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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    08 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Ottobre, 2021
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Inaugurano i vent'anni di carriera i tedeschi Nocturnal, e lo fanno con il loro quarto disco intitolato "Serpent Death" che giunge a distanza di sette anni dal precedente "Storming Evil". Un album che, come avrete letto dal titolo, si rivolge alla vecchia scuola più intransigente ed oltranzista, tanto che i Nostri ne sono dei fieri portavoce e forse tra le realtà più importanti. Si tratta quindi di quelle leggendarie sonorità vecchie, stantie e ammuffite che trasudano Sodom, Destruction, Desaster, Cruel Force e compagnia bella. Esattamente: Black/Thrash per gli amanti più incalliti del genere. Le classiche - e mai noiose - sfuriate sataniche che fieramente si stagliano come fossero l'inno alla carica di un'orda di demoni. Insomma, avete capito perfettamente le coordinate stilistiche dalle quali i Nostri non si sono mai allontanati, dimostrando quindi una notevole devozione nei confronti del metal alla vecchia maniera. Ciò che troveremo in questo "Serpent Death" non è niente di nuovo rispetto a quanto sentito nei capitoli precedenti. Eppure per Avenger e soci, che non hanno mai nascosto questa quasi spasmodica fede nel metallo più puro, si tratta comunque di un album di tutto rispetto e sempre ben gradito. Perché se da un lato l'evoluzione e la costante ricerca di un sound più stratificato possono fare la differenza, dall'altro anche l'intransigenza fa la sua gran figura. Ed è quello che rappresentano i Nocturnal nel panorama underground - ma neanche troppo underground a dirla tutta -. Quelle chitarre velenose e scheletriche, unite ad una batteria secca e tirata da inizio a fine e ad una prova canora che strizza l'occhio ai Venom piacciono sempre e comunque, non c'è storia. Ma c'è di più, perché scavando più a fondo questo "Serpent Death", che fa della purezza il suo cavallo di battaglia, sa regalare anche qualche momento più ragionato che non sia solamente un assalto all'arma bianca. Sezioni soliste affatto scontate e qualche momento più "tranquillo" danno quel pizzico in più ad un disco che altrimenti sarebbe solamente devozione allo stato puro. Ma comunque si tratta pur sempre di brevi parentesi che distolgono di poco l'attenzione dal vero punto focale dei Nocturnal: pestare a sangue da inizio a fine.
Dunque, se siete fan della vecchia scuola e di quel modo di intendere il metal, o se semplicemente avete voglia di una sana dose di mazzate disimpegnate, troverete nel quartetto tedesco pane per i vostri denti. Da parte nostra si tratta di un buonissimo disco di Black/Thrash oltranzista e mai noioso.

Ps. Piccola curiosità: il logo dei Nocturnal è presente nella copertina di "Dark Thrones and Black Flags", l'album dei Darkthrone del 2008. Mica male eh?!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    08 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Ottobre, 2021
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Giungono al loro primo debutto gli statunitensi Fleshbore, licenziati da Innerstrength Records. Dopo un EP nel 2018 per il quintetto di Indianapolis è giunto il momento della prova completa con il qui presente full-length "Embers Gathering". Un disco - stando al presskit - che si rivolge agli amanti del Technical/Melodic Death, soprattutto quello ispirato ai The Black Dahlia Murder con forti richiami al Death/Grind dei Cattle Decapitation e al Tech-Thrash dei Revocation. Ora, prima di iniziare con la recensione vera e propria e con tutta l'umiltà del mondo, a detta nostra nessuna di queste influenze è effettivamente in linea con la proposta dei Nostri. O meglio, lo è ma in maniera marginale, a cominciare dall'impostazione melodica con cui vengono presentati fino a giungere al Technical Death, del quale i Fleshbore hanno più dei richiami propendendo invece per l'impostazione Technical Deathcore, che è cosa ben diversa. Ciò che troveremo in questo album, dunque, è un'encomiabile prova che fonde molto bene elementi frenetici e malati di stampo Rings Of Saturn e - qualcosa - Infant Annihilator con una struttura certamente melodica ma maggiormente tecnica - per l'appunto - che ricorda da vicino i The Faceless. Perciò le coordinate entro cui il quintetto si presenta al grande pubblico sono quelle che strizzano l'occhio ad un Death Metal feroce e ricchissimo di arzigogoli, ma ampiamente supportato dalla classica componente -core di cui si faceva menzione sopra. Ma comunque, indipendentemente dalle definizioni che spesso complicano maggiormente le cose, ciò che conta è come la band sia riuscita perfettamente ad offrire un prodotto che si mantiene sempre entro dei binari ben precisi, mostrando da una parte un'indiscutibile capacità tecnico-compositiva, ma dall'altra un'altrettanta attenzione a non voler andare oltre. Il risultato sono sette tracce ragionate e puntate verso una sola direzione, ma che comunque non disdegnano uno sguardo ampio verso le più disparate influenze. Si passa quindi da brani maggiormente Tech-Deathcore ad altri più Progressive e ricchi di sezioni melodiche, un po' come succede nella tripletta di apertura composta da "Momentum", "Careless Preacher" e "Cynicism" - quest'ultima una delle migliori dell'intero lotto -. Prova di tutto rispetto anche per la sezione ritmica con un Tyler Mulkey dietro le pelli che sa perfettamente cosa sta facendo: dalle blastate al tappeto di doppia casa fino ai passaggi più arzigogolati. Insomma, la batteria è un elemento tutt'altro che marginale all'interno del disco. Così come la prova canora di Michael O'Hara, che nonostante tenda ad essere piuttosto ripetitiva e strutturata su un solo timbro vocale - vagamente ricorda il vocalist degli Aborted - , centra il bersaglio.
Tolta una leggera impostazione scolastica che ancora si ravvisa in alcune sezioni prevedibili, i Fleshbore si presentano al pubblico con un album da ascoltare a tutti i costi. Un biglietto da visita che non lascerà indifferenti gli estimatori delle frange più tecniche del Death. Complimenti.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    04 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 04 Ottobre, 2021
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Ultimamente il Technical Death sta vivendo una vera e propria rinascita: tra gruppi storici e nuove leve, si ravvisa un'attenzione sicuramente maggiore verso questo genere. C'è chi si è dato al filone più melodico - The Black Dahlia Murder e Inferi -, chi a quello più arzigogolato e complesso - Obscura, First Fragment, Beyond Creation e compagnia bella - e chi, infine, ha provato ad inserire elementi -core. Tra questi ultimi non possiamo non ci tare i qui presenti Cognizance: band che dal 2012 ad oggi ha pubblicato diversi EP e singoli ed un solo album nel 2019 e che a due anni di distanza dal debutto torna in pompa magna con questo "Upheaval". Un disco che porta con sé due novità, di cui una è conseguenza dell'altra: l'ingresso di Paul Yage come seconda ascia ed un sound molto più stratificato e variegato. Il risultato, certamente lontano dal capolavoro, è un prodotto decisamente accattivante che, come dicevamo, mischia elementi tecnici e melodici ad una componente Deathcore. Se da un lato l'impostazione chirurgica e asciutta è rimasta, dall'altra parte abbiamo sicuramente una qualità compositiva nettamente maggiore e meno scolastica. Da qui si capisce come il nuovo arrivato abbia permesso all'ormai quintetto di ampliare lo spettro compositivo. Ed è soprattutto la melodia a farla da padrona qui, dato che essa, forte dell'esperienza dei The Black Dahlia Murder, è la struttura principale dalla quale poi si diramano le tracce. La componente tecnica è invece più ragionata e centellinata: certamente presente ed impossibile da non notare, ma comunque tenuta a bada onde evitare di strafare o comunque di uscire fuori carreggiata. Insomma, i Cognizance ci tengono a presentare al pubblico un disco equilibrato nel quale tutto ruota attorno ad una sinergia delicata che permette a ciascuna componente di emergere senza mai predominare. Perfino le sezioni maggiormente Deathcore tendono a rimanere relegate a qualche breakdown o a momenti che ricordano da vicino gli ultimi Whitechapel. Se volete un esempio lampante dell'ottimo salto di qualità fatto consigliamo caldamente le due tracce "Syntheticus I" e "Syntheticus II": la combo migliore dell'intero lotto proposto e certamente il momento più alto raggiunto in questo disco.
