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Opinione scritta da Giada

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3.5
Opinione inserita da Giada    13 Mag, 2013
Ultimo aggiornamento: 13 Mag, 2013
Top 50 Opinionisti  -  

"Divide and rule" un album che dal titolo dice già molto. Un intro parlata con un sottofondo che preannuncia la traccia successiva che incuriosisce sicuramente non poco l'ascoltatore. A primo impatto ci si immagina subito d'aver a che fare con un sound potente, chitarre che si fanno sentire e una voce che si ascolta molto volentieri ma la quinta traccia "Between sounds and noise" capovolge completamente quanto pensato fino a quel momento: tutto si fa più dolce e si, forse anche un po' romantico e ballabile; sicuramente una delle canzoni più belle di tutto l'album, riesce a far sognare ad occhi aperti e la si immagina facilmente come colonna sonora di qualche film.
Un album che sicuramente merita, presenta testi molto belli e non banali, unica pecca di questo lavoro è che risulta forse un po' difficile ascoltarlo tutto d'un fiato, bisogna prendersi delle piccole pause fra una canzone e l'altra, non per noia ovviamente, ma per il fatto che ci si imbatte in una rete di suoni molto forti che rischiano di confondersi nella testa di chi ascolta l'album divenendo un unico agglomerato. Solamente "Between sounds and noise" concede un attimo di riposo alla mente.

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4.5
Opinione inserita da Giada    25 Aprile, 2013
Top 50 Opinionisti  -  

Un disco che rimane nella testa di chi lo ascolta e difficilmente se ne va.
L'ultimo album dei "Fuel from hell" cattura fin dalla prima traccia con un sound che ricorda moltissimo i Deep Purple.
Una voce che ben si adatta allo stile musicale affrontato dal gruppo e dei musicisti che fanno "cantare" i loro strumenti con grande maestria.
"Easier said than done", non risulta affatto banale e scontato, anzi in ogni canzone si possono scorgere sonorità degne di nota, che mettono in rilievo l'accuratezza che è stata riservata a questo lavoro.
Nonostante sia un genere particolare, composto da una voce graffiante e una forte musicalità, i testi rimangono impressi nella mente di chi lo ascolta e spesso ci si ritrova a canticchiare qualche stralcio di canzone.
"Anything goes" è una di quelle tracce che danno la carica, di quelle che ti fanno iniziare la giornata con un sorriso made in rock; ogni strumento risulta perfetto, nulla è fuori posto, nulla è scontato.
Difficile risulta estrarre il cd dallo stereo in quanto una volta finite di ascoltare le tracce si viene colti immediatamente dalla voglia di farlo ripartire ancora e ancora. Lo si può ascoltare e riascoltare mille volte senza mai stancarsi di quelle note. Non si trova una traccia uguale all'altra, nulla di ripetitivo. Tutto risulta bene misurato e unico.
"Easier said than done" è un album che viene voglia di ascoltare dal vivo per assaporarne l'essenza. Un album che mette allegria ed è piacevole da ascoltare in ogni situazione.

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3.5
Opinione inserita da Giada    09 Aprile, 2013
Top 50 Opinionisti  -  

A tre anni dal loro ultimo album i Dperd tornano sulla scena con un nuovo lavoro. "Kore", dieci tracce non adatte a tutti gli ascoltatori, si susseguono una dopo l'altra delineando un contorno tenebroso attorno al cd. Un senso di angoscia e malinconia catturano subito l'ascoltatore.
Strumenti musicali elevati al massimo rendono giustizia a questo genere, una meravigliosa padronanza della musica non c'è che dire; la voce però rimane pressoché identica in tutte le tracce divenendo quasi impalpabile a tal punto da passare inosservata. Sussurrata al minimo, quasi i testi fossero un segreto da non far udire a troppi.
I brani sono assolutamente molto profondi ed intensi ma si vanno a perdere inghiottiti dalla musica. Non è un album che si può ascoltare in macchina o camminando per strada; ogni singola parola, ogni singola nota va assimilata e gustata. Basta un attimo di distrazione per perdersi senza più riuscire a recuperare il filo musicale.
Ottima la scelta del titolo, "Kore" è in realtà la dea Persefone rapita da Ade e portata negli inferi, in quanto risulta estremamente adatto alla linea musicale dell'album: si respirano oscurità ed un turbinio di emozioni. Un "difetto" però sta nel rischio di divenire monotono e fin troppo lineare.
Senza ombra di dubbio è un album adatto a pochi intenditori e ad amanti del genere; pretende moltissima concentrazione e probabilmente molto silenzio attorno.
Un cd estremamente raffinato. Fin troppo raffinato e temo ascoltabile solo per una cerchia ristretta di persone.
Forse bisognava "osare" un po' di più, cercare di raggiungere più anime.

