A+ A A-

Opinione scritta da Ninni Cangiano

2019 risultati - visualizzati 11 - 20 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 202 »
 
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    30 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 30 Marzo, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Per festeggiare i quarant'anni di carriera, arrivati nel 2023 (i primi demo degli Avenger, precedente incarnazione dei Rage, risalgono appunto al 1983), Peavy Wagner ha pensato di fare le cose in grande, regalando ai propri fans addirittura un doppio album, intitolato “Afterlifelines”, composto da ventuno tracce, per circa un’ora e mezza di musica in cui il marchio “Rage” è impresso a fuoco. Ventuno tracce una più bella dell’altra, in cui i Rage hanno spaziato nel loro tipico sound, ma con riferimenti a ciò che hanno fatto in tutta la loro carriera, dai momenti più duri quasi Thrash a quelli più leggeri e melodici, in cui si sente anche qualche parte orchestrale, chiaro riferimento al periodo in cui i Rage collaborarono con la Lingua Mortis Orchestra. Parlare di così tanti brani comporterebbe la classica recensione fiume a cui sono da sempre refrattario, basti sapere che i due CD sono pieni zeppi di canzoni di ottima fattura e che comunque il livello qualitativo è sempre costantemente superiore alla media, come i Rage ci hanno da sempre abituati. Chi, come il sottoscritto, è fan della band tedesca, non rimarrà deluso, ma anzi tenderà ad esaltarsi con splendide tracce come la durissima opener “End of illusions” (dopo l’intro “In the beginning”) o la successiva “Under a black crown” (che non sfigurerebbe in capolavori come “Trapped!” o “The missing link”!), ma anche in “Toxic waves” (che ricorda i periodi di Smolski), per arrivare alla fantastica “Justice will be mine” (forse tra le migliori canzoni mai scritte dai Rage) e chiudere il primo CD con l’ottima “Life among the ruins”. Sul secondo disco, quello leggermente più melodico (con ospiti un quartetto di archi, alcuni fiati e le tastiere di Marco Grasshoff), colpisce l’incedere di “Root of our evil”, la sinfonica “One world”, ma anche l’acustica “Dying to live” (in cui Peavy mette in mostra inattese capacità canore!), la melodica “The flood”, fino alla mastodontica “Lifelines”, lunga suite dalle molteplici sfaccettature che evidenzia la notevole capacità nel songwriting del buon vecchio leader. A discapito dei detrattori, i Rage sono ancora qui, a quarant'anni suonati dal loro esordio come Avenger, regalando ai propri fans un disco come al solito di qualità superiore alla media; questo “Afterlifelines” non potrà infatti mancare nella collezione dei fans della band tedesca e del Power Metal in genere!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    30 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 30 Marzo, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Sono passati quattro anni dall’ottimo “Zero hour is now” e tornano a farsi sentire i lombardi Black Phantom con il loro terzo full-length intitolato “Horror paradise”, come tradizione uscito per la piemontese Punishment 18 Records. E sempre come tradizione i Nostri continuano imperterriti a suonare l’Heavy Metal che i maestri Iron Maiden hanno insegnato al mondo. La voce di Manuel Malini continua ad essere un mix tra Blaze Bayley e Bruce Dickinson (ma, ciò nonostante, continua a non esaltarmi più di tanto) e connota il sound, assieme al basso del mitico Andrea Tito che non ha mai nascosto la sua venerazione per sua maestà Steve Harris e che, come tale, recita da assoluto protagonista assieme alle due chitarre. Queste ultime sono suonate ottimamente dallo storico Roberto Manfrinato e dal nuovo membro Toni Cacciapaglia, che ha preso il posto dell’altro storico membro Luca Belbruno. Il ritmo frizzante è dettato dalla batteria del sempre ottimo Ivan