Certamente, come si ravvisava più su, non siamo di fronte al capolavoro, né tantomeno ad un album rivelazione. Tuttavia non si può dire che gli Upheaval non sappiano il fatto loro, perciò consigliamo caldamente l'ascolto.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Settembre, 2021
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In un mondo che va inesorabilmente avanti c'è chi, al contrario, guarda ancora indietro restando fedelmente ancorato alle proprie origini musicali, e gli statunitensi Signs Of The Swarm ne sono tra gli esempi più fulgidi. Di loro parlammo già nel 2019 quando venne pubblicato l'ottimo "Vital Deprivation", un disco che strizzava l'occhio ai fan del Deathcore vecchia scuola. Sicuramente una produzione interessante che di fatto portò l'act all'attenzione generale; ma dall'altra parte si ravvisava ancora un certo approccio scolastico e standard che andava ad intaccare l'originalità della proposta. Dopo due anni da quel disco ecco che i nostri tornano nuovamente in carreggiata, sempre sotto l'egida di Unique Leader Records, con il qui presente "Absolvere", quarta fatica per i Nostri che vede l'ingresso di Jeff Russo alla chitarra. E finalmente siamo di fronte ad un'opera degna di questo nome che, come già suggerisce il titolo, è pregna di tutta la maestria della vecchia scuola Deathcore pur non disdegnando alcune soluzioni più nuove. Certamente possiamo dire che i Signs Of The Swarm siano attualmente tra le realtà più conservatrici del panorama americano. Non che questo sia per forza un male, anzi. David Simonich - giunto alla sua seconda prova con la band - e soci hanno di fatto raccolto il retaggio dei nomi più importanti del genere proponendo uno stile che si rifà apertamente a dieci anni fa. I Whitechapel e i Suicide Silence in primis sono la base da cui i Nostri sono partiti nel costruire il loro sound. Da qui, poi, il quintetto ha ampliato la sua proposta con elementi più moderni, abbracciando quindi l'approccio tecnico degli Infant Annihilator e dei Vulvodynia e le sonorità quasi Blackened Death dei Mental Cruelty. Quindi sì, è figlio diretto del Deathcore degli albori questo "Absolvere"; tuttavia esso si salva, per così dire, dal rischio di mera emulazione grazie ad uno sguardo più ampio anche verso le soluzioni più moderne. Il risultato è un discone che maciulla e massacra tutto ciò che gli si para davanti senza troppi fronzoli, e certamente superiore al precedente "Vital Deprivation" che risultava troppo scolastico e stereotipato. Ennesima prova d'encomio per il vocalist che dimostra di trovarsi a suo agio anche in alcune sezioni in clean ("Dreaming Desecration") che, personalmente, ho trovato azzeccatissime e perfette per il contesto.
