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Opinione scritta da Francesco Yggdrasill Fallico

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    18 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 18 Aprile, 2021
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“…I am the herald. I am the path, I am the presage. I am the wrath…”

Questo debut album degli svedesi Svartghast (dopo il cambio moniker da Ossuarium), segna il ritorno sulle scene di due personaggi conosciuti, mi auguro, da molti di voi, che hanno vissuto, come me, l’epopea del black metal scandinavo in tutte le sue varie accezioni e sonorità. Il progetto è, infatti, appannaggio di Lord Choronzon (ex Setherial) e Azazel (The Citadel) e si muove lungo i sentieri tracciati a metà anni ’90 dal cosiddetto symphonic black metal, senza mai voler uscire dai canoni predefiniti. Questo non è necessariamente un difetto, in quanto troppo spesso cercando di voler essere innovativi a tutti i costi si rischia di scadere nel banale o, ancor peggio, nel ridicolo. Non è il caso di questo duo, che si avvale di alcuni ospiti illustri provenienti da altre realtà estreme, articolando la propria proposta musicale attraverso otto tracce racchiuse in poco meno di 40 minuti, nelle quali troviamo voci in screaming, inserti orchestrali, momenti di apparente quiete e le consuete cavalcate black, a tratti anche epiche nel loro incedere maestoso. Sono certo che non in pochi liquideranno questo lavoro, definendolo piatto e poco variegato, ad un ascolto distratto e carico di pregiudizi, ma vi invito, come sempre, a porvi con attenzione all’approccio con questo primo passo di questa creatura proveniente dalla gelida - ma affascinante - Svezia, perché in esso troverete sicuramente tanti spunti e vi verrà anche, perché no?, voglia di riascoltare o di scoprire per la prima volta tante meravigliose realtà provenienti da questo magico Paese. La traccia suggerita per l’ascolto è la conclusiva “Luciferian Dawn”, una sorta di summa del suono dei Nostri, ma vi invito a soffermarvi, soprattutto, sulla seconda metà del lavoro, in cui troverete sonorità inaspettate, persino un assolo rockeggiante ed un cantato pulito come nella penultima “The Fall Of The First”, che, da sola, vale già l’acquisto dell’album.
Fissate bene la front cover, chiudete gli occhi e iniziate a PERDERVI!

“…as darkness falls over moonlit moors, the haunting winds begin to roar
In awe of night I stand to raise Hell itself and set the world ablaze…”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    14 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 15 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Seppur questo sia il loro debut album, la storia degli inglesi Kull parte da molto indietro, essendo la band la prosecuzione degli epic blacksters Bal-Sagoth, fatta eccezione per il vocalist Byron Roberts.
Il quintetto di Sheffield, che vede al microfono Tarkan Alp, riprende le atmosfere e le sonorità alle quali la band madre ci aveva abituato sin dagli anni ’90 e per chi, come me, quegli anni li ha vissuti a pieno, sa che il songwriting è per lo più gestito dai due polistrumentisti e fratelli Chris e Jonny Maudling che, in questo debut si “limitano” a ricoprire soltanto il ruolo, rispettivamente, di chitarrista e tastierista.
Questo lavoro non aggiunge nulla di nuovo a quello a cui purtroppo siamo abituati, e le undici tracce si susseguono in poco meno di un’ora senza particolari cadute ma, allo stesso tempo, senza guizzi di genio che ormai è sempre più difficile trovare.
Il singolo “Vow Of The Exiled” è la cartina tornasole di questo lavoro, tastierone, accelarazioni, poi break, parte parlata, ripresa e ritmiche a volte danzerecce, insomma quello che i nostri, da anni, in pieno stile albionico, ci proponevano sotto altre spoglie.
Non sono qui a dirvi che l’album sia noioso e son certo che a molti di voi piacerà anche ma, nel mio caso, a tradirmi è la mia età che, seppur non veneranda, fa sì che molte di queste sonorità mi risultino già sentite milioni di volte.
