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Opinione scritta da MASSIMO GIANGREGORIO

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    31 Ottobre, 2020
Ultimo aggiornamento: 31 Ottobre, 2020
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Per risalire alle origini dei Martyr, bisogna andare indietro nel tempo fino quasi agli albori del metallo pesante europeo, subito dopo la mitica N.W.O.B.H.M., nel 1982 e bisogna andarseli a scovare nei Paesi Bassi, precisamente ad Utrecht in Olanda. Come era d’uopo all’epoca, i nostri power metallers hanno fatto la gavetta dapprima sfornando una manciata di demotape, “If It's Too Loud, You're Too Old” e “Metal Torture” nel 1983, “For the Universe” nel 1984, transitando per uno split record, “Dutch Steel” sempre nel 1984, per poi finalmente approdare al primo album nel 1985 (“For the Universe”). Ha fatto seguito il full-length “Darkness at Time's Edge” datato 1986, quindi una lunga pausa di riflessione, durata fino al 2011, allorquando ha visto la luce “Circle of 8”; poi “You Are Next” nel 2016, “Live in Japan” nel 2019 e, infine, questo singolo “Fire of Rebellions”, forgiato a luglio di quest’anno (ma pervenutoci in redazione poco tempo fa).
I cinque martiri olandesi sono votati al più classico del power metal, quello, per intenderci, alla Judas Priest, alla Iron Maiden, alla Accept, in cui si equilibrano potenza e melodia, quello fatto di riffs semplici ma efficaci, che ti trapanano il cervello senza tanti complimenti. Due pezzi all’insegna della genuinità ed onestà metallica, con vocalizzi alla Rob Halford su riffs intessuti nella maglia ferrata e su un tappeto di sezione ritmica schiacciasassi: esattamente ciò che ogni headbanger si aspetta da una band che si dichiari professare il credo metallico. Il primo pezzo è una convincente e prorompente cavalcata forsennata, mentre il secondo è una struggente ballad arpeggiata, con assolo davvero toccante e ben inserito nel contesto.
Un singolo in grado di mantenere evergreen i dettami del nostro beneamato genere musicale, al quale saremo fedeli fino alla morte, specie fino a quando potremo contare su bands come i Martyr.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    24 Ottobre, 2020
Ultimo aggiornamento: 24 Ottobre, 2020
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E siamo qui a recensire il come-back del doom/sludge trio della Lanterna. Infatti, memori dell’esperienza fatta con il precedente “Ordeal”, ci siamo approcciati a questa nuova fatica con non poca preoccupazione per la nostra sanità mentale e per la nostra stessa incolumità personale: riusciremo a superare indenni l’ascolto di questo “Scorching Sunlight”? Purtroppo, devo dire che – fin dalle prime battute della opening/title track – i nostri più cupi timori hanno trovato la loro malaugurata conferma: siamo nuovamente ripiombati nelle catacombe più oscure e asfissianti che mente umana possa concepire! La sensazione di imminente decesso per soffocamento torna a farsi sentire, il suono si fa sempre più claustrofobico man mano che il lungo ed articolato pezzo (ben 29 minuti) procede nel suo incedere funerario. Non c’è che dire: i tre genovesi ci sanno fare nel rievocare - con il giusto livello di potenza - quelle simpatiche atmosfere che solo un obitorio sa creare. Ma ecco che, a metà del guado di Caronte (ossia dopo circa 16 minuti) c’è l’accelerazione sabbathiana che non ti aspetti, come un flebile soffio di ossigeno che dura giusto il tempo di illuderti di poter riprendere a respirare regolarmente; poi, ineluttabilmente, tutto torna angosciante come prima. Quasi accogliamo con sollievo la successiva traccia dedicata all’antica arte dell’ipnosi, ovviamente ignari del fatto che siamo caduti dalla padella nella brace…anzi, dalla bara nel loculo anche se il mood misterico la fa da padrone, rendendo il tutto molto