Carsenzuola, ormai diventato anch’egli una garanzia di qualità, come tutta la band, del resto. Potrei anche chiudere qui la recensione, dato che se siete fans dell’Heavy Metal fatto come si deve, avrete già capito che i Black Phantom hanno sfornato l’ennesimo ottimo disco. Ma addentriamoci un po’ di più in “Horror paradise”, composto da dieci pezzi per una durata totale di quasi 47 minuti e mezzo, dotato di artwork che richiama il titolo dell’album e con testi naturalmente ispirati a tematiche horror, con richiami alla cinematografia del settore. Le canzoni si equivalgono un po’ tutte quante (forse la sola “Listen to the voice” è un gradino sotto alle altre), sia a livello di tiro ed energia, ma anche per quanto riguarda la qualità elevata dell’Heavy Metal suonato dal gruppo. Proprio per questo motivo mi risulta un po’ complicato indicare uno o più brani preferiti; così, senza rifletterci troppo, direi l’opener “Sammy the elf” che mette subito in chiaro cosa attenderci; l’orrorifica “A nightmare”, traccia in cui il singer risulta più convincente rispetto agli altri pezzi (forse perché non esagera e canta in maniera più “pacata”) e la cavalcata “Beast on the loose”, dotata di ritmo incalzante ma, lo ripeto, sono pareri personali ampiamente opinabili in quanto tali, ma anche messi giù senza particolare riflessione. I Black Phantom, lo ripeto, sono ormai una garanzia e questo “Horror paradise” è l’ennesima dimostrazione che l’Heavy Metal è duro a morire e può ancora a lungo farci emozionare e sbattere il nostro capoccione in furiosi headbanging. Da avere!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 27 Marzo, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Sono passati ben cinque anni dall’ottimo “Theatrical masterpiece”, secondo album dei tedeschi Thornbridge che tornano a farsi sentire con un nuovo disco intitolato “Daydream illusion”, concept album che racconta la storia di un ragazzo che cerca di salvare il mondo dei suoi sogni ed i suoi personaggi da distruzione e violenza con cui si confronta nella sua vita reale, sotto forma di discutibili e disumani "metodi di guarigione" e interventi chirurgici in un manicomio ambientato all'inizio dell'era vittoriana. Proprio a causa del concept così particolare (richiamato anche nella piacevole copertina realizzata dal prolifico artista spagnolo Juanjo Castellano Rosado), il sound è un po’ meno Heavy ed allegro, ma quasi più oscuro rispetto al passato, con una maggiore attenzione alle parti melodiche, sia a livello strumentale che soprattutto a livello canoro. La band formata da “Mo” e “Pat” nell’ormai lontano 2008 ha passato diverse vicissitudini, tanto che il disco è stato registrato tra il 2022 ed il 2023 (per poi uscire in questi giorni di fine marzo 2024) con una formazione a tre, mentre attualmente nella band sono arrivati il mitico Tomi Gottlich al basso (mostro sacro del metal che ha militato anche nei Grave Digger e nei Rebellion) e l’esperto batterista Vincent Bechtold, che ha preso il posto di Nils Kreul che sostanzialmente è stato nel gruppo solo per registrare il full-length. Ma torniamo a “Daydream illusion”, che è composto da dieci pezzi cui si aggiunge la solita inutile intro, per una durata totale di quasi 48 minuti, segno che il songwriting è bello conciso ed efficace, con brani che non durano mai più di 5 minuti. Naturalmente non manca il ritmo come si deve in ogni disco di Power Metal ed, anzi, il lavoro eccellente alla doppia cassa rende spesso le canzoni decisamente veloci; a titolo esemplificativo citerei la fantastica “Sacrifice”, molto ritmata ma anche piena di cori che non possono che ricordare gli Orden Ogan (non a caso è stato Sebastian "Seeb" Levermann ad occuparsi delle sessioni di registrazione!). E’ comunque tutto l’album che scorre via in maniera decisamente convincente e coinvolgente, tanto