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Opinione scritta da MASSIMO GIANGREGORIO

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    06 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Febbraio, 2021
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Come diceva il buon Socrate, “tutto ciò che so è di non sapere”.
Faccio pubblicamente ammissione di ignoranza (il che mi viene del tutto spontaneo e naturale) ed affermo di non aver mai saputo che questi doomsters cileni esistessero fin dal 1997! Dei membri originari sono rimasti solo il cantante ed il chitarrista a dimostrazione del fatto che sono loro due la vera anima (nera) della band andìna.
Per una volta, signore e signori, il freddo sonoro non arriva dalla Norvegia o dalla Svezia bensì dalle Ande.
Quello dei Poema Arcanvs è un doom metal più che onesto, piuttosto votato ad una malinconia di fondo che permea tutto questo loro ultimo lavoro preceduto da una discografia alquanto nutrita.
Devo dire che l’alternanza tra cantato pulito e possente e growl funziona benissimo, conferendo il giusto pathos al giusto momento ad ogni pezzo.
Le ritmiche, manco a dirlo, sono funerarie, e ben si attagliano ad un sound intriso di tristezza da far rabbrividire, apportando quella sensazione di freddo mortifero che finisce con il paralizzarti progressivamente gli arti.
Si parte con la title-track e, man mano che l’ascolto di questo album procede, ti senti sempre più angosciato ed abbandoni ogni speranza di poter rivedere la luce (altro che “The lighthouse keeper”!) che venga in tuo soccorso, squarciando le tenebre sempre più fitte che ti avvolgono, creando un mix micidiale con la sensazione di freddo di cui sopra.
E rimani orfano (“Orphans”) di ogni benessere, avventurandoti in un percorso che si trasforma ben presto in un pellegrinaggio (“Pilgrim”) tra le rovine di un paesaggio a tinte fosche (“Kingdom of Ruins”) durante il quale cerchi di farti coraggio (“Brave”) fino a che approdi in un Paradiso (“Heaven”) che però non ha niente di bello e di buono.
L’unica cosa che ti salverà, sarà l’ultimo solco del disco, che ti libererà finalmente dal nero giogo del Poema Arcano anche se ce ne vorrà di tempo per riprenderti da questa funesta esperienza sonora che ti segnerà per un bel pezzo.
Asfittico ma affascinante.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    23 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Gennaio, 2021
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Gli Scrollkeeper sono una band texana di formazione relativamente recente, infatti hanno mosso i primi passi nel 2016, ma questa è la prima volta che si cimentano con un full-length. Al primo EP, “Path to Glory” del 2018, hanno fatto seguito solo due singoli, “Lady Death” (2019) e – inframezzato da una cover di “Hellion” dei W.A.S.P. nello stesso anno, bonus track di questa release – il singolo “Scrollkeeper” che è stato poi riproposto nella tracklist di questo CD, che prende il nome da una pratica inquisitoria: l'autodafé, o sermo generalis, era una cerimonia pubblica, facente parte soprattutto della tradizione dell'Inquisizione spagnola, in cui veniva eseguita, coram populo, la penitenza o condanna decretata dall'Inquisizione.
