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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 09 Marzo, 2024
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Gli Alterium sono la nuova band della sempre affascinante Nicoletta Rosellini; allo scioglimento dei Kalidia, la cantante si è portata dietro il fido chitarrista Paolo Campitelli (già tastierista nei Kaledon) ed il batterista Dario Gozzi; a loro si sono poi uniti il chitarrista dei Draconicon, Alessandro Mammola, ed il bassista Luca Scalabrin dagli Altair. “Of war and flames” è il loro debut album, prodotto dalle abili mani di Lars Rettkowitz (Freedom Call) e con un artwork molto bello realizzato dall’artista italiana Emanuela Nicosia. L’album è composto da dieci tracce (compresa la cover dei Sabaton di “Bismarck”) per una durata totale di poco più di 42 minuti che si lasciano ascoltare molto gradevolmente. Il Power Metal composto dalla Rosellini (è lei che si occupa del songwriting) è ricco di energia grazie al ritmo sempre frizzante imposto dall’ottimo Gozzi, ma anche ha un occhio molto attento alle melodie ed all’orecchiabilità. Le due chitarre di Mammola e Campitelli recitano da protagoniste, ben sorrette dall’ottimo lavoro al basso di Scalabrin, ma è la voce suadente, sensuale, calda, versatile ed espressiva della Rosellini la vera arma vincente di questa band. E’ lei che con la sua prestazione maiuscola rende questo disco superiore alla maggior parte dei dischi di Power con voce femminile, distinguendo gli Alterium in maniera decisiva, tanto da aver attirato niente meno che l’attenzione della storica label tedesca AFM Records che ha rilasciato l’album in questi giorni di inizio marzo. Ho ascoltato e riascoltato più e più volte questo disco senza mai trovare alcuna nota fuori posto, alcun momento di calo qualitativo, ma è sempre stato un piacere per i miei padiglioni auricolari e per la mia mente che ha potuto perdersi sulle note di questa splendida musica; inutile quindi soffermarsi su questa o quella canzone perché sono tutte di livello eccelso. Se siete anche voi fans del Power Metal, nella sua versione più melodica con voce femminile, questo “Of war and flames” non può assolutamente mancare nella vostra collezione! Siamo solo al debut album eppure gli Alterium hanno già realizzato un grandissimo disco che sicuramente sarà tra i migliori in assoluto nello specifico settore in questo 2024!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 03 Marzo, 2024
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Sinceramente non pensavo nel 2024 di sentire ancora parlare di “demo” e di ascoltare un disco registrato così male! Suvvia, la tecnologia non è più così “dispendiosa” ed un prodotto così “artigianale” (con tutto il rispetto per gli artigiani!) è davvero difficile da comprendere, tollerare e, soprattutto, da ascoltare… Eppure i danesi Crucible con questo “The savage weapon demo” sono riusciti nel difficile compito di farmi tornare indietro nel tempo di quarant'anni, quando a metà anni ’80 ci scambiavamo tra giovani metalheads delle audiocassette contenenti registrazioni improbabili, colpiti dal fervore della gioventù e della passione e convinti di avere in sé stessi il “verbo del Metal”. Già, l’unica cosa che possiamo annoverare per questo trio danese è la passione verso questa musica, dato che la gioventù l’hanno passata anche loro da anni. Per il resto c’è davvero poco o niente da salvare nel loro Speed Metal: non si sa chi abbia suonato batteria (nemmeno la label danese From The Vaults ha fornito informazioni al riguardo), le due chitarre hanno qualche discreta parte solista ma formano un impasto sonoro difficile da decifrare per via di una registrazione che vorrebbe essere old style ma è solo pessima, il cantante urla dall’inizio alla fine senza un minimo di espressività finendo per risultare stridulo e non va certo meglio quando smette di urlare e “cerca” di cantare; le canzoni infine non hanno alcuna potenzialità di convincere o coinvolgere (si salva solo la cover dei Racer X, anche per via dello shred che è trademark della band statunitense), anche se fortunatamente hanno breve durata. Come avrete visto dalla tracklist, si parla di lato A e lato B perché questo disco è uscito a gennaio esclusivamente in audiocassetta, con edizione limitata a soli 100 esemplari. Mi dispiace per i Crucible, ma questo “The savage weapon demo” poteva avere qualche speranza quarant'anni fa, ma nel 2024 è semplicemente fuori tempo massimo.