che alla fine di ogni ascolto avevo le mie martoriate vertebre cervicali che gridavano vendetta dopo il ripetuto headbanging a cui erano state sottoposte! Non ci sono brani che funzionano in maniera minore di altri o hanno un livello qualitativo inferiore all’eccellenza (anche la ballad “Send me a light” non è mai banale, ma persino emozionante) ed ogni volta che le note conclusive di “Lost on the dark side” chiudevano l’ascolto, la voglia di ricominciare era decisamente forte! Ho ascoltato e riascoltato questo lavoro davvero parecchie volte e la sensazione è sempre stata la stessa: questo è un “discone”! I Thornbridge con “Daydream illusion” hanno confermato quanto di positivo avevano realizzato in passato e si candidano ad essere tra le bands di punta del Power Metal tedesco. Se siete fans di questo particolare genere musicale, questo è un must per ognuno di voi, senza se e senza ma!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 24 Marzo, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Sono passati ormai tre anni dall’ottimo debut album “The number of destiny” e Michele Olmi con i suoi Embrace of Souls torna a farsi sentire con un nuovo album, intitolato “Forever part of me”. Il disco è composto dalla bellezza di tredici pezzi (compresa l’immancabile, quanto superflua, intro) per una durata totale di oltre 71 minuti. Un ascolto quindi impegnativo, quanto meno in termini di tempo. Già perché il Power Metal suonato dagli Embrace of Souls è decisamente godibile ed easy-listening, grazie a melodie sempre azzeccate, ritmi sempre frizzanti o quasi (ma ormai sappiamo benissimo che Olmi è uno dei migliori batteristi Power in giro!) e parti soliste e vocali sempre di gran gusto. A cantare questa volta ci sono l’ex-Philosophy of Evil Giacomo Rossi e la sconosciuta siciliana Agata Aquilina, ma insieme a loro ci sono un sacco di ospiti di livello internazionale, a partire da Roberto Tiranti dei Labyrinth che canta in “My blade will fall on you”, dal flavour decisamente simile agli stessi Labyrinth, anche se forse ha il coro ripetuto un po’ troppe volte. Ma l’elenco degli ospiti è lungo ed abbiamo anche Edward De Rosa con alcuni assoli di chitarra ed i mitici Morby ed Ivan Giannini (10 minuti di vergogna per chi non conosce questi due mostri sacri del metal italiano!), oltre al sempre grande Stefano Sbrignadello, che impreziosiscono ulteriormente l’album. Per essere sinceri, non mi sembra che tutti i pezzi funzionino alla stessa maniera; la lenta “Our new life”, ad esempio, risulta un po’ troppo lunga e sarebbe stata molto bella se solo fosse durata un paio di minuti in meno; stessa cosa si potrebbe anche dire per la suite conclusiva “Flashback” che dura oltre 9 minuti e forse sarebbe stata più efficace con qualche sforbiciata qua e là. Ecco, forse una tracklist così nutrita finisce per rivelarsi un’arma a doppio taglio e probabilmente il disco sarebbe stato più convincente con al massimo una decina di pezzi, magari tagliando proprio qualcosa dalla parte finale dell’album dove ci sono le tracce meno efficaci. Se, infatti, prendiamo la parte iniziale troviamo canzoni fantastiche come le ottime “Tame my storm” ed “Eternal hearth”, la cadenzata “Infinite embrace” e la successiva “For life and love” (probabilmente la migliore del disco!), accoppiata in cui Morby mostra tutta la sua immensa classe; decisamente valida anche “Through the dark”, cantata alla grande da Ivan Giannini, che spicca nella seconda parte del full-length. Tirando le somme, Michele Olmi ed i suoi Embrace of Souls hanno rilasciato un disco sicuramente godibile, con qualcosa che poteva essere fatto meglio ma che alla fin fine non dispiace assolutamente; “Forever part of me” conferma quanto di valido era stato realizzato nel primo album ed è sicuramente un lavoro che farà breccia nei cuori dei fans del Power Metal.