Che dirvi di più? Amate ancora spadoni, cori, voci che cercano di muoversi tra screaming e growling, mentre le tastiere rincorrono suoni farciti di epicità? Salite sul vascello dei Kull e lasciatevi condurre alla deriva, forse approderete in lidi a voi consoni, io nel frattempo mi fermo qui…

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    14 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 15 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Con la mia proverbiale lentezza, vi restituisco le emozioni provate grazie all’ennesimo lavoro (il secondo con questo moniker), realizzato dal polistrumentista belga Stijn Van Cauter che, ancora una volta, è capace di condurre l’ascoltatore in sentieri fuori da ogni logica consueta. Il progetto Arcane Voidsplitter, partito nel 2017, come si evince dal titolo dell’opera in questione, dà voce alle stelle, servendosi di un genere di non facile assimilazione come il drone, con commistioni di doom strumentale.
Tre sono le tracce, lunghissime ed intense, dedicate a tre stelle molto importanti e presenti nella cultura di tanti popoli. Alla luminosa Arturo ("Arcturus" per i latini), che per molti popoli era portatrice di vita ma, per altrettanto tanti, portatrice di sventura, è dedicata l’apertura di questo lavoro, con i suoi 15 minuti ciclici e ripetitivi che lasciano sospesi a poca altezza da terra per tutta la durata del brano, fino all’irrompere di "Betelgeuse", la cui durata sfiora i 35 minuti dove i suoni si dilatano grazie ad innesti di dungeon synth che, ultimamente, sembra affascinare e rapire in maniera sempre più intensa tanti estimatori e compositori anche nel nostro paese. Questo brano è il più epico del lotto, sicuramente difficile, ma quello che mi dà le sensazioni più profonde ed alte. La conclusiva "Aldebaran" ha il fascino che il significato astrologico della stessa conserva in sé, ma non voglio svelarvi nulla in proposito in questa sede, perché vorrei invitarvi ad una rilettura in chiave mitologica di questo lavoro, che potrebbe portarvi ad un’ulteriore comprensione dello stesso; vi dico soltanto che non reputo casuale la scelta di questi tre riferimenti, in quanto possono rappresentare un ulteriore viaggio in quello che è il nostro animo, ora etereo ora pragmatico, ora sognante ora rude, ora affascinante ora pauroso…
Spegnete tutto, luci e suoni e preparatevi ad affidarvi a questo lavoro che sarà certamente capace di portarvi dove non siete mai stati, ma dove vorrete tornare ogni qualvolta ne sentirete la necessità e, credetemi, la voce delle stelle grida senza quietarsi!

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    21 Febbraio, 2021
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Questo è uno di quei lavori di cui mi pento di non avervi parlato prima!
Eterna pecca, per quanto mi riguarda, è la lentezza assoluta con cui vi restituisco le mie sensazioni dopo ascolti ripetuti di lavori, spesso provenienti dall’underground più remoto…
L’album in questione, edito nel 2019 dalla immensa Aesthetic Death, è la prima produzione sulla lunga distanza di questa band che, partendo da Cipro, ha sparso il suo oscuro seme a ridosso di Portogallo e Regno Unito…
Non semplice e, ad onor del vero, non è ciò che mi interessa fare, categorizzare questo lavoro in un genere musicale, anche perché ci troviamo ad un caleidoscopio di suoni che meritano di essere vissuti dalla prima all’ultima nota qui presente.
Il lavoro, diviso in maniera simbolica in 2 facciate, ABOVE e BELOW, consta di sei tracce, tre per lato, che alternano cantato e recitato, suoni più violenti e suoni più d’amtosfera.
Filosofia, esoterismo…vita e morte in questi pezzi, in questi squarci..in questi tagli che ci arrivano….
Non voglio segnalarvi un brano in particolare, ma vi basti sapere che troverete echi dell’Attila del “De Mysteriis...” e contemporaneamente un certo folk presente in tanti album scandinavi e dell’Est Europa, accompagnati, non solo dai tipici strumenti metal, ma da Moog e sintetitezzatori, figli di una ricerca sonora e culturale non indifferente.
Questo “Sublimation” non è un album per tutti, e così deve essere, ma sicuramente è uno di quei lavori che va a collocarsi tra i miei preferiti in mezzo al marasma delle uscite degli ultimi anni!