Paradossalmente sembra di trovarsi di fronte ad un disco che nel suo essere fedele alla vecchia gloria risulta più innovativo di altri album più incentrati sulla ricerca del sound feroce e distruttivo che sulla personalità. Quindi, bentornati ad una remastered edition del periodo 2008-2015 con un gran bel disco di puro Deathcore.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Settembre, 2021
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Order Of Nosferat, un nome che risulterà sconosciuto ai più, magari anche a chi bazzica maggiormente nel mondo del Black Metal. Tuttavia se si scava più a fondo nella line-up, si scopre che una delle menti dietro al duo tedesco-finlandese è Count Revenant, già membro di Sarastus, Sarkrista, Slagmark e, in passato, dei Rituals of a Blasphemer. Un personaggio, dunque, già noto nel panorama della musica estrema e di cui questi Order Of Nosferat sono un side project. Licenziati da Purity Through Fire i Nostri arrivano al loro secondo album, "Arrival of the Plague Bearer", proponendo quello che, a tutti gli effetti, è un vero rimando - non troppo velato - alla scuola raw finlandese: per intenderci, quella di Horna, Behexen, Satanic Warmaster e compagnia bella. Un disco, dunque, che stilisticamente parlando non aggiunge praticamente nulla ad un sound già ampiamente noto. Se a ciò aggiungiamo una produzione veramente scarna e basilare che più old e "TrVe" di così si muore, ed un songwriting praticamente identico dall'inizio alla fine ed intervallato qua e là da delle tracce in synth, ecco che il tutto risulta quindi insufficiente. Non che il Black del duo sia brutto; anzi. Alcune soluzioni risultano anche epiche ed interessanti, come in "A Trail Of Livin Coffins" (la traccia migliore del lotto) e sicuramente faranno gola agli amanti incalliti del genere. Tuttavia è il complesso che non va perché tutto sa di "già sentito". C'è da dire che la band non ha mai nascosto la vena referenziale nei confronti dei grandi nomi del genere, ma ciò non basta a giustificare un disco certamente valido e a tratti interessante ma che alla fine lascia molto poco. Perciò se siete veramente dei fan di culto che spendono la loro esistenza nella ricerca dei gruppi più sconosciuti e underground del sottobosco nordeuropeo, allora siete capitati nel territorio giusto. Altrimenti potete anche passare oltre in maniera indolore.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Settembre, 2021
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È sicuramente un ascolto sempre gradito e piacevole quando si tratta dei Ravnkald, band internazionale che conta membri da Messico, Italia, Usa e Norvegia. Il Black Metal proposto dai nostri riesce sempre a fare la sua bella figura, soprattutto per gli innesti Pagan e melodici che rendono la proposta variegata ed interessante. Ed ovviamente la formula è, nel bene e nel male, rimasta immutata in questa sesta fatica dal titolo "The Pagan Resistance": album che tra l'altro vede l'entrata del vocalist italiano Martyr Lucifer (Space Mirrors, Hortus Animae), forse l'elemento che più di tutti ha dato carattere al disco. Perché, lo diciamo subito, il grosso difetto della band è sempre stato uno ed uno solo: la reiterazione degli stessi pattern compositivi e stilistici. D'accordo che "squadra che vince non si cambia", ma è altresì vero che la musica dei Ravnkald non abbia mai apportato chissà quali stravolgimenti, risultando certamente godibile e particolare per certi aspetti, ma altrettanto prolissa o comunque scontata dall'altra. Ed è per questo motivo che "The Pagan Resistance" risulta un buon album perfettamente in linea con la discografia del gruppo, anche se da una parte questa ripetitività comincia a battere la fiacca. In assoluto il Black Metal della band è molto poliedrico, tanto da assorbire al suo interno quella malinconica vena melodica molto vicina agli Insomnium, impreziosita poi dai sempre ben presenti - anche troppo - elementi Pagan e atmosferici. Ma per quanto i nostri riescano molto bene a spaziare con le influenze, si tratta pur sempre di stilemi già sentiti nella loro discografia. Da qui torniamo al punto relativo alla voce del nuovo vocalist, di fatto la novità migliore di tutto il lotto proposto. Nonostante alcuni vocalizzi in clean risultino sottotono, è altresì vero che Martyr Lucifer sia un cantante molto aperto e variegato nel suo stile. La sua voce si scioglie all'interno della musica quando sussurra, ma ecco che un attimo dopo il suo scream cadaverico sembra riemergere in questo continuo gioco di luci ed ombre veramente gradito. Lo ripetiamo ancora: la componente migliore di questo album.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    20 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 20 Settembre, 2021
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Il panorama dello Slam - e sottogeneri affini che non elenchiamo per ovvi motivi di spazio - è costellato di tantissime band; soprattutto negli ultimi anni c'è stata un'impennata di gruppi che provano a ritagliarsi il loro spazio in questo filone. Ma è altrettanto palese come siano effettivamente in pochi a dare un vero contributo al genere, soprattutto perché parliamo di un tipo di musica nella quale è facilissimo risultare noiosi e monotoni. Per intenderci: un buon 80% sono band che propongono gli stessi pattern, ritmiche e passaggi. Poi, fortunatamente, c'è chi è emerso da questo mare. Tra questi una menzione d'onore spetta ai sudafricani Vulvodynia, sicuramente tra i gruppi slam più noti nel panorama al pari di Acrania, Kraanium, Devourment, Vulvectomy, Abominable Putridity e compagnia bella. In soli sette anni di attività i Nostri hanno saputo stratificare sempre di più il loro sound arrivando al 2019 con il terzo album "Mob Justice", l'opera che diede a Duncan Bentley e soci non poca riconoscenza nella scena. Infine giungiamo al 2021, l'anno del qui presente "Praenuntius Infiniti": il disco - lo diciamo subito - della consacrazione; il lavoro più completo e stratificato che segna da un lato la collaborazione con Unique Leader Records, e dall'altro uno stile molto più aperto e dinamico. Ma andiamo con ordine.