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 17 Marzo, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Alle volte capita che qualche disco arrivato in redazione ad allaroundmetal.com resti inspiegabilmente indietro; è questo il caso di “Temple heights”, debut album dei newyorkesi Dyspläcer, uscito a metà aprile del 2023 che mi ero ripromesso di recensire appena possibile, ma che (mea culpa) è caduto ingiustamente nel dimenticatoio. Ma, come si suol dire, meglio tardi che mai! Il gruppo nasce negli USA nel 2019 ed adotta degli pseudonimi che denotano un approccio tutt’altro che serio, ma del tutto scanzonato; del resto anche tutte le foto promozionali sono all’insegna del ridicolo e del volerla prendere sul ridere; immagino quindi che anche i testi seguano questa falsa riga (perdonate questo recensore se non ha avuto il tempo di tradurre tutto!). Il sound è un classicissimo Heavy Metal ispirato ai maestri Iron Maiden (ascoltate “Black widow” o “Bloodsport” a titolo esemplificativo), con qualche piccolo accenno alle sonorità orientali (come nell’intro d’apertura “The ancient song”) richiamate anche nell’artwork. Un Heavy Metal quindi godibile all’ascolto, a patto di non cercare originalità ed innovazione che credo siano concetti sconosciuti a questo quintetto. E l’ascolto sarebbe stato anche più piacevole se solo la band avesse evitato in alcuni casi di “allungare il brodo” eccessivamente, rischiando di essere ripetitiva o addirittura noiosa; buona parte delle canzoni, infatti, supera abbondantemente i sei minuti di durata (il disco in totale dura oltre un’ora) ed alcune tracce sarebbero state più efficaci con un paio di minuti in meno (soprattutto “Way of the ninja”, ma anche la title-track, “Halls of justice” e la conclusiva “Dyspläcer vs. Dyspläcer”). Non a caso, infatti, i brani che sono riuscito ad apprezzare maggiormente sono stati quelli più brevi, come le già citate “Black widow” e soprattutto “Bloodsport”, ma anche “Kuma Kaiju”. Come detto, però, questo “Temple heights” è solo il debut album per i Dyspläcer i quali, mettendo in mostra un’ottima tecnica individuale e del buon talento, saranno sicuramente in grado in futuro di fare ancora meglio. Al momento, sufficienza sicuramente ampiamente meritata!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 17 Marzo, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Ho sempre adorato gli Atrophy (quelli dell’Arizona, non i vari omonimi) e ritengo il loro debut album “Socialized hate” uno dei migliori dischi usciti nel 1988 ed uno dei migliori album Thrash della storia. Dopo essersi sciolti nel 1993 ed essere tornati nel 2015, nel 2020 il singer Brian Zimmerman si è separato dai restanti membri che hanno poi formato autonomamente gli Scars of Atrophy; Zimmerman ha poi deciso di continuare da solo reclutando nuovi musicisti e proseguendo ad utilizzare il nome originale della band. Il risultato è in questo “Asylum”, terzo full-length del gruppo americano, che riprende nella copertina dell’artista Romulo Dias il tema del clown malefico, già presente nel debut album. I richiami al Thrash di fine anni ’80 sono ampiamente presenti in tutto il disco che è composto da nove killer songs per una durata di poco inferiore ai 3/4 d’ora. La voce corrosiva e maligna di Zimmerman connota il sound come un vero e proprio marchio di fabbrica, mentre le due chitarre corrono veloci e taglienti, tra riff e parti soliste di gusto, con la batteria che usa sapientemente la doppia cassa imponendo ritmi frizzanti ed il basso che ricama in sottofondo a dovere. Per suonare questo genere di Thrash bisogna avere capacità tecniche non indifferenti ed i nuovi membri le mettono in mostra in tutto il disco. A partire dall’ottima “Punishment for all” (forse la migliore del lotto), passando per “Seeds of sorrow” che trasuda cattiveria di slayeriana memoria e per la tostissima “American dream”, si arriva alla conclusiva “Five minutes ‘til suicide” senza fiato e con le vertebre cervicali a pezzi per il furioso headbanging fatto per tutto il tempo. Tutto il disco convince pienamente per energia, ritmo e rabbia, forse la sola “Distortion” è un gradino sotto alle altre per un ritmo che non decolla praticamente mai, pur rimanendo un brano comunque decente. Tra Testament, Slayer, Exodus e qualcosa del mosh della scena newyorkese, gli Atrophy si muovono sapientemente nel thrash old school, riuscendo nell’arduo compito di essere comunque al passo coi tempi e decisamente efficaci, grazie anche ad un ottimo lavoro di produzione e registrazione. Non c’è altro da aggiungere, mi pare ormai evidente che “Asylum” ci restituisce una delle band più talentuosa della scena Thrash degli anni ’80; bentornati Atrophy!

