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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 13 Dicembre, 2016
#1 recensione  -  

Quello degli Incantation è uno dei nomi più leggendari della scena Death Metal mondiale. Nati nel 1989, da subito si sono contraddistinti per essere uno dei gruppi Death più "cattivi" in circolazione, tanto musicalmente quanto tematicamente. "Tribute to the Goat", il disco in esame, è un Live Album che gli Incantation hanno rilasciato nel 1997, originariamente per la Elegy Records, e che oggi, a distanza di quasi 20 anni, viene ristampato in edizione speciale in vinile dalla francese Season of Mist.

Non che ci sia tantissimo da dire, sinceramente: chi conosce gli Incantation saprà già che questo è, pur non essendo uno studio album, una delle uscite più famose della band americana, con una tracklist che prende a piene mani pezzi leggendari della prima carriera di questa spietata macchina da guerra, da "Devoured Death" a "United in Repugnance", da "Nefarious Warriors" a "Profanation", passando per "Unholy Massacre", con chiusura del live affidata ad una cover dei Necrophagia, "Abomination". La resa sonora è quella di un Live Album dei tempi, quindi c'è da dimenticarsi le produzione iperpompate che possiamo sentire oggi: chitarre zanzarose, batteria con suoni "piatti", il growl di Craig Pillard protagonista assoluto. Le restanti quattro tracce sono invece tratte dal seminale demo del 1990: formazione totalmente diversa, ma non c'è da dimenticare che quel demo è stato la base da cui è nata la leggenda degli Incantation.

La band di Johnstown, Pennsylvania, era e resta una di quelle che non ha intenzione alcuna di cambiare il proprio modus operandi. Gli Incantation sono dediti alla violenza sonora più becera e diretta, ed è proprio questo a renderli uno dei gruppi più "spietati" e conosciuti nell'ambito del Metal più estremo. Vero comunque che "Tribute to the Goat" non credo sia materiale per ascoltatori occasionali, ma più che altro per i fans accaniti della band, che, con questa nuova edizione in vinile, avranno di certo materiale da collezione a cui ambire.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 12 Dicembre, 2016
#1 recensione  -  

Debut album, edito da Revalve Records, per i romani Yarast, parola russa che significa "furia". Nata nel 2011, la band capitolina ha rilasciato, prima di questo "Tunguska 1908", un demo nel 2012 a titolo "Due Minuti d'Odio". Com'è facilmente intuibile tanto dal monicker quanto dal titolo dell'album*, Madre Russia è un tema fondamentale per i nostri, che in "Tunguska 1908" s'ispirano alla Guerra Fredda, vista però dal punto di vista di una vittoria russa: un tema ucronico che può facilmente ricordare quello di "The Man in the High Castle", il celebre romanzo di Philip K. Dick uscito in Italia col titolo (stupido) "La Svastica sul Sole" (ripubblicato poi finalmente col titolo "L'Uomo nell'Alto Castello"); solo che nel romanzo di Dick s'era nel post WWII, con l'America divisa a metà e dominata dalla Germania Nazista e dall'Impero Giapponese.

Musicalmente gli Yarast si presentano con un Melodic Death Metal in cui influenze Progressive fanno capolino molto spesso, non inficiando mai però sulla resa compatta sul comparto strumentale di questo disco. Un egregio lavoro è stato fatto sia in fase di songwriting che di arrangiamento, visto che nei 40 minuti di durata dell'album non vi è il minimo accenno ad un calo di "tensione". Gli Yarast riescono a regger botta senza problemi sia in pezzi più impegnativi, come la spettacolare "Распyтица (Rasputiza)", sia in quelli dove appaiono più sfrontati e diretti, e mi riferisco soprattutto alla seguente "Nuclear Winter". Ma nessun pezzo è da meno, che sia "Tabula Rasa", la title-track a cui è affidata l'apertura dell'album, o la conclusiva "Retaliation", di cui è possibile trovare il Lyric Video sul Tubo.

Un debutto quindi decisamente interessante per questa band romana che, sono sicuro, continuando su questa strada potrà togliersi diverse soddisfazioni. Un disco, questo "Tunguska 1908" che potrà certamente interessare gli amanti del Melodic Death e i fans degli Opeth del medio periodo. Promossi quindi, aspettando un secondo album che ne riconfermi le buone qualità qui dimostrate.