“Et toi, divine Mort, où tout rentre et s’efface,
Accueille tes enfants dans ton sein étoilé,
Affranchis nous du temps, du nombre, et de l’espace,
Et rends nous le repose que la vie a troublé…”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    07 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Febbraio, 2021
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Questa è la seconda release dei torinesi Feralia che mi trovo ad analizzare, dopo il mini “Over Dianam”, che era orientato su sonorità folk. Questo però, devo subito avvisarvi, non è il nuovo lavoro del progetto esoterico piemontese, bensì l’album che venne rilasciato nel 2019.
Il lavoro, cinque tracce + intro e outro, ruota, è proprio il caso di dirlo, attorno alla ciclicità e al processo di alternanza vita/morte, fatto di tappe inesorabili, presente in svariate culture e religioni. Musicalmente abbiamo una band davvero molto interessante, che, grazie alla presenza di figure che reputo non convenzionali all’interno di diverse scene internazionali, riescono a dare un’aura molto intrigante a questo lavoro, che in poco meno di 30 minuti, rappresenta un debut album che non bisogna affatto farsi sfuggire.
Al microfono troviamo Tibor Kati dei rumeni Grimegod, formazione storica del panorama musicale dell’Est Europa, che, ancora una volta, offre una prova vocale degna di nota! Inesorabile e massiccia presenza del basso sin dalle prime note dell’Intro, Khrura, è una figura sempre più fondamentale nell’economia musicale della band, mai eccessivo, ma puntuale e granitico, come non accadeva da tanto tempo nel panorama musicale italiano e non solo. Piacevolmente sorprendente è il lavoro dietro le pelli (comprensivo anche di innesti elettronici) del buon Ignotus Nebis che, insieme al chitarrista/tastierista Raijinous, completano e rendono impenetrabile la corazzata nera Feralia. Non c’è una caduta, per quanto mi riguarda, né un momento di esitazione, lungo tutto questo album, che è un must per tutti gli amanti dell’estremo e non solo.
Vorrei potervi dire qualcosa di più sui testi, ma non ho avuto modo di leggerli; nel frattempo però vi invito, ancora una volta, ad abbandonare l’esterofilia ad ogni costo e a farvi rapire dalla magia oscura dei nostri piemontesi, nell’attesa di un loro nuovo passo in avanti…
“Oh Sun…Oh Father…”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    09 Novembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 09 Novembre, 2020
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Non arriva ai 20 minuti di durata questo ritorno sulle scene dei piemontesi Feralia, alle prese con un folk acustico di pregevole fattura, ma davvero intriso di sonorità molto interessanti, che servono da preludio a quello che sarà il loro prossimo lavoro, del quale questo EP, dovrebbe esser parte integrante.
Il lavoro della band è reso disponibile in free download sulla pagina bandcamp e questo la dice lunga sul messaggio che i nostri vogliono far passare in questa difficilissima fase, dando un loro personale tributo ad un tempo che fu, partendo proprio dalla venerazione di una delle divinità (presente, con affinità e divergenze, sia nella cultura greca che in quella latina) più importanti delle civiltà che stanno alla base della nostra.
Ad affiancare Raijinous e Krhura (quest’ultimo in forza anche ai miei conterranei Inchiuvatu), troviamo dei personaggi che molti di voi, mi auguro conosceranno!
Il cantato/recitato sulle ultime due tracce è, infatti, affidato, rispettivamente, ad Erymanthon Seth mente degli Apocalypse (attualmente entrato in pianta stabile a sostituire l’ex Tibor Kati, membro dei rumeni Grimegod) e a Erba Del Diavolo, senza dimenticare l’apporto alla chitarra acustica di Mr. Håvard Jørgensen, che fece parte dei norvegesi Ulver durante la fase che va dai primi demo fino a “The Marriage…” passando per la storica trilogia nella quale è contenuto anche “Kveldssanger”, interamente basato sul folk norreno…
L’ascolto di questo EP è da farsi in maniera intera e continua, a nulla varrebbe estrapolarne un brano, perché avrei il timore di non restituirne il senso di totalità e di fragilità che appare.
La chiave di lettura che vi do resta, quindi, questa, un inno alla Natura potente e possente, identificata con la figura della Dea, protettrice quanto vendicativa (nei secoli diventata addirittura una strega, a causa di una interpretazione dei vecchi culti lunari che la ponevano in antitesi ad Ecate) alla quale dar tributo non in maniera violenta ed efferata, ma con i suoni onirici degli strumenti a corda e con la magia dell’acustico.