suggestivo. "Mesmerism" è la colonna sonora ideale per una bella ipnosi regressiva. "Lament" è una danza tribale macabra, in cui – molto probabilmente – il drummer Drugo avrà usato delle tibie al posto delle bacchette. Infine, la cover dei Cure, "A Forest", chiude degnamente l’opera al nero, avviluppandoci in trame sonore quanto mai darkeggianti, anche perché ha una ritmica molto simile al mesto incedere di un corteo funebre. Con una certa soddisfazione derivante dal costatare che, anche questa volta, siamo giunti alla fine dell’ascolto ancora vivi, vi consiglio vivamente (anche perché dare il massimo supporto possibile al metallo italiano è cosa buona e giusta) questo secondo cd dei Sator.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    16 Ottobre, 2020
Ultimo aggiornamento: 16 Ottobre, 2020
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Non posso nascondere che non appena ho spinto il tasto “play” ed è partita la mitica “Beyond the Black”, un lungo brivido ha percorso la mia schiena; ho avuto una sorta di ipnosi regressiva, che mi ha portato indietro nel tempo, fino a quando acquistai il vinile del leggendario primo album della Chiesa del Metallo. E quando è giunto il momento dell’accelerazione, la reazione è stata la stessa di tanto tempo fa: un headbanging sfrenato, senza requie!
Sembra ieri, eppure l’inossidabile axeman Kurdt Vanderhoof, fondò la chiesa metallica in quel di San Francisco nel lontano 1980 (cioè, metalbangers, stiamo parlando di ben 40 anni orsono…) e – da allora – intorno a lui hanno ruotato vari musicisti, il primo dei quali ancora presente in line up – in ordine di tempo - è stato il singer Mike Howe otto anni più tardi. Una band seminale, che ha senz’altro influenzato tantissimi altri manipoli del metallo, ma che ha saputo mantenere sempre “fresco” il proprio sound e la propria attitudine, che riscontra la propria dimensione ideale in quella live, on stage. Infatti, questa fatica dal vivo gronda sudore metallico da tutti i solchi, denotando un pubblico assolutamente in visibilio, in adorazione dei nostri cinque massiccioni, che non disdegnano di tramortirli snocciolando perle heavy estratte dai loro giacimenti di metallo.
La scaletta ripercorre alcune tra le tracce più significative della loro immensa discografia, dal primo full-length omonimo fino a “XI” (le registrazioni risalgono al 2017, quindi sono anteriori all’ultimo “Damned if you do”) passando per altre micidiali tracks memorabili e micidiali. Rick van Zandt è il degno compare di Kurdt, contribuendo da par suo al massacro sonoro, mentre il tappeto ritmico incessante e ultra-preciso affidato al duo Steve Unger e Jeff Plate è impeccabilmente martellante.
Senza dubbio, uno dei live più riusciti del metal-rama mondiale, che rimarrà negli annali delle produzioni dal vivo: da non perdere!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    10 Ottobre, 2020
Ultimo aggiornamento: 10 Ottobre, 2020
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Gli Another Cross sono una band che da tempo milita nella scena metal barese. Anche se il loro primo demo “We’re Back” risale al 2014, la presenza dei quattro horsemen sulla metal-scene di Bari affonda le sue radici in svariati anni orsono, avendo fatto parte di bands come Static Freedom, Otaku, Disumana, Res, Funguzz, Wormhole, Androfobia e Heartfield. Bands, peraltro, di estrazione ed ispirazione diverse tra loro, portando i nostri quattro ceffi a maturare delle esperienze anche molto distanti tra di esse. Quando poi hanno deciso di unire le forze, ne è scaturito un moniker dedito a un crossover davvero variegato, comunque votato alla micidiale fusione tra hardcore e metal. Un sound scarno, senza fronzoli e che colpisce direttamente alla testa, martellando senza più smetterla se non quando anche l’ultimo solco è finito (insieme all’ascoltatore..!).
