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Opinione scritta da Francesco Yggdrasill Fallico

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    23 Febbraio, 2020
Ultimo aggiornamento: 23 Febbraio, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Vorrei farvi percepire la bellezza agghiacciante che questo nuovo lavoro della one-man band bresciana emana, ma... mi è veramente difficile.
Dopo aver recensito il precedente “Vestigium Mortiis” su altri lidi virtuali, “4” arriva a spiazzarmi nuovamente!
Se nella scorsa recensione avevo evidenziato dei richiami alla scena svedese, qui si torna nella culla nera, quella Norvegia da cui partì tutto, anche se, come già detto nel precedente episodio, il nostro Mortifero rielabora tutto in chiave decisamente personale!
Otto capitoli, senza nome, quasi a voler sottolineare l’essenzialità del messaggio di questa nera opera, corredata da un bellissimo artwork che cela i testi, quasi a non voler dar in pasto le nere perle ai porci.
Capitoli sì, black metal crudo con degli inserimenti vocali epici, quasi bucolici, che mi rimandano a quel "Bergtatt" dei lupi norvegesi Ulver, datato 1995.
Le tracce, di per se, non lunghissime, sembrano dilatarsi durante l’ascolto e si passa da parti sparate a parti più cadenzate senza rendersi conto di esser all’interno dello stesso Capitolo e questo grazie alla versatilità di questo musicista che, pur avvalendosi di ospiti in alcune parti, esegue tutto da solo in maniera magistrale.
Tante dissonanze si percepiscono lungo l’ascolto, devastante, rigorosamente al buio e al volume che merita; di tanto in tanto si fa breccia anche la melodia, ma è una sadica forma di ulteriore tortura prima dell’affondo definitivo!
Scarno, essenziale, crudele ed altresì affascinante!
Questo resta il malvagio progetto di Mortifero…
La nera fiamma continua a bruciare!
In alto il calice per Nott!

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    30 Novembre, 2019
Ultimo aggiornamento: 02 Dicembre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Due generazioni, Alfredo Gargaro, classe ’70 e Alessandro Evangelisti, classe ’90, unite al cospetto del la musica che rese grande l’Italia persino in Sol Levante, Sua Maestà il Prog!!!
Questo è infatti il punto di partenza per questo combo romano, che riesce ad inserire nel suo debut album, anche sonorità metal dovute alla militanza del buon Gargaro in band del calibro di Rosae Crucis e Exiled On Earth.
Le sonorità sono molto dilatate ed avvolgenti, e vedono alternarsi tracce strumentali a brani cantati, sicuramente con un’innovazione stilistica non indifferente.
Dimenticatevi, signori miei, la classica forma canzone, qui si va oltre, molto oltre, e l’impronta del pianoforte avvolge, disfa e crea…
“A Picco Sul Mare”, una bella storia di una bimba nata storpia e per questo rifiutata, ma diventata sirena, è il punto di partenza di questo bellissimo viaggio, un meraviglioso crescendo, nel quale la band crea un suono meraviglioso ed una voce, come non se ne sente da tempo, ci porta all’interno di questo meraviglioso mondo chiamato “Disincanto”.
“La Metamorfosi Dei Sogni” è uno strumentale che tante band, metal e prog, farebbero carte false, per avere all’interno dei propri lavori.
“Il Canto Di Sìrin” è eterea, col suo cantato avvolgente, accompagnato solo da tastiere e pianoforte e fa da spartitraffico con le tracce successive, legate da un filo che è quello bellico.
Ci si lascia bagnare dall’estemporanea, orientaleggiante, “Pioggia Nel Deserto”, senza renderci conto di esser catapultati nella realtà fuori dal mondo di “Gaza, lì dove “…la terra non ha padroni, libera dai suoi confini…”, lì dove, “Dopo La Guerra”, “…un giorno tornerà la fantasia…”.
Complici anche due voci decisamente uniche come quelle di Francesca Palamidessi e Serena Stanzani, mi son sentito avvolgere e vibrare come non accadeva da tempo, fino alle stilettate pianistiche di “Resti”, che mi fanno, se ce ne fosse ancora bisogno, crollare definitivamente davanti alla bellezza di questo lavoro, che, mi auguro, non rimanga un caso isolato.
Mi spiace essermi imbattuto così tardi in voi, e aver aspettato così tanto, per motivi meramente lavorativi, a recensire la vostra opera, ma, per quel poco che può valere, sono felice ed onorato di aver avuto modo di assaporare questo frutto della vostra creatività e delle vostre anime.
“…non lasciare mai la strada della tua felicità…”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    13 Ottobre, 2019
Ultimo aggiornamento: 13 Ottobre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