Scelta non facile, ma per quanto mi riguarda molto azzeccata, spogliatevi di ogni orpello e a pieni nudi innalzate i vostri canti…
“…the blood of the earth becomes eternal life…”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    11 Ottobre, 2020
Ultimo aggiornamento: 11 Ottobre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Non scomoderò nomi altisonanti dello scenario doom o death per parlare di questo combo che viene dall’estremo sud della Spagna, ma voglio esser quanto più onesto con chi si accinge a leggere le mie parole.
Troppo facile sarebbe liquidare la band o, ancor peggio, osannarla, semplicemente per compiacere qualcuno, come ultimamente va di moda, ma, credo sia più corretto darvi un’analisi libera da ogni pretesto o condizionamento.
Partiamo dal presupposto che chi scrive ama alla follia un certo tipo di doom funereo , fatto di atmosfere dilatate o rallentate all’inverosimile, suoni cupi e ovattati e una sezione ritmica al limite della psicosi, ma non è questa la chiave di lettura di questo lavoro e se qualcuno ve lo presenterà così, probabilmente ha ascoltato qualcos’altro!
Non inganni la presenza di due voci femminili all’interno della band iberica, in quanto la Carrasco rappresenta l’anima più dura della formazione, la voce in growl che a volte sfocia in uno screaming, non sempre preciso, ma comunque efficace nell’economia della band e dall’altra la soprano Lidalin che però non osa quanto potrebbe e mi auguro che prenda sempre più consapevolezza delle proprie capacità.
Si ragazze, vorrei proprio da voi una prestazione che mi faccia dire…loro sono uniche e non comuni!!!
Negli anni ’90, prima che divenisse quasi normale l’uso delle doppie voci, vennero fuori delle figure capaci di non esser rilegate al ruolo di coriste o di riempimento, ma che furono in grado di spiccare persino sui propri colleghi uomini che, in teoria, rivestivano il ruolo di lead vocalist…
A riscatto della band, vi sottolineo che, pur essendo questo il debut, che segue, a distanza di poco più di due anni, il demo di esordio, c’è una bella compattezza di suoni, che trovano esplicazione più intensa nella parte centrale di questo lavoro che si assesta sui 52 minuti di durata, dandoci, come da canoni, brani che non vanno mai sotto i 6 minuti di durata.
“Joy Of Your Misery” e ancor più “Your Somber Look”, sono i due brani che danno meglio il potenziale di crescita di questo quartetto, che spero riesca sempre più ad amalgamarsi e diventare band, vista anche la compattezza ritmica che il fondatore Euman, al basso, ha qui col batterista Jesus MW, vecchia mia conoscenza anche come editor di zines, oltre che in forza nei MurderWorker.
Mi aspetto davvero tanto da voi cari Funeralia e, credo non deluderete le aspettative!!!
“…I feel terror…I feel love!...”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    03 Agosto, 2020
Ultimo aggiornamento: 04 Agosto, 2020
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Basterebbe fare un copia/incolla della seppur piccola bio allegata o appioppare il massimo voto, per farvi capire il valore di questo album, ma chi mi conosce sa che non riuscirei in tale impresa così altamente utilizzata per accattivarsi favori di band ed etichette e quindi, ascolto dopo ascolto, vi restituisco le sensazioni ricevute da un’assunzione massiccia e continua di questo lavoro.
Partiamo localizzando la band, siamo a Genova, culla da decenni di tantissimi gruppi, più o meno famosi e più o meno estremi, molte delle quali hanno visto militare nelle proprie fila i musicisti che fanno grande questo debut album. Non vi dirò di più perché troverete i loro nomi allegati alla recensione e potrete tranquillamente scoprire, qualora non riusciste a primo impatto, chi si cela dietro questo bell’album realizzato dalla Black Tears. Vi anticipo solo che molti di loro hanno, in questo caso, imbracciato uno strumento diverso da quello suonato nelle band di provenienza.
Nove sono le tracce racchiuse in questo album che trasuda potenza come pochi! Compattezza sonora unica, furia sonora mai fine a se stessa, effetti usati per catapultarci nella scena tessuta dai nostri, linee di basso e di chitarra esageratamente coinvolgenti, una batteria sempre puntuale ed una prova vocale veramente interessante. C’è tanta Scandinavia in questo lavoro, ma c’è anche tanta Italia, tanta Genova!