Già dalla opening track “We’re back” (che riprende il titolo dal precedente demo targato 2014) i quattro loschi figuri ci fanno capire che qui, signori, si fa sul serio e che non ce n’è per nessuno. Ed in effetti, gli Another Cross non ci lasciano scampo fino alla finale “2017”, passando attraverso altre dieci tracce realmente terrificanti per determinazione ed esecuzione, tra le quali spiccano (a mio parere) “Dream and never sleep” e “My dues”!
Spero che – al più presto – possiamo lasciarci definitivamente alle spalle questo autentico flagello chiamato Covid-19, in modo da poter saggiare la band anche on stage e poter avere (attraverso la sacrosanta dimensione live) un’idea ancor più convinta dell’indubbio valore di questa band, spigolosamente rocciosa. Fino a quel momento, lasciamoci allegramente aggredire da questo più che onesto cd degli Another Cross!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    25 Settembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 25 Settembre, 2020
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Quando si suol dire:”non hanno bisogno di presentazioni”! Metalbangers, qui siamo al cospetto di uno storico power-trio che potrebbe essere ritenuto secondo solo ai mostri sacri Motorhead e Venom! I fratellini Gallagher (niente a che fare con quelli degli Oasis, of course) hanno iniziato a mettere a ferro e fuoco la terra d’Albione nel lontanissimo 1974, sotto l’egida del corvo, in quel di Newcastle. Con il primo, storico drummer Rob “Wacko” Hunter approdarono alla altrettanto storica etichetta Neat (quella, tanto per intenderci, dell’altro satanic-power trio Venom) nel 1978, entrando prepotentemente a far parte della selvaggia orda di quello che fu definito “New Wave Of British Heavy Metal”, orda in cui militavano ceffi del calibro di Iron Maiden, Judas Priest, Motorhead e compagnia “bella”. Una discografia a dir poco sconfinata, della quale il primo full length fu il mitico “Rock Until You Drop” (1981) al quale fece seguito “Wiped Out” e poi una immensa serie di incisioni che – tassello dopo tassello – hanno creato un vero e proprio marchio di fabbrica, caratterizzante una band davvero d.o.c.g.!
Non a caso li ho definiti “power trio”: la loro musica è un concentrato adrenalinico, iper-energetico, che travolge come un tir lanciato all’impazzata su una highway, in cui spicca il singing potente ma stridulo e stralunato (chi non ricorda il super-acuto di “Hell Patrol”?) di John. Non fa eccezione e non fa sconti nemmeno questa ultima (ma solo in ordine di tempo) fatica dei metal-bros Gallagher, che favoleggia di una città del metallo, in cui tutto il popolo degli headbangers possa prosperare godendo appieno delle vibrazioni, delle emozioni, delle scariche che solo il nostro beneamato genere sa regalare. Dieci tracce granitiche che si fondono in un sol pugno sonoro in grado di colpire dritto al cervello, riducendolo in pappa ma soddisfatto dell’esperienza vissuta pericolosamente nell’ascolto.
Welcome back, Raven!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    12 Settembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 12 Settembre, 2020
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Questo duo infernale nasce nel 2014 in terra teutonica, segnatamente a Wurzburg, in Baviera. L’anno successivo dà alle tenebre (non certo alla luce) la sua prima oscura creatura, il full length “Six Fiendish Tales of Doom and Horror... “. Seguono – tra una pinta di birra e l’altra - il Promo cd 2016 (Demo) ed il singolo “Agreement with the Devil” datato 2019. Questa nuova fatica ci consegna l’accoppiata germanica in piena forma, sciorinando tutti gli ingredienti di un ottimo gothic metal di matrice mitteleuropea.