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 16 Marzo, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Devo ammettere che non avevo mai sentito parlare dei Winterborn, uno dei tanti gruppi Heavy Metal provenienti dalla Finlandia (sempre più il paese più Metal al mondo!), attivo addirittura da vent'anni durante i quali, però, aveva realizzato solo due full-length nel 2006 (“Cold reality”) e nel 2008 (“Farewell to saints”), prima di questo “Break another day”, uscito in questi giorni per la label americana RFL Records. Ma il bello di far parte di una webzine come allaroundmetal.com è proprio quello di avere la possibilità di scoprire tante bands di cui altrimenti molto probabilmente non si sarebbe mai sentito parlare! Ma torniamo al nuovo album, che è composto da undici pezzi per 55 minuti esatti di durata ed ha un piacevole artwork ispirato appunto al freddo inverno finlandese. Si tratta di un disco che si fa ascoltare piacevolmente, grazie ad un Heavy/Power Metal molto melodico, ma che ogni tanto sa anche essere robusto e ricco di energia, grazie anche ad un buon lavoro alla batteria di Lauri Bexar che quando serve mostra di saper imporre ritmi frizzanti (“On the greatest day”, “Washed away by tide” e “Silver dreams” su tutte!). Nel gruppo dobbiamo segnalare anche la presenza del bassista Pasi Kauppinen, che i più attenti ricorderanno da una decina d’anni anche nei Sonata Arctica; bisogna comunque evidenziare che, fatta eccezione per il chitarrista Pasi Vapola, tutti i musicisti suonano o hanno suonato in una miriade di altri gruppi più o meno underground, come d’abitudine soprattutto in Finlandia, dove ci sono un numero impressionante di Metal bands se rapportate al non elevato numero di abitanti. I vari ascolti che ho dato a questo disco sono sempre stati piacevoli, anche se manca quella hit che da sola varrebbe l’acquisto del CD e la voce del cantante Teemu Koskela non fa impazzire, per via di una timbrica leggermente troppo bassa (per questo genere di Metal servono voci squillanti) che forse starebbe meglio in un sound più hard rockeggiante. Parlando del sound, bisogna dire che non siamo di certo su qualcosa di particolarmente originale ed assolutamente non innovativo (vocaboli credo sconosciuti ai Winterborn), ma quel Melodic Power Metal suonato dal gruppo in fin dei conti non dispiace. Magari avrei evitato le parti di sax in “For the first time ever”, visto che sinceramente non c’azzeccano assolutamente niente in un disco Metal! Ecco, a voler trovare un difetto a questo disco, è la sovrabbondanza di pezzi lenti; oltre alla già citata “For the first time ever” (fin troppo blanda da sembrare una canzone di Vasco Rossi e punto qualitativo più basso dell’album), dobbiamo annoverare anche “Into the shades of gray” e la conclusiva “Through different eyes”, oltre a qualche altra traccia che difetta un po’ nel ritmo, come “Moon from the sky” (altro pezzo non proprio brillante). Comunque sia, come detto, i vari ascolti sono sempre stati gradevoli e sicuramente questo “Break another day” è in grado di far raggiungere ai Winterborn una meritata sufficienza.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 16 Marzo, 2024
Top 10 opinionisti  -  