Il quartetto texano è votato ad un heavy metal alquanto tradizionale, che attinge a piene mani dagli spartiti della Vergine di Ferro, sia pure accelerato e pluri-potenziato, con delle venature epic metal (mi riportano alla mente, specie in "Lady Death", i sottovalutatissimi Omen, quelli di “The Axemen” e “Dragon’s Breath”, tanto per intenderci). Il tempo di assaporare l’intro acustica di rito, che subito si scatena l’inferno sonoro, una sequenza di pezzi al fulmicotone ("Valhalla’s Gate"), alternati ad altri più cadenzati ("Surrender") che si susseguono come una serie di strali infuocati che piovono da un cielo reso plumbeo dalle fiamme di un assedio: quello ai nostri padiglioni auricolari! Assolutamente pregevoli gli assoli epicheggianti di Alex, così come granitica si appalesa la sezione ritmica vulcanica di Andrew e Simon. Unica, grande nota dolente è il cantante: davvero inadeguato, dalle corde vocali debolucce, a tratti urtante, non in grado di reggere la forza d’urto generata dal resto della band e persino con una pronuncia tale da far seriamente dubitare che sia madrelingua (nella cover di "Hellion", fa quasi tenerezza, impietoso il confronto con Blackie Lawless), ma tant’è…
Un cd concepito con un buon mix tra tecnica e rabbia, che dà l’idea di una vera e propria cavalcata epica sul campo di battaglia, facendosi largo a suon di sciabolate, tra fuoco e fiamme, rinfrancandosi con una sacrosanta birra dopo l’ultimo solco.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    16 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Gennaio, 2021
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I Dread Sovereign sono un doom/black metal powertrio; sorti nella capitale irlandese nel 2013, per volere principalmente del bassista/vocalist Alan Averill, che molti di voi ricorderanno tra le file dei Primordial (che alcuni rammentano sotto il monicker Mortus) e dei Twilight of Gods. Lo pseudonimo che si è scelto, Nemtheanga (completo è Naihmass Nemtheanga), è ricollegabile proprio alla storica band anni ’90 autrice di un masterpiece del calibro di “The Gathering Wilderness”.
Le loro prime, infuocate tracce, risalgono all’EP “Pray to the Devil in Man” del 2013, cui hanno fatto seguito “All Hell's Martyrs”, il loro primo Full-length nel 2014 e “For Doom the Bell Tolls” nel 2017, che ha svelato il gusto dei nostri doomsters per i calembour ricavati dal parafrasare i titoli altrui: quest’ultimo, infatti, riporta alla mente il “For whom the bell tolls” dei Metallica, mentre il titolo di questa ultima fatica fa il verso a “Chemical Warfare” degli Slayer, combinato con il suggestivo richiamo alla nobile scienza dell’alchimia.
Ciò che contraddistingue il sound dei tre terribile sovrano, è il giusto equilibrio tra potenza, melodia, suggestività e mistero (specie nelle vocals di Alan), velocità (mai “a ogni piè sospinto”, né mortifera, bensì ben dosata da JK alle pelli) con vocalizzi a metà strada tra l’evocativo/narrativo ed il pathos tipico del genere.
Ci si ritrovano – ben miscelati – i Venom e gli Slayer meno accelerati, echi dei precursori del dark metal come Angel Witch e Witchfynde, qualche spruzzatina di thrash e di Trouble (dai quali è stato mutuato un basso super-compresso): un mix micidiale, caratterizzato da testi a sfondo storico, esoterico ed anticristiano.
Gli assoli di Bones, non sono particolarmente degni di nota, anch’essi ben centellinati e mai debordanti (a proposito di calembour, verrebbe da dire: ”ridotti all’osso”), ma comunque ben incastonati in tutto il contesto.
Il risultato è un cd particolare, sicuramente degno di entrare a far parte della vostra collezione super-heavy!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    19 Dicembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 19 Dicembre, 2020
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Sorti a Montreal (Canada) nel 2001, i nostri hanno operato fino al 2005 sotto il monicker The Mass dopo aver sperimentato in svariate bands locali (per Simon Escarre, Longing for Dawn, Veneficium, Esker, per Kevin Escarre, Negativa, Seized, Show of Bedlam, Rostrum, Blodewed, Maruka). Dopo aver rifondato il tutto sotto il nome della band attuale, hanno dato vita (oddio, si fa per dire…) nel 2007 al CD “Solemn” cui ha fatto seguito il full-length “Barren” del 2012. Nello stesso anno incidono l’EP “Empire” , che ha fatto da preludio a questo “Tetrad” che ci accingiamo ad ascoltare e recensire.
Il tenebroso duo, è dedito ad un funeral doom di ordinanza, con tutti gli ingredienti contemplati per realizzare una mefitica ricetta musicale degna delle più gettonate camere ardenti. Pezzi cadenzati intervallati da parentesi dal tocco mortuario che rimembrano un coma farmacologico di tutto rispetto, cantati con tecnica growl che attinge a piene mani dalla migliore tradizione doom/sludge. Dal primo solco, cala un inesorabile drappo nero su tutte le fonti di luce, solare e non, apportando un buio che più pesto e nero non si può; si innesca un’atmosfera raggelante, scevra da ogni barlume di speranza, votata al più negativo pessimismo, che tutto livella sempre più verso il basso, fino a far sprofondare sempre più sotto terra. A tratti, si ha la netta sensazione di essere stati sepolti vivi e di essere, per di più, condannati ad ascoltare da laggiù la colonna sonora del proprio funerale.