CAPOLAVORO!!!
E potrei già fermarmi così, perché di capolavoro si tratta!!!
Grandissimo ritorno sulle scene da parte di Marco ed Andrea Basili, che conobbi nel lontanissimo ’96 sotto le nere spoglie di Hastur Evocation con quel marcio demotape che era “When Bestial Moans Compose A Sweet Symphony”.
Questo progetto, giunto al quarto full-length è, l’ennesima e chiara dimostrazione, di quanto valida sia la scena italiana e di quanto, da più di vent’anni ha un senso soffermarsi e dar spazio a realtà meno blasonate, ma solo perché lontane dai grandi canali di distribuzione e propaganda!
Le 7 FERITE che la band ci infligge sono la summa di quanto di più bello il black abbia lasciato in chi lo ha vissuto sin dagli anni ’90.
Momenti di pura follia e devastazione sonora, alternati a mid-tempos, armonie, assoli e una presenza avvolgente ma mai svilente delle tastiere.
Si respira tanto di Scandinavia, ma anche tanto di Italia in questo lavoro, che, puntualmente mi tocca recensire in versione digitale e non fisica, tra l’altro, anche in questo caso, senza i testi.
Qualcuno tirerà fuori, sicuramente i grandi nomi, ma questa volta preferisco rimandarvi alla parte iniziale della recensione, facendovi soffermare sulla data…1996 e da lì partire, con una visione finalmente più ampia e priva di pregiudizi, in quanto, tanti capolavori nordici, sono contemporanei o addirittura pubblicati dopo le prime uscite dei Basili, un esempio su tutti lo sconvolgente “Nattens Madrigali” dei lupi norvegesi Ulver, pubblicato nel 1997…
Album da brivido, ve lo ribadisco con molta convinzione!
Una delle realtà più belle nelle quali mi sono imbattuto negli ultimi anni, fieramente proveniente dalla nostra Italia, precisamente da Soriano, meraviglioso borgo viterbese, incastonato alle pendici del monte Cimino.
Strumenti egregiamente suonati, partiture eseguite con dovizia ed arricchite da azzeccati suoni di tastiera, il tutto farcito dalle vocals di Marco, che si occupa anche degli strumenti a corda, mentre sono entrambi i fratelli a curare synth e tastiere, con un lavoro, impeccabile di Andrea alla batteria, che coadiuva in alcune parti il fratello, affiancandolo con la sua voce.
A loro, che utilizzano la lingua degli avi, con un’espressione molto forte nel titolo, parafrasando, auguro di arrivare alla gloria più luminosa!!!