Infatti, pur non disdegnando la melodia (peraltro intrisa comunque di quella vena malinconica e misterica tipica del gothic-style), i due spaziano dal rock progressivo (opening track), al blues-rock ("Cannibal Musical"), al vero e proprio dark seventies di sabbathiana memoria ("Wait and Die"). C’è persino spazio per una punta di sound esoterico “à la Cult” come in “Witchlicker” (beh, i gusti non si discutono…) e per qualcosa di un po’ più “tirato” nella conclusiva “Vampyromadness”. I robusti vocals di “Jimmy” Imhof ben si inseriscono nel contesto, dando origine ad un cd più che onesto e molto ben bilanciato nella sua durezza a tinte scure.
Certamente consigliato, in quanto “trasversale” ed in grado di risultare accattivante al punto giusto, senza eccedere e sfociare nel commerciale pur non essendo estremo.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    24 Luglio, 2020
Ultimo aggiornamento: 24 Luglio, 2020
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I Cruentus vengono concepiti a Bari nel 1989 dal proprio deus ex machina Antonello Maggi, all’epoca quindicenne, ideatore e compositore degli attentati sonori della band. Una band fortemente legata alla scena Thrash/Death Metal vecchia scuola da cui non si discosterà mai, pur non disdegnando la sperimentazione musicale. Nei trent’anni di attività, la band vivrà numerosi cambi di formazione, ma dal ’92 le colonne di questo vero e proprio tempio del Thrash/Death Metal saranno il cantante Nicola Bavaro e il bassista, nonché principale autore delle liriche, Adriano Boghetich. Lunga e sanguinosa, la militanza dei nostri nell’italica metal-militia: nel 1992 la demo “Seeking the Truth”, cui farà seguito nel ‘94 il demo-tape “When the World Ends to Be”. Finalmente, nel 1996, il primo full-length “In Myself”, prodotto dal mitico Paul Chain. Seguono i due EP Promo, rispettivamente del 1999 e 2007 per poi approdare a questa stupenda e micidiale fatica datata 2019: un album davvero forgiato nel fuoco, autenticamente estremo, senza fronzoli, caratterizzato da dodici tracce al vetriolo, in grado di fare davvero male e di mettere KO il tapino ascoltatore, ignaro di ciò che lo aspetta prima che prema il tasto play, dando la stura (con “Circles”) ad un uragano di fiamme iper-violente e senza requie al pari di un bombardamento al Napalm. Un turbine infuocato che tutto distrugge, passando attraverso i vari "Never Forget" e Blindness Mean Watching". La liberazione arriverà solo con la conclusiva “See You on the Top”: ma non sarà troppo tardi?

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    18 Luglio, 2020
Ultimo aggiornamento: 18 Luglio, 2020
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E ancora una volta, ho l’onore di recensire una band seminale, che ha scritto la storia dell’hardcore e del crossover! Correva (ma dove?) l’anno 1982 quando Roger e Vinnie concepirono un’abominevole idea: fondere il thrash metal con il punk. La Grande Mela non fu mai più la stessa. Da allora è stata sferzata da un sound iper-aggressivo e iper-veloce, dedito a tematiche essenzialmente sociali e politiche. Il tutto concentrato in pochissimi ma intensissimi minuti di puro furore, di rabbia incontrollata ed adrenalinica. Ultraviolenza (per dirla con il caro, vecchio Alex di Arancia Meccanica) in distillato, dalla quale lasciarsi travolgere come un fiume in piena che ha rotto gli argini e fluisce libero di non fare prigionieri! Il ritmo martella senza pietà, le asce colpiscono più e più volte, ancora ed ancora, come un serial killer invasato; non ci sono sconti per nessuno. Le 14 tracce ti piombano addosso senza darti nemmeno il tempo di distinguerle tra loro, talmente è monolitica la loro pressione impellente ed incombente. Si tratta di un vero e proprio marchio di fabbrica, di quelli che costituiscono una delle poche ma incrollabili certezze nell’Olimpo degli Dei del genere, insieme ad altri brutti ceffi del calibro di Municipal Waste, Biohazard, Cro-Mags, Gangreen e compagnia “bella”: gente per la quale davvero il tempo sembra non passare mai, tale e tanta è l’energia che sono ancora in grado di far esplodere, quasi si trattasse di un ordigno nucleare (non a caso sono nel roster Nuclear Blast…) sempre pronto a detonare al solo premere il tasto “play”.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    27 Giugno, 2020
Ultimo aggiornamento: 27 Giugno, 2020
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Ci eravamo lasciati con la recensione dell’EP “From the Grave”, nella quale avevo preannunciato l’orrida e torrida uscita del nuovo full-length dei nostri quattro distruttori. Ebbene, il momento fatidico è giunto: i teppisti newyorchesi ci danno in pasto un album che riprende il discorso esattamente dove l’EP lo aveva interrotto, ossia mazzate senza pietà e senza requie per nessuno!