*Nota storica: l'Evento di Tunguska si riferisce alla più imponente esplosione naturale verificatasi sulla Terra in tempi recenti, avvenuta a Tunguska, Siberia, il 30 giugno 1908; a seguito, non si sa di preciso se all'impatto o all'esplosione di un grosso meteorite o di un cometa, decine di milioni di alberi furono abbattuti ed il bagliore fu visibile anche a 700km di distanza

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 10 Dicembre, 2016
#1 recensione  -  

Con la recensione di "Tyranny from Above" giungiamo al termine dell'excursus attraverso le ultime uscite dell'etichetta olandese Vic Records. Un viaggio che ci ha portati tra (molte) ristampe e nuove uscite a scoprire/riscoprire un gran numero di realtà della scena Death metal olandese degli anni '90. I Ceremony, recentemente riformati con 4/5 della formazione originaria, sono tra questi. Nati nel 1989 fanno parte della frangia più estrema della scena Death olandese, legati anche ai Sinister: al chitarrista, Peter Verhoef, fu chiesto un paio di volte di unirsi alla leggendaria band di Schiedam; in più, al basso nel debut album dei Ceremony, il qui presente "Tyranny from Above", c'è stato uno dei membri fondatori dei Sinister stessi, Ron van de Polder.

A differenza di quello che è il classico Death/Doom olandese, i Ceremony quindi si presentevano (e ripresentano) come una band Death metal nel senso più stretto del termine, con un sound di matrice USA. Le sonorità sono quelle di inizio anni '90, con una produzione sporca, cosa che non è affatto un difetto in questo caso: se una release di oggi esce con una produzione simile è anacronistico, ma dato che questo è un album del 1993... Il Death Metal dei Ceremony è un martello pneumatico continuo, fatto di ritmiche serrate e tritaossa, riff rapidi e taglienti, growl cavernoso quanto sporco. I Ceremony non concedono nemmeno un attimo di pausa, concentrandosi su un attacco frontale e continuativo dall'opener "Inner Demon" fino alla conclusiva "Tribulation Foreseen", passando per buone canzoni tra le quali spicca senza dubbio "When Tears are Falling". Essendo una reissue, non mancano poi le bonus tracks. In questo caso abbiamo tre tracce proveniente dal "Promo 1994" ("Essence of Alternation", "Immortality of the Gods" e "Tyranny from Above"), che è tra l'altro l'ultima uscita, fino ad ora, della band olandese, e due dall'EP "Inclemency" (le prime versioni di "Humanity" e "Tribulation Foreseen").

In attesa di un nuovo disco dei riformati Ceremony, la ristampa di "Tyranny from Above" è un buon modo per ripassare praticamente nella sua totalità la carriera della band. Oltre ad essere un ennesimo sguardo con la lente d'ingrandimento sulla scena olandese d'inizio anni '90. Il che, volendo, non è male, ma dopo tutte queste ristampe non mi dispiacerebbe avere a che fare con releases nuove di zecca.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 10 Dicembre, 2016
#1 recensione  -  

Si sa ben poco dei Gaerea. Si sa che sono nati nel 2016, che suonano un Death/Black furioso quanto atmosferico (le influenze di Behemoth e Mgła sono palesi), che "Gaerea" è il loro EP di debutto edito dalla Everlasting Spew Records. Quello che non si conosce è la loro provenienza né tanto meno chi siano i musicisti coinvolti in questo progetto. E solo il tempo saprà dire se questo alone di mistero sarà una carta vincente e se o quanto potrà durare.