I Coventhrall sono una delle tantissime bands che esistono in Finlandia (il paese più Metal del mondo!); il gruppo nasce dalle parti di Helsinki nel 2005 con il nome di Grudge’s Claw, per adottare l’attuale nome nel 2009, con cui realizza un demo nel 2010 intitolato “The space opera” che mette in evidenza la passione del quintetto per la fantascienza e le tematiche sci-fi. Nel 2013 e nel 2023 (in mezzo dieci anni esatti di silenzio!) escono ben sei singoli che vanno poi a finire in questo “Legacy of Morfuidra”, debut album uscito in questi giorni per la label finlandese Inverse Records. Il full-length è composto da dieci tracce (cui si aggiunge l’immancabile inutilissima intro) per un totale di poco superiore ai 48 minuti ed ha un artwork (non proprio affascinante per essere sinceri) che appunto richiama le tematiche sci-fi. Hanno contribuito alla realizzazione del disco numerosi ospiti, soprattutto per prestare le voci ai vari personaggi che si alternano nel concept; bisogna comunque dire che i vari membri dei Coventhrall non sono dei novellini, in quanto tutti quanti hanno già suonato in svariate bands dell’underground finlandese e non, fra cui spiccano sicuramente gli Amberian Dawn, di cui Jukka Hoffrén ne è ancora il bassista, mentre Kimmo Korhonen ne è stato in passato il chitarrista. Ma cosa suonano i Convethrall? Il loro è un classico Power Metal di scuola scandinava, molto ritmato (Janne Ojala alla batteria è un mostro!) e ricco di assoli di chitarra e tastiera; mentre nella bio di presentazione si fanno paragoni con Gamma Ray e Blind Guardian (che ritengo del tutto campati in aria!), credo che i paragoni più azzeccati sia con gruppi come Insania e Crystal Eyes, senza dimenticare la lezione impartita da Stratovarius e Dreamtale. Se quindi la parola “originalità” pare sia ben lontana dalle idee dei Coventhrall, è indubbio che il loro Power Metal sia piacevole da ascoltare (a patto di essere fan del genere specifico), ricco di energia e sempre con una notevole attenzione alle melodie ed all’orecchiabilità. Ciò che non mi ha convinto particolarmente è la voce del cantante Sami Ilvonen che difetta un po’ in espressività e non sembra avere un’ugola particolarmente aggraziata (ma c’è molto di peggio in giro!). Manca anche almeno una hit che ti faccia saltare dalla sedia e che valga da sola l’acquisto del CD che, comunque, lo ripeto, si lascia ascoltare gradevolmente. Tirando le somme, questo “Legacy of Morfuidra”, debut album dei finlandesi Coventhrall, credo non abbia alcuna possibilità di passare alla storia del Power Metal, ma è sicuramente un buon disco che potrà incontrare il favore dei fans di questo specifico genere musicale.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 13 Marzo, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Ci sono dei dischi che, per colpa dello streaming che ci viene imposto da alcune labels per fare le recensioni, finiscono per cadere nel dimenticatoio incolpevolmente; mentre quando si hanno a disposizione gli MP3 (ricevere il CD è ormai un lusso per pochi!), puoi anche ascoltarteli mentre vai al lavoro sull’autoradio o in ogni occasione utile, lo streaming rimane collegato all’email che hai ricevuto quel determinato giorno che, con il passare del tempo, scorre sempre più giù e finisce per essere dimenticata. Quando poi un’email di questo genere ti viene inviata a cavallo tra Natale e Capodanno, il rischio di passare inosservata aumenta esponenzialmente. E’ questo il caso del debut album degli austriaci Dominum, intitolato “Hey living people”, disco fantastico ma ingiustamente purtroppo passato del tutto inosservato proprio per via della scomodissima modalità di diffusione scelta dalla Napalm Records (label che ha licenziato il prodotto pochi giorni prima di capodanno scorso). I Dominum sono un nuovo gruppo formatosi nel 2022 e ne fanno parte il talentuoso singer Dr. Dead (Felix Piccu all’anagrafe, noto producer conosciuto con lo pseudonimo di Felix Heldt), il bassista Patient Zero (anche negli Ad Infinitum con la sua reale identità di Korbinian Benedict Stocker), il chitarrista Tommy (alias Jochen Windisch, anche nei Winterstorm) ed il batterista Victor (pseudonimo del brasiliano/berlinese Marcos Feminella). Il gruppo fa uso di trucchi di scena e travestimenti da zombie che si riverberano nei testi, dato che le principali tematiche sono appunto ispirate all’horror ed ai film di zombie et similia. Il sound è un godibilissimo Power Metal molto melodico, con qualche richiamo ai primi Edguy, una massiccia dose di cori che fa pensare agli Orden Ogan e soprattutto una notevole orecchiabilità che fa venire in mente i migliori Freedom Call. Una musica che forse non sarà particolarmente originale, ma che è estremamente godibile e piacevolissima da ascoltare, soprattutto se si è fans del Power Metal più melodico. Se poi si ha un cantante versatile, espressivo e con la cui ugola madre natura è stata generosa, il tutto diventa ancora più semplice da apprezzare. Le canzoni sono tutte convincenti e decisamente piacevoli, ma sicuramente l’ottima e teatrale opener “Immortalis dominum” spicca assieme ad altre gemme come “Patient zero”, “Frankestein” e la cover della mitica “You spin me round (Like a record)” dei Dead or Alive metallizzata in maniera impeccabile; a costo di essere ripetitivi, si ribadisce che è comunque tutto il full-length nella sua interezza ad essere convincente e davvero piacevole. Siamo solo al debut album ma i Dominum, con questo “Hey living people”, hanno realizzato uno dei migliori dischi del 2023, un must per ogni fan del Power Metal!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    09 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 09 Marzo, 2024
Top 10 opinionisti  -  

