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Opinione scritta da Vera

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Opinione inserita da Vera    08 Dicembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Horna sono tra quelle band che non necessitano per forza di una vera e propria introduzione, perché basta pronunciare il nome della formazione finnica per essere idealmente catapultati nel mondo glaciale del black made in Suomi, insieme ad altri esponenti di questa branca del metallo nero come Sargeist, Satanic Warmaster e via dicendo.
“Kuoleman Kirjo” (titolo traducibile come “lo spettro della morte”) costituisce l’ottavo full length della nutritissima discografia degli Horna e, dalle informazioni reperibili su Internet, si tratta del primo album che il mastermind e attuale chitarrista Shatraug ha composto in sinergia con Infection, altro chitarrista della band. Sembra che questa collaborazione abbia dato dei frutti più che soddisfacenti, considerando che “Kuoleman Kirjo” si attesta come una prova di black finnico da manuale, che personalmente ho trovato molto più valida del precedente “Hengen Tulet”, del 2015.
Lo “spettro della morte” evocato dagli Horna trova la sua espressione in tredici tracce della durata media di circa cinque minuti, che esibiscono tutte le caratteristiche del sound tipico della band che, nel corso degli anni, gli appassionati del genere hanno imparato ad apprezzare: riff caustici, tremolo come se non ci fosse un domani, blast beat scroscianti e quella sensazione di gelo e morte che solo un disco black di questo tipo può regalare.
La maggior parte dei brani si snocciola senza lasciare grandi possibilità di tirare il fiato, bombardando l’ascoltatore con quella che solo la definizione di “tempesta d’acciaio finlandese” (mi viene spontaneo citare Goatmoon) può rappresentare appieno. Nella bufera d’odio e morte che avvolge la quasi totalità di “Kuoleman Kirjo”, però, non mancano dei momenti che si contraddistinguono e non mancano di suscitare brividi positivi: cito, a questo proposito, le parti corali relativamente più lente contenute in “ Sydänkuoro” (“Coro del cuore”) e in “Unohtumaton” (“Indimenticabile”), ma anche all’interno di “Haudattujen Tähtien Yönä” (“Nella notte delle stelle sepolte”); quest’ultima inizia in modo marziale, grazie al ritmo sostenuto dispensato dalla batteria di LRH, diventando poi un pezzo molto epico, nel quale si affrontano tematiche legate all’universo lovecraftiano. Effettivamente, “Kuoleman Kirjo” è un disco vario anche dal punto di vista dei contenuti: se il filo conduttore è la morte in sè, non mancano delle digressioni dedicate alla costruzione di una cattedrale che rappresenti la sofferenza umana (“ Kärsimysten Katedraali”) e un’ode alla Luna, in qualità di testimone delle varie vicende che si svolgono con il favore delle tenebre (“Rakas Kuu”, titolo che significa, appunto, “Cara Luna”).
A dirla tutta, sono convinta che con “Kuoleman Kirjo” gli Horna siano riusciti a recuperare il tiro sferzante e freddo di un tempo, il che non significa però che abbiano semplicemente provveduto a un rimpasto del passato; al contrario, sono riusciti a creare un disco che, pur ricordandoci il tempo che fu, guarda comunque in avanti, senza concedere requie di alcun tipo.

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Opinione inserita da Vera    07 Dicembre, 2020
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Nei periodi bui come quello che stiamo vivendo più o meno tutti, ci sono due modi per reagire. Uno è prendere il toro per le corna e trasformare la frustrazione in rabbia distruttiva; l’altro consiste nel fare propria questa oscurità, forgiarla e plasmarla in tutte le sue ramificazioni possibili, dando vita a qualcosa che allo stesso tempo risulta annichilente ed epico. Gli Inquisition sembrano aver scelto proprio quest'ultima opzione, come traspare dall’ascolto di "Black Mass For A Mass Grave", uscito sotto l’egida della label polacca Agonia Records.
"Black Mass For A Mass Grave" sembra imperniato sul dualismo tra luce e tenebre che gravita intorno alla figura di Lucifero stesso (nome che, non dimentichiamolo, ha il significato di “portatore di Luce”), oltre a quella che si potrebbe interpretare come la volontà di abbandonarsi a tale “lume oscuro”. Le implicazioni concettuali di cui sopra, che si possono cogliere prestando attenzione soprattutto ai titoli dei singoli brani, trovano una realizzazione ancor più complessa e sfaccettata dal punto di vista musicale: Dagon e Incubus non rinunciano al sound caratteristico degli Inquisition, ma lo arricchiscono di altre sfumature del black metal che rendono "Black Mass For A Mass Grave" un disco piuttosto intimo e contemplativo dell'oscurità luciferina.
Non è un caso, dunque, che all’interno di questo full length le sonorità votate al black melodico convivano con momenti epici (“A Glorious Shadow From Fire And Ashes”), accompagnati ad altri brani dove si respira invece un’aria molto più gelida e contrita, grazie ai riff più vicini al depressive che troviamo, ad esempio, all’interno di “Necromancy Through A Buried Cosmos” (che in alcuni passaggi sfiora il post-black) e “Hymn To The Absolute Majesty Of Darkness And Fire”. Questa sensazione di acuta malinconia viene portata a livelli considerevoli e assume un andamento quasi doom in “My Spirit Shall Join A Constellation Of Swords”, che è anche un brano molto più cadenzato rispetto agli altri.
A mio avviso, "Black Mass For A Mass Grave" è un disco che si svela piano piano nel corso dell’ascolto, diventando sempre più piacevole; personalmente, tra I punti di forza di questo album annovero anche il fatto che la voce di Dagon risulti meno “gracchiante” e più Abbathiana rispetto ai dischi precedenti. In sintesi, comunque, con quest’uscita gli Inquisition dimostrano che i momenti bui e oscuri non portano solo annientamento di sé, ma possono costituire il punto di partenza per creare qualcosa di convincente e piacevole da fruire.

