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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 25 Aprile, 2021
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Una delle più brutte copertine capitatemi davanti negli ultimi tempi costituisce il non invitante biglietto da visita del debut album dei colombiani Witch Hunt, intitolato “Rock n 'Roll Possession”. Il full-length inizialmente è uscito in audiocassetta (a fine dicembre 2020) su Heretic Forces Records, per poi essere ristampato ad aprile 2021 dalla label ucraina Dead Center Productions, che ci ha inviato il promo. Ma cosa suonano i Witch Hunt? Stando alle note biografiche la band, attiva dal 2006, sarebbe dedita allo speed metal, vengono poi citate influenze a dir poco campate in aria come Onslaught, Venom, Celtic Frost, Slayer, e Mercyful Fate; di fatto, forse l’unica influenza esatta, tra quelle citate, è quella dei tedeschi Steeler, gruppo heavy metal dell’underground tedesco degli anni ’80 che ricordo di aver ascoltato da ragazzo qualche volta e che sarà sconosciuto alla quasi totalità degli odierni metalheads. Già, perché fondamentalmente questi Witch Hunt suonano un heavy metal molto, ma molto old-style con qualche richiamo allo speed metal, quando il batterista si ricorda di imporre ritmi elevati con il suo strumento. Nulla di nuovo sotto questo cielo quindi, nulla di innovativo o che non abbiano già suonato migliaia di altre bands meglio e prima di questi colombiani, se poi aggiungete una produzione decisamente scadente che penalizza fortemente il risultato finale (il rullante della batteria sembra un fustino del detersivo per come è registrato!), capirete quanto sia stato arduo ascoltare ripetutamente questo disco per una corretta recensione. Il problema è che penso che questa registrazione così “vintage” sia stata anche voluta per essere quanto più old-style possibile, anche se spero sinceramente di sbagliarmi! Non c’è niente di memorabile in questo disco, se non qualche interessante parte della bassista Adriana Lizcano (che dimostra di saperci fare con il suo strumento!); la chitarra fa il proprio compitino senza particolari sussulti, la batteria non fa niente di eccezionale e qualche volta pare dimenticarsi che nello speed metal bisogna darci dentro con la doppia-cassa ed, infine, la voce del singer non ha nulla di interessante e difetta in espressività, urlando dall’inizio alla fine, spesso senza particolare costrutto. Non vedo alcuna possibilità di emergere per questi Witch Hunt, dato che il loro “Rock n 'Roll Possession” è un disco adatto solo ai loro più stretti fans (immagino ce ne siano) ed, in genere, a chi non accetta di essere nel 2021 e crede di vivere 40 anni indietro nel tempo.

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4.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    24 Aprile, 2021
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Ci sono gruppi i cui dischi possono essere acquistati a scatola chiusa, tanto si sa già a cosa si andrà incontro e si sa già che si rimarrà soddisfatti! Fra questi vanno annoverati sicuramente i nostri connazionali Frozen Crown, vera e propria garanzia in campo power metal, di quello più veloce e ritmato. Credo che ogni appassionato di questo genere di metal, conosca la band di Federico Mondelli e Giada “Jade” Etro, quindi ritengo inutile dilungarsi sulle presentazioni; bisogna invece specificare che 3/5 della line-up è cambiato con Fabiola Bellomo, Francesco Zof e Niso Tomasini entrati rispettivamente al posto di Talia Bellazecca, Filippo Zavattari ed Alberto Mezzanotte. Ciò che non è cambiato in questo “Winterbane” è il sound, quel veloce e frizzante power metal che fa sempre breccia nei cuori degli appassionati di gente come Dragonforce o Unleash The Archers; se poi ci aggiungiamo la cover di un pezzo come “Night crawler” dei Judas Priest, allora il quadro è completo. Una dopo l’altra scorrono potenziali hits, da “Towards the sun” e “Far beyond” (scelte per la realizzazione di due singoli), fino alla meravigliosa “Angels in disguise (di sicuro il pezzo migliore di tutti!) con l’ospite Federica Lanna a duettare con la Etro, ed alla conclusiva lunga suite “Blood on the snow”. L’unica cosa che continua a non convincermi nella maniera più assoluta è il growling del leader Federico Mondelli che trovo esagerato e del tutto fuori posto in pezzi come la già citata suite finale o “Crown eternal” (tanto per citare i primi due che mi sono venuti in mente); capisco la voglia di avvicinarsi al melodic death (il batterista qualche volta si lascia andare anche al blast-beat), ma mi sembra una inutile forzatura che disturba, invece che “incattivire” il sound. Per carità, si tratta di semplice gusto personale e sono certo che ci sarà tanta gente che, pensandola diversamente, apprezzerà anche questo particolare. Chiusa questa doverosa parentesi, resta da dire che “Winterbane”, il terzo disco dei Frozen Crown, conferma la band italiana tra le punte di diamante del power metal tricolore, dimostrando che ormai non ha nulla di meno dei tanto osannati nomi stranieri del settore!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    24 Aprile, 2021