Ma fondamentalmente, chissenefrega: quello che conta maggiormente è la musica. E su questo piano i Gaerea, pur non portandoci alcuna novità, fanno decisamente bene il loro sporco lavoro. Il sound dei nostri lo si può definire semplicemente oscuro. Su un Death/Black che più classico non si può, i Gaerea riescono a inserire un'atmosfera a dir poco plumbea, come se una nebbia di malvagità avvolgesse costantemente i pezzi che compongono il disco. Persino l'artwork, interamente nero, con spazio solo per grigio e il logo della band in bianco, contribuisce allo scopo. Merito dei Gaerea è quello di riuscire a non risultare scontati, andando ad abbracciare senza patema alcuno sonorità diverse; nel già conosciuto singolo, "Void of Numbness", ad esempio, non è eresia ritrovare richiami ai Carpathian Forest, soprattutto quelli del loro (per me) capolavoro, "Defending the Throne of Evil". Se l'opener "Santificato" dà più spazio alle atmosfere e la coppia "Final Call"/"Through Time" semplicemente non fanno che tenere alta la soglia d'attenzione durante l'ascolto, è con "Pray to your False God" che i Gaerea mostrano di cosa sono capaci: la summa di quello che sono lo si può ascoltare dal primo all'ultimo secondo di questa traccia.

Cadenze marziali e passaggi furiosi, atmosfere cupe, sound compatto e quell'alone di mistero che, al momento, non può non richiamare attenzione su questo progetto. Vero, "Gaerea" è un EP le cui sonorità hanno un che di derivativo (l'ombra degli Mgła si staglia imponente), ma ciò non toglie che i Gaerea hanno messo a segno un gran colpo, presentandoci uno dei migliori debutti in ambito Black degli ultimi anni.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    05 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 05 Dicembre, 2016
#1 recensione  -  

Come per gli Zora, recensiti qualche giorno fa, lo steso discorso va fatto per gli abruzzesi - e miei ex concittadini, almeno per qualche tempo - No More Fear: anche loro sono una di quelle bands che seguo praticamente da sempre e ne ho potuto seguire, nel corso degli anni, l'evoluzione. Con "Malamente" i NMF proseguono il percorso cominciato con "Mad(e) in Italy", in cui al classico Melodic Death, genere da sempre suonato dai nostri, si sono aggiunti elementi tipici della tradizione italiana, sia in quanto a tematiche che nel comparto strumentale. E tematica preponderante in quest'ultimo disco della band raianese è il tristemente noto crimine organizzato made in Italy - Mafia, 'Ndrangheta... -.

Sono solo sette le canzoni che compongono "Malamente", per una durata complessiva che supera di poco i 27 minuti. Un album che dimostra come l'evoluzione dei NMF ancora continui. Ancor più rispetto al passato gli elementi sonori italici si fanno sentire, che sia musica tradizionale sicula, vedi "The Boss Letter" e "Conferimento della Santa", o generalmente meridionale, come in "Lady 'Ndrangheta", il tutto con su l'ombra della più classica musica western del Maestro Morricone ("Morte e Orazione" e, di nuovo, "Conferimento della Santa"). Senza però mai dimenticare il sound che i nostri hanno dalla nascita; quindi abbiamo quello che è sempre stato un marchio di fabbrica dei NMF: una sezione ritmica granitica, in cui scopro ora l'uscita di Gianluca Orsini, sostituito da Marco Cardone, ed un riffing work sempre ispirato, devoto al Guthenburg Sound. Particolarmente in forma sembra poi il cantante, Gianluca Peluso, autore di una prova che potremmo definire quasi teatrale in questo disco, specie nelle ottime parti spoken.

Col tempo i No More Fear sono riusciti a trovare la loro dimensione. Per loro la definizione Italian Melodic Death Metal assurge ad un nuovo significato, non solo per quel che riguarda la provenienza geografica quindi: italianissimi sono loro, italianissime le loro tematiche ed il loro sound. Una band nel pieno della propria forma capace di sfornare un disco interessantissimo. La cui unica pecca è quella di durare troppo poco.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    05 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 05 Dicembre, 2016
#1 recensione  -  

Nati un annetto circa fa, i napoletani Beerzerker si sono fatti da subito un nome nell'underground della scena partenopea. E non solo perché la band è stata fondata da Corrado "K" Pignalosa (voce) e Marco "Khaff" Mignola (chitarra), le menti del programma radio Headbanger in onda su radiosiani.com, ma anche e soprattutto per il genere proposto. Già, il genere: cosa suonano i Beerzerker? Ecco, qui è un bel casino. Autodefinitisi Alcoholic Metal, i Beerzerker possono puntare su un sound altamente vario: dall'Hard Rock allo Stoner passando per un certo flavour di Thrash tedesco, ognuno sente influenze diverse nel loro sound. Di certo c'è una cosa, ossia che l'attitudine "drunkard" non può che richiamare i leggendari Tankard. E su questo non c'è alcun dubbio.

