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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    08 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Settembre, 2021
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Fa sempre piacere constatare come un genere blasonato e fin troppo stereotipato come il Black/Thrash possa invece, di tanto in tanto, essere proposto sotto tutt'altra chiave. Tolti i grandi nomi, i quali spesso campano più di rendita o semplicemente sono arrivati prima ed ora sono "schiavi" dei loro stessi dettami, c'è chi, come i londinesi Craven Idol, ha ancora qualcosa da dire in merito con una musica molto personale che trascende gli stilemi più triti e ritriti. Nati nel 2005 e con all'attivo due album, i Nostri tornano far parlare di sé con la loro terza prova, il qui presente "Forked Tongues", licenziato da Dark Descent Records. Un disco che spiazzerà molti fan del Black/Thrash, soprattutto per coloro che amano quella frangia più "caciarona" rozza e feroce alla Nifelheim o Aura Noir per intenderci. Questo perché il quartetto, che già risultò più che interessante con il precedente lavoro "The Shackles of Mammon", ha saputo coniugare perfettamente la cattiveria e la brutalità del genere con un approccio personale e variegato, spazzando di fatto moltissimi stereotipi stilistici che altrimenti avrebbero relegato l'album a una delle fin troppe produzioni tutte uguali tra loro. Complice di ciò una certa attitudine e maestria nel saper dare una bella spolverata alla propria musica non disdegnando passaggi più melodici e ragionati. Per intenderci: i Craven Idol non si limitano a pestare ed investire tutto ciò che gli si para davanti; o meglio, lo fanno ma dando ampio spazio a dei momenti più elaborati e tecnici. Quello imbastito da Sadistik Vrath e soci è senza ombra di dubbio il miglior lavoro del quartetto londinese: la summa di quanto fatto di buono finora con l'aggiunta di un'evidente evoluzione stilistica che ha alzato notevolmente l'asticella della proposta. Il Metal che sgorga dal disco è furioso ma allo stesso tempo epico, poliedrico e intriso di una forza maligna che si concretizza in sette tracce elaborate e in grado di dare all'ascoltatore una sana dose di bordate. Vero fiore all'occhiello è certamente la coppia Vrath/Obscenitor alle asce. Se, infatti, da una parte abbiamo una sezione ritmica frenetica e caustica in grado di annichilire, è con i riff proposti che i Craven Idol si distinguono nettamente dalla proposta media. Costanti sferzate degli Slayer dei primi anni fanno da base ad un Black Metal ferino e tiranneggiante che rimanda molto ai Marduk passando per l'epicità satanica dei Naglfar e dei concittadini Lvcifyre fino a toccare i sempre graditi e classicissimi sentori alla Deströyer 666. Musicalmente parlando, dunque, la band risulta molto aperta ed in grado di pescare con cognizione di causa le soluzioni migliori per poi riassumerle in una struttura solida e personale. Non c'è da meravigliarsi se le tracce arrivino addirittura a 9 minuti di durata, come nel caso della conclusiva "The Gods Have Left Us for Dead", a detta nostra una delle migliori dell'interno lotto. Anzi, è proprio con il salire del minutaggio che i Nostri danno il meglio di sé, a testimonianza di come il gruppo sappia muoversi con attitudine e maestria proprio laddove è richiesta una maggiore attenzione alla varietà dei riff proposti. In sintesi, siamo di fronte alla prova tangibile dell'incontro tra la tradizione ferina e sanguinolenta del Black/Thrash con una struttura più moderna ed aperta alle recenti evoluzioni del genere. Detto ancora in altri termini: questo "Forked Tongues" piacerà a tutti, dal fan vecchio stampo all'amante delle evoluzioni e delle sorprese dietro l'angolo. Un centro pieno.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    08 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Settembre, 2021