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I Firewing sono una band divisa tra gli USA (da dove arrivano bassista e batterista) e Brasile (dove troviamo i due chitarristi ed il cantante), in vita da pochi mesi e già arrivata ad avere un contratto con la Massacre Records per la pubblicazione del proprio debut album, intitolato “Resurrection”. Si tratta di un concept basato sul dualismo tra due leggendarie creature mistiche, Ember la fenice della speranza e Vishap la viverna dell’oscurità. Il disco dura quasi un’ora, divisa in ben 14 tracce, buona parte delle quali assimilabili a semplici preludi, intermezzi, interludi, colloqui o altre amenità di breve durata che, detta sinceramente, dopo qualche attimo hanno già stancato abbondantemente. Capisco le necessità del concept, ma lunghe narrazioni o discorsi fanno sbadigliare pressoché immediatamente e fanno venire voglia di passare alla traccia successiva! Il problema fondamentale di questo disco è tutto qui; tolto questo eccesso, il disco durerebbe diversi minuti in meno ed avremmo un power sinfonico abbastanza godibile, seppur non particolarmente originale. “Resurrection”, infatti, è ben cantato dal singer brasiliano Airton Araujo, dotato di ugola un po’ sporca, ma sempre calda ed espressiva; accanto a lui i quattro musicisti ci sanno fare sul serio e si mettono in mostra in positivo, ognuno con il proprio strumento, anche se a recitare da protagoniste sono soprattutto le due chitarre della coppia Kehyayan/Oliveira (con quest’ultimo che si occupa anche delle orchestrazioni che danno quel tocco sinfonico ai vari componimenti). I vari ascolti che ho dato a questo disco sono sempre stati piacevoli, anche se obiettivamente manca una hit vera e propria, un pezzo che da solo valga l’acquisto del cd e che ti rimane impresso in mente anche a distanza di tempo. Per il futuro i Firewing hanno dunque da lavorare meglio sul songwriting, in modo da evitare troppi inutili orpelli ed amenità varie che, seppur utili al concept, non incidono positivamente sulla fruizione della musica; le qualità ed il talento sono indubbi e sicuramente potranno far meglio di così! Questo “Resurrection” strappa dunque una più che meritata sufficienza, ma difficilmente può andar oltre.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    24 Aprile, 2021
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Una delle più belle copertine finora viste in questo 2021 (se la gioca con l’album dei Katana Cartel e con quello di Marius Danielsen’s Valley Of Doom), realizzata dall’artista Dusan Markovic, ci introduce a “Power of the chosen one”, quarto album degli argentini Feanor, nei quali milita da qualche anno il mitico chitarrista americano ex-Manowar, David Shankle. E proprio ai fans dei Manowar e dell’epic metal in generale è indirizzata la proposta musicale di questo gruppo fondato 25 anni fa dal bassista Gustavo Acosta. I richiami alla band di Joey DeMaio, ma anche a gente come Majesty o Wizard, sono costanti e presenti in tutto il disco; non meravigliatevi quindi se nei testi ci saranno spesso parole come “metal”, “fight”, “hail” ed altre amenità simili tipiche di questo specifico genere musicale. I ritmi sono spesso cadenzati, come in una specie di marcia militare dall’incedere solenne; ogni tanto, però (ed aggiungo “per fortuna”!) il buon Emiliano Wachs si mette in testa di pestare per bene sulla doppia-cassa e, sostenuto dall’affilato riffing delle chitarre (quasi alla Running Wild), alza il ritmo fino a sciabordare nel più tipico power metal, come accade in “This you can trust” o in “Hell is waiting” che, per i miei gusti, sono anche i pezzi migliori. Non manca nemmeno il momento della ballad, con la piacevole “Fighting for a dream”; il disco viene poi chiuso dalla lunghissima suite (quasi 20 minuti!) intitolata “The return of the metal King (The odyssey in 9 parts)” che, per essere sinceri, non esalta in maniera particolare, con le sue 9 parti anche parecchio differenti tra loro. Non esalta nemmeno la produzione che, forse anche volutamente, è alquanto old-style e quasi “claustrofobica”. Nonostante ciò, “Power of the chosen one” dei Feanor è un disco valido in campo epic metal e, se avete nostalgia dei Manowar, può sicuramente essere un piacevole surrogato.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Aprile, 2021