Venendo all'EP, "Beer, Blood and Blasphemy": composto da cinque canzoni per diciotto minuti scarsi di musica, il debut EP dei Beerzerker supera, a conti fatti, ampiamente la sufficienza. Il sound così vario - voluto o ancora non hanno bene in mente cosa fare? - riesce a dare ampio respiro al cd, che parte in sordina con due pezzi che colpiscono un po' meno rispetto agli altri: la title-track e "From Behind". La sensazione, ascoltando l'EP, è che i Beerzerker abbiano piazzato la tracklist con l'ordine in cui i pezzi sono stati scritti. Difatti le cose vanno migliorando già con "Beerzerker" e raggiungono l'apice con "Slam Drunk", passando per la buonissima "Slapper". Insomma, songwriting che è migliorato man mano col tempo, o per lo meno questa è la mia personale impressione. Un'unica vera pecca la si ha con le voci, non per colpe di Corrado però. La produzione non è propriamente ottimale e spesso la voce di Corrado passa sottotono rispetto alla parte strumentale.

I Beerzerker, come si suol dire, la buttano in caciara. E più che un difetto, come può esser spesso, questo è il vero e proprio intento della band napoletana. Un ascolto a "Beer, Blood and Blasphemy" è da darlo di sicuro, poi ovviamente potrà piacere come no. Per il futuro, sarà da vedere come saranno i nuovo Beerzerker dopo il cambio al microfono, con il growler Francesco "Ultragore" Monte al posto di Corrado. A marzo circa lo si scoprirà, almeno per quanto mi riguarda.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    04 Dicembre, 2016
#1 recensione  -  

Usando un termine cinematografico: buona la prima! Il debut EP dei turchi Carnac, infatti, diventa di diritto tra le migliori scoperte di quest'annata, grazie al sound proposto dalla band di Ankara: un Progressive Death Metal che, grazie anche ad un massiccio uso di riff derivativi della scuola svedese, risulta essere un ottimo mix tra Gojira ed At the Gates.

Con 1/4 d'ora di musica i Carnac riescono a farsi decisamente notare; e non a caso adesso fanno parte del roster della Sliptrick Records, etichetta statunitense che ha tra le proprie fila moltissime realtà della scena italiana, come ad esempio Gory Blister, V-Anger, Scum e Funeral Mantra. Le quattro tracce dell'EP, la cui partenza è affidata alla granitica "Servant to the Void", scorrono via che è un piacere, con quello che è un vero e proprio crescendo. Ogni canzone, infatti, risulta essere più articolata e con un songwriting sempre più ispirato rispetto la precedente. Dunque se già la title-track va a risultare ottima, vi lascio immaginare il resto. Ciò che colpisce dei Carnac è, come dicevo anche poc'anzi, questa perfetta unione tra una tecnica sopraffina, che ricorda appunto i francesi Gojira, al cui servizio viene messo un assalto frontale, ma melodico, che non può che richiamare alla mente la band di "Tompa" Lindberg e soci. E per quanto anche "Hericide" e "Menhirs of Enmity" facciano per bene il loro lavoro, è con la finale "Dabaser" che abbiamo l'highlight di questo purtroppo breve disco.

La mia speranza, a questo punto, è che la band turca, forte del deal con l'etichetta statunitense, sia già all'opera e faccia uscire quanto prima il primo album. Dopo questa buonissima prima prova su disco, sono estremamente curioso di ascoltarli su una più lunga distanza. Per ora, per quanto breve sia la durata di "The Frail Sight", è un dischetto di cui consiglio caldamente l'ascolto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Novembre, 2016
#1 recensione  -  

Come moltissimi altri gruppi della scena italiana, i calabresi Zora sono una di quelle bands che ho visto praticamente nascere e che ho seguito sia dal primissimo demo - nel caso loro "Dismembered Human Race" del 2004 -. E col tempo il rapporto webzine/band è poi tramutato in una grande stima reciproca che, complice anche l'aver poi condiviso il palco, ancora oggi si protrae. Tutto questo lungo preambolo per farvi capire quanto sia contento del nuovo disco degli Zora, quel "Scream Your Hate" che abbiamo oggi in esame.