La carriera dei Vulvodynia, dicevamo, possiamo dividerla in due filoni principali: quello che va dagli esordi al 2019 e quello inaugurato con l'album in questione. Per circa cinque anni l'act sudafricano ha sempre dato prova di grande maestria e una certa permeabilità alle influenze esterne, tant'è che lo Slam proposto poteva esser visto più come un Deathcore molto più cadenzato e pesante. Ma è altrettanto vero che il corridoio compositivo è rimasto comunque fedele a determinati pattern, per quanto sarebbe ingiusto ed esagerato parlare di monotonia. Comunque la si voglia vedere i Vulvodynia hanno saputo ritagliarsi un posto d'onore. Ma è con "Praenuntius Infiniti" che la musica cambia, in tutti i sensi. Se prima la componente -core era sì percepibile e presente ma sempre tenuta in seconda posizione, ecco che qui essa emerge con molta più forza, sorretta adesso da un'impalcatura mai sentita prima: quella Technical. Merito di ciò è stato senza dubbio il cambio di line-up con Lwandile Prusent che va ad aggiungersi alle due asce. Musicalmente parlando, dunque, abbiamo un enorme boost che ha portato i Vulvodynia ad abbracciare senza timore le influenze di band Tech-Deathcore come Infant Annihilator e Rings Of Saturn ed addirittura sonorità vicine al Deathcore/Downtempo degli olandesi Distant. Se a questo mix micidiale andiamo a sommare anche delle malatissime orchestrazioni che saltano fuori di tanto in tanto e delle sezioni molto più frenetiche rispetto ai dischi precedenti, ecco spiegato come "Praenuntius Infiniti" vada considerato quasi come un nuovo punto di inizio per il sestetto sudafricano. La stessa durata dell'album, poi, suggerisce come un sound più variegato, tecnico e stratificato abbia necessariamente richiesto dei brani più lunghi e numerosi: 14 tracce - compresa intro ed un intermezzo strumentale - per quasi un'ora di massacro totale. Ma attenzione, non è una mattanza buttata a caso nel calderone. Tutt'altro. Siamo di fronte ad un ottimo compromesso tra la carica a testa bassa tipica dello Slam/Brutal Death e momenti più ragionati, lenti e quasi melodici che trasudano competenza e classe da tutti i pori. Insomma: i ragazzini son cresciuti ampliando esponenzialmente il ventaglio musicale proposto. Ad oggi possiamo quindi riaffermare con molta più forza quanto si diceva all'inizio, ossia che i Vulvodynia siano una delle vette più alte dello Slam, e con questo album aprono le porte ad un nuovo modo di intendere il genere. Capolavoro!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    16 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Settembre, 2021
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Dispiace dirlo con tanta freddezza e così diretto, ma tant'è: i catalani Krossfyre sono la brutta copia dei Nifelheim - e ce ne vuole -. Ora, senza andare ad infierire troppo, diamo qualche info in più. La carriera del gruppo è praticamente all'inizio con un solo EP alle spalle ed il qui presente debutto "Rites of Extermination", forse uno degli album più standard che abbia mai sentito in anni di recensioni. Dedito, per l'appunto, all'old school che più old non si può, a cominciare dalla copertina - bruttissima - che trasuda anni '80 da tutti i pori (anche nei font usati) il quartetto propone un ferocissimo Black/Thrash con diverse sferzate Death sulla falsariga di band quali i già citati Nifelheim