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Opinione inserita da Virgilio    18 Giugno, 2015
Ultimo aggiornamento: 19 Giugno, 2015
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Provenienti dal Regno Unito (più precisamente dall’Irlanda del Nord), i Maverick presentano il loro primo full-length, intitolato “Quid pro quo”, dopo essersi fatti conoscere con un ep del 2013, intitolato “Talk’s cheap”. Il loro stile sicuramente non brilla per originalità e pesca a piene mani da diversi acts della scena hard & heavy degli anni ’80 sino ai primi anni ’90: scorrendo la tracklist, è infatti assai facile ritrovare echi ed influenze dei vari Skid Row, Def Leppard, Dokken, Winger, Bon Jovi, Alice Cooper, W.A.S.P. o Aerosmith. Detto questo, al di là di un sound magari forse persino un po’ retrò per i canoni attuali, va detto che il disco si rivela alquanto gradevole. I Maverick, infatti, dimostrano di possedere buon gusto per la melodia e sanno catturare l’attenzione dell’ascoltatore, grazie ad un songwriting brillante, che si sviluppa in un rock di classe e raffinato, in grado di esaltare le buone qualità tecniche dei musicisti, a cominciare dal delizioso tocco dei due chitarristi, per proseguire con la splendida voce del cantante Dave Balfour. Probabilmente, lavorando ancora un po’ sulla personalità del proprio sound ed emancipandosi maggiormente dalle proprie influenze, la band potrà migliorare ancora e crescere ulterioriormente, ma considerando che si tratta di un album d’esordio, per adesso va benissimo così.

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Opinione inserita da Virgilio    03 Giugno, 2015
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“Daydreamin’” è il titolo dell’album di debutto degli Starsick System, band formatasi nel 2012 con musicisti già di una certa esperienza: il produttore, principale compositore nonché batterista Ivan Moni Bidin ha trascorsi in diversi gruppi (Pathosray, Ashent, Syrayde, Garden Wall) e ha coinvolto alcuni vecchi compagni di band come il cantante Marco Sandron (Pathosray, ma anche Eden’s Curse, Fairyland), il chitarrista Davide Donati (Syrayde) e la bassista Valeria Battain. L’idea di base degli Starsick system è quella di partire da riffs hard rock, mantenendo un’attitudine street, ma con un approccio modern, che non disdegna neppure il ricorso ad inserti elettronici, curando altresì le melodie e privilegiando arrangiamenti tendenti al metal, del resto del tutto naturali, visto il background dei musicisti. Il risultato è un mix esplosivo di sonorità tra l’hard rock e l’alternative, influenzato da un rock classico così come da acts quali Alter Bridge, Papa Roach, Sixx AM e Shinedown. I brani riescono ad essere dunque accattivanti e trascinanti allo stesso tempo, grazie a refrain catchy uniti a riffs decisi e carichi di groove. La tracklist parte bene con le tre tracce iniziali, tra le quali segnaliamo soprattutto “Believe”, poi la band esalta il suo lato melodico con brani come “Tomorrow”, “Pull the trigger” (più che altro per il refrain) e “Don’t fly away” (quest’ultima una ballata a tutti gli effetti). La tracklist prevede poi un’ulteriore ballata, “Strong”, mentre tra i brani più duri non sono niente male neanche “Let it go”, “Last goodbye” e “Back in time”. In chiusura, la title-track è un anthem con coretti che la rendono la tipica canzone adatta ad essere eseguita dal vivo con grande coinvolgimento del pubblico. Disco davvero gradevole, ben curato ed interpretato, che rappresenta un debutto di assoluto valore per gli Starsick Sytem.

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Opinione inserita da Virgilio    24 Mag, 2015
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Quattro anni dopo “Closer to daylight” i napoletani Soul Secret tornano con un nuovo disco, intitolato semplicemente “4”. L’album è composto da undici tracce, nelle quali i partenopei sfoggiano un metal prog brillante e di grande impatto. Lo stile, fortemente influenzato dai Dream Theater, s’incontra perlopiù con la tradizione del metal prog italiano. Se la band, dunque, magari non sembra essere il massimo dell’originalità dal punto di vista stilistico, recupera alla grande sotto il profilo del songwriting: i brani che compongono “4” sono infatti caratterizzati da trame molto articolate e complesse, con continui cambi tematici e di tempo e una struttura molto aperta, che lascia spazio a divagazioni strumentali sempre fantasiose ed imprevedibili. D’altronde, anche a livello esecutivo, la performance degli strumentisti è eccellente, con una sezione ritmica molto tecnica e con un ottimo lavoro di chitarre e tastiere. Soltanto il nuovo cantante ci ha lasciati un po’ perplessi: la voce ha una buona estensione e ci pare dotato di una buona tecnica, ma il timbro è a tratti alquanto nasale. Un nostro familiare che ascoltava il disco distrattamente l’aveva addirittura scambiato per Pino Daniele: non arriviamo ad asserire tanto (con tutto il rispetto per Pino, che sicuramente aveva una voce ed un modo di cantare particolari, R.i.p), però sicuramente non ci ha dato l’impressione di valorizzare i brani in diverse occasioni. Tra le tracce, meritano innanzitutto una menzione speciale le due di apertura, “On the Ledge” e “Our Horizon”, davvero rappresentative della genialità dei Soul Secret sia sotto l’aspetto compositivo che esecutivo, ma non sono da meno neppure tracce come “Turning back the page” o la suite conclusiva (oltre sedici minuti di durata) “The White Stairs”. C’è spazio anche per una strumentale, la notevole “Silence”, mentre le ballate sono due: si tratta della brevissima “As I close my eyes” e della suadente “In a frame”. Nel complesso, “4” è dunque un gran bel disco ed un autentico gioiellino, sicuramente consigliato soprattutto a chi ama il metal prog.