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4.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 03 Marzo, 2024
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E’ un periodo in cui mi occupo di gruppi che arrivano dal Belgio, terra non proprio famosissima per l’Heavy Metal; questa volta tocca ai Cathubodua (nome ispirato ad una divinità celtica della guerra), gruppo che avevamo già conosciuto all’epoca dell’ottimo debut album “Continuum” del 2019 e che ritroviamo all’appuntamento con il secondo full-length uscito ancora per Massacre Records a fine febbraio ed intitolato “Interbellum” (bello l’artwork!). A voler essere precisi si tratterebbe di un MLP, dato che è composto da soli sei pezzi per poco più di mezz’ora di durata, ma loro lo definiscono album e noi ci adeguiamo. In questi anni è successa una mezza rivoluzione alla line up del gruppo, dato che, rispetto alla formazione che registrò il precedente disco, sono rimasti solo la cantante Sara Vanderheyden ed il bassista Peter Thielemans, mentre sono nuovi entrati sia il chitarrista Robin Ritzen, che il batterista Harald Bouten ed il violinista Arvid Vermote. Quello che sostanzialmente non è cambiato è il sound dei belgi, quel female fronted Symphonic Metal contaminato da un po’ di Folk, grazie all’uso del violino che recita spesso da protagonista alla pari della chitarra (ascoltate “The mirror”, ad esempio), nonché da rari passaggi in Melodic Death, per via del blast beat della batteria (“Goddess fallacy”). La musica dei Cathubodua è sicuramente orecchiabile e ricca di melodia, grazie anche alla maestria della Vanderheyden che si dimostra cantante versatile e poliedrica, oltre che espressiva, capace di passare da liricismi a parti aggressive senza alcuna fatica; ci sono anche ogni tanto delle parti vocali in growling (immagino sempre della Vanderheyden) che non dispiacciono e contribuiscono a rendere interessante la proposta musicale. In un panorama inflazionato come quello di questo genere, ci vogliono gruppi come i Cathubodua che, pur rimanendo fedeli alla lezione impartita dai big (in questo caso, Nightwish su tutti), cercano di avere un po’ di personalità ed originalità che possa rendere la loro musica non troppo uguale alle altre! E questo “Interbellum” (concept album su una dea della guerra) che, lo ripeto, è davvero piacevole da ascoltare e riascoltare, ne è la prova lampante.

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4.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 03 Marzo, 2024
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I Throne of Thorns sono una nuova band che arriva dal Belgio, costituita da musicisti navigati nella scena metal belga (non abbiamo quindi a che fare con dei giovani metalheads); a fine febbraio hanno tagliato il traguardo del debut album con questo “Converging parallel worlds”, rilasciato dalla label greca ROAR! Rock Of Angels Records. Il full-length ha un artwork semplicemente strepitoso, realizzato dall’artista colombiano Harley Velasquez, ed è composto da soli sette pezzi (cui si aggiunge la solita inutilissima intro), per la durata totale di quasi 55 minuti, segno che i vari brani hanno tutti durate importanti. Del resto, stiamo parlando di Progressive/Power ed in questo genere musicale non è così abituale trovare componimenti di breve durata; ciò nonostante la qualità del songwriting è talmente elevata ed il ritmo delle varie canzoni sempre brillante che le stesse scorrono via molto piacevolmente, risultando decisamente convincenti e coinvolgenti. Ad ogni ascolto, infatti, sono sempre rimasto “sul pezzo”, grazie anche ad un’ottima orecchiabilità e ad una notevole attenzione per l’efficacia delle melodie. Prendiamo ad esempio la splendida “Atomic retribution” (tra le canzoni più belle ascoltate in questo 2024 e di sicuro la migliore