La rabbia scorre incontrollata tra i solchi e travolge tutto e tutti come un fiume in piena che non lascia scampo, includendo le tre tracce già presenti nella precedente fatica. I toni si fanno vieppiù apocalittici, ergendosi a baluardo dell’hardcore più intransigente ed estremo, espresso attraverso pieces cortissime e ultra-violente, con tanto di cori virili a fare da contorno. La produzione esalta la sezione ritmica, facendo spiccare dei bassi profondi che sconquassano il corpo con delle vibrazioni allucinanti e lancinanti: ragazzi, questa musica è sempre stata e sempre sarà sofferenza (anche fisica) allo stato puro, all’ascolto della quale bisogna lasciare fino all’ultima goccia di sudore. L’ibridazione tra punk e thrash qui raggiunge livelli eccelsi, con cambi di tempo repentini (sia pure nella brevità dei brani) e posso dire – senza tema di smentita – che riuscire ad “ascoltare attivamente” tutto questo cd è un’autentica impresa non per tutti.
E ora vi saluto, devo assolutamente prendere un integratore di sali minerali e strizzare la maglietta.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    13 Giugno, 2020
Ultimo aggiornamento: 13 Giugno, 2020
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La Grande Mela è da sempre uno dei crogiuoli musicali di questo nostro martoriato Pianeta, come lo sono Londra e Berlino. È la fucina dove si sono forgiati tutti i generi musicali, più o meno popolari, più o meno condivisi ma è sempre stata indiscutibilmente la culla di tutte le nuove tendenze. Non fece eccezione un micidiale incrocio tra il punk vecchia scuola ed il thrash metal nativo della Bay Area, di San Francisco, la megalopoli del “Big One”. Un mix tellurico di rabbia, velocità, intransigenza per duri e puri cultori della ultra-violenza musicale e non solo. Tra i precursori di quello che fu ribattezzato Hardcore, dal 1980 c’erano i Cro-Mags i quali – da allora – non si sono più fermati. La loro è una sconfinata discografia improntata a votata alla più caustica tematica di ribellione sociale condita con testi al vetriolo e sound che non fa sconti a nessuno. Ora, vengono fuori con un EP che costituisce un ghiotto aperitivo del nuovo, imminente full-length. Tre mazzate nelle gengive la cui durata è inversamente proporzionale alla violenza sonora: dolore breve ma incredibilmente intenso. La opening track ci asfalta subito, come sempre senza tanti complimenti e senza inutili fronzoli, proprio come una asfaltatrice guidata da un operatore psicopatico e stra-ubriaco. La successiva "PTSD", con il suo drumming nervoso e incalzante, ci rende come un thai boxer crivellato di colpi da un avversario spietato e velocissimo. La testata finale è affidata a “Beetwen Wars”, tanto muscolare quanto sorprendente; interamente musicale, crea delle sensazioni altamente evocative grazie ad una tinteggiatura con il violino ed un batterista nevrastenico. E con questo, per il momento, dalla tomba dei Cro-Mags è tutto. A presto con il loro imminente, apocalittico album.

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