Questo album è a tratti epico, senza perdersi mai in virtuosismi o becere e pacchiane sviolinate al metal più pomposo e più pompato, ma è una vera prova di forza da parte di cinque musicisti che respirano e vivono la scena tricolore da tantissimi anni! Non vi suggerirò un brano a scapito degli altri, perché queste tracce meritano davvero di essere ascoltate e riascoltate e fatte davvero vostre!
Marcio, nero come pochi sanno essere, con una pulizia di suoni ormai marchio di fabbrica, provenendo dai Nadir Studios, e con un artwork ad opera di Lisalinda Ozenga e la grafica di mister Paolo Puppo dei Will ‘o’ Wisp, che, sembra, aver seminato all’interno del booklet dei riferimenti esoterici…
Mettetevi alla RICERCA cari miei!!!
“…No hope…no dreams…no tears!...”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    21 Mag, 2020
Ultimo aggiornamento: 21 Mag, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Questo 2020 ci regala il ritorno dei liguri Necrodeath con questo 5-tracks EP, formato da tre inediti, una versione live della storica “Flame Of Malignance”, risalente al loro “Mater Of All Evil” (che sancì il ritorno sulle scene dei nostri nel 1999) e una cover, l’intramontabile “California Über Alles" dei Dead Kennedys di Jello Biafra (pezzo risalente al 1979!!!)
Seppur con un lavoro di breve durata, i brani che vengono presentati sono molto interessanti e ci riportano alle sonorità tipiche a cui ci hanno da sempre abituati i Necrodeath, quel mix di thrash e proto black, sporco quanto basta, capace sempre di farti scuotere sin dal primo ascolto.
Perdonatemi se non sarò molto dettagliato nella descrizione, ma non ho a disposizione né testi, né altro per potervi donare un’analisi più accurata, quindi mi baserò solo sulle mie impressioni e sulle mie conoscenze musicali e non.
Ad aprire le danze (nere) c’è il brano “Inferno” che si lega al Neraka (o Naraka, delle culture dharmiche), con un Lucifero che si racconta in prima persona, in una versione moderna, come raffigurato nella front cover, in una sorta di riscatto che parte dal distacco dall’odierna società omologatrice, fino alla risalita verso ciò che gli è stato sottratto. Musicalmente il brano ha un’intro da vecchia scuola, campionamento, voci filtrate e poi Pier Gonnella con la sua chitarra, sostenuta da ritmiche prima marziali e cadenzate, poi sempre più velocizzate, a sostenere ciò che l’Angelo Caduto Flegias ha da urlarci senza pietà. Non a caso, la band ha scelto questo pezzo come singolo apripista di questo lavoro. Il secondo pezzo, “Petrify”, rappresentato graficamente sulla front cover dal personaggio a destra, è dedicato alla gorgone Medusa, protettrice e guardiana, oltre che pietrificatrice, mi riporta alla mente certe sonorità di un progetto nato nella mia Sicilia, tantissimi anni fa, denominato La Caruta Di Li Dei, dove, anche in quel caso, le tematiche erano legate alla mitologia mediterranea e l’incedere era a tratti epico. Ancora alla mitologia, anche se trasportata ai giorni d’oggi, fa riferimento la terza “Succubus Rises”, dove i suoni tornano ad essere più sporchi e bastardi, per tributare la sensualità e la seduzione demoniaca della Succuba (la figura di sinistra è chiaramente femminile!), alla quale nessuno può resistere, fino all’orgasmo finale guidato da Pier e segnato dal martellare di Peso. Prima di andare oltre, tiriamo in parte le somme: band compatta, suoni riconoscibilissimi e marchio di fabbrica unico!
Questa realtà musicale è patrimonio dell’intera umanità, non soltanto di questo Paese, che da una parte li annovera tra le leggende, ma dall’altra continua, dopo 35 anni, a snobbarli spesso senza farsi troppi problemi. In un mondo musicale fatto di tanti suoni finti, ultra modificati, i Necrodeath ci continuano ad offrire ciò che muscoli e anima sanno mettere sugli strumenti, senza ricorrere a mille orpelli,talvolta usati anche male! Quando torneranno a calcare i palchi, questi pezzi sicuramente saranno ancora più devastanti e daranno modo alla band di esprimersi al meglio.