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Primissima demo omonima del trio canadese Vrexiza che, come di consueto, risulta essere una band Black Metal sconosciutissima. Formazione di cui si sa solamente l'iniziale del nome dei componenti e nessun'altra info in merito a parte la città di provenienza, Toronto. Il progetto, nato nel 2019, vede finalmente una concretizzazione con questo lavoro targato Signal Rex che, diciamolo subito, ha attirato certamente la nostra attenzione. I quattro brani proposti, forti anche di una qualità audio decisamente buona - cosa strana per una band Black Metal così anonima -, sanno ammaliare ed ipnotizzare l'ascoltatore. Merito sicuramente i chiarissimi riferimenti ad una certa scuola Black Metal ben nota, ossia quella dell'Est Europa: in particolare sono Polonia e Ucraina le due fonti di ispirazione principali; e, per andare più nello specifico, sono i Mgła dei primi dischi e gli Hate Forest le prime band che vengono in mente ascoltando i Vrexiza. Quindi un Black Metal molto sentito, a tratti epico e tinteggiato da quella forte vena malinconica data dalla ripetizione frenetica del riff portante. A coronare il tutto, poi, interviene anche l'influenza della scuola Raw Black finnica, in particolare Behexen e compagnia bella, che danno a tutto l'ascolto quel gusto molto più violento e marcio che va a contrastare con la rotondità delle due scuole sopracitate. Insomma, non siamo certamente di fronte al capolavoro - è pur sempre una demo - eppure i Nostri dimostrano una certa confidenza nel sapersi muovere all'interno di determinati pattern senza tuttavia sfociare nel becero copia/incolla. Segno, questo, che il trio canadese sa perfettamente cosa fare e come farlo. Un ottimo antipasto in vista - si spera, a questo punto - di un primo full-length.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    02 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 02 Settembre, 2021
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Inutile starne a discutere: il Metal old school avrà sempre un posticino speciale nel cuore di tutti gli estimatori del genere. Al di là delle costanti ed inevitabili sperimentazioni che hanno creato sottogeneri su sottogeneri, spesso il sano e vecchio sberlone sulla faccia è quello che ci vuole. Fortunatamente di band che ripropongono - con le dovute considerazione in fatto di produzioni migliori - quegli stilemi e quelle sonorità che, soprattutto negli anni '80-'90 rivoluzionarono il mondo del metal. Una di queste sono certamente i finlandesi Bonehunter ed il loro quarto album "Dark Blood Reincarnation System". Attivo dal 2011 il trio - e già questa formazione la dice lunga in fatto di old school - fin da subito fa capire le sue intenzioni: Black/Speed/Thrash metal cafone, ignorante e mortifero sulla falsariga dei grandi nomi che hanno reso il genere famoso. Tuttavia la musica dei Nostri non è da intendersi come un semplice copia/incolla dei grandi nomi come Sodom, Venom, Bathory e primi Destruction, tanto per intenderci. O meglio, non solo. Se da un lato il trio effettivamente propone una musica più che riconoscibile, è altresì vero che nel disco in questione si avvertono diverse contaminazioni e soluzioni che di fatto danno alla produzione quel deciso tocco personale. Possiamo dire tranquillamente che il quarto album dei Bonehunter sia certamente il migliore della loro carriera, sia da un punto di vista di produzione (non troppo asciutta e molto pulita), sia da un punto di vista stilistico. Non che ci sia questo abisso rispetto ai precedenti lavori; eppure qui i Nostri sono stati molto più attenti a coniugare il lato prettamente marcio e "ammuffito" del Black/Thrash vecchio stampo con dei passaggi molto più melodici, a tratti epici, che danno spazio a sezioni di assolo veramente belle ed orecchiabilissime. Da qui rimandiamo a quanto detto in precedenza, ossia dare il tocco di personalità ad un certo modo di intendere il metal più che conosciuto. Già la durata dei pezzi dovrebbe far nascere qualche domanda: raramente, per non dire mai, il Black/Thrash va oltre i 4 minuti di durata a traccia, proprio perché l'intento è investire in picchiata l'ascoltatore con una musica aggressiva e tirata dall'inizio alla fine (vedasi i Nifelheim ad esempio). Qui invece il trio ha voluto certamente dare un enorme impatto al proprio sound, ma lo ha fatto in maniera intelligente arricchendo il tutto con una vena moderna che non disdegna, anzi enfatizza la verve con cui il disco si presenta. Un po' come gli americani Midnight o i belgi Bütcher (band a cui fare maggiormente riferimento), i Bonehunter hanno coniugato perfettamente soluzioni vecchie - in senso buono ovviamente - con un approccio moderno. Il risultato è un album corposo, molto personale ed in grado di dare nuova linfa a delle sonorità ormai entrate nella leggenda. Il tutto con l'imprescindibile regola di pestare a sangue senza compromessi da inizio a fine. Consigliatissimo.