dell’album!), per la sua orecchiabilità e per quanto è ruffiana sembrerebbe un banale pezzo Power Metal, ma le atmosfere create dalla chitarra di Thomas Jethro Verleye (notevoli le parti soliste!) e dalle tastiere di Wim Rotthier, un ritmo sempre frizzante imposto dall’ottimo batterista Baruch Van Bellegem ed il basso dello stesso Verleye che ricama in sottofondo, rendono il pezzo semplicemente strepitoso. C’è poi la voce dell’eccellente Josey Hindrix che sa essere espressivo e poliedrico, dando calore e colore a seconda delle necessità, ma regalando anche energia mai a sproposito o in modo esagerato. Basterebbe insomma la sola “Atomic retribution” per rendere l’acquisto del CD vivamente consigliato, ma non c’è solo questa canzone; anche le altre sei, infatti, sono davvero interessanti e piacevoli, tanto che alla fine della lunga suite conclusiva “Fire and ice”, la voglia di rimettersi nuovamente all’ascolto è sempre forte. E questa caratteristica appartiene solamente ai grandi dischi! Ritengo inutile prolungare questa recensione ancora oltre, avrete già capito che questo “Converging parallel worlds” è uno dei debut album migliori degli ultimi tempi e ci presenta un gruppo, i Throne of Thorns, dall’incredibile talento ed enormi qualità che in futuro sicuramente potrà regalarci altre gemme di elegante Prog/Power!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 02 Marzo, 2024
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Avevo scoperto i Whiteabbey nel 2022 all’epoca del loro secondo strepitoso album (“Volume two”), a mio parere uno dei migliori dischi usciti due anni fa; li ritrovo adesso con il loro terzo full-length, intitolato “Words that form the key”, dotato di piacevole artwork e composto da nove pezzi per poco più di 40 minuti di durata totale. La band era nata durante la pandemia del 2020 per iniziativa del chitarrista nordirlandese Steve Moore e della cantante olandese Tamara Bouwhuis; inizialmente doveva essere solo un progetto da studio, ma poi, complice anche l’ottima qualità di quanto realizzato, è diventata una band vera e propria, con l’ingresso nel 2023 del bassista Graham McNulty (anche negli Stormzone assieme a Moore) e del batterista Badger Duncan. Con questa formazione, divisa tra Irlanda del Nord ed Olanda, i Whiteabbey a fine febbraio hanno rilasciato questo nuovo disco che continua sulla falsa riga del precedente, con un female fronted Melodic Metal decisamente ruffiano ed orecchiabile, con diverse digressioni nel Power Metal ed un occhio sempre iper-attento alle melodie. Ecco, se proprio volessimo trovare un difetto a questo disco, è la presenza di fin troppe canzoni lente e melodiche, solo intervallate da brani più tirati e ritmati. Cerco di spiegarmi meglio: se, da un lato, ci sono pezzi decisamente validi e frizzanti come l’ottima “You should be running”, “Dragonfire” e l’accoppiata “Ireland’s final witch”/“Celtic curse”, dall’altro lato abbiamo una certa abbondanza di canzoni lente, come “All in the past”, l’opener “Reality” e la conclusiva “Think of me sometimes” che, tutto sommato, non dispiacciono, ma “ammorbidiscono” un po’ troppo il contesto generale. C’è poi “Hold fast” che però, a causa di una notevole ripetitività, è la traccia meno indovinata dell’album. Il disco è comunque estremamente piacevole da ascoltare e sicuramente convincente (tranne la già citata “Hold fast”) e certamente potrà andare incontro ai favori dei fans di questo particolare settore musicale; “Words that form the key” è forse un gradino sotto al suo predecessore, ma conferma i Whiteabbey come una dei gruppi più promettenti nell’ambito del female fronted Melodic Metal.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 02 Marzo, 2024
