenziati da Transcending Obscurity Records. I Defect Designer sono meno psicotici ed ostici dei "cugini" Diskord, ma a quanto sembra la principale particolarità di Dmitry è quella di scrivere musica che ha comunque bisogno di più ascolti per entrare nel giusto mood. Per quanto riguarda i Defect Designer siamo nei lidi di un Death Metal tecnico e - per molti tratti - progressivo, con un mix d'influenze che passa dai Demilich nei momenti più tosti ai Disharmonic Orchestra, passando anche per Cephalic Carnage, The Dillinger Escape Plan - sentite "Simulacrum" - e, soprattutto!, Voivod, chiamati spesso in causa soprattutto dall'incessante mood ondivago delle chitarre come nell'opener "Uglification Spell". "Chitin" è insomma un lavoro altamente sperimentale in cui la tradizione si fonde con divagazione che arrivano fino a venature Math. Come dicevamo, i Defect Designer sono sicuramente meno ostici dei Diskord, ma pezzi come "We Will Need Your Chitin", "Certainty After the Kafkaesque Twist", "Shine Shine" - in cui compare come ospite Björn Strid dei Soilwork -, "We Prescribe", sicuramente potranno lasciare straniti coloro che si aspettavano un disco Death Metal o Tech-Death che rientrasse nei canoni. Si deve dunque essere totalmente privi di paraocchi per poter apprezzare un'opera tanto "strana" - in senso buono, ovviamente - come "Chilin", dando a Sukhinin e Storm-Olsen il giusto merito per un maelstrom sonoro che una volta vi abbia catturato difficilmente vi lascerà andare.

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