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Anime oscure che vi nutrite della dark wave degli anni ’80, fans dei Sisters of Mercy, ecco qui per voi un nome nuovo che arriva dal Cile: i Somberwind. Il gruppo è stato fondato nel 2018 dai cantanti Marco Cusato e Caterina Nix; inizialmente doveva essere un progetto solo fra loro due, ma poi si sono resi conto che stava nascendo qualcosa di interessante e così hanno reclutato altri musicisti per arrivare a realizzare questo debut album, intitolato “Remain”. Come detto, la musica del gruppo cileno affonda le proprie radici nella storica dark wave degli anni ’80, traendo ispirazione a piene mani soprattutto da gente come Sisters of Mercy et similia; ci troviamo davanti quindi ad un gothic a cavallo tra rock e metal. Una vena di malinconia e melodrammaticità scorre per tutto l’ascolto ed è piacevole lasciarsi cullare dalle note delle 8 canzoni che compongono il disco (cui si aggiunge l’immancabile, quanto inutile intro), per una durata totale di circa 35 minuti. La voce di Cusato, bassa e profonda, non può non ricordare quella del grande Andrew Eldritch; accanto a lui, c’è la voce pulita ed eterea (ma mai lirica o stucchevole) dell’affascinante Caterina Nix (che qualcuno ricorderà anche per una collaborazione con Timo Tolkki) a creare un gioco di chiaroscuri molto gradevole. Peccato solamente per una produzione non proprio esaltante, alquanto “old-style” (e non saprei se questo è un particolare proprio voluto), che non permette di assaporare degnamente gli strumenti dando loro poca profondità, soprattutto la batteria ed il basso che, invece, in questo particolare genere dovrebbero avere maggiore risalto ed importanza. Ciò nonostante, per chi ha un po’ di capelli grigi (sempre se ce ne sono ancora…), come il sottoscritto, ed ha vissuto la propria adolescenza nei mitici anni ’80, un disco del genere non può che far breccia nel cuore; “Remain” dei Somberwind è adatto a tutti i darkettoni ed agli appassionati del gothic che fanno dell’oscurità e della melanconia i propri punti vitali.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Aprile, 2021
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Quando nel 2019 mi occupai della recensione del debut album dei finlandesi Death is Death mi chiesi: “ma questi tre finnici ci sono o ci fanno?”. A distanza di 2 anni, eccoci con un nuovo disco, intitolato “Death is hardest thing to do” e la domanda è sempre la stessa: “ci sono o ci fanno?”. Ma questa volta punterei con sicurezza per la seconda ipotesi, cioè che questo atteggiamento “scapocchione” (scusate il francesismo!) e disincantato sia voluto appositamente. Ancora una volta ci troviamo davanti ad un disco di breve durata (14 tracce per poco meno di 28 minuti, con nemmeno 2 minuti di media), ancora una volta la parola “death” è in ogni titolo ed ancora una volta i 3 musicisti celano la propria identità dietro due sole lettere ciascuno, le iniziali dei propri nomi reali. Ancora una volta poi il sound è un thrash/hardcore che poco concede alla melodia, ma picchia duro senza soluzione di continuità. La chitarra di TH (alias Teppo Haapasalo) è affilata a dovere, il basso di EV (Eero Vehniäinen) e la batteria di EP (Eetu Pakkanen) fanno il loro sporco mestiere e lo screaming al microfono del predetto TH è aggressivo e violento come si deve. Non manca insomma nulla alla ricetta di questa specifica branca del thrash! Assieme a tutto questo l’approccio scanzonato della band, che non si prende sul serio dal primo all’ultimo istante, è sempre in evidenza, quasi a volersi prendere in giro o a voler prendere per i fondelli il music business in genere... Ma i Death is Death sono questi, prendere o lasciare!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Aprile, 2021