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    30 Settembre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Pubblicazione molto particolare, questa ad opera degli scaligeri Eresia, in quanto è una sorta di summa di tutto ciò che i nostri hanno realizzato a partire dal lontano 1995/96, periodo in cui, abbandonata l’identità punkeggiantie delle origini, estremizzano musiche e testi, virando verso un roccioso death metal cantato in madre lingua!
Ben 15 sono i brani racchiusi all’interno di questo album della band che parte da un concetto tipicamente Stoico e Pitagorico, quale l’ αἵρεσις, l’eresia appunto, ma vista con un’accezione notevolmente diversa da quella negativa che la cultura giudaico-cristiana ha poi dato nel corso dei secoli.
Ciò che ai nostri interessa è il concetto di SCELTA, diversa sicuramente dai canoni classici, ma certamente viva e caparbia, come i pezzi che si susseguono senza sosta.
In apertura vi segnalo subito la presenza di “Dahmer”, brano che risale al 1999, contenuto all’interno di “Parole Al Buio”, incentrato su una tragica figura, quale quella di J.L. Dahmer, meglio noto come Il Mostro Di Milwaukee, autore di efferati delitti tra il 1978 e il 1991, quando venne poi catturato e condannato all’ergastolo.
Proprio dal processo sono tratte l’inizio e la fine del pezzo, dove troviamo la sentenza che dichiara la non infermità mentale del soggetto e parte della testimonianza resa dall’assassino stesso durante il processo.
“Fai O Muori” è il brano che segue, una sorta di singolo scelto per spingere ancor più questo album, fatto di brutalità sonora oltre che lirica.
Come detto, le prime 4 tracce sono tutte già edite, ma qui riregistrate in una nuova veste.
I 2 inediti invece, sono le tracce che ci vengono presentate in versione live, rispettivamente “Fragile” e “Silente Anelito D’Odio”, tratte da un concerto del 2009 e ci offrono in versione nuda e cruda, l’atmosfera massacrante che si respira ai concerti della band.
Le 9 tracce conclusive, infine, sono la riproposizione dell’album “Moto Perpetuo” del 2001, album nel quale erano presenti le 3 tracce che componevano il demo di debutto del 1998, “Altrove”, “Eresia” e “Sei Solo”.
Quest’ultima traccia è devastante, una sfuriata che ti stende e ti toglie ogni speranza, ritmi frenetici e serrati ad accompagnare le liriche di Max, che non esita a toglierci di dosso ogni barlume di illusione negli altri.
Non aspettatevi un album facile, sotto nessun aspetto, considerate anche l’uso, da me apprezzato sia ben chiaro, dell’italiano per i testi, che rende, ne sono consapevole, ostico ai più l’ascolto ma…esticazzi!?!?
Non ci si conforma e non ci si uniforma del resto, come chiaramente espresso già dal nome che la band ha scelto!
Per quanto mi riguarda, la proposta di Max e Bonfy è davvero molto interessante e vi invito a cercar di far vostra una delle 500 copie pubblicate, supportando una realtà tricolore che non ha nulla da invidiare a tante quotatissime band di oltre confine.
Un plauso speciale va poi alla cover realizzata da Flavio Bondani, che aveva già curato quella di “Moto Perpetuo”
“E re sia chi regna su di se! “