Un’opera al nero totale, che cala ineluttabile come la falce di sorella Morte, un disco per chi ha nervi d’acciaio e non teme nulla, per chi ha davvero coraggio da vendere e riesce a superare indenne la morsa mortifera che ci ha proiettato verso l’oscurità.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    12 Dicembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 12 Dicembre, 2020
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Ed eccoci, con nostro grande piacere, a recensire l’ennesima puntata della telenovela discografica di Flanagan e soci. Un altro EP che ci testimonia la scelta strategica dei nostri four horsemen, ovverosia quella di dosare le forze nel tempo, optando per una release distanziata di qualche mese dall’altra, con l’intendimento di far sentire costantemente la loro sinistra presenza ai fans. Ed in effetti, è come sentire continuamente il loro fiato sul collo nel tempo! È come sentirsi braccati dal suono megapotente della banda newyorkese, che sembra sussurrarti dolcemente (o meglio, urlarti) nell’orecchio: “bello, non ti mollo manco se ti ammazzi!”. La cosa, of course, non dispiace affatto; anzi, è quasi rassicurante sapere che sei sempre nei loro pensieri e che loro si “prendono cura” dei tuoi padiglioni auricolari, tormentandoli a dovere con trovate sempre nuove. E sì, perché questa è la grande notizia: la vena creativa dei Cro-Mags è sempre bella pimpante e martellante, sempre bella vivace: che si tratti dell’intro reggaeggiante di “Violence and Destruction” o che si tratti della sequenza iniziale tipicamente fusion di “Crofusion” (non a caso) con un basso in gran spolvero e tinteggiature orientaleggianti, con loro non si sa davvero mai dove si andrà a parare! Ovviamente, senza mai rinnegare né trascurare le loro radici hardcore/crossover, con qualche spruzzatina di Oi! nei coretti tanto gentili da sembrare simpaticamente intonati da un manipolo di energumeni (vedasi la opening track di tristissima attualità) o la sparatissima “Chaos in the Streets” tema sempre caro. Ben tornati, Cro-Mags! E grazie per non farci mai sentire la vostra mancanza!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    05 Dicembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 05 Dicembre, 2020
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So che qualcuno di voi mi prenderà per pazzo (o penserà che l’ascolto di questo cd mi abbia fatto molto male), ma l’impatto che ha avuto su di me l’ascolto è stato quello di riportarmi alla mente lo Stabat Mater di Pergolesi: l’intensità, il pathos, la vena malinconica e piangente di questo lavoro rievocano un po’ quel mood settecentesco, tipico della musica sacra dell’epoca. Sarà l’utilizzo del pianoforte, che effettivamente spadroneggia insieme al cantato puramente lirico femminile al quale fa da contraltare il growl maschile, sarà l’immaginare sullo sfondo le gelide distese di neve est-europee, ma ho trovato questo lavoro degli Amederia a tratti persino commovente! Vabbè, forse direte: “Ok Max, non ci girare intorno, stai solo invecchiando!”, ma vi posso garantire – e sono pronto a scommettere – che a più d’uno di voi farà lo stesso effetto che ha fatto a me!
La fatica di questo ensemble russo si apre e si chiude con uno struggente strumentale sull’onda della migliore tradizione della musica classica per pianoforte, ma – lungo tutte le tracce, tutte alquanto lunghette ma mai noiose – le asce non omettono affatto di essere taglienti come solo il freddo glaciale di quelle parti sa fare. Spetta al synth stendere il gelato tappeto di note, che sembra quasi trasformarsi in una morsa ghiacciata che ti molla solo all’ultima nota, e solo per pietà. Non sfigurano affatto degli inserti recitati, che hanno lo scopo di dilatare ulteriormente le algide atmosfere vieppiù cupe e tenebrose secondo i canoni del doom più intransigente. Dettami del genere, ovviamente rispettati in pieno a partire dal ritmo funerario ed oltremodo cadenzato e iper-compatto che caratterizza il lamentoso incedere dei brani.
