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Opinione inserita da Virgilio    28 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio, 2022
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I Battle Beast giungono con "Circle of Doom" al loro sesto full-length, il terzo senza Anton Kabanen, in origine loro principale autore. Rispetto ai precedenti lavori, la sensazione è che, in generale, la band vada meno alla ricerca dell'originalità, per puntare invece su un approccio che percorre strade decisamente più consolidate. Da una parte, questo permette ai Battle Beast di evitare di sforare, come talvolta accaduto in passato, verso generi un po' distanti dal Metal, sperimentando soluzioni persino un un tantino azzardate; d'altro canto, la band finlandese opta talvolta per idee talmente abusate da suscitare nell'ascoltatore una tipica sensazione di "già sentito".
La tracklist parte tuttavia molto bene con l'ottima title-track, un pezzo dalle tinte sinfoniche e con cori imponenti; un po' sulla stessa scia potremmo menzionare un pezzo come "Russian Roulette", con alcuni passaggi davvero particolari, grazie anche al lavoro delle tastiere di Janne Björkroth, con quei suoi inserti che ricordano tanto certo Pop anni '80, ma in questo caso anche efficaci intermezzi di piano. Decisamente più "convenzionali" sono però la maggior parte degli altri pezzi: "Wings of Light" suona ad esempio decisamente molto Nightwish, mentre "Armageddon" sa tanto di Within Temptation. Ancora, "Master of Illusion" è un brano di Metal melodico dalle tinte neoclassiche, mentre decisamente Power sono "Eye of the Storm", la travolgente "Freedom" e "Place that We Call Home" (in quest'ultima c'è qualcosa che ci ha fatto pensare ai Rhapsody of Fire). I brani non sono niente male e potremmo considerarli tutti potenziali hit, tanto che abbondano anche i videoclip realizzati per promuovere l'album: come dicevamo, non si riscontra però in generale la solita voglia di sperimentare che ha contraddistinto spesso la musica dei Battle Beast. Si tratta comunque di un buon disco, dove la punta di diamante è rappresentata ancora una volta da Noora Louhimo, una vocalist davvero eccezionale, capace di cantare praticamente qualsiasi cosa. Preferiamo non addentrarci invece nel solito confronto con i Beast in Black dell'ex Anton Kabanen: i Battle Beast hanno dimostrato di poter andare avanti e fare bene anche senza di lui e lo dimostrano ancora una volta con questo "Circle of Doom". Dobbiamo anche dire tuttavia che, in mezzo a tanti brani molto diretti, di immediato impatto e dannatamente catchy, ci saremmo aspettati da loro anche qualcosa di meno prevedibile, però bisogna riconoscere che il disco suona dall'inizio alla fine molto fresco, carico di energia e coinvolgente: se non si pretende quindi che i Battle Beast scrivano la storia del Metal, in fondo può anche andar bene così.

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Opinione inserita da Virgilio    16 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 16 Gennaio, 2022
Top 10 opinionisti  -  

I Cyrax ci avevano letteralmente stupiti con lo splendido album "Experiences", un disco veramente geniale e imprevedibile. In attesa di un nuovo full-length, la band pubblica un EP di cinque tracce, perlopiù in acustico, peraltro con l'ennesimo cambio in line-up, dato che al posto del chitarrista Martin Chionna troviamo invece il tastierista Jacopo Bonora. In questo disco la band rivisita alcuni pezzi già presenti nei loro precedenti full-length, variando talvolta il titolo, come nel caso di "Last Call", che diventa "This Is Our (Last) Call", "My Kingdom For A Horse" che diventa "Richard The Third", mentre "Dorian Gray" (unico brano già presente in "Experiences"), qui è semplicemente "Dorian". Rispetto al loro ultimo disco non ci sono ospiti e i brani hanno una struttura tendenzialmente piuttosto semplice, per quanto siano invece alquanto complessi gli arrangiamenti sia strumentali che vocali: con riguardo a questi ultimi, vengono preferite perlopiù tonalità molto basse per la voce solista, con l'accompagnamento però di molti cori e seconde voci. In linea di massima, si riscontra anche una maggiore presenza di Jazz e Fusion, soprattutto nelle prime tracce, a scapito di altri generi che invece si possono riscontrare nel loro variegato stile. C'è poi una certa vena Folk in "Richard The Third", ma sicuramente molto particolare è soprattutto il brano che dà il titolo all'EP, "Metamorphosis", caratterizzato da effetti sonori tra Etnica, Dub ed Industrial. In generale, il risultato è certamente apprezzabile, anche se la sensazione è che l'intero dischetto in fondo sia più che altro frutto di un desiderio da parte della band di giocare un po' con la propria musica, realizzando versioni alternative di canzoni che, almeno in qualche caso, probabilmente rendevano meglio nella versione originale.