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    09 Settembre, 2019
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I Closer nascono nel 2011 a Verona e subito realizzano brani di interesse, che li portano a vincere contest e a pubblicare nel 2014 il debut “My Last Day”, che apre le porte ad un tour all’estero e alla pubblicazione sul mercato internazionale.
Questo secondo “Event Horizon”, preceduto dal singolo “Battle Within” è stato, invece, pubblicato dalla Andromeda Relix, che ne ha acquistato i diritti dopo la chiusura della Broken Road Records.
La biografia presenta la band come alternative, ma di zampate prog se ne ritrovano parecchie e decisamente ben assestate.
Sezione ritmica puntualmente presente, assoli ben sparsi nel disco e sapientemente amalgamati e, per finire, la voce di Simone Rossetto, capace di salire in alto ed un istante dopo, di cullarti come in “Wait For Me”…
Bella la ricerca dei testi e delle espressioni usate per questo viaggio in un mondo, apparentemente lontano nello spazio, ma tanto profondo, fino a toccare l’animo più nascosto.
Come già detto, la band, che, in questo secondo lavoro, ha avuto diversi cambiamenti di line-up, è veramente compatta, sia nelle parti più propriamente prog, sia in quelle rock.
I brani sono anche arricchiti da cori, ampiamente usati lungo queste dodici tracce, tra le quali è difficile evidenziarne qualcuna a scapito delle altre ed infatti non lo farò, in quanto questo lavoro merita di essere assaporato e gustato nella sua interezza.
Permettemi un plauso al fiuto di Gianni Della Cioppa, ottimo recensore, grandissimo conoscitore di musica, che con la sua Andromeda Relix ha saputo dar luce ad una serie di lavori encomiabili, fra questi anche i suoi concittadini Closer, che in questo modo hanno avuto l’opportunità di far conoscere al pubblico questo lavoro, che altrimenti sarebbe rimasto in stand-by.
Non ho avuto modo di ascoltare il debut album, né di leggere interviste, quindi, probabilmente mi sbaglierò nel trovare delle assonanze con la serie televisiva “Touch”, ma proprio in essa troviamo, “Closer” ed “Event Horizon”, rispettivamente titoli del secondo e del primo episodio della seconda serie.
La cover dell’album, infine, richiama una sorta di dodecaedro, rielaborato in chiave moderna, figure in luce ed ombra, scale e stelle… il cosmo, l’etere…la quintessenza…
“moments are eternity…eternity is nothing…”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    28 Luglio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Wyatt Earp “Wyatt Earp” (Andromeda Relix – 2018)
Nati nel 2013, gli “sceriffi” arrivano al loro debut album omonimo per la sempre attiva Andromeda Relix.
Seminate lungo queste sei bellissime tracce, troviamo le chiare influenze seventies, sempre rilette in chiave personale dai nostri.
Il punto di partenza, infatti, è il rock anni ’70, sia quello massiccio di Deep Purple e Uriah Heep, ma anche la classe di Kansas e Grand Funk Railroad.
Già l’opener “Dead End Road”, mette in chiaro le cose sulla grandezza di questo lavoro e su quanto questi amino il rock più puro e sincero, quello capace di darti emozioni e farti sentire parte di un tutt’uno…
Scomodare i mostri sacri quali i già citati Purple o gli Zep, non è un voler sminuire la band, ma un riconoscerle una grande capacità artistica, perché questo lavoro non sfigurerebbe affatto nella discografia dei suddetti gruppi.
E’ una bellezza sentire il rincorrersi di tastiere e chitarre, in un duello continuo, mentre basso e batteria martellano incessantemente, come avviene in un brano così intenso come “Ashes”.
La voce di Leonardo Baltieri è emozionante, capace di passare da sonorità tipicamente old style, al graffiato che mi riporta alla mente il genio e la sgretolatezza di Layne Staley,il tutto senza mai perdere l’intensità di esecuzione.
Proseguendo l’ascolto si arriva a “Live On”, la traccia più breve dell’album, che inizia con un urlo del buon Leonardo e con un ritmo davvero irresistibile, che certamente dal vivo potrebbe portare persino a scene da ballo acrobatico.
Ancora una volta torna il duello tra il tastierista Flavio Martini ed il chitarrista Matteo Finato.
Un plauso, come già accennato prima, va al bassista Fabio Pasquali e al batterista, già voce, Silvio Bissa, che davvero non perdono colpi e sono sempre più incalzanti.
Con “With Hindsight” le atmosfere si dilatano e, nei quasi dieci minuti di brano, arriva il momento di sognare e poi gridare al cielo, fino a…commuoversi e non credo che rimarrò l’unico ad averlo fatto…
Il finale è ancora, una volta, rilassato, con un bell’assolo di Matteo, con sonorità dilatate alla Pink Floyd, sulle quali, in un bel crescendo, si erge la voce di Leonardo.
Tocca a “Back From Afterworld” dare una scossa decisa a chi ascolta, facendo muovere ogni muscolo, ritrovandosi a cantare il ritornello senza neanche rendersene conto.
Anche questo si rivela essere brano trascinante, che dal vivo sarà senz’altro un ulteriore cavallo di battaglia, con il quale la band, sicuramente si sbizzarrirà, forse anche arricchendolo ancora, visto che si presta anche ad essere una traccia in cui ogni strumento può esprimere assoli e quant’altro.
A conclusione di questo album arrivano i quasi tredici minuti di “Gran Torino”, che, semmai ce ne fosse bisogno, ci regalano l’ennesima prova di forza della band.
La summa di tutto il lavoro, dove si alternano stili e generi, il compendio della ricerca sonora di questo quintetto che merita, senza dubbio, di uscire dai confini nazionali, perché questi brani sono veramente eccezionali e questa ultima traccia è un intenso e feroce viaggio nell’intimo, che si libera poi in una corsa vorticosa con un assolo che vorrei non finisse mai…
Verona si conferma nuovamente un’interessante fucina, complimenti ai Wyatt Earp e al sempre grande Gianni Della Cioppa, per questa grande scoperta e proposta!
Massimo supporto a chi fa della musica una vera forma artistica di espressione e, ovviamente, ci si risente in radio!!!