Ebbi modo di apprezzarli live nel 2005 nella mia Sicilia e fu una prestazione unica, così come le successive alle quali ho assistito, ma quella presentò anche il volto umano della band, che regalò ai presenti un’esibizione unica e che, prima e dopo, si intrattenne con tutti, con Peso disponibile a mettere in piedi un’intervista improvvisata al momento prima del concerto e Flegias a firmare autografi, malgrado la febbre alta a fine concerto.
Che dirvi di “Flame Of Malignance”? Uno dei brani più belli contenuti all’interno di “Mater Of All Evil”, che in versione live diventa ancora più devastante e ci porta fino alla versione di un classico dei Dead Kennedys, dove GL e Peso salgono in cattedra appesantendo le ritmiche del pezzo originale e la prestazione vocale di Flegias rende il pezzo ancora più d’impatto, in una società nella quale gli uomini vanno spesso dietro “l’uomo sul cavallo bianco”.
Pensare che l’idea di questa cover venne dopo una serata tra amici, nella quale il tasso alcolico era fuori controllo! Chiudo proprio con un verso del pezzo: ”…serpent’s egg already hatched…”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    01 Mag, 2020
Ultimo aggiornamento: 01 Mag, 2020
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A tre anni di distanza dal 4-tracks demo che portava il loro nome (interamente rivisitato e riproposto in questo album), debuttano i deathsters danesi Kurgan. L’album, che in copertina vede una realizzazione dell’artista Dragan Paunović, presenta, sin dal titolo, un tributo alla cultura scandinava e a tutta la mitologia norrena, con riferimenti però all'attualità e alla distruzione verso la quale andiamo incontro. La ferocia sonora dei nostri danesi, ben si adatta alle tematiche presenti nei testi (che nella versione digitale in mio possesso purtroppo non sono inclusi), ma tracce come “Hellstorm”, “The Fall of Asgard” e la title-track non lasciano spazio ad equivoci.
Non è certamente la prima band a tributare la magnificenza dell’albero cosmico, ma a differenza delle altre che ne hanno sempre esaltato le doti e le virtù, qui i nostri ci mettono davanti al fatto compiuto, a quel Ragnarǫk, che come descritto nell’Apocalisse, nel caso del cristianesimo, porterà ad uno scontro tra forze della Luce e delle Tenebre e alla distruzione del mondo. E quindi siamo proprio nella fase in cui ad Heimdallr spetta l’arduo compito di far risuonare il Gjallarhorn e ogni divinità si appresta a scontrarsi e a soccombere uccidendo il proprio nemico… Il frassino Yggdrasil (o Yggdrasill, in alcune trascrizioni) è così in preda alle fiamme, ma non è una morte definitiva, in quanto, il fuoco è solo simbolo di rinascita; ma ogni cosa, per tornare a nuova vita, deve esser prima distrutta e purificata e, come l’Arca protesse Noè ed ogni animale generatore di vita, sotto l’Yggdrasil troveranno riparo un uomo ed una donna, pronti a far rifiorire ogni cosa.
Musicalmente, queste tematiche trovano riscontro in un alternarsi di suoni forti e cupi da una parte, e di armonie dall’altra, ad accompagnare questo continuo scontro tra realtà contrapposte, ma necessarie. La furia del death e del black scandinavo si fonde quindi alla grazia di un certo power e soprattutto del classic tipico degli anni d’oro ed il lavoro di Tue Madsen al mixer rende questo amalgama ben fatto, dando ampio respiro e spazio alle chitarre di Myrup e del solista Hvisel, ma non celando l’egregio lavoro svolto in sezione ritmica dal bassista Holmen, che si occupa anche dei cori, e dal martellare incessante di Charlie Selvig. Un plauso alla prova vocale di Brian Petersen che offre una prestazione in grado di rendere chiari i testi, anche nelle parti più furiose e ben si amalgama alla band, sia nelle parti thrasheggianti, che nei viking moments, alternando anche screaming e growling ben eseguiti.
Veramente una prova egregia, in un calderone spesso noioso e privo di creatività, questi ragazzi sono riusciti ad emozionarmi e a coinvolgermi totalmente!
“…into the night we march
a thousand miles from home
into battle over the lands…”

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