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    02 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 02 Settembre, 2021
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Credo siamo tutti d'accordo nell'affermare che ci sono delle band pressoché immortali e la cui verve anziché affievolirsi nel tempo sembra quasi rinvigorirsi. Per citare una battuta di Terminator Genisys: «Vecchio, ma non obsoleto!». Ecco, questo è esattamente il caso della bestia tedesca Sodom: fulgido esempio di come un vecchio leone sieda ancora incontrastato sul trono delle migliori Thrash Metal band in circolazione, e col cavolo che molla lo scettro. Insomma, con la band capitanata dal mitico e sovrumano Tom "Angelripper" non si scherza! Dopo il grandissimo figurone fatto con l'ultimo album del 2020, "Genesis XIX" - che vide anche il ritorno dello storico Frank Blackfire alla chitarra - per il quartetto Gelsenkirchen è giunta l'ora di un'altra interessante prova con l'EP "Bombenhagel". E già dal titolo tanti vecchissimi fan avranno drizzato le orecchie. A buon diritto direi, dato che la prima delle tre tracce di cui è composto il lavoro è proprio un riadattamento del famosissimo brano contenuto nel celebre "Persecution Mania" del 1987. La traccia che dà il nome all'EP fa, ovviamente, la sua gran figura con un pattern decisamente più incazzato e veloce rispetto all'originale, quasi fosse a metà tra la versione studio e quella live. La durata anche ha subito una leggera variazione con qualche aggiunta in termini di assoli che, francamente, non dispiacciono affatto. Ma dopo questo graditissimo antipasto è con le successive due tracce che i Nostri caricano a testa bassissima, mostrando come la ferocia della bestia teutonica sia rimasta intatta ed immutata, quasi a ricordare a tutti i ragazzini che ce n'è ancora di tempo da aspettare. Fortissimi della nuova formazione a quattro elementi e caricati con tutta la furia omicida già vista nel precedente disco, questi nuovi Sodom mettono in musica una vera e propria carneficina. Il sound dei brani è oscuro, potente e pesante, macchiato di tanto in tanto da quella vena Black/Speed che da sempre caratterizza l'act tedesco. Menzione d'onore, infine, per il vocalist, bassista e leader Tom "Angelripper", che si conferma ancora una volta un demone alla guida di questo carro infernale. La conferma di ciò arriva dalle sue corde vocali forgiate direttamente nel metallo più duro e indistruttibile al mondo, altrimenti non si spiegherebbe come Tom, giunto alla veneranda età di 58 anni, riesca ancora a pestare come un fabbro. Una voce che ha letteralmente preso a calci in culo lo scorrere del tempo, ed anzi, osiamo dire addirittura migliore rispetto ai lavori di 20-30 anni fa. Roca, grezza e tagliente come carta vetrata sulla faccia: il nero marchio di un gruppo più che leggendario che non ci pensa minimamente a mostrare una singola battuta d'arresto. Se queste sono le premesse si prospetta all'orizzonte un nuovo grandissimo full-length.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Agosto, 2021
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Spesso accade che nel tentare di descrivere qualcosa ci si senta quasi impotenti o insoddisfatti, come se mancassero i termini adatti o proprio le parole. Come se soltanto con la voce interiore si riuscisse a cogliere la vera essenza delle cose, mentre con lo scritto od il parlato questa capacità venisse meno. Perché ciò avviene? Beh, perché le parole inglobano la realtà che descriviamo, la delimitano all'interno di un contesto definito. Ma quando si tratta di esprimere sentimenti, sensazioni e, in generale, la voce interiore, ciò diventa un limite.