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Opinione inserita da Virgilio    09 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 09 Gennaio, 2022
Top 10 opinionisti  -  

I Max Pie sono una band belga formata dal cantante Tony Carlino nel 2005, ma il loro primo album arriva solo nel 2011. Il loro quarto full-length, intitolato "Passengers", è di fatto il primo con il nuovo chitarrista/tastierista Thibaut Basely. Il loro stile si fonda su un Power/Prog, con una ritmica vivace e refrain melodici, nei quali spicca la voce di Carlino (che nei vari passaggi, anche a livello timbrico, ricorda cantanti come Tobias Sammet, Geoff Tate o Ted Leonard): da parte sua, sicuramente, il nuovo arrivato Basely contribuisce in modo significativo con assoli, spesso d'impostazione neoclassica (e talvolta anche alquanto prolungati), ma anche con una significativa presenza di tastiere e persino di pattern elettronici. Le tracce sono comunque molto ben strutturate e con un buon amalgama di gruppo, creando un buon connubio tra potenza e melodia. Soffermandoci brevemente su alcuni brani, segnaliamo la presenza di Simone Mularoni (che ha curato anche il mastering), il quale suona un assolo in "Lucy"; "Grains Of Sand" è caratterizzata invece da un tema orientaleggiante che ricorre più volte nel corso del brano e che ci ha un po' fatto pensare ai Myrath; "Ariadne's Thread" è interessante nelle sue sfumature Prog, mentre "Last Goodbye", pur non essendo una ballata, accentua in qualche modo il lato melodico della band, così come "Love For Sale". Emergono maggiormente invece le velleità Prog del gruppo belga nella title-track, un brano di circa dieci minuti di durata. Diciamo che i Max Pie non riescono ad essere particolarmente originali, però riescono bene in quello che fanno, realizzando un buon album, che cresce anche dopo più ascolti. Magari visto che ormai parliamo di una band di una certa esperienza poteva essere lecito aspettarsi un disco più incisivo, tale da consentire loro di avere la definitiva consacrazione, per quanto non siano mancate loro nel corso degli anni diverse soddisfazioni (ad esempio hanno aperto concerti per i Jon Oliva's Pain e condiviso il palco con Symphony X, Fates Warning, Avantasia, Queensrÿche, Anthrax e tanti altri), però "Passengers" è comunque un disco molto valido e realizzato in modo professionale, che sicuramente non dispiacerà agli amanti del genere.

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Opinione inserita da Virgilio    08 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 08 Gennaio, 2022
Top 10 opinionisti  -  

Formatisi nel 2018, dopo aver suonato solo cover per alcuni anni, gli Hel's Throne si sono decisi a comporre pezzi propri, realizzando così il loro primo EP, intitolato "Ravens Flight". Il disco è composto da sei tracce, per una durata complessiva di quasi mezz'ora ed è dedicato a tematiche riguardanti una divinità della mitologia norrena, Hel, a cui la band si è appunto ispirata per il proprio moniker. Il loro stile è un tipico Metal sinfonico, con voce femminile, a cui fa da contraltare una voce maschile con cantato in growl: in questo primo EP, in effetti, è sicuramente preponderante la voce femminile di Bekka, perché gli interventi dell'altro cantante, Litze, erano previsti come semplice guest, benché poi dopo le registrazioni del disco, quest'ultimo sia diventato un membro ufficiale della line-up. Ad ogni modo, a livello stilistico gli Hel's Throne non offrono nulla di particolarmente originale: le canzoni sono comunque alquanto valide e caratterizzate da uno spiccato approccio melodico, che trova riscontro in refrain catchy e orecchiabili. La voce di Bekka del resto è bella e riesce a valorizzare al meglio le composizioni del gruppo tedesco. In realtà, probabilmente, perché la band possa emergere, servirà un pizzico di personalità in più e non sarebbe male se magari riuscisse anche ad essere meno derivativa, però questo primo EP rappresenta evidentemente un primo ed incoraggiante passo in avanti per questo loro avvio di carriera.