Francesco Yggdrasill Fallico

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    04 Luglio, 2019
Ultimo aggiornamento: 05 Luglio, 2019
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"Prima dell'alba", questo è il significato del nome di questa band proveniente dall’Oblast di Mosca. Il progetto, frutto della mente di Pastor, che forse qualcuno di voi ricorderà come membro di Rotting Heaven, è pubblicato dalla sempre attiva Aesthetic Death.
Quattro lunghe tracce, per poco più di 35 minuti, compongono un lavoro decisamente spiazzante ed intrigante. La partenza è il black, ma questo album è molto più! Agghiacciante, allucinante, devastante. Acustico, sfruriate, melodie etniche e tanto, tanto marciume. “В петле” è tutto questo, ma anche molto di più! Follia estrema a tutto tondo, quella contenuta in questo CAPOLAVORO, pubblicato in appena 500 copie e destinato a turbare i sogni di molti di voi! Proprio come dice il moniker, ci si muove in una realtà parzialmente buia, che rende distorta la percezione sensoriale. La conclusiva “Копотью солнца” fa accapponare la pelle, intervallata da una fisarmonica, matrice black e un evocativo finale parlato - rigorosamente in russo - a porre il sigillo nero su questo lavoro, decisamente lontano dai consueti canoni. Trovare le giuste parole per descrivere questo album è davvero difficile, il rischio è quello di esser banale e, soprattutto di sminuire la meraviglia di questa oscura gemma che ho il piacere di proporvi.
Un ennesimo centro per Stu e per la sua Aesthetic Death; etichetta che conobbi nel lontanissimo 1994, proprio con la prima pubblicazione, quel autentico capolavoro del funeral doom che è “Epistemological Despondency” degli Esoteric. Lasciatevi trasportare dal senso di inquietudine che traspare da questo lavoro e non abbiate paura di esser offuscati dalla “fuliggine del sole”…