Forti di una line-up rinnovata, che vede il fondatore Tat0 occuparsi anche delle voci oltre che del basso ed esser coadiuvato da Glk Molè (Glacial Fear) alle chitarre e Giampiero Serra (Deathcrush ed ex-Necromessiah... ne deduco sia sardo!) alla batteria, e dell'essersi liberati da impegni con qualsivoglia Label, indipendenti e fieri gli Zora rilasciano un album che, stando anche alle tematiche prettamente sociali che i nostri usano, potremo tranquillamente definire rabbioso. Titoli come "Slave of Mind", "Outcast" o "Abracadacab" lasciano in effetti ben poco spazio all'immaginazione, così come quell'Urla il tuo Odio che dà il titolo all'album. Sul piano più prettamente musicale, per una volta potete dimenticarvi il sound ipertecnico che imperversa ormai in ambito Brutal: gli Zora sono per il puro e semplice attacco frontale, con uno stile che facilmente può ricordare i Disgorge (i messicani, soprattutto) ed i primi Gorgasm.

Per l'ennesima volta mi è capitato tra le mani un disco cui i tanti ragazzini che ascoltano Deathcore staranno alla larga. Il lavoro degli Zora è mirato essenzialmente ad un pubblico che ascolta Brutal Death senza il benché minimo compromesso. E, sinceramente, è così anche la mia visione del Death Metal (e sottogeneri vari).

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Novembre, 2016
#1 recensione  -  

Nati nel 1998 per mano del chitarrista Jörg M. Knittel, i tedeschi My Darkest Hate arrivano con "Anger Temple" alla pubblicazione del quinto studio album. Edito da Massacre Records, quest'opera segue di 10 anni il precedente, ottimo album "Combat Area" e si presenta come una quarantina di minuti circa di puro e "semplice" Death Metal. Nove tracce che sono, citando la biografia allegata al promo arrivatomi, nove inni d'odio e rabbia.

Senza alcun intro i MDH partono in quarta con "You Shall Know Them" e subito ho potuto notare le differenze rispetto ai passati dischi, la maggiore delle quali è data dalla buonissima prova del vocalist Claudio Enzler, che per nulla fa rimpiangere i suoi predecessori. L'ascolto prosegue spedito grazie ad un songwriting particolarmente ispirato della band teutonica, capace di offrirci un album che, alla fine dei conti, non aggiunge o non toglie nulla al genere, ma che semplicemente suona come deve suonare: Death Metal compatto ed incazzato, senza orpelli e fronzoli. Per cui ecco susseguirsi una bordata via l'altra: "My Inner Demons", "Rise and Rise Again", "Me, the Cure", "Division Zero"... ognuno di questi pezzi segue pedissequamente il discorso della canzone che lo precede e non dev'essere per forza un difetto questo. Stesso discorso si può fare per le tre canzoni finali del disco - "Awaken from Slumber", "Master of Lies" e "My Anger, my Temple" - che chiudono con la potenza di uno schiacciasassi un disco che non presenta momenti di stanca o passaggi a vuoto.

Ce ne hanno messo di tempo i My Darkest Hate per ritornare sul mercato, ma per i deathsters più incalliti è un'attesa che non è stata vana. "Anger Temple" è un album ampiamente sopra la sufficienza, suonato egregiamente e con una gran bella produzione. Come mi capita di scrivere spesso quando si tratta di recensire prodotti Death: niente di nuovo sotto il sole, ma in questo genere va benissimo così.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 22 Novembre, 2016
#1 recensione  -  

Non giriamoci attorno: "Hardwired... to Self Destruct" dei Metallica è il disco più atteso di tutto il 2016. E il motivo non può che essere che uno: andiamo, sono i Metallica, ragazzi! Sono anni ed anni che ogni cosa che viene rilasciata dai Four Horsemen viene letteralmente passato sotto la lente d'ingrandimento, a partire dal più che controverso "Load", seguito poi da tutte le uscite seguenti, fino a quella presa per il culo che corrisponde al nome di "St. Anger" e al non ben precisato cosa volessero fare "Death Magnetic".