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Opinione inserita da Virgilio    06 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 06 Gennaio, 2022
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Gli Shizzura debuttano con questo loro primo album, intitolato "Ronin", termine con cui venivano designati in Giappone i samurai rimasti senza padrone, perlopiù dei guerrieri erranti. I musicisti si presentano peraltro con dei nomi giapponesi e anche alcuni testi delle canzoni, pur essendo per la maggior parte in inglese, sono cantate nella lingua del Sol Levante: a dispetto di tutto ciò, tuttavia, si tratta invece di un gruppo tedesco, evidentemente affascinato ed intriso di cultura dell'estremo oriente. Dal punto di vista stilistico, le influenze principali derivano senz'altro dal Nu Metal: sotto questo profilo, non possiamo dire che gli Shizzura suonino particolarmente originali, anzi, diverse soluzioni o idee a cui ricorrono, nell'ambito di questo genere, sono state negli anni particolarmente usate e persino abusate. La band recupera terreno però proprio per il fatto che tenta questa commistione con influenze giapponesi, che conferiscono alla loro musica un approccio senz'altro più particolare e originale. Magari questo in realtà lo hanno già fatto diverse band nipponiche, però non potendoci sinceramente professare esperti conoscitori della scena Nu Metal giapponese, possiamo dire che gli Shizzura provano questo incontro tra Nu Metal americano e un sound orientaleggiante, persino con qualche, sia pur sporadica, puntatina nel Melodic Death, con risultati che, in generale, riescono ad essere alquanto interessanti. Sottolineiamo che parliamo in generale, perché in effetti, nelle quattordici tracce che compongono l'album, capita anche a loro di risultare talvolta davvero troppo derivativi. Il loro stile si fonda comunque su brani aggressivi con chitarre pesanti e altri più articolati, come la variegata e particolare "Nishibi". Nell'album ci sono anche momenti più introspettivi, come nel caso di "Boku No Kurai Mirai" o tracce con un refrain alquanto orecchiabile, ad esempio in "Caustic". Il cantato alterna clean ed extreme vocals, mentre una menzione speciale merita il batterista Tetsu, davvero bravo e che spesso dà prova di volersi cimentare con ritmiche tutt'altro che banali (citiamo, a titolo semplificativo, la particolare "Witness Your Sins", ma il discorso vale in generale per tutto l'album). Un buon debutto, dunque, per una band che dimostra di avere già una grande personalità, ma per la quale riteniamo possano esserci ancora significativi margini di crescita.

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Opinione inserita da Virgilio    14 Dicembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 14 Dicembre, 2021
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Ottavo full-length per i Volbeat, band che continua a mietere un successo dopo l'altro e che siamo certi anche con questo nuovo "Servant of the Mind" raccoglierà un ottimo riscontro. Il gruppo danese guidato da Michael Poulsen, come di consueto, propone un mix di brani brillanti e dalle squisite melodie, che presentano perlopiù sonorità Metal ma che spaziano tra generi anche molto diversi. Ne è una prova lampante già l'avvio della tracklist: dalle sfumature Metal, con testi che evocano civiltà antichissime, di "Temple of Ekur" si passa a "Wait a Minute My Girl", una briosa canzone tra Rockabilly e Rock'n'Roll, con tanto di presenza di piano e sax. Oppure, ancora, ritroviamo un pezzo Heavy/Doom come "The Sacred Stones", ma anche echi dei Metallica in "Say No More", accanto a tracce decisamente più soft della tracklist: così, "Dagen Før" è una canzone molto radiofonica, interpretata in duetto da Poulsen con una bella voce femminile, quella di Stine Bramsen (Alphabeat, Sodastar); "Step Into Light" è caratterizzata da un Rock americano d'annata, mentre "The Passenger" tradisce un'anima Punk. Non vanno trascurati neppure brani particolari come la vivace "Shotgun Blues", con il suo intermezzo Thrash e le rockeggianti "The Devil Rages On" e "Heaven's Descent", mentre nel finale tornano in maniera forse un po' più decisa sonorità più tendenti al Metal. Insomma, in quest'album c'è davvero tanta carne al fuoco e i Volbeat confermano questa loro capacità di creare un crossover tra vari generi, pur mantenendo in ogni loro brano una propria personalità. Si segnala che la versione deluxe è composta da due CD e comprende due cover, "Return To None" dei Wolfbrigade e "Domino" (The Cramps/Roy Orbison), oltre due differenti versioni di "Shotgun Blues" e "Dagen Før".

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Opinione inserita da Virgilio    16 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 19 Febbraio, 2022
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Con il moniker Athemon inizia la collaborazione tra il chitarrista brasiliano Adriano Ribeiro e il bassista britannico Tom MacLean (To-Mera, ex Haken): il primo si occupa anche delle parti vocali, mentre per la batteria i due hanno optato per un session-player e la scelta è ricaduta sul brasiliano Gledson Gonçalves. L'album è un concept molto introspettivo che si articola nell'arco di nove tracce. Il sound è piuttosto cupo e carico di groove: tra le influenze vengono citati Nevermore, Pain of Salvation, Opeth, Gojira e Mastodon, e possiamo essere effettivamente d'accordo, però va anche osservato come la band sembri provare a ricreare determinate sonorità senza in realtà effettivamente riuscire a rielaborarle in un mix efficace. La maggior parte dei brani presenta un sound duro, costruito attorno ad un massiccio muro sonoro di riff, spesso con ritmi piuttosto lenti e cadenzati; la tracklist però si dispiega a poco a poco, man mano che si sviluppa il concept e anche i brani cominciano ad essere meno ossessivi e più variegati: anzi, possiamo dire che a partire dalla quinta traccia, "Seed of Change", cresce la componente Progressive e anche la musica diventa un po' più aperta a qualche variazione tematica. Certo, il duo sembra troppo focalizzato sull'aspetto del concept, dando vita ad un sound potente ma allo stesso tempo quasi angosciante; sotto l'aspetto tecnico, soprattutto MacLean, svolge senz'altro un ottimo lavoro, talvolta accennando qualche virtuosismo (ad esempio all'inizio di "Whispers") ma, in generale, in tal senso ci saremmo aspettati qualcosa in più. Lascia poi spesso a desiderare il cantato, che tende peraltro ad essere piuttosto monocorde e Ribeiro non sembra sinceramente all'altezza di sostenere da solo le parti vocali per tutta la durata dell'album. In generale, come dicevamo, le cose migliori si possono ascoltare soprattutto nella seconda metà del disco, benché un po' a sprazzi e, in particolare, oltre alla già citata "Seed of Change", il full-length si chiude in bellezza soprattutto con "Great Understanding" e la conclusiva "Birth". A nostro avviso, questo progetto ha delle buone potenzialità, però sarebbe opportuno lavorarci su per renderlo più appetibile.

P.S. Il disco a fine febbraio 2022 verrà rilasciato dalla label italiana Wormholedeath Records.

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Opinione inserita da Virgilio    13 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 14 Novembre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

I Pulse nascono per iniziativa di Carlos Belmont e Carlos Torres, i quali, a seguito dello scioglimento dei Nosense, hanno deciso di dar vita a questo nuovo progetto, scrivendo e registrando le tracce che compongono questo loro primo full-length, intitolato "Impulse". Dopo la realizzazione del disco, peraltro, la line-up è stata completata con l'inserimento di un altro ex-Nosense, ovvero il bassista Daniel Garcia, nonché del batterista Khristian Janssen. Sull'album però i Pulse sono ancora un duo, che propone sette canzoni nuove, più una, "Key", recuperata dal repertorio della loro band precedente. Lo stile del gruppo messicano si orienta verso un Doom Metal con sfumature Progressive: la musica è fortemente malinconica e introspettiva, ma dotata anche di un certo groove. A tratti i Pulse sembrano intenzionati ad essere più aggressivi (ad esempio in "Lost Distance"), però la produzione non sembra in grado di valorizzare quest'aspetto, anzi le chitarre in qualche caso hanno un suono non particolarmente potente, se non persino "zanzaroso", come nel caso di "Depth" (peraltro, in generale, neppure il mastering ci convince pienamente). In altri brani, come nel caso di "Pulse", prevale invece il loro mood più introspettivo ed atmosferico. Questo debutto da parte della band messicana si rivela un disco intenso ed in grado di emozionare, però a nostro avviso va detto anche che avrebbe potuto presentarsi ancora meglio con una produzione più incisiva ed in grado di esaltare con più forza alcuni aspetti del loro sound. Resta però un debutto interessante, anche se può essere considerato un'opera prima fino ad un certo punto, dato che di fatto raccoglie l'eredità dei Nosense, sviluppata adesso dai suoi protagonisti con ancora più maturità ed esperienza.

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Opinione inserita da Virgilio    31 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 31 Ottobre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Nati come cover band dei Dream Theater, i Venus Syndrome hanno poi cominciato a comporre musica originale, debuttando l'anno scorso con il loro primo full-length, al quale segue questo nuovo lavoro, intitolato "Cannibal Star". Contrariamente a quanto magari ci si potrebbe aspettare, in realtà le tracce non sono particolarmente lunghe, né si riscontrano trame effettivamente progressive nella loro struttura. C'è comunque un approccio alquanto tecnico, a partire dalla sezione ritmica, ma anche con qualche divagazione strumentale che denota un certo gusto per il virtuosismo, specialmente ad opera del chitarrista Ayman Mokdad e del tastierista brasiliano Rodolfo Lima Sproesser: quest'ultimo, peraltro, opta spesso per timbri che rimandano all'hammond, conferendo sonorità vagamente settantiane o hard rock (se vogliamo un po' alla Sons Of Apollo). Tra le parti strumentali, particolare è senza dubbio quella presente in "Tunnel Of Light", dove la band si lancia in un autentico intermezzo fusion. Ci sono però anche un paio di tracce interamente strumentali: "Ouverture 2040" risulta per la verità alquanto anonima, mentre va decisamente meglio con la title-track. Da parte sua, il cantante Emmanuelson (Ellipsis, Lonewolf, Rising Steel) non ricorda granché James LaBrie, mentre nel suo cantato si riscontrano senz'altro maggior influenze di altri grandi vocalist come Russell Allen, Warrel Dane e Ray Alder. Il sound della band riesce a essere carico di groove ma non trascura le melodie nei refrain, con risultati sotto questo profilo tuttavia non sempre convincenti: se, infatti, non suonano niente male i ritornelli di tracce come "Sideral Groove" o "Breaking The Black Stars", finiscono in altri casi per risultare invece piuttosto insulsi (ad esempio in "Golden Mind" o in "Like A Monster"). In conclusione, "Cannibal Star" è certamente un disco che ha i suoi pregi: un buon livello tecnico, grandi performance, alcune belle intuizioni e un bel sound (peraltro, il mixaggio e il mastering sono stati curati dal sempre ottimo Simone Mularoni). Per contro, l'album non entusiasma e non osa più di tanto da un punto di vista propriamente Progressive e non si distingue in modo significativo rispetto alle proprie influenze: viste le premesse del loro debutto, ci saremmo sinceramente aspettati qualcosa in più ma, a questo punto, ci viene da pensare che la band ha avuto probabilmente troppa fretta di uscire nuovamente sul mercato.

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Opinione inserita da Virgilio    28 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 28 Ottobre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Gli Imaginature sono una band polacca che debutta con questo primo album omonimo. Il loro stile è un Power sinfonico, dove sono in particolare evidenza tastiere e orchestrazioni: ufficialmente non c'è in line-up una voce femminile, come spesso avviene per gruppi di questo genere, però in tre brani compare il cantato operistico di Anna Dembowska. Non si tratta comunque dell'unica guest presente nel disco, dato che invece si riscontra la presenza di numerose collaborazioni: anzitutto, per le voci soliste, oltre alla già citata Dembowska, compaiono altri cinque cantanti, tra cui Konstantin Naumenko (Delfinia, Sunrise, Symphonity, Titanium), Trzeszcz (Thermit), nonché Margo Moyra nel brano "Near The End". Non mancano neppure alcuni musicisti solisti: in particolare c'è un assolo di tastiere di Pawel Janiszewski in "Shade Enchantress", mentre Gunsen (Pathfinder) e Dawid Wilczński (entrambi chitarre) suonano rispettivamente in "Atonement" e "Near The End". Una particolarità è data dal fatto che la band si avvale anche di alcuni strumenti a fiato (ad esempio flauti e fischietti), a cura di Arek: ciò contribuisce a conferire maggiore personalità ad uno stile che, in effetti, talvolta dà l'impressione di essere piuttosto derivativo, con riferimenti ben precisi a varie band quali Nightwish, Edenbridge, Sonata Arctica, ecc. (anzi, sotto questo profilo, sarebbe stato auspicabile un apporto un po' più consistente). Un altro aspetto da evidenziare è che una formazione così aperta tende a dare un senso un po' di disomogeneità in alcuni brani, creando una varietà stilistica che non sempre sembra essere pienamente funzionale all'album. Ad ogni modo, tra gli highlight del disco si mette in evidenza il brano "Near The End" (dove peraltro la band ci sembra mostrare anche uno stile un po' più personale), ma possiamo menzionare tra gli altri senz'altro anche "Shade Enchantress" e "Through The Cellar Door". Al di là di qualche piccola acerbità, questo esordio degli Imaginature è abbastanza gradevole e lascia intravedere buone potenzialità, probabilmente tuttavia non ancora espresse dalla band al meglio delle proprie possibilità.

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