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Opinione inserita da Virgilio    23 Mag, 2015
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Formatisi nel 2008, i Simus hanno all’attivo un ep e diversi tour anche all’estero. Arriva adesso finalmente con “Vox vult” il loro primo full-lenght: si tratta di un lavoro che ci presenta una band già con una certa personalità ed un proprio stile. I brani che compongono “Vox vult” sono infatti caratterizzati da riffs decisi, carichi di groove, che danno vita ad un sound ipnotico, teso ed aggressivo: potremmo immaginarlo come una sorta di incontro tra System of a Down e Tool, ma le influenze dei Simus si estendono anche ad altri acts come Mastodon, Meshuggah o gli stessi A Perfect Circle. Ciò che conta è però che i Simus hanno saputo miscelare al meglio queste influenze, per creare un sound fresco e moderno. Emblematici, in tal senso, brani come la title-track, “Planet Caiak” o “Fakir” mentre, per contro, appare forse un po’ avulsa dal resto della tracklist una canzone come “Mantis”, cantata in italiano. Prendendo ad esempio invece altri brani come “The Soulmaker” e “Deus vult”, la band fa sentire ulteriori influenze mutuate dal metal prog, con passaggi più tecnici ed imprevedibili; in altri casi, come per “Bitter taste”, i Simus presentano una vena un po’ più melodica ed un sound tendenzialmente più americano. Particolare, poi, la ritmica quasi tribale di “Requiem for my moon”. Insomma, “Vox vult” è un disco per nulla banale o scontato, che non va fatto passare inosservato, realizzato da una band che merita di essere seguita con interesse.

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Opinione inserita da Virgilio    19 Aprile, 2015
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“Hogs in fishnets” è l’album di debutto dei fiorentini Hogs. Confessiamo che il primo impatto con il disco ci aveva in parte un po’ spiazzati: infatti, la voce indubbiamente giovanile del cantante e l’artwork un po’ fumettistico, ci avevano fatto pensare ad una band appunto molto giovane, che magari si affacciava per la prima volta nel panorama musicale. Per contro, lo stile della band appariva troppo maturo per potersi trattare di ragazzini alle prime armi. Leggendo le note biografiche in allegato al promo l’arcano è svelato: è vero, infatti, che il cantante Simone Cei, oltre che bravo, è anche molto giovane (ventitré anni o giù di lì, se non andiamo errati), ma gli strumentisti sono davvero dei veterani. Provenienti dall’ultima incarnazione del gruppo prog Macchina Ossuta, i tre presentano un curriculum di tutto rispetto: il chitarrista Francesco Bottai è stato turnista, tra gli altri, per Irene Grandi e Articolo 31, compositore e leader di diverse band (Strange Fruit, Radio Rahim) e ha suonato in varie tribute-band; il batterista Pino Gulli è un ex C.S.I.; il bassista Luca Cantasano, infine, ha suonato in diverse altre band e dal 2010 è in pianta stabile nei Diaframma. Insomma, per farla breve, gli Hogs sono un gruppo di musicisti navigati e lo si percepisce (basti ascoltare la lead guitar di Bottai!). L’album è diviso in due parti: la prima, denominata “funky side”, presenta in effetti venature funky, con un sottile flavour fusion, dove trovano spazio tracce vivaci come l’opener “There’s no chance to be alive” o “All for you”, accanto ad altre più introspettive come “Lots of butterflies”, caratterizzata dalla presenza anche di piano e mellotron. La seconda parte, chiamata “hard side”, si concentra su un più classico hard rock, principalmente (ma non solo) dalle influenze zeppeliniane, come si evince, peraltro, fin troppo palesemente, pure dal rockblues di “Wasting time”. In generale, un po’ tutto il disco presenta poi dei testi alquanto raffinati, caratterizzati da una certa ricercatezza lessicale, più tipica magari di un gruppo prog che non di una band hard rock o funky. C’è da dire poi che, in verità, il disco non si distingue per refrain particolarmente immediati, che riescano a colpire sin dai primissimi ascolti: a nostro avviso, si poteva auspicare dunque, in effetti, qualcosa in più sotto il profilo prettamente melodico. Un'altra considerazione da fare è che per quanto si tratti di uno stile tendente all’hard rock, la band mantiene un approccio alquanto tecnico, puntando difficilmente su ritmi indiavolati o su riffs energici e vigorosi: anzi, a nostro avviso si nota in diverse occasioni la mancanza di una chitarra ritmica di spessore a supporto della lead guitar. Al di là di queste osservazioni, “Hogs in fishnets” è un disco di buon rock genuino, allo stesso tempo raffinato e dai deliziosi arrangiamenti, con un approccio che non trascura un pizzico di ironia e di divertimento, come appunto già rivelano la stessa copertina e più in generale tutto l’artwork, curato da Andrea Giannini.

