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Opinione scritta da Pietro La Barbera

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Opinione inserita da Pietro La Barbera    10 Mag, 2014
Ultimo aggiornamento: 10 Mag, 2014
Top 50 Opinionisti  -  

La fruttuosa collaborazione tra l'etichetta tedesca Pure Steel Records e gli Aska, ha portato alla pubblicazione dell'eccellente "Fire Eater", album che ha permesso alla band americana di issarsi tra i principali esponenti della scena Heavy Metal internazionale. La stessa etichetta ha puntato alla ristampa dei precedenti capitoli discografici, in virtù di una presenza sulle scene iniziata nel lontano 1990, attraverso autoproduzioni rimaste fin qui relegate all'underground più profondo. Fresco di ristampa, "Nine Tongues" venne realizzato nel 1997, terzo capitolo discografico, anche in questo caso autoprodotto e distribuito dalla piccola label Ema Records. Il lavoro appare complessivamente gradevole, seppur privo di omogeneità, proponendo un mix tra l'Heavy Metal di stampo europeo e molteplici inflessioni Hard Rock dal quale emerge forte l'influenza dei Kiss. Le strutture tipiche degli amati Judas Priest vengono infarcite di melodie molto ariose, per un lavoro non certo imprescindibile, ma comunque in grado di evidenziare la qualità degli strumentisti e le ottime capacità del singer e leader George Call, già cantante dei Banshee, ed ex di Violent Storm e dei leggendari Omen. L'Heavy Metal puro trova un alloggio sicuro tra le coordinate di "The Stalker", ottima opener sospesa tra Judas Priest e Iron Maiden, e "The Question", pezzo che richiama gli Iron Maiden di "Piece Of Mind"; la buona commistione tra strutture granitiche e linee melodiche ad ampio respiro produce buoni frutti, con "Blood Of The Wolf" quale migliore espressione, seguita a ruota dalla piacevole "Captain Crunch", sostenuta da un bel riffone old school. A sminuire l'impatto dell'album ci pensano le composizioni più Hard Rock-oriented, fin troppo derivative e prive di personalità, nonostante esecuzioni impeccabili. Ad ascoltare "Leprosy", la sensazione è quella di trovarsi dinanzi ad uno scarto degli AC/DC, mentre "Little Sister" e "Killashandra" fanno il verso ai Kiss senza lasciare traccia, decisamente più piacevole risulta la scanzonata "Liquid Courage". Più interessante la conclusiva "The Dream", un buon incrocio tra le partiture progressive dei Queensrÿche e le cavalcate tipicamente metalliche. Al termine dell'ascolto, ho avuto la sensazione di una band che offre il meglio quando decide di seguire la strada dell'Heavy Metal puro, dimostrando una maggiore competenza in termini di songwriting, seguita da una genuina naturalezza esecutiva. Ad ogni modo, l'album è piacevole, e la sua ristampa è, a modo suo, un modo per rendere giustizia ad un nome fin qui (troppo) sottovalutato.

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Opinione inserita da Pietro La Barbera    08 Mag, 2014
Ultimo aggiornamento: 10 Mag, 2014
Top 50 Opinionisti  -  

Pubblicato il 14 Febbraio 2014, giorno di San Valentino per chiunque, giorno della famosa strage che vide per protagonisti Al Capone e la sua banda come suggerito dalla stessa band, "Down In Hell" è l'incandescente demo dei veneziani Warhawk. La loro proposta è un divertente compendio di Heavy Metal classico memore della NWOBHM, e Speed Metal tagliente dai tratti furiosi, una scarica continua di energia accompagnata dalle vocals rapaci di Chianti, cantante la cui ugola ricorda molto da vicino quella di Marc Storace, storico singer degli svizzeri Krokus. Non inventano nulla i Warhawk, sia chiaro, ma da ognuna delle sette tracce emerge una genuinità davvero travolgente, supportata da una buona padronanza degli strumenti e dalla capacità di comporre pezzi coinvolgenti e dinamici. L'autoproduzione non offre certo un sound all'altezza, ma il potenziale dei Warhawk è racchiuso tutto nell'evoluzione di ogni pezzo, riuscendo sempre a mantenere una propria identità in ogni variante stilistica. L'opener "Bloody Brawl" è un assalto all'arma bianca, una cavalcata ben supportata da un chitarrismo incisivo e affilato, ma a sorprendermi ci hanno pensato "Flying Tigers" e "Rising From The Dump", pezzi che, nella loro evoluzione distruttiva e folle, mi hanno riportato alla mente i primi Raven! "The Dark Road" spicca per i suoi tratteggi cupi (come suggerisce il titolo), con sfumature vagamente epiche e spunti "Maideniani", tanto nelle terzine galoppanti, quanto nelle pregevoli armonizzazioni chitarristiche. La travolgente "The World I Have Enough" torna a menare fendenti, seguita da "Warriors Of The Seas", pezzo dal quale emerge uno spettacolare assolo a doppia mandata nel finale. La conclusiva "Running For Vengeance" è una cavalcata che sembra provenire direttamente dalla NWOBHM, il suo incedere selvaggio e fiero viene impreziosito da una parte centrale davvero devastante. In conclusione, "Down In Hell" risulta essere un lavoro che sprizza istinto e sudore, non privo di ingenuità, ma con delle basi davvero notevoli. Potranno risultare datati, certamente non inventeranno nulla di nuovo, ma l'originalità, seppur importante in ambito musicale, è spesso sopravvalutata, specie se non supportata da un adeguata abilità compositiva. I Warhawk ci sanno fare, e fidatevi, a me basta!

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Opinione inserita da Pietro La Barbera    08 Mag, 2014
Top 50 Opinionisti  -  

Prima pubblicazione ufficiale per i russi Halberd, formazione di San Pietroburgo fondata nel 2012 e dedita al Thrash Metal old school. L'Ep "Ruthless Game" evidenzia tutto lo spettro delle influenze del quintetto, facendo riecheggiare i Metallica nei poderosi tempi medi, per poi evolversi in strutture tipicamente Slayeriane nelle composizioni più oltranziste, irrorando infine la propria proposta con la lezione dei Kreator più sperimentali. La produzione risulta fin troppo sbilanciata in favore della sezione ritmica, ma risalta una buona capacità compositiva che, deve solo trovare una direzione stilistica ben precisa. Le cinque tracce dell'Ep sono comunque godibili, specie nelle soluzioni più telluriche, con la conclusiva "The Time of Temptation" a risultare come composizione più riuscita del lotto, grazie ad un ottima interazione tra le due chitarre ed una struttura molto articolata, capace di legare efficacemente il dinamismo tipico dei Megadeth e l'aggressività degli Slayer. L'introduzione strumentale e la successiva "Wicked Patterns", viaggiano poderose e compatte, arricchite da buoni assoli intrisi di melodia. "Army of Reproachers" risulta meno convincente, con un approccio modernista ed una struttura complessivamente statica; meglio la tellurica title-track, capace di mettere in risalto tutta l'influenza dei Kreator, con il singer Roman Bobrov ad inseguire il tipico registro vocale di Mille Petrozza. In conclusione, la mia impressione è quella di una band che, offre il meglio nelle soluzioni più aggressive risultando anche più credibile; molto valido il lavoro delle chitarre, buono il supporto ritmico, convince meno il cantante, il quale sembra privo della giusta personalità ed alla ricerca di un registro vocale più definito. Le basi ci sono, li attendiamo con il primo full-lenght.

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