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    26 Mag, 2019
Ultimo aggiornamento: 26 Mag, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Cinque sono le tracce che compongono questo “Luna”, terzo lavoro dei piemontesi Locus Animæ, che segue gli EP “Ove Il Mio Io Cadrà” e “Prima Che Sorga Il Sole”. Proprio di quest’ultimo, “Luna” è una sorta di completamento, un cerchio che si chiude, un ciclo di vita e morte, di nuova rinascita…
La bellezza di questo lavoro parte già da un meraviglioso e simbolico artwork: cinque, come le tracce, sono i cappi penzolanti; il germoglio sorge, risorge, come cantato nelle liriche; il sentiero buio illuminato dalla falce di Luna, sulla quale giace una figura assorta. I testi, interamente scritti in italiano, sono delle splendide poesie, abilmente intrecciate da 3 voci diverse, maschili e femminile, pulite e in growling, belli anche i recitati. Solitamente mi soffermo su alcuni brani in particolare, ma non lo farò questa volta, perché quest’opera è da assaporare nella sua interezza e sarebbe davvero un peccato tralasciar anche un semplice dettaglio. Il cammino lungo il sentiero tracciato dai nostri piemontesi parte da radici di symphonic black, ma c’è folk, gothic e quant’altro. C’è Anima, in questo lavoro, c’è una sofferenza non sopita, una speranza non annientata dalle miserie umane. Come le voci, anche gli strumenti vivono questa eterna lotta interiore, alzando ora dei muri sonori compatti, per poi diventare malinconici e quasi pronti a cullarci.
Questo album merita davvero di essere ascoltato ed assimilato da tutti voi!!!
“…mostro le cicatrici, ormai fiero del mio nome…la mia storia ora riparte, ricomincia da qui!...”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    04 Aprile, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Epic Black Metal con influenze folk, il genere trattato da questo quintetto veneto, giunto al secondo lavoro, dopo il demo “Tribe” del 2014.
L’EP di cui vi parlo è uscito nel 2018 ed ha visto un rimaneggiamento della band scaligera che, però si presenta decisamente compatta e ben affiatata.
La QUERCIA, questo è il significato del moniker dei nostri, ci propone 6 brani, per una durata di 30 minuti, nei quali, dopo l’intro strumentale “Inconscio”, ci viene data in pasto una miscela esplosiva di sonorità, impreziosite anche dall’uso, per fortuna non pacchiano, della cornamusa.
“Destarsi”, composto in italiano insieme alla conclusiva title track, è, a mio modo di vedere, il brano che meglio incarna la proposta musicale di questa band, che con fierezza presenta un bel testo nella nostra lingua madre, facendo, mi auguro, riflettere l’ascoltatore; ho pensato infatti di presentarlo anche in radio, come primo biglietto da visita da parte dei Duir.
I successivi due brani, “Rise Your Fears” e “Dies Alliensis”, erano presenti nel demo “Tribe”, e li ritroviamo rimaneggiati dalla nuova formazione, che ci regala in una decina di minuti, un’ottima miscela di chitarre e suoni di cornamusa che si intrecciano alternando suoni più tirati e sporchi a parti più cadenzate.
Anche i rimanenti brani, proseguono in questo altalenarsi ed intrecciarsi di suoni, atmosfere e richiami ad un mondo che fu, e che, purtroppo non sarà.
Un mondo nel quale l’Obsidio, può essere ASSEDIO, MINACCIA o persino SCHIAVITU’…
Questo lavoro autoprodotto, per quanto mi riguarda, merita decisamente di essere supportato e premiato.
Come detto in apertura, le cornamuse sono ben utilizzate e non trasformano la band in una parodia degli In Extremo, tanto per citare un nome, molto abusato negli anni passati.
I margini di crescita e di miglioramento ci sono, ma durante l’ascolto di ogni singolo brano, non ho trovato momenti di noia o di calo…
Ampiamente promossi…
IL MARE DI LOR NON E’ MAI SAZIO!!!
Voto 4.5/5
Francesco Yggdrasill Fallico

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    13 Marzo, 2019
Ultimo aggiornamento: 13 Marzo, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Ad onor di cronaca c’è da segnalare che questo è il secondo lavoro del sestetto che arriva dal Friuli-Venezia Giulia, a distanza di 8 anni da “Iterations To Reality”, rilasciato sempre dall’attenta Andromeda Relix.
Una miscela esplosiva di sano hard rock e metal, che fa si che l’album scorra via in maniera piacevole, invitandomi a rimetterlo nuovamente, portando a muovere il mio corpo durante l’ascolto.
“Just For A While” è un ottima open track, che rende subito l’idea della carica di ciò che ci aspetta in questi 40 intensi minuti; traccia, come la successiva “New Beginning” (quest’ultima scelta come singolo), all’insegna di un ritmo coinvolgente e di un ritornello che è di facile appeal sull’ascoltatore.
Piero Pattay sa comporre testi di piacevole ascolto e giostrarli con la sua voce, fino ad arrivare a duettare con Giada Etro in “Lost” e nella conclusiva “September Tears”, i due pezzi più soft dell’album.
La presenza degli strumenti è sempre incisiva sin dall’opener, le chitarre sono ben amalgamate tra loro ed i suoni di tastiera non sono mai invadenti, né scivolano nell’effettistica fine a sé stessa.
Sezione ritmica in pieno stile street metal, anche se gli echi prog sono sempre presenti, assoli ben eseguiti che arricchiscono e non storpiano i brani.
“Set Me Free” è il brano che voglio evidenziare, per via del suo essere decisamente “internazionale”, caratteristica che appartiene comunque quasi a tutti i brani contenuti in questo album, ma qui, appare più evidente quella maturità strumentale che questi ragazzi hanno accumulato in questi anni di concerti insieme ad artisti di fama mondiale.
Anche in questo caso, vi consiglio una serie ripetuta di ascolti, in modo da dare il giusto valore e merito a questa band, che ancora una volta dimostra quanto il metal di casa nostra sia valido ed in grande forma!!!
Welcome back guys!!!

Francesco "Yggdrasill" Fallico

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