I Sonata Arctica tornano in parte a suonare Power Metal; questa è la sintesi di questa recensione sul nuovo album del gruppo di Tony Kakko e Tommy Portimo, intitolato “Clear cold beyond”. Il disco è composto da dieci tracce per una durata totale di poco inferiore ad un’ora; l’artwork torna ad essere quello con paesaggi innevati e richiami alla loro terra natia (ricordiamo che arrivano da Kemi in Lapponia). Furbamente i pezzi migliori sono messi all’inizio ed ecco che l’accoppiata di “First in line” (la canzone migliore del disco) e dell’ultimo singolo “California” aprono alla grandissima l’album, facendo venire immediatamente in mente i capolavori di inizio carriera come “Ecliptica” e “Silence”; purtroppo la tracklist non sarà sempre dello stesso livello qualitativo, ma andiamo per gradi. Già il fatto che Tommy Portimo sia tornato a pestare sulla doppia cassa a dovere è un’ottima notizia, ma non ci fermiamo solo qui, dato che Henrik Klingenberg con le tastiere ed Elias Viljanen alla chitarra sono tornati a darci dentro, regalando parti soliste veloci e di gusto, ben sorretti dal basso di Pasi Kauppinen nelle retrovie. E’ insomma il ritmo che è tornato ad essere sostenuto ed il sound chiaramente ne risente positivamente, tornando nell’alveo del Power Metal che era stato abbandonato da ormai circa vent'anni. La voce di Tony Kakko non è mai stata un granché (madre natura ha imposto dei limiti) ma, alla fin fine, non dispiace e, come sempre, pur sapendo che ci sono cantanti molto più talentuosi in giro, bisogna farsene una ragione, tenendo anche presente che c’è molto di peggio anche in questo campo. Lo stesso singer sorprende in positivo ad esempio in “Dark empath”, la prima traccia più lenta del disco, in cui si mostra versatile, espressivo e poliedrico, dando quella classica marcia in più ad un brano che, con un altro cantante meno capace, sarebbe stato solo discreto, per via di una certa ripetitività di fondo. Se “Shah mat” e soprattutto “Cure for everything” riprendono la falsa riga delle prime due tracce, è con “A monster only you can't see” che qualcosa inizia a funzionare peggio con un pezzo che, estrapolato dal contesto, non sarebbe nemmeno male, ma risulta fin troppo “zuccheroso” e ripetitivo. Con “Teardrops” e soprattutto con “Angel defiled” si torna al Power Metal di buona qualità, ma sono le ultime due tracce a chiudere l’album in maniera interlocutoria: due canzoni con ritmo molto blando in fila non convincono più di tanto! “The best things” è alquanto banale e ricorda parecchio le produzioni più recenti del gruppo finlandese (quelle più scadenti per capirci), mentre la title-track “Clear cold beyond” vorrebbe essere teatrale e di atmosfera, ma non entusiasma né affascina e, dopo qualche ascolto, finisce per rischiare di annoiare. Tirando le somme, con questo nuovo album, intitolato “Clear cold beyond”, i Sonata Arctica sono tornati per buona parte a suonare Power Metal in maniera valida come facevano vent'anni fa, ma continuano a sopravvivere alcune tracce (fortunatamente poche!) che richiamano alle produzioni più recenti e sono qualitativamente molto meno valide. Il voto finale, su una scala in decimali, sarebbe un 6,5 più che meritato.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
2019 risultati - visualizzati 11 - 20 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 202 »
Powered by JReviews

releases

Fatal Fire, un debut album con i controfiocchi
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Benighted: tradizione e modernità, violenza cruda e groove
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
 Achelous, nuovo album e nuove emozioni per un lavoro epico
Valutazione Autore
 
5.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Gli indiani About Us non hanno paura di osare e pubblicano un lavoro di qualità
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Autoproduzioni

Razor Attack, ci vuole di meglio
Valutazione Autore
 
2.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Dialith, un breve EP che conferma le qualità del gruppo
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Ancient Trail, un disco che merita attenzione
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Scarefield: orrorifici!
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Dyspläcer, un debut album che fa intravedere del talento
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Blood Opera: grande incompiuta
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Consigli Per Gli Acquisti

  1. TOOL
  2. Dalle Recensioni
  3. Cuffie
  4. Libri
  5. Amazon Music Unlimited

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla