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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

Non sono propriamente in molti i gruppi che possono vantarsi di aver attraversato tre decadi (e mezza) di carriera senza nemmeno un passo falso: tra questi non si possono non menzionare i Necrophobic. La creatura Black/Death saldamente in mano al songwriter Sebastian Ramstedt e all'unico membro fondatore rimasto, il batterista Joakim Sterner, arriva oggi alla pubblicazione del decimo studio album "In the Twilight Grey", rinnovando il duraturo sodalizio con Century Media. Sin dai loro esordi il Black/Death dalla forte componente malevola e luciferina dei Necrophobic è rimasta immutata, per quanto tra un album e l'altro c'è sempre un qualche elemento che differisce dagli altri. Rispetto ad un lavoro cupo e complesso come "Dawn of the Damned", i Nostri riprendono in questo loro nuovo lavoro una maggior istintività, riprendendo in mano quei patterns thrashy che hanno sempre aggiunto un più ampio respiro alle loro composizioni - prendete il riff portante della buonissima "Clavis Inferni" -. Meno aggressivo di "mark of the Necrogram", "In the Twilight Grey" è comunque un disco che ci restituisce i Necrophobic con un piglio più autoritario e sfrontato, cosa che possiamo riscontrare in pezzi che, come la "Tsar Bomba" di "Mark...", possono essere viste come hit istantanee che possono diventare nuovi cavalli di battaglia in sede live del quintetto svedese; ci riferiamo a pezzi come la già citata "Clavis Inferni" col suo tiro thrasheggiante, o a "As Stars Collide", pezzo anthemico che molto sa di Amon Amarth che su disco magari passa un po' in sordina, ma che - per l'appunto - dal vivo farà certamente la sua figura grazie ad un refrain particolarmente azzeccato. Dicevamo comunque dei vari nuovi elementi che di volta in volta Ramstedt e soci inseriscono nei loro dischi: per "In the Twilight Grey" i Necrophobic non si sono risparmiati ritmiche squisitamente Heavy Metal (il Re Diamante ed i suoi Mercyful Fate sono la chiara influenza in tal senso), così come un tributo ai Bathory nel loro periodo Viking con "Nordanvind"... Ma non mancano in ogni caso assalti frontali puramente e brutalmente Black/Death come la massacrante "Stormcrow"! Come si scriveva in apertura, non è da tutti arrivare a 35 anni di carriera senza passi falsi ed i Necrophobic con "In the Twilight Grey" inseriscono un altro tassello che, catchy quanto rabbioso, s'incastona perfettamente nel loro mosaico luciferino.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

A cinque anni di distanza dall'ottimo "Something Wicked Marches In", torna il supergruppo internazionale Vltimas, creatura nata dall'unione artistica di mostri sacri come Dave Vincent, Rune "Blasphemer" Eriksen e Flo Mounier, a cui ultimamente si è aggiunto il bassista ex-Dodecahedron Ype TWS. Chi pensava che l'album del 2019 potesse essere in qualche modo un lavoro estemporaneo si ritroverà oggi felicemente smentito dall'uscita di "Epic", come il predecessore rilasciato da Season of Mist. Qualcosa però è cambiato in casa Vltimas: rispetto al debutto - diretto, sfrontato e totalmente devoto all'old school -, i Nostri si fanno oggi più atmosferici, con pezzi che per lo più si fondano su arie dal sapore epico e sinistro. Una scelta questa dovuta forse all'adattarsi alla voce di mr. Vincent, che resta sì inconfondibile, ma gli anni passano anche per lui ed il growl non è più quello che tutti noi conoscevamo ed amavamo. Ciò non toglie che "Epic" è un disco assolutamente solido in cui il riffingwork è figlio soprattutto dei tanti anni di Blasphemer nei Mayhem e con un approccio dunque più blackeggiante; a questo si aggiunge il sempre chirurgico drumming di Flo Mounier: il batterista canadese ci ha abituato alle imponenti sferragliate con i Cryptopsy, mentre qui lo troviamo all'opera su ritmiche più sostenute e cadenzate, offrendo comunque un lavoro di doppia cassa strepitoso (prendete i passaggi più solenni del singolo "Miserere"). E "solenne" è un aggettivo che ripercorre spesso ascoltando "Epic", tra le atmosfere generali dell'opera e cori 'behemothiani', il tutto a sposarsi perfettamente con la prova vocale di mr. Vincent: accantonati il profondo growl dei Morbid Angel, il mitico cantante americano lo troviamo qui in una veste più istrionica e - potremmo dire - teatrale, quasi più come se declamasse invece di cantare ("Mephisto Manifesto"). Chi ha amato il primo lavoro degli Vltimas, ad un primo ascolto di "Epic" potrà facilmente restare spiazzato, dato l'approccio totalmente diverso di questa nuova opera del supergruppo internazionale. Dopo vari ascolti, però, si riuscirà ad entrare nel giusto mood per apprezzare anche questo loro secondo album. Ed ora, dopo un altro buonissimo exploit, non resta che sperare di vederli passare per l'Italia nei loro prossimi tour.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    17 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

Giusto in tempo per il debutto su Nuclear Blast e gli Aborted completano quell'evoluzione cominciata nel 2018 con "Terrorvision"; sappiamo come in passato la band belga fosse tra i capisaldi di quel Death/Grindcore dalle tematiche chirurgo-mediche - sulla scia dei soliti Carcass e General Surgery -, ma a partire da quell'album Sven de Caluwé e compagni hanno cominciato a dare una rinfrescata all'immaginario ed al sound del gruppo. Tutto ciò vede toccare il proprio culmine oggi con "Vault of Horrors", dodicesimo studio album - e primo su Nuclear Blast - per quella che oggi possiamo definire come una band con base in Belgio, ma dal respiro sicuramente internazionale, vuoi anche per la diversa provenienza dei componenti (Belgio, Stati Uniti, Islanda ed Italia con Stefano Franceschini, che ha però lasciato dopo aver registrato le sue parti in quest'opera). Un respiro internazionale che si respira anche nelle sonorità degli Aborted odierni: la componente Grindcore più brutale c'è sempre, ma il Death Metal dei Nostri è oggi decisamente più moderno, con strizzate d'occhio verso anche altre correnti come il Technical Death à la Hideous Divinity e persino qualche pattern che deriva da Slam Brutal - con passaggi di pesantissimo groove - e Deathcore - con breakdown spacca collo -. Particolarità primaria di "Vault of Horrors" è la presenza di un cantante ospite diverso per ognuno dei dieci brani che compongono la tracklist, e basta in effetti vedere i nomi coinvolti per intuire dove musicalmente gli Aborted vadano più a parare: Ben Duerr degli Shadow of Intent nel singolo ed opening track "Dreadbringer", Alex Erian dei Despised Icon nell'altro singolo "Death Cult", Johnny CIardullo degli AngelMaker in "Brotherhood of Sleep" -pezzo praticamente Deathcore -, o ancora David Simonich dei Signs of the Swarm e Ricky Hoover degli Ov Sulfur rispettivamente sulle conclusive "Naturom Demonto" e "Malevolent Haze". Colaborazioni queste che chi più chi meno sembrano funzionare abbastanza bene, così come le altre - fatta in parte eccezione per quella con Jason Evans degli Ingested in "Insect Politics", pezzo un po' più deboluccio del platter -; si fanno invece notare eccome "Consemned to Rot" con il nostro Francesco Paoli e "Hellbound" con Matt McGachy dei Cryptopsy; quest'ultimo il brano che maggiormente ci ha colpito insieme alla massacrante "The Golgothan", pezzo che si riferisce al Golgotiano, il demone di merda - letteralmente!! - del capolavoro di Kevin Smith, Dogma. Nel complesso, "Vault of Horros" è un disco dall'incedere nervoso e con grande varietà di soluzioni, con i Nostri che sovente 'giocano' con velleità Blackened Death e con inserti quasi orchestrali - dovuti crediamo ai synth di Spencer Creaghan -, vedasi l'incipit proprio di "Hellbound". Gli Aborted sanno ancora come picchiare alla vecchia maniera, ma i tanti fans della prim ora farebbero meglio a mettersi il cuore in pace: la creatura di Sven de Caluwé ha oggi definitivamente intrapreso quel percorso che li porta a sonorità decisamente più moderne; i più potrebbero anche storcere il naso, ma è innegabile che anche così gli Aborted sanno il fatto loro ed offrono l'ennesima prova di forza della loro carriera. A testa alta o, per citare un vecchio telefilm italiano - vediamo se cogliete la citazione -: massicci e incazzati.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    14 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

Sono passati cinque anni da "Dwellers of Apocalypse" ed ecco tornare il duo meneghino Daemoniac con "Visions of the Nightside", terzo album con cui i due ex-Horrid Max e Matt rinsaldano il sodalizio con Xtreem Music, casa loro sin dal debutto "Spawn of the Fallen". Chi ha già familiarità con l'act milanese, saprà già esattamente dove si andrà a parare: i Daemoniac restano saldamente ancorati alle loro sonorità sin dal primo giorno, restando fortemente legati alla vecchia scuola Death Metal svedese; quindi con l'HM-2 a tutta ed un'interrotta colata lavica di riff - cui contribuisce l'ospite speciale Patrik Fernlund dei Gorement - si riversa sull'ascoltatore per i quasi 3/4 d'ora di un disco che trasuda sonorità scandinave dal primo all'ultimo secondo. Il punto forte dei Daemoniac sta però nel fatto di non sembrare mai uno di quei gruppi che semplicemente 'scopiazzano' un determinato stile: sì, le sonorità saranno sicuramente familiari alle migliaia e migliaia di fans di gente come i solito Entombed/Grave/Dismember, ma è innegabile, ascoltando pezzi come la bestiale opener "The Daemon Beast" o la seguente "Into Damnation" - uno dei singoli insieme a "False Prophecies" - come la non poca esperienza maturata da Max e Matt in passato doni ai loro Daemoniac una spiccata personalità, che per l'appunto traspare dalle otto bordate che ci rifilano con questo loro terzo full-length. Il cavernoso growl di Max ci accompagna dall'inizio alla fine in un disco che, ascoltato per bene, risulta essere forse un po' più tortuoso di quanto si possa credere all'inizio, tra vere e proprie staffilate ("War in Heaven" è letteralmente un cazzotto alla bocca dello stomaco) e passaggi più possenti e cadenzati (qui si possono trovare accenni dei Bolt Thrower anche, ad esempio) come nell'ottima "Fall from Grace". L'old school Swedish Death è uno stile che egli ultimi anni è stato - a nostro avviso - un po' inflazionato da una lunga serie di uscite tra il mediocre e l'appena sufficiente, con bands troppo epigone dei grandi nomi del passato (e presente); i Daemoniac affondano saldamente le proprie radici in queste sonorità, ma riescono a regalarci una prestazione solida, brutale seppur con un'attenta ricerca della melodia... insomma, in una sola parola: interessante! A differenza di molti colleghi, alcuni anche molto più esperti.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    14 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

Concittadini di una band "leggermente" famosa, i Molten, da San Francisco, pubblicano tramite la californiana Tansylvanian Recordings "Malicide", loro secondo full-length che giunge tre anni dopo il debutto su lunga distanza "Dystopian Syndrome" (Transylvanian Recordings/Redefining Darkness Records, 2021). Il quintetto americano offre quello che potremmo definire il più classico Thrashing Death, con all'interno una forte componente di Heavy Metal classico a rendere ancor più fruibile l'ascolto delle loro composizioni. Pezzi come la title-track o "Scorched" - entrambi singoli apripista - dimostrano come, aumentando i giri del motore, i Molten siano capaci anche di picchiare duro, ma nel complesso pur con il rude growl di Brandon Bristol a farla da padrone, musicalmente l'operato dei Nostri può essere alquanto easy-listening e, per certi versi, familiare; questo perché oltre alle influenze più facilmente intuibili (Master, Abomination, Possessed, Deceased) i Molten riescono ad inserire all'interno delle proprie sonorità soli e ferali accelerazioni slayeriani e diversi stacchi classici, come dicevamo poc'anzi, andando a prendere spunto da grandi veterani come i Metal Church e - manco a dirlo - i Maidens. Nel complesso, insomma, abbiamo qui a che fare con un lavoro che scorre via abbastanza piacevolmente e con fluidità, e che se non fosse per i 9 minuti e mezzo di "Empires of Divinity", avrebbe una durata inferiore alla mezz'ora, anche perché il resto della tracklist è formata da pezzi che variano tra i poco più di 2 minuti ("Scorched") ai 6 (l'opener "Festering Anamnesis"). "Malicide" è dunque un lavoro più che godibile che offre in primis una gran bella gamma di riff taglienti: sano intrattenimento insomma, magari non memorabile ma che comunque difficilmente lascerà scontenti.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 13 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