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5.0
Opinione inserita da Giada    08 Aprile, 2013
Top 50 Opinionisti  -  

Un album da brivido che a fatica si riesce a smettere di ascoltare quello dei Cayne.
Chitarre dal suono deciso che si “scontrano” con violini dalla dolce melodia. Sembra quasi di poter vedere la musica uscire dai due strumenti e fronteggiarsi con grazia.
Un album ben assortito e curato nei minimi dettagli, sembra che nulla sia stato lasciato al caso. Ogni nota sistemata con cura sui pentagrammi, andando a comporre qualcosa di veramente meritevole.
“Little witch” è forse uno dei brani più belli e coinvolgenti di tutto l'album, ma anche “Don't tell me” e “Black liberation” hanno il loro perché.
Peccato solo per l'introduzione che alla lunga rischia forse un po' di annoiare.
Naturalmente la voce del cantante fa' la sua parte in questo cd (splendido l'alternarsi della voce: suadente in alcuni brani e potente e graffiante in altri) ma anche gli altri componenti spiccano in bravura. Ogni strumento risulta "pulito" e ben udibile.
Un album da ascoltare tutto d'un fiato. Di quelli da sentire al buio, sdraiati, con le cuffie.
Da ascoltare anche più volte, così da potersi accorgere veramente di ogni minimo particolare.
Vivamente consigliato.

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3.0
Opinione inserita da Giada    21 Marzo, 2013
Ultimo aggiornamento: 27 Marzo, 2013
Top 50 Opinionisti  -  

“Lost in the Eco”, brano d'apertura dell'album, riporta alla mente i Linkin Park del 2001 con “In the End” e chi ha vissuto quel periodo non può non pensarci.
I sintetizzatori uniti alla batteria premettono un particolare sound che affiancato alle chitarre propone un crescendo di energia e ritmo contornato da un ritornello difficile da dimenticare. “In my remains”, si rivela con molta più dolcezza rispetto al precedente brano ma non pecca d'energia. Molto particolare la batteria che in alcuni punti ricorda una marcia per poi esplodere nel fragoroso e potente accompagnamento alla voce nel ritornello.
In “Burn it down” ritroviamo ancora una volta i sintetizzatori e l'antico spirito della band; un inizio dai toni pacati che scivola nella serpe del ritmo intenso accostato al rap di Shinoda fondendosi perfettamente con la voce . Un brano che piacevolmente mette allegria.
“Lies greed memory” è una traccia che sembra aver poco a che fare con il resto dell'album, qui gli strumenti elettronici non si risparmiano ma appare forse come un pezzo troppo “giovanile”rischiando di cadere nello ''young-style'' adatto forse a dei quattordicenni.
“I'll be gone” riporta “Living thik” in alto. E' un brano dai tratti intensi e dai suoni miscelati con cura, traspare l'incantevole melodia di un violino dando così un tocco di raffinatezza.
“Castle of glass”, chiudendo gli occhi sembra quasi di camminare nell'ombra. Un senso d'inquietudine; un'introduzione quasi sussurrata come se il testo venisse scandito a bassa voce nell'orecchio dell'ascoltatore. Durante il ritornello la voce muta leggermente e il pezzo prende velocità e brio. Nella parte finale si ha l'impressione di uscire dal buio e ritrovare luce, pace e sicurezza. Un brano decisamente coinvolgente, probabilmente punto di forza dell'intero album.
“Victimezed” sconvolge senza dubbio l'ascoltatore. Poco più di un minuto di canzone introdotto da una batteria molto decisa accostata ad alcuni tamburi. Una cantilena conduce in inganno portando a pensare si tratti di un brano abbastanza calmo ma si viene poi travolti dall' “effetto screem”.
“Roads untraveled” riporta la calma e la dolcezza nell'album. Un leggero tintinnio ricorda il suono degli antichi carillon, il pianoforte ricalca sicuramente un ruolo importante nel brano e la voce sembra stia intonando una nenia dai tratti leggeri.
“Skin to bone” piomba nuovamente nell'elettronica ma risulta forse un po' noiosa e troppo lineare; senza significato, appare quasi come un brano la cui sola utilità è di “riempire l'album”; così come “Until it break” traccia successiva.
“Tinfoil” ha la caratteristica d'essere un brano esclusivamente strumentale, anch'esso della durata di un minuto scarso, prepara l'ascoltatore all'ultimo brano dell'album: “Powerless” che chiude in perfetto stile Linkin Park.
Un album forse un po' “confuso”, che contiene stili troppo diversi e mischiati senza alcun senso, finendo per rischiare di rovinare il tutto. Quaranta minuti di musica che vanno a creare emozioni contrastanti e che in alcuni punti portano alla voglia di fermare il cd e smetterne immediatamente l'ascolto ma viene effettivamente salvato in extremis da alcuni brani.

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