Ecco, tutto questo preambolo filosofico ci serve per presentare il settimo e nuovo album degli statunitensi Wolves In The Throne Room: "Primordial Arcana", uscito per Relapse Records in USA e Canada e Century Media Records nel resto del mondo. La band di Olympia, capitanata dai due fratelli Aaron e Nathan Weaver, torna a distanza di quattro anni con un disco che ti mette esattamente nelle condizioni di cui si parlava sopra: di una bellezza e forza evocativa impossibili da definire. Sotto ogni punto di vista siamo di fronte ad un capolavoro di Black Metal atmosferico tinteggiato da influenze Death retrò e da momenti più evanescenti e riflessivi di derivazione Doom. Forte anche della presenza (adesso stabile e che ha trasformato il duo in un trio) ed influenza di Kody Keyworth alla chitarra, questo "Primordial Arcana" è un viaggio attraverso antiche storie e leggende in cui la forza primordiale della natura emerge in tutta la sua purezza, delineando un vero e proprio cammino in terre desolate e dimenticate, lontane dall'uomo. Un vero e proprio ritorno agli antichi rituali attraverso i quali evocare e richiamare a sé gli spiriti. A dare questa innaturale forza evocativa al disco ci pensano le sezioni in synth, maggiormente calcate per regalare un'esperienza sensoriale a tutto tondo. I brani sono eterei, sospesi tra cielo e terra, disperati, freddi ma brucianti di una forza sconosciuta. Sembra quasi di contemplare qualcosa di talmente bello da essere sfuggente e incomprensibile per una semplice mente umana. A fare, poi, da contraccolpo intervengono gli accenti più vicini al death classico che regalano dei momenti più concreti e concitati, quasi a voler riportare l'ascoltatore con i piedi per terra. Un continuo ossimoro tra i suoni della natura (lo scorrere dell'acqua, il rumore del fogliame e del vento) ed il sound atmosferico che ha poi dato il via ai canoni del genere, ed il richiamo - atipico per i Nostri - agli stilemi Death e Doom. Merito anche della splendida prova canora dei fratelli Weaver in grado di adattarsi perfettamente al contesto con uno scream mortifero ed echeggiante da un lato ed un growl più massiccio e possente dall'altro. Non c'è da stupirsi se l'opener "Mountain Magick" parta subito a testa bassa con un Black tiratissimo e feroce, tinteggiato qua e là dalle tipiche sfuriate Death, mentre invece la conclusiva "Skyclad Passage" risulti un capolavoro di musica Ambient evanescente ed elusiva, quasi a voler ricordare gli ultimi lavori di Burzum. In generale, andando a tirare le somme, il settimo album dei Nostri riesce a giocare da inizio a fine con la mente dell'ascoltatore. Chiudere gli occhi e premere il tasto "play" significa entrare in un mondo totalmente diverso dal nostro dove il caos e le forze ancestrali regnano sovrane. I Wolves In the Throne Room sono i menestrelli della natura più selvaggia ed indomabile e fanno da tramite tra l'uomo e le energie arcane narrate nelle antiche leggende.
Ora, dopo aver ascoltato il disco, vi invitiamo a rileggere quanto dicevamo all'inizio. Capirete esattamente come mai anche un milione parole e aggettivi non basterebbero per dare un'idea concreta della bellezza del disco. Semplicemente perché siamo di fronte a qualcosa di irrazionale che solo il cuore può cogliere, non la mente. Capolavoro superlativo dall'inizio alla fine. Grazie.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Agosto, 2021
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Che gli Slaughter To Prevail fossero tra le realtà Deathcore più interessanti degli ultimi anni era cosa nota; com'era altrettanto noto che il successo della band fosse dovuto soprattutto a quell'animale di vocalist che risponde al nome di Alex Terrible, una bestia demoniaca uscita dai meandri dell'inferno, caricato a vodka e brutte intenzioni. Famosissime le sue cover in cui sfoggiava forse il growl più feroce e disumano che si sia mai sentito nella storia del Deathcore. Insomma, il valore aggiunto ad una band già valida di suo ma che, incattivita con l'entrata del giovane russo al microfono, ha fatto un salto di qualità gigantesco. Il qui presente "Kostolom", secondo album dell'act britannico-russo licenziato da Sumerian Records, è la summa di tutto. Un disco particolarissimo per diversi aspetti: in primis il sapore trash (senza "h" volutamente)/demenziale fatto di tutti gli stereotipi possibili sulla Russia (andate a vedere i video ufficiali e capirete), compreso Alex che canta sia in inglese che in lingua natia. Poi l'ottimo, quanto inusuale connubio tra Deathcore e Nu Metal tinteggiato da qualche vena groove che di fatto ha dato vita ad un disco veramente assurdo. Praticamente gli Slaughter To Prevail hanno preso il meglio da entrambi i fronti imbastendo poi il tutto all'interno di una struttura musicale personalissima ed altrettanto variegata. Non sarà raro, dunque, imbattersi in tracce più dal sapore Korn o Slipknot ed altre molto più Deathcore alla Suicide Silence soprattutto. Da qui l'intento anche di omaggiare i grandi nomi dei due generi portando alla luce una proposta musicale che tende sicuramente a strizzare l'occhio al passato. Tuttavia sono presenti diverse soluzioni più moderne, a cominciare dal sound imponente e mastodontico, dai vari stop 'n' go vicini allo Slam/Brutal Death e dalle sfuriate tipicamente Death. Infine, fiore all'occhiello di tutto, la prova canora da inchino di Alex Terrible, l'anello di congiunzione tra i demoni e l'uomo, altrimenti non si spiegherebbero le sue corde vocali. Eppure, come erroneamente si potrebbe pensare, il ragazzo non dà solamente sfoggio del suo growl massiccio - cosa che forse sarebbe risultata fin troppo autoreferenziale -. Il vocalist si cimenta anche in sezioni in clean a dir poco superlative, tinteggiando le sue corde vocali con diversi richiami al Metalcore per poi di nuovo bombardare a testa bassa. Insomma, Alex si è rivelato essere un cantante estremamente tecnico e poliedrico. Non neghiamo il fatto che senza di lui questo "Kostolom" avrebbe avuto molti meno estimatori: mr. Terrible è stato il miglior acquisto che i Nostri potessero fare. Il tutto è poi confluito in un gran discone che resterà certamente impresso per il suo sapore demenziale quanto estremamente convincente da un lato ed il valore altrettanto tecnico dall'altro. Good job!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    16 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Agosto, 2021
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Avevamo lasciato gli statunitensi Lorna Shore al 2020, anno in cui uscì per Century Media l'ottimo "Immortal", il terzo disco che confermò quanto la band fosse tra le realtà di spicco del panorama deathcore. Ma il rovescio della medaglia volle anche che per i Nostri si trattò del canto del cigno del vocalist CJ McCreery, allontanato per le accuse di violenze. Poi ci fu il covid che stroncò il tour e costrinse i membri del gruppo in isolamento lontani da casa. insomma, un anno travagliatissimo a seguito del quale ci troviamo a parlare dell'EP in questione, " …And I Return To Nothingness". Un disco che per i Lorna Shore potrebbe aver decretato il giro di boa per due motivi principali: si tratta della prima prova con il nuovo vocalist Will Ramos ed è un EP nel quale la componente sinfonica e blackened death viene maggiormente fuori. Entrambi i fattori si sono concretizzati in tre tracce che ci mostrano una band quasi del tutto nuova e soprattutto con delle idee che se nel full-length precedente erano state ben evidenziate, ora sono state ulteriormente arricchite. Tagliamo subito la testa al toro parlando del nuovo arrivato. Che dire: un mostro dietro al microfono in grado di alternare dei timbri gutturali bassissimi con delle sezioni in scream malate e tiratissime. Per certi aspetti il ragazzo possiede uno spettro vocale molto più ampio del precedente cantante, seppur quest'ultimo avesse effettivamente dato la sua personale impronta allo stile del gruppo. ma comunque, siamo di fronte ad un'encomiabile prova canora che certamente ci regalerà delle ottime sorprese in futuro.