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A poco più di tre anni di distanza dall’ottimo debut album “Where the stories begin” (tra i migliori dischi usciti nel corso del 2020), tornano gli spagnoli Theragon con un EP di quattro pezzi intitolato “Lumina”, della durata di poco più di 20 minuti. Si parte subito con “Heatbound”, pezzo tipicamente Power, non lontano dalla scuola italiana di gente come Derdian e Rhapsody, ma anche con qualcosa che fa venire in mente i primi Avantasia ed i Gloryhammer, decisamente ruffiano ed orecchiabile. “The bird that cannot fly” è la canzone più lunga (oltre 6 minuti) ed ambiziosa dell’EP, con un incedere vicino al Symphonic, pur non perdendo mai di vista l’orecchiabilità del coro; anche qui i riferimenti ai lavori più recenti dei Rhapsody of Fire non mancano, pur dovendo fare i dovuti distinguo tra la voce fantastica di Giacomo Voli e quella dell’onesto Ferran Quiles (a cui madre natura ha dato dei limiti). “We all are one” è l’unico brano che non è uscito prima dell’EP come singolo e la scelta sorprende, dato che forse è il pezzo migliore, grazie ad una notevole orecchiabilità ed al fatto che il singer mette in mostra una buona versatilità, con parti anche sussurrate. Si chiude con “In valentia”, che non c’entra niente con la città da cui arriva la band spagnola (Valencia), ma è una sorta di inno al coraggio (a livello testuale, infatti, si tratta di un concept che prosegue quello del debut album); si tratta forse della canzone più semplice del lotto, quasi folkeggiante in alcuni frangenti (chi ha detto Alestorm?), con una certa ripetitività del coro che comunque non dispiace. All’epoca del debut album avevo pronosticato un futuro roseo per i Theragon, gruppo dal notevole talento, con musica di ottima qualità e questo “Lumina” non fa che confermare quanto di positivo si era visto in passato; adesso non resta che attendere un nuovo LP!

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2.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 01 Marzo, 2024
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Annunciato da una delle copertine più brutte viste negli ultimi tempi, tornano a farsi sentire i Traveler, gruppo canadese con cantante statunitense formatosi nel 2017 e con all’attivo due full-length prima di questo nuovo LP intitolato “Prequel to madness”. L’album è composto da nove pezzi con una breve durata totale, di poco superiore ai 38 minuti, e si lascia ascoltare anche gradevolmente, nonostante una registrazione non proprio impeccabile (specie per basso e batteria). Lo Speed Metal del gruppo, infatti, pur non avendo la benché minima traccia di innovazione o di originalità (vocaboli sconosciuti alla maggior parte di bands di questo specifico settore), è vivace e frizzante, grazie soprattutto al buon lavoro del batterista Nolan Benedetti (probabilmente di lontane origini italiane). Le due chitarre di Matt Ries e Toryin Schadlich sono affilate come rasoi e ci regalano anche piacevoli parti soliste, recitando da protagoniste nel sound del gruppo. La voce di JP Abboud non fa impazzire, risultando un po’ troppo sporca e roca, sembrando non del tutto a proprio agio sulle parti alte, particolare che per lo Speed Metal è alquanto penalizzante. Volendo cercare paragoni, direi che i Traveler si ispirano a gente come Riot V o Riot City, senza dimenticare la lezione di mostri sacri come Judas Priest e primi Iron Maiden. Come detto, l’ascolto è piacevole ma, giunti alla fine, non resta granché e non si sente molto la voglia di rimettersi all’ascolto, segnale che l’album è certamente senza infamia, ma anche senza particolare lode, dato che nessuna canzone spicca dalla massa in maniera particolare, né in senso positivo e nemmeno in negativo. Credo che alla fin fine per questo “Prequel to madness” dei Traveler il voto più giusto sia una sufficienza risicata, ma nulla di più. Mezzo voto in meno per l’artwork davvero poco piacevole!