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Opinione inserita da Vera    24 Novembre, 2020
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Devo fare una doverosa premessa: a differenza di quanto farebbe una freccia scoccata da un arciere elfico, raramente il dungeon synth riesce a fare breccia nel mio cuore. Nonostante ciò, il mio spirito da patita dell’universo tolkieniano mi ha spinta ad approcciarmi comunque con un certo entusiasmo a "Unfinished Conquests" e ai canadesi Keys Of Orthanc, progetto fondato nel 2018 dal polistrumentista Dorgul (Intonate), a cui nel 2019 si è aggiunto Harslingoth, nome che gli appassionati di depressive black assoceranno ai Maeskyyrn.
Nell’arco di questi tre anni, i Keys Of Orthanc si sono rivelati una realtà assai prolifica, dal momento che la loro discografia si compone già di tre full length (“Dush Agh Golnauk” del 2018, “A Battle In The Dark Lands Of The Eye...”, uscito lo scorso anno, e l'opera più recente, dal titolo “Unfinished Conquests”). Se nei primi due album il dungeon synth era miscelato in maniera piuttosto sapiente con una forte componente atmo-black ed elementi folk, “Unfinished Quests” è il primo disco targato Keys Of Orthanc a soffermarsi sul dungeon synth in quanto tale. Non solo: questo full length si discosta leggermente dalle tematiche legate alla Terra di Mezzo, per assestarsi in maniera decisa sulla celebrazione delle epiche gesta di eroi generici, presumibilmente appartenenti a mondi differenti da quello scaturito dalla penna di Tolkien.
Ascoltando le cinque tracce strumentali che compongono quest'album, è impossibile negare che “Unfinished Conquests” sia un disco piuttosto maestoso, all'interno del quale i canoni del genere vengono rispettati appieno: ritmi cadenzati, atmosfere evocative, echi di battaglie lontane piazzati nel momento più adatto (“Glorious Battle & The Good Old Days…”) e melodie eroiche che fomentano la suspense durante l’ascolto (“The Dragon’s Lair”). A confermare ulteriormente l’aderenza al filone dungeon synth è anche l’artwork del disco, opera di Silvana Massa. Tuttavia, “Unfinished Conquests” rivela anche una pecca: spesso si ha l'impressione che i brani si dilunghino eccessivamente, quando una durata più contenuta delle singole tracce avrebbe forse reso il risultato finale più incisivo e accattivante.
Se paragonato alle fatiche discografiche precedenti dei Keys Of Orthanc, forse “Unfinished Conquests” manca un po'di quel mordente e di quel senso di oscurità vibrante emanato soprattutto dal suo predecessore, il che potrebbe anche essere legato al fatto di aver rinunciato alla componente atmo black che permeava “A Battle In The Dark Lands Of The Eye...”. Nonostante ciò, si tratta pur sempre di un disco che può soddisfare tranquillamente la sete di avventure epiche degli amanti del dungeon synth e di chi fosse alla ricerca di una colonna sonora adatta ad accompagnare la prossima transvolata in sella ad un drago.

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Opinione inserita da Vera    15 Novembre, 2020
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Uno dei lati positivi del sottobosco black metal è che non importa se ci si senta introspettivi, se ci si trovi in preda alla misantropia, magari passeggiando per un bosco, o si abbia voglia di ascoltare un disco poderoso, che inciti allo scapocciamento istantaneo: ci sarà sempre un album adatto a soddisfare queste esigenze insite nella mente dell'ascoltatore. In particolare, trovo che sia impossibile non dimenare il collo a destra e a manca mentre si ascolta “The Funeral Pyre", che merita una menzione d'onore tra i dischi più graffianti e incandescenti del 2020.
Andiamo con ordine: “The Funeral Pyre” è il full length d’esordio del progetto Kvaen, one man band concepita da Jakob Björnfot, uscito sotto la Black Lion Records. Jakob non è certo un esordiente all’interno della scena svedese (ha militato nei The Dusk Falls ed è attualmente membro degli Autumn Death); la sua dimestichezza con i generi estremi traspare dall’abilità con cui ha orchestrato il black maligno e incalzante che costituisce il DNA di “The Funeral Pyre”. Attraverso otto tracce dense di oscurità e fierezza, Jakob si fa strada senza tentennamenti fra riff ferali e taglienti come lame nascoste tra gli alberi di una foresta scandinava, assoli incandescenti e incessanti ritmi di una certa rapidità, senza dimenticare una componente melodica che accomuna tutte le tracce e che, in certi momenti, mi ha fatto pensare a certi lavori dei primi Dissection. In questo percorso tutt’altro che tranquillo, Jakob non è solo: molti sono gli ospiti che hanno collaborato a “The Funeral Pyre”. Ad esempio, Sebastian Ramstedt dei Necrophobic è l’esecutore dello sferzante assolo che si trova all’interno della title-track del disco; Peter Karlsson (Toxaemia, In Aternum, ex Deströyer 666) si è trovato dietro le pelli in “Revenge By Fire” e “Bestial Winter”, mentre Pierre Törnkvist (Devil's Force, Helltrain) ha prestato la propria ugola a “Yee Naaldlooshii” e “Septem Peccata Mortalia”.
Non mancano degli interessanti riferimenti ad aspetti storici e folkloristici che non interessano solo la Scandinavia (anche se nella strumentale “Hymn to Kvenland”, che conclude il disco, viene citato l’antico nome di questa penisola): è il caso di “Yee Naaldlooshii”, che prende il nome di una figura maligna tipica del folklore Navajo, che sarebbe in grado di mutare forma in quella di un animale e/o prenderne il controllo.
In conclusione, “The Funeral Pyre” è un disco black metal di buona fattura, dotato anche di quella rapidità e quell’attenzione verso la melodia che possono renderlo appetibile anche a chi non rientra direttamente tra gli aficionados del genere in senso stretto. Un ascolto più che consigliato, soprattutto nei momenti in cui si è alla ricerca non solo dell'oscurità fine a se stessa, ma anche del fuoco che solo una pira funeraria può emanare.

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Opinione inserita da Vera    10 Novembre, 2020
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"Ægo Templo" non è il primo full length dei francesi Déluge, che già cinque anni fa hanno consegnato al pubblico il piacevolissimo "Æther", uscito sotto la label d’Oltralpe Les Acteurs de l’Ombre Productions. Questo full length, però, non solo segna l’approdo dei Déluge (letteralmente, visto che parliamo di un gruppo che si concentra fortemente sull’ambiente marino) all’interno del roster della Metal Blade Records, ma ne rappresenta anche un passo in avanti in termini di evoluzione compositiva ed esecutiva, dimostrandosi più ricercato rispetto al suo predecessore.

La passione dei Déluge per le ambientazioni marittime viene trasmessa fin dai primi secondi di "Ægo Templo", introdotto da uno sciabordare delle onde che trasporta subito la mente alle coste francesi, presumibilmente durante una tempesta. Dopodiché si viene subito trasportati nell’inesorabile post-hardcore che costituisce l’ossatura portante della musica dei Déluge, a mio avviso espressa in maniera evidente da brani come “Soufre”e “Abysses”. Su questa impalcatura si innestano elementi dal sapore prettamente black e moderno, come il riffing sferzante e le piogge di blast-beat, che si susseguono con un ritmo simile a quello delle onde che si infrangono sugli scogli.
Non solo: alla sensazione di freddo che spesso pervade le tracce del disco si accompagna una certa pace meditativa, attraverso le melodie introspettive e malinconiche che, soprattutto in alcune sezioni dell’album, vengono affidate alla tastiera e alle linee vocali pulite, aggiungendo così una maggiore fluidità rispetto allo scream. Dal travolgente maremoto sonoro che caratterizza il disco, inoltre, emergono elementi particolarmente succosi, grazie alla presenza degli ospiti che hanno collaborato a "Ægo Templo": Helene Muesser ha prestato la propria ugola ad “Abysses”, “Digue” e alla titletrack; Matthieu Metzger ha suonato il sassofono all’interno di “Opprobre” e Tetsuya Fukagawa degli Envy è interprete di un intermezzo recitato in giapponese nel brano “Gloire Au Silence”.
Tutti gli elementi sopra descritti danno origine ad un disco complessivamente solido e convincente, che oltre a non dispiacere ai fan di esponenti della scena francese quali Alcest e Les Discrets può risultare appetibile anche a chi ha apprezzato i The Ocean di "Pelagial". In conclusione, quindi, "Ægo Templo" consacra definitivamente i Déluge come uno di quei gruppi che è indispensabile tenere d’occhio, perché hanno mostrato di aver intrapreso la rotta giusta e di essere in grado di navigare lontano, a vele spiegate.

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