A sei anni di distanza da "Scripts of Anguish" ritroviamo gli statunitensi Mutilated by Zombies, che sempre sotto l'egida di Redefining Darkness Records pubblicano il loro quarto studio album a titolo "Scenes from the Afterlife". E come per il precedente lavoro, il trio del Midwest si attesta su livelli generali più che soddisfacenti! Diciamo che il loro nome, così come anche la 'zombesca' copertina, possono trarre facilmente in inganno: quello che suonano i MBZ è un pot-pourri di sonorità che passa da attacchi più brutali e tecnici (Cryptopsy, Suffocation, Gorguts) a feroci accelerazioni (Bloodbath), con su tutto un lavoro di fino fatto di groove spacca collo ed un riffingwork che ok non passerà alla storia, ma è dannatamente efficace (ai più potranno ricordare Cannibal Corpse o Monstrosity). Come dicevamo, il groove è un elemento estremamente importante nell'economia del sound dei MBZ: basta sentire in tal senso come i pezzi più riusciti sono - a nostro avviso, ovvio - l'opener "Headcount Rising", "Molten" e "Decontaminaion", tutti dotati di un riffingwork particolarmente ispirato; specie con quest'ultima, poi, vi sfidiamo a una 'try to not headbang challenge'. Ma il trio dell'Iowa sa anche pestare a dovere, come dimostra l'attacco Grind di "Eternal Hour". Anche questa volta, dunque, i Mutilated by Zombies offrono una prova più che dignitosa, anzi riuscendo anche a far meglio dell'album precedente. Non siamo certo di fronte ad un album che cambierà le sorti del Death Metal, ma state certi che "Scenes from the Afterlife" saprà garantirvi una mezz'ora abbondante di sano intrattenimento!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 13 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

Arriva esattamente venticinque anni dopo il meraviglioso debut album "The Fate of Angels" questo "Molded by Broken Hands", sesto studio album - rilasciato da Profound Lore Records - degli americani Grey Skies Fallen, band che probabilmente più di tutte negli States ha portato alto il vessillo di quel Doom/Death che ha come stella polare i celeberrimi Peaceville Three (My Dying Bride, Anathema, Paradise Lost). Forse non torneranno più i fasti dei primi due incredibili album - "The Fate of Angels", appunto, e "Tomorrow's in Doubt" -, ma va dato atto al quartetto newyorchese di aver tirato fuori con questa nuova opera quello che è senza dubbio il loro miglior lavoro in questa seconda metà della loro carriera quasi trentennale. Forse un po' troppo sottovalutati, vuoi anche per l'ingombrante ombra dei tre titani dl genere, i Grey Skies Fallen si sono sempre mantenuti su alti standard qualitativi, che vanno per l'appunto a culminare in "Molded by Broken Hands", disco in cui le atmosfere plumbee e soffocanti cariche di pathos - tra teatrali inserti di tastiere e synth opera del produttore Colin Marston, funerei rallentamenti, meste melodie - tipiche del genere hanno sempre un substrato Progressive che va a nostro avviso a valorizzare ulteriormente l'ottimo operato dei quattro musicisti. Il leader Rick Habeeb (voce e chitarre) trova giovamento dal rinnovato sodalizio con l'altra ascia Joe D'Angelo - entrato e uscito di continuo dalla formazione -, ed entrambi sono ottimamente supportati da una sezione ritmica che senza bisogno di particolari accelerazioni sa quando i giochi devono farsi più duri. Troviamo poi in quest'opera una certa varietà; prendete la title-track, le cui sonorità riprendono quello del Doom/Death melodico della scuola scandinava (October Tide, Swallow the Sun e compagnia nordeuropea), aprendosi anche a passaggi eterei, venature Progressive ed un buonissimo uso di voci pulite. Sì, la title-track è probabilmente il pezzo migliore e più completo all'interno di una tracklist solida in cui a farla da padrone è un mood melanconico in cui una certa rabbia di fondo fa capolino a dare un'impronta sferzante alle composizioni. Per gli amanti del genere, questo "Molded by Broken Hands" dei Grey Skies Fallen è un disco sinceramente imperdibile; e la nostra speranza è che la band di New York riceva i consensi che merita sin dai propri esordi, eludendo la schiacciante ombra dei "soliti tre" (anche se dobbiamo ammettere che "No Place for Sorrow" fa tanto My Dying Bride).