Tornando al discorso stilistico, invece, è interessante notare come i Lorna Shore abbiano effettivamente ampliato la proposta musicale inserendo molte più orchestrazioni e melodie all'interno delle tracce. Cosa che anche in "Immortal" era assai accentuata. Qui tuttavia la sinfonia va ad unirsi ad un'impalcatura che strizza maggiormente l'occhio al blackened death, risultando quindi più furiosa e tirata. C'è molto dei tedeschi Mental Cruelty in questo EP, quasi a voler tagliare, o quantomeno segnare un punto di passaggio, con il passato. L'atmosfera dell'EP è imponente, drammatica e furiosa, contrastata da una voce altrettanto potente e cavernosa. Il risultato non poteva che essere ottimo. Se questa è la nuova via intrapresa dai Lorna Shore potrebbe uscirci un quarto album veramente colossale.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    16 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Agosto, 2021
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La morte messa in musica. Un lungo, lunghissimo lamento agonizzante che sembra sgorgare dalle viscere della terra. Ecco cos'è l'ultima opera imbastita dai francesi Mourning Dawn, "Dead End Euphoria": sei tracce per oltre un'ora di tortura in cui ogni più flebile bagliore di luce viene meno mentre si viene inghiottiti in un oscuro vortice fatto di disperazione, caos e tormento. Quello partorito dall'act transalpino è senza ombra di dubbio tra i migliori dischi riusciti in ambito black/doom, non solo per una produzione squisita ed un'esecuzione impeccabile - come sempre del resto -. A farla da padrona qui è la mortifera atmosfera che pervade ogni singolo minuto di ciascuna traccia, a testimonianza di come la geniale mente del mastermind Laurent Chaulet non abbia mai smesso di partorire ottime idee, anche durante il periodo travagliato della band. Tra mastering mai del tuto buoni, tour annullati e compagnia bella, l'ultimo periodo non è stato certamente roseo per i Nostri. A cominciare dal fatto che il disco in questione era pronto da almeno un anno ma ha subito diversi ritardi nella pubblicazione. ma, a parte questi intoppi di percorso, alla fine ciò che conta è la musica, e di certo il trio francese non si è per nulla adagiato sugli allori imbastendo quello che è a tutti gli effetti il suo lavoro massimo. "Dead End Euphoria" è un capolavoro di orrore lovecraftiano in cui la disperazione e la rabbia del depressive black di stampo Forgotten Tomb e Shining svedesi, si fonde con la pesantezza e tempi rallentati del funeral doom. Il risultato è un nero mostro fatto di riff granitici, lenti, pesanti come macini e densi come la pece. Sembra di trovarsi immersi sott'acqua con la testa coperta da un panno mentre inesorabilmente incombe la morte per soffocamento. "Claustrofobia" è forse la parola chiave per intendere il disco dei Mourning Dawn. Eppure in questo impasto velenoso riesce a muoversi alla perfezione una certa vena melodica che rende il tutto ancora più malato e vagamente etereo. Da qui il rimando, come già accennato, agli Shining svedesi, i maestri indiscussi del depressive black. Esattamente come avviene nella band capitanata da Niklas Kvarforth, anche per Chaulet e soci c'è una maniacale attenzione per le atmosfere tetre e mortifere. Atmosfere rese alla perfezione dalla chitarra del vocalist che si lascia andare a qualche armonizzazione melodica che sgorga da questa densa coltre di nera nebbia. Un sottofondo disturbante vagamente riconducibile al black metal polacco che genera terrore puro nell'ascoltatore. Tutto ciò per oltre un'ora di durata che sembra non finire mai, merito della durata infinita delle tracce: sia da un punto di vista di minutaggio ("The Five Steps Of Death" si aggira sui 26 minuti), sia da un punto di vista di struttura. Non si avverte il salto da un pezzo all'altro: tutto "Dead End Euphoria" sembra essere un'unica suite dalla quale si riesce a respirare solo a fine corsa.
Insomma, ogni cosa in quest'opera sembra voler privare della vita, come un buco nero che assorbe tutto ciò che ha intorno. Fate un lungo respiro prima di premere "play": potreste non uscirne indenni. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    12 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 12 Agosto, 2021
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Il black metal è uno di quei generi che maggiormente ha risentito di influssi, contaminazioni e sperimentazioni. Da fenomeno elitario nato nella fredda Norvegia ad un movimento che ha toccato ogni parte del mondo e che oggi è più vivo che mai con le miriadi di band che ne propongono una loro versione, un po' come la scuola polacca e islandese che ad oggi sono le regine indiscusse. Tuttavia c'è anche chi si rivolge ancora a certe sonorità che potremmo definire di culto. Questo è il caso dei finlandesi Marras, sestetto di cui non ci è dato sapere l'anno di nascita ma che alle spalle ha un solo disco ed il qui presente secondo capitolo "Endtime Sermon". Ecco, come dicevamo, questo è il classico caso in cui un act si guarda bene dal portare il black metal su lidi più moderni e sperimentali, restando invece fedele alle origini del genere pur non disdegnando alcune