e i belgi Bütcher, con qualche richiamo ai Necrophobic. Almeno sulla carta, dunque, siamo di fronte a qualcosa di impatto e certamente gradito; il che potrebbe anche essere così, se non fosse per due fattori davvero non ignorabili: la pessima qualità audio e lo stile fin troppo standard ed eccessivamente ancorato ad influenze più che note. Ora, passi pure il secondo discorso, che magari è più un fatto di gusti personali - per quanto c'è da dire che le soluzione adottate siano veramente standard e prevedibilissime -, ma il primo punto no, non è minimamente passabile, nemmeno se vigliaccamente giustificato dietro il discorso del sound old school. Perché dalle sonorità stantie degli anni '80 ad una mera accozzaglia di volumi che fanno solo venire il mal di testa nemmeno avessi tra le orecchie un gruppo elettrogeno acceso, c'è un abisso. La proposta dei Krossfyre sarà anche standard e fondamentalmente con personalità pari a 0, ma quantomeno si tratta di tracce assassine e tiratissime che il loro schiaffone sulla faccia lo danno in pieno. Tuttavia anche quel poco di buono che il quartetto catalano ha in serbo viene totalmente affossato da una produzione pessima e caotica, direi "ronzante" e fastidiosa. Sinceramente si è più invogliati a stoppare l'ascolto. Perciò o si ricorre ai ripari pulendo la qualità audio e curando maggiormente il setup, oppure la carriera dei Nostri si ferma qui. Album bocciato, passate tranquillamente avanti.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    16 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Settembre, 2021
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Quella degli Inferi è stata ed è tutt'ora una carriera in continua crescita. Il quintetto di Nashville non si è mai adagiato su quanto fatto di buono di volta in volta preferendo invece un approccio musicale sempre più ricercato, stratificato e completo. Non è un caso, dunque, che i Nostri siano lentamente usciti da un bacino d'utenza prettamente americano ad un meritatissimo pubblico più internazionale. Votatissimi alle sonorità dei The Black Dahlia Murder, gli Inferi hanno convissuto con questa - chiamiamola così - etichetta per diverso tempo, raccogliendo molti estimatori da un lato ma altrettante critiche dall'altro. Situazione totalmente messa a tacere nel 2018, quando venne pubblicato quel capolavoro di "Revenant", il disco che disse al mondo interno "questi siamo noi, ca**o!" e pregno di tutta la maestria di una band che riuscì a creare una dimensione totalmente sua: un ferocissimo Melodic/Technical Death Metal pieno di orchestrazioni e perfetto sotto ogni punto di vista. Ma per i Nostri non era che l'inizio...
Con questa doverosa premessa vi presentiamo quello che, a detta di chi scrive ovviamente, è l'album della definitiva consacrazione. Il fiore all'occhiello che, sulla falsariga del precedente lavoro, ha definitivamente consacrato gli Inferi come una delle realtà mondiali di maggior rilievo. Ecco a voi, a soli tre anni di distanza dal predecessore, il colossale "Vile Genesis", sesto - se consideriamo una ristampa nel 2019 - full-length per Malcolm Pugh e soci e capolavoro massimo di tutta la carriera del quintetto. Un'impresa quasi impossibile da pensare, soprattutto dopo il grandioso lavoro svolto nel 2018; eppure la band è riuscita ad impennare ulteriormente la qualità della sua proposta.