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3.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 25 Febbraio, 2024
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Cosa è successo ai Kalah? Questa è stata la prima domanda che mi è venuta in mente quando ho sentito le prime note del brano di apertura, “This world factory pt. 2” (la prima parte è solo una breve intro che poteva tranquillamente essere fusa in un unico pezzo) e soprattutto quando ho sentito un growling pesante e gutturale al posto della voce suadente di Claudia Gigante. Cosa è successo alla band che ci regalava uno splendido disco come “Descent into human weakness” solo un anno e mezzo orsono? Continuo a ripetermelo perché un’evoluzione come questa del nuovo album “And yet it dreams” (dotato di splendido artwork) è semplicemente spiazzante. In primis le tastiere ed, in genere, la parte elettronica è diventata estremamente preponderante rispetto a tutto il resto; ecco, quindi, che la componente Power/Prog del passato è quasi del tutto sommersa e sepolta dalla musica elettronica delle tastiere di Dario Trentini. Il groove dato da Marco Monacelli con la sua chitarra è sempre presente, mentre le parti soliste dell’altra chitarra di Mario Grassi sono diventate più rare e brevi e comunque asservite alle tastiere che recitano da assolute protagoniste. Il basso si sente, ma Enrico Menozzi sembra quasi limitarsi al suo compitino di accompagnamento; la batteria dell’ottimo Alessio Monacelli, fortunatamente, continua ad imporre ritmi frizzanti, grazie al sempre sapiente uso della doppia cassa. Argomento voce: Claudia Gigante usa tanti effetti questa volta - forse troppi -, che quasi non permettono di assaporare degnamente la sua prestazione e viene affiancata da vocals estreme che sinceramente sembrano come un cavolo a colazione, nel senso che non mi pare c’azzecchino assolutamente nulla. Va bene il concept dell’album (siamo nel futuro rispetto al precedente disco), va bene voler evolvere il proprio sound (che, per amore di sincerità, andava già benissimo così com’era in passato!), ma mi sembra che questa volta i Kalah abbiano quasi voluto strafare, perdendo di vista la qualità che avevano nel precedente disco. Canzoni come la già citata “This world factory pt. 2” o “Helichrysum” e “Defeated” sono un po’ troppo esagerate, proprio a causa delle vocals estreme che, a titolo di gusto personale (ampiamente opinabile in quanto tale), andrebbero eliminate se non estremamente ridimensionate a pochi tocchi in backing vocals. Andando a pescare poi su “Full metal monsters” e soprattutto sulla conclusiva “XLV”, la componente tipicamente Metal viene surclassata da effetti ed elettronica in maniera pesante, forse anche esasperata. Se l’originalità del sound dei Kalah è rimasta invariata, la qualità con questo “And yet it dreams” è alquanto inferiore rispetto al passato; certo, siamo ancora su buoni livelli e gli ascolti sono sempre stati piacevoli (tranne quando non intervenivano le vocals estreme), ma questa svolta stilistica non mi ha convinto del tutto. Dopo il capolavoro “Descent into human weakness”, avevo enormi aspettative per il nuovo album dei Kalah, ma questa volta devo ammettere di essere rimasto con l’amaro in bocca…

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 24 Febbraio, 2024
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Fondati nel 2023, grazie anche all’iniziativa del bassista dei SinHeresy Davide Sportiello, gli Elettra Storm arrivano immediatamente al traguardo del debut album, con questo “Powerlords”, uscito a metà febbraio su Scarlet Records. Il disco ha un piacevole artwork realizzato dall’artista Beatrice Demori (ormai una garanzia di qualità!), è composto da nove canzoni per una durata totale di circa 40 minuti ed è stato registrato nei Domination Studios di Simone Mularoni, ormai uno dei migliori studi di registrazione al mondo per il genere. E’ lo stesso Sportiello ad occuparsi dei testi e delle musiche che evidentemente traggono ispirazione da quanto realizzato dai Frozen Crown nei loro dischi; del resto anche lo stile canoro dell’affascinante Crystal Emiliani ricorda vagamente quello della splendida Giada Etro. Ci troviamo davanti