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Opinione inserita da Virgilio    10 Aprile, 2015
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I Siren si formano a Pesaro nel 2013 e già l’anno dopo sono in grado di presentare il loro primo full-lenght. L’album, intitolato “The Row”, è composto da undici tracce di alternative rock scanzonato ed energico. Ciò che subito colpisce nelle composizioni dei Siren è lo stile: si ravvisano diverse influenze, che possono spaziare dai Foo Fighters ai Queens of the stone age, ma la band ha saputo creare un mix alquanto vario e allo stesso tempo abbastanza personale. Talvolta fa capolino anche qualche influenza punk, come si ravvisa in tracce quali “Love is gone” e “Spit”, ma nel complesso l’impianto delle canzoni resta saldamente rock, benché in tale contesto la band abbia saputo inserire strumenti non proprio tipici di questo genere come violini (“Falling down”), violoncelli (“Carpet”), trombe (“Spit”) e fisarmoniche (“Roger Sabbath”); nell’opener “Swan’s tale” è presente, poi, anche una bella voce femminile. Tutti i brani sono alquanto orecchiabili e presentano allo stesso tempo testi tutt’altro che banali, in genere incentrati sul paradosso, sull’ironia e sulle contraddizioni della nostra società. Tra i brani che maggiormente ci hanno colpito, segnaliamo “Dr. Saint” e soprattutto “Roger Sabbath”, una canzone alquanto articolata ed originale ma, lo ribadiamo, in effetti, tutte le tracce che compongono “The row” sono valide e molto coinvolgenti. Davvero dunque un bell’esordio per i Siren, che si dimostrano subito una band interessante e con le idee chiare.

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Opinione inserita da Virgilio    30 Marzo, 2015
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The Midnight Ghost Train è il moniker scelto da un trio del Kansas che, con questo nuovo lavoro, intitolato “Cold was the ground”, giunge al suo terzo full-lenght. La band sfodera un sound davvero vigoroso e carico di groove, tipicamente southern, che si muove tra sonorità stoner/sludge. Insomma, nulla di particolarmente originale: l’unica peculiarità potrebbe essere rappresentata dalla voce del cantante/chitarrista Steve Moss, più roca di quella di Lemmy, al punto da potersi quasi accostare, in certi frangenti (si ascolti, ad esempio, in “Gladstone”) ad un cantato estremo. Al di là della minimalista “The Little Sparrow”, i The Midnight Ghost Train sono bravi ad ergere un muro sonoro di grande impatto, macinando riff a ripetizione, sorretti da una sezione ritmica veloce e coinvolgente. Per gli amanti del genere, possono costituire di certo una realtà interessante.