Insomma, un’opera raggelante ma interessante, ottima per allargare le vedute e gli orizzonti musicali.

Nota: Il disco è uscito originariamente nel 2008 su Molot Records ed è stato ristampato a fine novembre 2020 dalla BadMoodMan Music

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    28 Novembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 28 Novembre, 2020
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Vessel of Light è un dark-quartet del New Jersey, operativo dal 2017, in cui militano personaggini con un passato in bands del calibro di Hades e Cursed (Dan Lorenzo), Attacker (Jimmy Shulman), Overkill e Whiplash (Ron Lipnicki): combos di tutto rispetto. Con un background di questo tipo, piuttosto avvezzo a sonorità più vicine al thrash ed al power metal, non poteva che scaturire una doom-sensation di assoluto livello.
Il sound è certamente votato al doom più tradizionale, ma avvolgente come le spire di un gigantesco serpente stritolatore, che finisce con il soffocarti progressivamente con il suo incedere insieme cadaverico ed ipnotico. Riecheggiano degli stilemi alquanto mutuati dal dark metal dei primordi, come se fossero degli Angel Witch più cadenzati e sulfurei, con un singing pulito (inframmezzato talvolta da piccoli inserti growl, giusto per gradire) che scandisce delle cantilene maledette, con la sezione ritmica sempre pronta a flagellarti, accompagnandoti in una sorta di via crucis che cessa solo con l’ultimo solco di questo cd, non a caso intitolato “ultima corsa”, in cui – a dispetto ed in palese dissonanza con il nome della band – di luce proprio non se ne vede. Solo profondo pessimismo e cupa disperazione che lentamente, ma inesorabilmente, ti scortano verso l’ineluttabile destino di ogni essere umano, magari con il malcelato intento di favorire (o meglio, agevolare) l’incontro finale il più possibile, come testimoniano titoli come “There’s No Escape”, “King of Torture”, “Web of Death”, che poco o nulla lasciano alla immaginazione, se non quella strettamente connessa a visioni di morte.
Signori, capolinea! Terrificante ma affascinante. Da non perdere!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    21 Novembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 21 Novembre, 2020
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Beh, devo dire che – ogni tanto – del puro ed incontaminato metallo ci sta. Con gli Incursion si torna a respirare a pieni polmoni proprio quel sano ed onesto heavy metal superclassico dei vecchi tempi. Anche perché, effettivamente, questo combo è sorto proprio nel lontano 1982 nella solarissima Florida dove, dopo la solita, tostissima gavetta, ha forgiato un primo demo marchiato 1985 (con tre soli pezzi ossia "Vengeance", "Tell Me the Truth" e "Crown of Thorns") per poi letteralmente dissolversi nel nulla fino ai giorni nostri. E forse questo è stato un bene, perché – ascoltando questo loro lavoro – sembra proprio che il tempo si sia fermato per i nostri “five horsemen”: sono muscolari, essenziali e senza tanti fronzoli, dediti ad un metallo pesante tanto caro a chi non può proprio prescindere dal binomio Iron Maiden/Metallica (la label si chiama pure No Remorse…) di chi ha bisogno del metal come l’aria per respirare!
Già l’intro ricorda i vecchi fasti di “Am I Evil” dei Diamond Head, successivamente riproposto dai four horsemen di San Francisco con una cover consegnata alla leggenda del nostro beneamato genere. Le altre tracks offendono con efficienza ed efficacia, risultando adrenaliniche ma melodiche al punto giusto, intarsiate da assoli assolutamente niente male sciorinate su tappeti ritmici schiacciasassi. Una fatica che certamente rievoca la grandeur della New Wave of British Heavy Metal mixandola sapientemente con i canoni del Bay Area’s sound (senza mai sconfinare nel thrash metal) mantenendosi in perfetto equilibrio tra dinamismo e potenza sonora.