influenze. Per essere più precisi: il secondo disco del sestetto è il connubio perfetto tra la scuola norvegese di stampo Emperor/Taake e quella finlandese di Behexen e Horna. Il risultato finale è un grandissimo esempio di come sia ancora possibile proporre dei pattern stilistici ben noti senza tuttavia risultare noiosi o comunque poco appetibili. Senza troppi giri di parole siamo di fronte ad un album mastodontico, in cui la vera essenza ferina e maligna del black metal emerge come un'oscura voce che sgorga dalle viscere della terra. Un'aura di morte e nichilismo che per 45 minuti di durata faranno perdere ogni traccia di vita e luce. Merito soprattutto dei meravigliosi innesti sinfonici e melodici della tastiera che permettono al gruppo di spaziare tra tracce prettamente raw ("Endtime Sermon") o comunque più crude e feroci, ad altre più evanescenti ed eteree ("My Cold Grave"). In generale possiamo dire che i Marras hanno trovato una loro dimensione compositiva che, nonostante peschi a piene mani nella vecchia scuola, risulta comunque innovativa a modo suo. Merito certamente dell'attitudine del sestetto che resta fedele ad un certo tipo di black metal pur non disdegnando un approccio moderno o comunque più evoluto e stilisticamente aperto. A fare da contraltare, infine, c'è la potenza evocativa di questo "Endtime Sermon", forse il vero punto di forza dell'album. Perché se è vero che da un punto di vista musicale siamo di fronte ad una grande prova, dall'altra c'è un'emotività ed un pathos degni dei polacchi Mgła che fanno dell'opera un vero tripudio di morte, odio e nichilismo. A riprova di come il black metal sia il solo genere in grado di far emergere la vera essenza dell'uomo: le sue paure, i suoi istinti più ferini, e i sentimenti più puri. Ascoltare un album del genere significa ritrovarsi immersi in una nera foresta di notte, con il vento gelido che ti taglia la faccia mentre sei solo, abbandonato a te stesso. Sembra quasi di trovarsi di fronte ad uno specchio che riflette la tua vera natura, spogliandoti di tutto, anche della felicità e lasciandoti nudo e primitivo.
Un grandissimo album da parte dei Marras, e certamente un inno alla vecchia scuola che troverà il plauso di tutti. Vi trasporterà su tutt'altra dimensione per 45 minuti di puro nichilismo messo in musica. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    12 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 12 Agosto, 2021
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Dopo il gran figurone fatto con il precedente "Matricide", i technical death metallers americani Cognitive si sono trovati nuovamente di fronte alla difficile sfida di superarsi nuovamente. Fortissimi di un'attitudine moderna che non disdegna diversi rimandi anche alla frangia più -core del death, i Nostri tornano alla ribalta con il quarto capitolo, sempre targato Unique Leader Records, il qui presente "Malevolent Thoughts of a Hastened Extinction". E finalmente possiamo dirlo: siamo di fronte al lavoro più completo e maturo della band che, sulla falsariga del precedente, spinge più in alto l'asticella del sound. Il risultato è un lavoro che annichilisce dall'inizio alla fine: certamente ricco di tecnicismi, sfuriate, contraccolpi e momenti più groove; tuttavia la vera forza del disco è l'impatto sonoro che non lascia spazio ad un singolo momento di respiro. I Cognitive caricano a testa bassa e, come dicevamo, ci propongono un death metal tecnico ma fortemente influenzato dallo slam e dal deathcore. Due componenti che differenziano notevolmente l'album da tanti altri presenti in giro. Per intenderci: non si tratta del death metal dei Beyond Creation o dei First Fragment. O meglio, non solo. Qui c'è molto di più, a cominciare dai pesantissimi breakdown fino a concludere al growl ed al pig squeal del mitico Shane Jost, due tecniche canore piuttosto inusuali per il genere proposto. Eppure la musica dei Cognitive riesce egregiamente ad unire la tecnica eccelsa ad un approccio modernissimo, tanto che potrebbe trovare dei detrattori negli ascoltatori più intransigenti, considerando anche che l'act americano usa spessissimo delle dissonanze sonore ed elementi noise riconducibili vagamente ai Melvins o ai Pyrrhon. Insomma, o vi piace o non vi piace.
Tecnicamente parlando siamo veramente ben oltre le più rosee aspettative, a testimonianza di come la band non si sia adagiata dopo l'ottimo lavoro svolto in passato. Teneteli sott'occhio perché siamo di fronte ad una grande rivelazione.

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Jason Payne & The Black Leather Riders: una band da tenere d'occhio
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Debutto assoluto per gli italianissimi Spiral Wounds
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Per gli appassionati di Gothic con voce maschile ecco i Basement's Glare
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Album di debutto per gli Athemon, frutto della collaborazione di un duo anglo-brasiliano
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Un live che potrebbe aprire ad un futuro interessante: disco dal vivo per i CRΩHM!
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