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Gli Screamachine nascono nel 2017 su idea del bassista degli Stormlord Francesco Bucci che recluta poi altri musicisti navigati della scena metal romana, per realizzare un disco che è un inno all’heavy metal più classico, quello tra i tanti di Accept e, soprattutto, Judas Priest. Abbiamo quindi ritmi belli frizzanti per merito dell’ottimo batterista Alfonso Corace (ex-Lunarsea), chitarre affilate come rasoi grazie al leader dei Kaledon Alex Mele ed, a sorpresa, a Paolo Campitelli (che nei Kaledon è tastierista ma che evidentemente se la cava egregiamente anche con le corde al posto dei tasti!); c’è poi la voce sporca e graffiante di Valerio “The Brave” Caricchio che connota un po’ tutto il sound della band, lasciandosi andare spesso e volentieri ad uno screaming arrabbiato ed aggressivo. In questo disco un vecchio defender come il sottoscritto può solo che trovare pane per i propri denti e la voglia di sparare il volume a palla è davvero forte, alla faccia della pace del condominio! Il disco è massiccio e compatto dall’inizio alla fine, anche se il top viene raggiunto a centro scaletta con quella splendida “52Hz” che ricorda tanto i Kaledon ed ha la rara capacità di coinvolgere dal primo istante; non oso immaginare come potrà essere dal vivo con tutto il pubblico ad urlarla sotto il palco! Ma sono tanti i pezzi convincenti, dall’infuocata accoppiata iniziale “Demondome” e “The metal monster”, fino alla conclusiva, velocissima ed autocelebrativa “Scream machine”, c’è davvero l’imbarazzo della scelta per un appassionato del buon vecchio heavy metal! Da segnalare infine la presenza di numerosi ospiti, fra cui spicca il grande Steve Di Giorgio. Non sempre dall’unione di musicisti navigati viene fuori qualcosa di interessante, questa volta con gli Screamachine ed il loro debut omonimo andiamo sul sicuro, perché qui c’è qualità in abbondanza, passione e sudore! Ed ora scusate, ma mi rimetto all’ascolto….

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 17 Aprile, 2021
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Avevo conosciuto i tedeschi Dawn Ahead a fine 2018 in occasione del loro EP “A trip of violence”; li ritrovo oggi con il loro primo full-length, intitolato “Fallen anthems”, edito da Art Gates Records, composto da dieci tracce cui si aggiunge la solita inutilissima intro, per un totale di quasi un’ora. Già in occasione del precedente EP avevo avuto modo di constatare come il problema principale dei Dawn Ahead fosse individuabile nel singer Christian 'Chrischaan' Wilsberg, dotato di clean vocals poco incisive e di un growling semplicemente assurdo ed esagerato, adatto al brutal death, ma completamente fuori contesto per il thrash proposto dalla band. Il problema permane e forse è anche peggiorato (basti ascoltare la violentissima “I command”, brano che potrebbe anche essere piacevole, ma che viene rovinato dal gutturale growling del singer, o l’esagerata “All I have to do”, che vorrebbe ricordare vanamente i Kreator più duri). Non mi ha convinto, inoltre, da parte del vocalist il voler imitare lo stile rap in alcuni passaggi (come in “Pride”), anche in questo caso decisamente fuori contesto e finanche fastidioso. Dispiace parecchio dirlo, perché il thrash dei tedeschi, ispirato alla scena americana (una sorta di mix tra la Bay-Area e l’approccio newyorkese), non dispiacerebbe a livello prettamente strumentale. Certo, un’ora per dieci pezzi thrash è tantina ed a livello di songwriting andrebbero riviste alcune cose al fine di rendere più diretta e fruibile la proposta musicale; robuste sforbiciate qua e là si rendono necessarie, specie in pezzi dalla lunga durata come “Shot at dawn” (la più vicina alla scuola newyorkese) o “Anthem of the fallen”, fino ad arrivare alla lunghissima “Summon the black” (oltre 9 minuti che diventano interessanti dopo un po’ a causa di un inizio prolisso e che hanno sostanzialmente detto tutto già a metà pezzo). Rispetto al passato c’è comunque da segnalare un certo indurimento del sound, che potrebbe anche evidenziare una futura svolta verso il melodic death, che potrebbe anche avere un senso visto lo smodato uso del growling da parte del vocalist. Ci sono insomma parecchie cose da rivedere per il futuro, dettagli che rendono questo “Fallen anthems” poco interessante ed anche difficile da ascoltare tutto d’un fiato; i Dawn Ahead dovranno fare delle scelte (indubbiamente non semplici), prendere una strada e percorrerla fino in fondo, evitando di voler essere contemporaneamente troppe cose assieme, rischiando di non essere validi in nessuna di esse. Buona fortuna!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Aprile, 2021