Ora, prima di incorrere in erronei fraintendimenti, è bene precisare come questo "Vile Genesis" non si discosti dagli stilemi gettati da "Revenant". Semplicemente - si fa per dire - si tratta di un'ulteriore evoluzione e perfezionamento del sound proposto, a cominciare dal cambio di line-up che vede 3/5 dei componenti sostituiti, con tutto ciò che questo ha comportato. Tolto l'inossidabile mastermind Malcolm Pugh alla chitarra e orchestrazioni e Mike Low alla seconda ascia, le new entry sono: Stevie Boiser alla voce, Andrew Kim al basso e Spencer Moore alla batteria. Uno stravolgimento non di poco conto se consideriamo che abbiamo un nuovo vocalist ed una sezione ritmica differente. Eppure gli Inferi non hanno perso un briciolo della formula vincente; anzi: ci permettiamo di affermare come la nuova line-up abbia fatto impennare, e non di poco, la qualità compositiva dell'act americano. La voce di Stevie si attesta su una linea molto simile rispetto a quella di Sam Schneider, tuttavia risulta più corposa e meno influenzata dal cantato di Trevor Strnad dei TBDM. Ritmicamente parlando, poi, si nota come il duo batteria-basso spazi ancora di più, rendendo di fatto la componente tecnica ancora più percepibile. Addirittura è possibile trovare di tanto in tanto dei richiami al deathcore iper-tecnico dei Rings Of Saturn, soprattutto in alcune sezioni soliste dove vien data briglia sciolta all'inventiva.
Dicevamo prima come gli Inferi siano sempre stati accostati ai TBDM; impossibile affermare il contrario. Ma è proprio in questo "Vile Genesis" che i nostri prendono completamente le distanze da quegli stilemi. O meglio, è evidente come qui l'influenza sia stata relegata a dei sempre ben percepibili richiami quasi devozionali. A farla da padrona qui è un Melodic Death monolitico e molto più variegato e che questa volta non si limita a toccare, bensì ad assorbire al suo interno molti più influssi. A cominciare da un'attenzione maggiore alle orchestrazioni, sempre presenti ed in grado di dare quella nota elegante a tutta l'opera. Non di rado sentiremo l'influsso dei nostrani Fleshgod Apocalypse (vedasi "From Exile To Exaltation"), così come nella batteria di Spencer Moore, ancora più ispirata e variegata nelle soluzioni. Insomma, comunque la si voglia vedere, è chiaro come gli Inferi abbiano portato a compimento il loro percorso stilistico, senza tuttavia snaturare la loro anima, anche con una formazione nuova. Per l'act di Nashville si era prospettata davanti un'impresa titanica, ossia quella di dare un'ulteriore spinta alla sua proposta dopo "Revenant". Compito ampiamente portato a termine con il disco per eccellenza che ha definitivamente consacrato gli Inferi tra le band Tech-Melodeath migliori al mondo.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    16 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Settembre, 2021
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Grezzo, feroce, glaciale e direttamente uscito dai meandri più bui della Norvegia degli anni '90. Così si presenta il secondo omonimo album degli inglesi Nefarious Dusk, trio che dal 2007 ad oggi ha pubblicato un solo full length più svariate demo. Ma è con il qui presente disco che i Nostri vogliono portare a compimento o, per meglio dire, tracciare la loro strada. Strada che, come già si intuisce dal titolo, non si discosta quasi mai da quella già battuta 30 anni fa dai padri fondatori del genere. Una novità rispetto al lavoro precedente che andava oltre l'ora di durata attestandosi su dei lidi certamente più personali - anche se di fatto la band non si è mai allontanata da quei canoni -. Il risultato è un album veloce, di impatto, frenetico dall'inizio alla fine e pregno della miglior scuola Darkthrone dei primi anni. Ora, senza fare un inutile quanto impossibile paragone con Fenriz e Nocturno Culto, è evidente l'enorme dedizione che Hrafn e soci hanno messo all'interno della loro creatura. Tuttavia, se da una parte l'album convince, dall'altra è innegabile che ciò sia dovuto per il semplice fatto che si tratta di una formula già ampiamente conosciuta. Per intenderci: era scontato che il disco funzionasse essendo un "Transilvanian Hunger 2.0" - ovviamente si fa per dire -, da qui la sufficienza piena ma non di più. Perciò, se siete innamorati di quel sound che ha reso il Black Metal leggendario, allora "Nefarious Dusk" farà al caso vostro. Altrimenti potete tranquillamente skippare o tutt'al più ascoltare un grande classico del genere.

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