I 'Tallica hanno dimostrato come YouTube può essere IL canale promozionale perfetto quando fai musica, attraverso un rilascio continuo e programmato di anteprime. E se il primo pezzo rilasciato, "Hardwired", sembrava confortare chi si aspettava un ritorno alle classiche sonorità Thrash di Hetfield e soci, già con i due seguenti, "Moth into Flame" e "Atlas, Rise!" i fan di vecchi(issim)a data hanno iniziato a storcere il naso. Perché se da un lato magari come sonorità sembra che ci siamo, c'è sempre un qualcosa di fondo che "disturba". E ormai non si sa nemmeno più cosa possa essere. Ed è una sensazione che colpisce durante tutto il lungo ascolto di "Hardwired... to Self-Destruct"; abbiamo pezzi che sono veramente degni di nota, come la già citata "Hardwired" o l'ultima traccia del CD2, "Spit Out the Bone", a mio avviso il migliore in assoluto del disco, o "Am I Savage?", pezzi che convincono solo a metà, leggasi "Moth Into Flame", "Atlas, Rise!", "Murder One"... ed infine abbiamo quelli che, ma vi parlo secondo il mio gusto alla fine sia chiaro, sono delle vere e proprie cadute. Canzoni che le ascolti e ti chiedi: "Aspetta, ma questi sarebbero i Metallica? Ma che c@##o è questa m...?". E fanno parte di questo lotto le varie "Now That We're Dead", "Dream No More", "Halo on Fire". Un discorso a parte va fatto per "ManUNkind". La canzone in sé non è nemmeno male, se comunque non si pensa che dai 'Tallica ci si aspetta tutt'altro sound da due decenni ormai, ma il video? Ecco, se si fa un giro sui vari social quasi non si parla d'altro se non di quest'ultimo album dei Metallica e negli ultimi giorni a dividere le opinioni è soprattutto il video di "ManUNkind", con i Metallica che "Giocano a fare i Mayhem! Vergogna!". Ragazzi miei, datevi una calmata su! La verità, alla fine, è questa: il video di "ManUNkind" serve come spot al film di prossima uscita "Lords of Chaos", del regista (ed ex batterista di Bathory) Jonas Åkerlund. Tant'è che Hetfield, Ullrich, Trrujillo e Hammett nemmeno compaiono nel video in questione, essendoci gli attori impegnati nel film di Åkerlund.

Infine un discorso en passant sul terzo CD di "Hardwired... to Self-Destruct", bonus per il mercato giapponese. I primi 4 pezzi sono in studio, con una nuova versione della comunque non male "Lords of Summer" e tre cover: un medley dei Rainbow, "When a Blind Man Cries" dei Deep Purple ed una sufficientemente riuscita "Remember Tomorrow" degli iron Maiden. Per il resto possiamo sentire un ritorno al passato con molti pezzi live, soprattutto dal concerto al Rasputin Music (grande catena di negozi di dischi di San Francisco). Sono ascoltabili quindi pietre miliari come "Fade to Black", "For Whom the Bell Tolls", "Creeping Death", "Hit the Lights", "The Four Horsemen"... Ma sono pure sempre i Metallica attuali, quindi dimenticatevi la furia che li contraddistingueva in passato. Vero è, però, che la connessione col proprio pubblico rimane di livello assoluto.

Considerazioni finali. C'è ben poco da aggiungere a tutto quanto detto finora, quindi tirando le somme: com'è "Hardwired... to Self-Destruct"? E' un gran disco? No, decisamente no. E' un brutto disco, allora? No, nemmeno questo. E' un album che presenta luci ed ombre, con canzoni che sono passabili e momenti tutti da dimenticare. Il mio voto quindi sta nel mezzo, un classicissimo "6 politico". Poi, va da sé, ognuno avrà la propria opinione. Su questo disco se ne stanno sentendo e leggendo di ogni tipo ormai. Di certo, però, c'è che "Hardwired... to Self-Destruct" è decisamente un miglioramento rispetto le ultime uscite. E, per chi segue i Metallica da tutta la vita, è già almeno un qualcosina.

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