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Opinione inserita da Virgilio    07 Marzo, 2015
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“Oikoumene” è il titolo dell’album di debutto degli aretini Inside Mankind, band che si presenta subito come gruppo d’ispirazione cristiana. La sensazione che si ha sin dall’inizio, è che si tratti di un lavoro piuttosto complesso: per quanto riguarda lo stile, questo s’ispira al prog metal, ma si rivela piuttosto variegato e ricco di sfaccettature, andando a sfociare spesso anche nel gothic/death, nel death e nel metal sinfonico. Ciò, è reso tanto più possibile dalla presenza della cantante Claire Briant Nesti, che spesso ricorre ad un cantato operistico, mentre il chitarrista Francesco Monaci si occupa delle extreme vocals. Le tematiche trattate afferiscono al mistero della vita e alla debolezza umana, fino alla scoperta di Dio. L’album è tuttavia anche ricco di simbolismo, con riferimenti numerologici e citazioni di estrazione neoplatonica: basti pensare, limitandoci a fare un esempio, che la traccia conclusiva, “Human divine”, ingloba tutti gli altri brani del disco, racchiusi in 72 battute, tanti quanti sono i nomi di Dio nella tradizione cabalistica. A nostro avviso, tuttavia, tutti questi aspetti formali, rischiano di far distrarre la band da altri, parimenti importanti: infatti, benché le composizioni siano sicuramente molto ben strutturate ed articolate e anche il sound riesca ad essere abbastanza personale, tuttavia, nel complesso, l’album sembra trasmettere una visione della condizione umana come disperata, angosciante e di conseguenza anche le atmosfere che permeano le tracce sono oscure, pesanti e si percepisce come ad esse vengano conferiti toni di distaccata solennità. Inoltre, la varietà di elementi inseriti nei brani, non sempre sembra trovare una soluzione ottimale, andando in qualche caso ad appesantire ulteriormente le tracce. Sicuramente, la già citata suite “Human divine”, con i suoi oltre quattordici minuti di durata, è però il momento più magniloquente di un disco a tutti gli effetti coraggioso e ambizioso. Va riconosciuta, infatti, agli Inside Mankind la capacità di realizzare un disco importante, che mira a far porre domande e riflessioni: tuttavia, in futuro, a nostro avviso, potrebbe giovare all’ascolto, pur nell’ambito di una proposta complessa ed articolata, una maggiore capacità di spezzare di tanto in tanto alcuni passaggi con momenti di maggiore freschezza ed immediatezza. Al di là di queste ultime considerazioni, “Oikoumene” rappresenta senz’altro un debutto interessante, per questa band promettente e di belle speranze.

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Opinione inserita da Virgilio    24 Febbraio, 2015
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Paladini del metal teutonico da circa vent’anni, i Palace giungono con “The 7th steel”, come il titolo stesso suggerisce (peraltro parafrasando “The seventh seal”, ovvero “Il settimo sigillo”, capolavoro cinematografico diretto da Ingmar Bergman), al loro settimo full-lenght. La band, nel corso di questi anni, è rimasta fedele e coerente al proprio sound, fatto di riffs taglienti accompagnati da una ritmica veloce, tra cori imponenti e la roca voce solista del cantante/chitarrista Harald Piller. Diciamo che i Palace sparano subito le cartucce migliori, perché i brani iniziali, soprattutto “Rot in hell”, ma anche “Iron Horde” e “Bloodshed of gods” sono quelli più accattivanti e meglio riusciti. Per il resto, la tracklist scorre via senza sorprese né sussulti particolari, seguendo il tipico stile dei Palace, con un buon sound, senza però brillare particolarmente in quanto a songwriting. Nel complesso, possiamo considerare “The 7th steel” un disco onesto, che offre comunque quello che ci si potrebbe aspettare da una band come i Palace, né più né meno.

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Opinione inserita da Virgilio    27 Gennaio, 2015
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Secondo full-lenght per i Faithesdge, band italo-americana nata dalla collaborazione tra Giancarlo Floridia e Fabrizio Grossi, che aveva esordito nel 2011 con l’album omonimo. Rispetto al lavoro precedente, su questo “The Answer of Insanity” le sonorità si fanno più decise, a cavallo tra hard rock e metal, grazie a riffs taglienti e un basso dotato di un certo groove. Viene comunque data una certa enfasi soprattutto alle soluzioni armoniche, sia con le chitarre che con le tastiere di Eric Ragno (va però segnalato che compare nel disco anche Alessandro Del Vecchio in veste di guest). I Faithsedge possiedono un sound senz’altro molto accattivante, che riesce a catturare l’attenzione dell’ascoltatore grazie alla bravura dei suoi interpreti: una menzione speciale va fatta per Alex De Rosso, come sempre straordinario e capace di impreziosire i vari brani con i suoi deliziosi assoli. L’unico limite del disco sembra essere rappresentato dal fatto che, per quanto valido, il songwriting resti molto nella media, nè si ravvisa la presenza di tracce in grado di fare emergere realmente il disco: insomma, prese nell’insieme, l’effetto delle canzoni è sicuramente positivo, ma nello stesso tempo neppure si può dire che ve ne sia qualcuna capace di lasciare il segno. “Saving anything” presenta un refrain tra i più catchy, così come “Revolve my world” è uno dei brani più trascinanti. Più riflessiva ed introspettiva invece “Comes crashing down”, traccia caratterizzata da crescendo significativi e dotata di un certo mood. Citiamo questi brani per ribadire come questo nuovo lavoro dei Faithsedge sia senz’altro valido e non privo di interesse: tuttavia, visti anche i nomi coinvolti, poteva essere lecito aspettarsi un significativo salto di qualità, che al momento non pare potersi riscontrare.

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