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Arrivano dalla Polonia questi Rascal, si sono formati nel 2019 ed a metà febbraio di quest’anno hanno rilasciato questo loro primo disco, un E.P. intitolato “Headed towards destruction”, composto da 5 pezzi per poco più di 20 minuti di ottimo speed metal. E’ raro nel 2021, trovare gruppi dediti a questo genere di musica alquanto demodé e lontana dai riflettori dei grandi palcoscenici e delle maggiori etichette, fatta eccezione per gli Enforcer e pochissime altre bands storiche (persino gli Agent Steel sono finiti in una label non di primo piano). Ciò nonostante, seppur la ricetta sia sempre quella da tanti anni, credo che lo speed metal abbia ancora qualcosa da dire e penso che i Rascal la pensino esattamente come me! Il loro sound è fortemente radicato agli anni ’80, pur godendo di una produzione al passo con i tempi che mette bene in risalto i vari strumenti e la voce non proprio aggraziata del singer. Ecco, due parole su Kacper Pędziszewski vanno spese: se anche riesce a spingersi in urla acute (come il genere richiede), la sua ugola non è proprio così versatile ed, alla fin fine, il vocalist sulle note più basse risulta anche un po’ monotono (“After the sunset” ne è un esempio in tal senso). Tralasciando il tallone d’Achille dei Rascal, resta da dire che a livello strumentale il gruppo ha tutte le carte in regola per fare breccia nei cuori di chi ama lo speed metal: chitarre affilate come rasoi, basso potente e pulsante ed una batteria che detta sempre ritmi elevatissimi. A metà strada esatta tra heavy e thrash, qui c’è da sbattere su e giù il capoccione in furiosi headbanging senza soluzione di continuità, con rari momenti in cui dare respiro alle nostre povere vertebre cervicali. Se dovessi scegliere il pezzo migliore, indubbiamente andrei su “Don’t look back”, semplicemente strepitosa! Se solo avessero un cantante migliore, i Rascal avrebbero realizzato con questo E.P. di debutto un disco eccezionale, purtroppo così non è ma “Headed towards destruction” rimane un ottimo esempio di come si possa suonare un piacevole speed metal anche nel 2021!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Aprile, 2021
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Avevo conosciuto i finlandesi Arion nel 2018 in occasione del loro ottimo secondo album “Life is not beautiful”, li ritrovo oggi con estremo piacere, curioso di ascoltare il loro nuovo disco intitolato “Vultures die alone”. Una prima caratteristica comune al precedente lavoro salta subito agli occhi: gli Arion non passeranno mai alla storia per il fascino dei loro artworks! Anche questa volta abbiamo una copertina che non è niente di eccezionale, anzi…. Fortunatamente la musica è di tutt’altro livello qualitativo ed anche in questo full-lenght la media è decisamente alta! Il sound è il classico power di scuola scandinava, quindi con una notevole attenzione alle melodie, qualche leggero tocco sinfonico, voce pulita ed acuta, parti soliste di chitarra di gran gusto, basso pulsante e ritmi sempre frizzanti grazie all’ottimo batterista. C’è anche qualche lontano richiamo al power plasticoso degli Amaranthe, per via delle tastiere di Arttu Vauhkonen, soprattutto in pezzi come “I’m here to save you”; si tratta comunque di digressioni non così frequenti che tutto sommato non dispiacciono. Gli Arion non convincono, invece, quando provano ad incattivire il proprio sound, come accade in “I love to be your enemy”, canzone troppo dura, carica di groove ed esagerata (ci sono persino screaming vocals) che rischia di essere considerata fuori contesto e, come tale, facilmente “skippabile” (se mi concedete il neologismo). Anche qui, fortunatamente, si tratta solo di un episodio isolato che, di conseguenza, poco incide sul risultato finale. Già, perché il resto è estremamente godibile, grazie anche ad una produzione pressoché perfetta che esalta tutti gli strumenti e le parti vocali. A proposito di vocalist, da citare la presenza di due ospiti, come Noora Louhimo dei Battle Beast (sorta di “prezzemolino” onnipresente ovunque) e la cantante pop finlandese Cyan Kicks (pressoché sconosciuta dalle nostre parti, ma che immagino sia famosa nel suo paese). I vari ascolti dati a questo disco hanno sempre regalato sensazioni piacevoli, conquistando e convincendo man mano. Se siete fans del power metal melodico di scuola scandinava, questo “Vultures die alone” degli Arion sicuramente vi conquisterà, dato che ci troviamo davanti a quello che sarà, nello specifico settore, uno dei migliori dischi del 2021.

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