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Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Marzo, 2024
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Piccola operazione celebrativa per i Puteraeon, deathsters svedesi che festeggiano i quindici anni di attività con questo EP digitale intitolato "Quindicennial Horror", rilasciato tramite i canali di Emanzipation Productions. Per celebrare la decade e mezzo di carriera, il quartetto scandinavo ha guardato al passato, andando a ripescare qualche pezzo dai primi demo e dal debut album riregistrandoli con la line up attuale ed affidandosi alla produzione di un mostro sacro come Dan Swanö. Il risultato lo possiamo ascoltare in questa manciata di brani - cinque - che anche grazie ad un buon lavoro di riarrangiamento hanno nuova vita e ci mostrano una band che vive l'old school Swedish Death Metal. Pedale HM-s pompato al massimo e si parte con la prima canzone mai scritta dai Puteraeon, "The Plague", dal demo "Fascination for Mutilation"; seguono "Whispers of the Dead" e "Graverobber" dal demo del 2008 "The Requiem", "Dead Once More" - dal demo del 2009 "The Extraordinary Work of Herbert West", ispirato a Il Rianimatore di Lovecraft -, ed infine "Storms Over Devil's Reef", opening track del debut album "The Esoteric Order". Sostanzialmente, come dicevamo, cinque pezzi con cui i Puteraeon celebrano questo loro anniversario modernizzando (si fa per dire!) i loro primi ruggiti: Swedish Death Metal della prima scuola con Grave ed Entombed come stelle polari, roccioso con taglienti puntate melodiche... tutto esattamente nella norma! Certo, magari quest'uscita farà poca gola ai collezionisti, essendo solo digitale, ma chi non si fa problemi su questo potrà avere uno sguardo fresco sulle prime uscite di una band che molto ha da dire nel sottobosco Death europeo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

Dopo tre EP e persino un Live Album, arrivano all'esordio su lunga distanza i britannici Slimelord con "Chytridiomycosis Relinquished", licenziato dalla sempre attentissima 20 Buck Spin. Già solo il fatto che ha pubblicare questo lavoro sia la label di Pittsburgh dovrebbe essere già sinonimo di ottima qualità, ma dopo aver ascoltato diverse volte questo debut album possiamo benissimo dire che questi cinque ragazzi di Leeds il contratto se lo sono meritato eccome! Pur essendo al debut album, i Nostri hanno infatti avuto un'intensa gavetta, senza contare che 3/5 della line up - il chitarrista Alexander Bradley, il bassista John Riley ed il batterista Ryan Sheperson - fanno parte anche della formazione dei Cryptic Shift, band Technical Death/Thrash da poco entrata nel roster di Metal Blade. Possiamo comunque constatare come gli Slimelord siano cresciuti in maniera esponenziale dall'EP "Moss Contamination" con il quale li abbiamo conosciuti: che ci sia un fiorire di una vena più tecnica e sperimentale all'interno della scena Death/Doom è un dato di fatto - basta pensare agli ultimi exploit di Spectral Voice e Tomb Mold, o anche all'ottimo debutto dei nostrani Aphotic -, e gli Slimelord odierni vanno a inserirsi di prepotenza in questa scia con un album che alla granitica potenza del Death/Doom uniscono venature sperimentali ed influenze Progressive, tra stacchi e cambi di tempi e ritmiche improvvisi quanto affascinanti ed un lavoro di fino del basso di John Riley: vuoi anche perché usa un fretless, sovente può addirittura venire in mente, in tal senso, l'operato dei vari Beyond Creation, Obscura e compagnia. Da ciò ne consegue una tracklist formata da pezzi dalla durata abbastanza importante che lasciano tutto il tempo ai Nostri di poter lasciare andare a briglia sciolta la propria ispirazione: il loro riesce ad essere un Death/Doom sì rigoroso nel