Peccato che siano solo quattro pezzi (più intro e outro), perché verrebbe da prolungare l’headbanging molto volentieri… speriamo che presto (e non certo tra altri 35 anni…!!!) questa band torni a riproporci il suo metallo onesto e massiccio, tutto pogo e sudore.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    14 Novembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 14 Novembre, 2020
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Questo funeral doom metal duo è stato partorito direttamente dalla tenebre più cupe in Russia (più precisamente a Oryol) nel 2004, periodo in cui è stato effettivamente inciso il full-length in questione, mixato e prodotto però solo nel mese di maggio di quest’anno, dopo quasi 15 anni dal suo malsano concepimento. Addirittura, a livello di uscita, è stato preceduto dal singolo “The Memory of Death” lo scorso anno, che ha finito per fungere da “apripista” cimiteriale di questa che si configura subito come una vera e propria fatica, tanta è la sofferenza ed il dolore che trasuda da ogni solco.
Si ha l’impressione che il sound della nostra allegra accoppiata si trascini pesantemente tra un lamento ed un mesto accordo, in un dilagare sconcertante di puro pessimismo. Un malinconico incedere che pervade l’ascoltatore fino a soffocarlo in un incredibile ed infinito mix di incenso e zolfo, paralizzandolo con il suo freddo e oscuro perseverare (le tracce procedono senza soluzione di continuità) che rievoca le inimitabili atmosfere ospitali della tundra. È come se una spirale di ghiaccio ti avvolgesse, facendoti sentire che la ineluttabile fine è sempre più vicina, che ogni speranza è inesorabilmente tramontata, che la luce del sole è sempre più un lontano, flebile, sbiadito ricordo. Dimenticatevi vocalizzi sopraffini e performances di cantanti sopra le righe: quello del cantante (non è ben chiaro se trattasi di Nezz Black o di Maxim Mazin o se si tratta poi della medesima persona) è solo uno straziante lamento gutturale che fa da contrappunto agli accordi che calano come un pesante drappo nero. Certo, aleggia anche in questo lavoro la sinistra ombra dei mai troppo osannati Black Sabbath, solo che qui sono portati all’estremo… come estremo è il saluto che il duo ci riserva alla fine di questa vera e propria opera al nero, con tanto di compilation di campane a morto.
Davvero per estimatori delle pompe funebri, un lavoro che potremmo azzardare di definire “post-doom” di rara efficacia, estremamente suggestivo e convincente.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    07 Novembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 07 Novembre, 2020
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I Silvered sono la nuova dark metal sensation tutta italiana, anzi, pugliese; difatti i nostri quattro prog-death metallers provengono da Lecce, dove si sono formati nel 2007. Proprio in quell’anno hanno esordito con il singolo “Through the Pain (Acoustic Version)”, seguito dal live album “The Unplugged Night Live” datato 2008; quindi il demo “Dying Light”, sempre nel 2008 e l’ulteriore singolo “Another Leaf Comes Down (Acoustic Reprise)” forgiato nel 2009. Finalmente, nel 2011, il primo full-length “Grave of Deception”, al quale ha fatto seguito l’attuale “Six Hours”. Un album molto interessante, ricco di spunti e soluzioni molto interessanti, aventi come comune denominatore una malinconia ed un pessimismo estremamente palpabili, probabilmente ispirati dalle atmosfere dalla città barocca del Sud per eccellenza. In primis, non ho mai ascoltato una tale varietà sulle vocals, che vanno dal pulito al growl allo scream senza perdere minimamente in intensità ed efficacia. I testi sono ispirati a storie (malate) conceptual dark fantasy/horror intrecciate con elementi storici. Il sound, come detto, è permeato di atmosfere decadenti e malinconiche, a volte sfocianti in palese tristezza e pessimismo, con venature dark molto raffinate e ricercate tanto care a certa dark wave anni ‘80. Non c’è che dire, un ensemble molto ben assortito che ha dato alla luce (…?!) un’opera variegata ed oscura, degna di essere annoverata tra le più significative del genere (davvero di nicchia… mortuaria...) insieme a Opeth e Novembre senza minimamente sfigurare. Altamente consigliato per allegri party cimiteriali!

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