quindi ad un Power Metal molto frizzante, ricco di energia e con un’attenzione notevole alle melodie ed all’orecchiabilità. Tutte le canzoni, infatti, sono decisamente godibili da ascoltare e si ficcano in testa pressoché immediatamente, non meravigliatevi quindi se, dopo qualche ascolto, vi troverete a fischiettare qualche coro di questo disco mentre siete sotto la doccia, perché viene quasi naturale. Se volete addentrarvi in discorsi su originalità ed innovazione, con questo lavoro sarebbe come affondare un coltello nel burro, dato che sono argomenti lontani dal concetto di musica degli Elettra Storm; come, però, ho avuto modo di dire parecchie volte: se la musica che ascolto è piacevole, non me ne frega assolutamente niente della mancanza di originalità! Già, perché è evidente che la ricetta vincente degli Elettra Storm è la stessa che in tanti altri gruppi hanno ripetuto in questi ultimi anni, con una voce femminile di qualità superiore ed un Power Metal frizzante ed orecchiabile. Se quindi, come questo misero recensore, non siete alla ricerca dell’ultimo ritrovato in fatto di innovazione in musica e siete fans del genere, è indubbio che la musica degli Elettra Storm vi piacerà ed anche molto! Canzoni come l’accoppiata iniziale “Higher than the stars”/“Redemption”, come anche la title-track “Powerlords”, o la velocissima “Sacrifice of angels”, fino alla conclusiva “Voices in the wind” vi conquisteranno immediatamente; è però tutto il full-length nella sua interezza ad essere convincente e coinvolgente, senza nemmeno un attimo di calo qualitativo o una nota fuori posto. Siamo solo al debut album, ma questo ottimo “Powerlords” candida gli Elettra Storm tra i gruppi migliori in campo Power Metal e non solo in Italia! Se questo è l’inizio, non oso immaginare cosa ci riserverà il futuro.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 24 Febbraio, 2024
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Ember Belladonna (all’anagrafe Emma Kramer-Rodger) è una musicista canadese che, sin da quando aveva 9 anni, suona il flauto; ispirata da gente come Myrkur, Heilung ed Eluveitie, suona una specie di Folk Metal, molto melodico e poco ritmato con il suo flauto naturalmente quale strumento principale, mentre chitarra e batteria fanno sostanzialmente solo da accompagnamento. Arriva in questo mese di febbraio ad autoprodurre il proprio debut album intitolato “The grove”, dotato di copertina che non esalta granché; il disco è composto da otto tracce per una durata molto breve, quasi quanto un mini-album, di circa 28 minuti. La parte strumentale è preponderante e ci sono parti vocali solo su alcuni pezzi, a cura di vari ospiti non proprio noti alle masse. Bisogna essere del giusto spirito per mettersi all’ascolto di questi componimenti, dato che il sound è decisamente particolare, molto oscuro ed onirico, decisamente poco ritmato e “poco Metal” e sicuramente non orecchiabile; se quindi cercate qualcosa che possa darvi energia o essere easy listening, siete sul disco sbagliato. Se, invece, vi piacciono questi ritmi alienanti e queste musiche tutt’altro che scontate, ecco che Ember Belladonna potrebbe fare al caso vostro. A livello di tematiche ci troviamo davanti ad una sorta di concept album che racconta la storia di una donna che ha subito torti da parte degli uomini nella vita; dopo la sua morte, risorge dalla tomba e dà la caccia alle persone che le hanno fatto del male prosciugandone il sangue. I vari ascolti dati a questo disco non sono mai stati semplici, sia per la pressoché totale mancanza di elettricità, ma anche perché il flauto è uno strumento decisamente particolare che, in questo sound, dona quasi un’aura di tristezza e decadentismo al tutto (proprio per questo facevo riferimento in precedenza al giusto spirito per apprezzare queste sonorità). Qui di musica Metal c’è davvero poco e diventa perfino difficile far rientrare Ember Belladonna nel calderone del Folk Metal con questo suo “The grove”, debut album che avrebbe bisogno di un po’ più di energia per poter essere apprezzato dai più; a questa maniera, infatti, si finisce in una ristretta nicchia per pochi eletti.

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