proprio incedere solenne e gravoso, ma in cui trovano spazio dissonanze spietate ("Splayed Mudscape"), fascinose ritmiche sincopate ("Gut-Brain Axis") e più in generale virtuosismi mutuati dalla vecchia scuola Progressive Death (Morbus Chron, Edge of Sanity, Nocturnus) messa al servizio di un Death/Doom spietato com'era agli esordi della band. Virtuosismi che non sono mai fini a sé stessi, sia chiaro, ma che anzi implementano l'impatto dei Nostri senza influire negativamente sull'economia generale dell'album, che anzi gode di quest'anima molteplice risultando spiazzante ed affascinante con lo scorrere dei secondi. "Chytridiomycosis Relinquished" dal mood torbido come il genere richiede, ma con le varie aperture sperimentali del quintetto inglese riesce ad essere un full-length dall'ampio respiro, anche se quell'aria avrà sempre un retrogusto sulfureo. Tradizione e sperimentazione avanguardista creano un vortice sonoro da cui sarà impossibile staccarsi per tutti i quasi 50 minuti di durata: segno questo che l'evoluzione degli Slimelord nella mefitica creatura odierna è andata decisamente a buon fine!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    08 Marzo, 2024
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Per gli amanti delle sonorità più classiche del Death Metal, insieme ai prossimi lavori in arrivo di Nile e Deicide questo è sicuramente uno dei più attesi del 2024: stiamo parlando di "Fragments of the Ageless", nuovo album dei californiani Skeletal Remains appena pubblicato sotto la potente ala di Century Media Records. Sin da "Beyond the Flesh" - primo album del 2012 - s'intuiva che la band di Whittier avesse quel qualcosa in più, come confermato anche dalle uscite successive, soprattutto quel "The Entombment of Chaos" diretto predecessore di questa nuova opera e, soprattutto, LA prova di maturità di Chris Monroy e soci. Che le coordinate stilistiche siano facilmente intuibili (Morbid Angel, Deicide, Hate Eternal, Death..) è fatto ampiamente palese, ma la differenza sostanziale tra gli Skeletal Remains ed i loro sensei sta anzitutto nel songwriting: quello della band californiana è altamente ispirato e molto, molto più dinamico rispetto a molti veterani del genere. Prendiamo in esame ad esempio il riffingwork di "Fragments...": tagliente come un bisturi, duro come granito e con ferine armonizzazioni che danno un taglio ancor più malevolo alle composizioni; il tutto supportato da una sezione ritmica arrembante in cui i blast beat sono contenuti al minimo sindacale, mentre d'altra parte troviamo un lavoro di doppia cassa ad opera di Pierce Williams semplicemente tellurico (prendete la parte finale di "Cybernetic Harvest"). Sono molti, comunque, i punti di forza oggi degli Skeletal Remains: l'essere fortemente legati alla vecchia scuola pur non sembrando nemmeno per un attimo dei nostalgici fondamentalisti del Death Metal dei 90's è uno di questi, ma anche quello di riuscire ad essere a loro modo catchy, indovinando alla perfezione i singoli e, soprattutto, riuscendo a rendere fruibile la loro musica, nel senso che pur trattandosi di Death Metal, anche chi non è avvezzo a questo genere saprà certamente trovare spunti interessanti ascoltando questo loro quinto album. Tra il groove spacca collo di "Forever in Sufferance" a le bordate di "Verminous Embodiment", passando per il main single "To Conquer the Devout" fino ad arrivare alla conclusiva bonus track "Messiah of Rage" - cover degli Hate Eternal ottimamente eseguita -, possiamo constatare l'ottimo stato di forma degli Skeletal Remains, band ormai che si muove come una macchina da guerra perfettamente oliata, tanto da potersi sedere, a nostro avviso, al tavolo dei grandi senza timore reverenziale.

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