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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    07 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

Puntuali con un'uscita all'anno, ecco tornare i polacchi Soulcarrion con il loro secondo full-length "Enthrone Death", uscito sul finire dello scorso gennaio; un disco all'insegna della continuità più assoluta: arriva, come detto, un anno dopo l'EP omonimo (che seguiva di un anno il debutto "Infernal Agony") e per la stessa label (Godz ov War Productions), così come identica è la line up formata da sue soli elementi, il chitarrista Greg ed il chitarrista/bassista Michał, a cui si aggiungo i soliti due session alla voce - Mateusz Sibila (Imperial Sin) - ed alla batteria - Darek Młody (Squash Bowels) -, oltre all'ospite Vesper Locust sulla title-track. E nel segno della continuità è anche il Death Metal suonato dai Nostri, sin dai primi ruggiti particolarmente ispirati dal più classico US Death Metal; ci muoviamo insomma nei familiari territori dei primissimi lavori di gente come Morbid Angel, Deicide e compagnia: nulla insomma di così particolarmente innovativo, anzi proprio tutt'altro. Ciò che fa conquistare ai Soulcarrion un'agevolissima sufficienza è la forte passione che traspare dagli otto pezzi che compongono la tracklist di "Enthrone Death", insieme ad un songwriting alla fine decisamente efficace. I Nostri non tentano di strafare e rimangono in quelle che per loro forse sarà anche una comfort zone, ma in cui per l'appunto si muovono sicuramente a loro agio, cosa questa che possiamo constatare ascoltando pezzi come la buona title-track "Enthrone Death" o il singolo "Night Ceremony", così la ferale "Oblivion" e la terremotante opening track "Cage of Nothingness". Riff rocciosi e cupi, un'atmosfera mortifera che pervade l'intera opera e che si sposa alla perfezione con una sezione ritmica che raramente si concede a feroci blast beat, prediligendo, per l'appunto, quelle ritmiche classiche del Death Metal degli anni '90. Raramente arriva in redazione un brutto lavoro da Godz ov War, ed ancora una volta la label polacca non ha deluso le aspettative, dandoci in pasto un album Death Metal che, qualora siate divoratori della classica vecchia scuola americana, saprà darvi una mezz'ora di buon intrattenimento.

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2.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    07 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

Grazie anche ad una lunga serie di singoli, i romeni Vorus sono sempre stati in 'costante movimento', arrivando negli scorsi giorni a pubblicare il loro terzo full-length "Desolate Eternities" tramite Loud Rage Music. Dal canto nostro avevamo lasciato i Nostri nel 2018 all'epoca dell'uscita del loro debut album "The Wretched Path", disco tutto sommato discreto. Li ritroviamo oggi con un sound leggermente appesantito, con sonorità à la Cannibal Corpse/Broken Hope a dare una maggior profondità al Thrashing Death del quartetto. Peccato però che non tutti giri per il verso giusto: dopo diversi ascolti possiamo dire che, anche se di poco, "Desolate Eternities" è un album che non raggiunge la sufficienza. Al di là di qualche buon passaggio ritmico, il tutto alla lunga sembra essere un po' troppo banale e piatto. Con in più una produzione a dir poco mediocre, con la voce che spesso copre il resto e strumenti che compaiono e scompaiono senza un perché, senza contare un suono di batteria veramente fiacco e fin troppo secco. Insomma, possiamo capire la scelta vintage per marcare il proprio essere old school, ma in tal senso ci sono molti gruppi che c'è la possibilità di fare questo con eccellenti risultati, non ci vuole poi molto. Per quanto ci riguarda, "Desolate Eternities" è consigliabile solo agli accaniti collezionisti del genere; con quel troppo poco da salvare in 40 e passa minuti di album, noi passiamo oltre.

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2.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    06 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 06 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

Parlando degli svizzeri Messiah, lo facciamo di una band che affonda le radici del proprio Death/Thrash Metal negli anni '80, anche se nel corso degli anni la loro carriera è stata decisamente 'a singhiozzo' tra pause e scioglimenti, mettendo comunque a referto cinque album e diversi demo tra la seconda metà degli anni '80 e la prima dei '90. Dopo lo scioglimento definitivo nel 2003, la band guidata dal chitarrista R.B. Brögi è tornata in pista nel 2017, con il leader affiancato da Patrick Hersche, Steve Karrer ed Andy Kaina, arrivando alla pubblicazione nel 2020 del buonissimo "Fracmont". Poco dopo però Kaina lascia la band (e purtroppo scompare nel novembre 2022), così i Messiah si presentano ai nastri di partenza di questo "Christus Hypercubus" - licenziato da High Roller Records - con un nuovo cantante, Marcus Seebach, oltre che col nuovo chitarrista V.O. Pulver. E purtroppo dobbiamo dire che i risultati non sono quelli sperati, specie pensando al diretto predecessore che era comunque un lavoro soddisfacente. "Christus Hypercubus" presenta qua e là anche dei buoni riff e delle ritmiche groovy abbastanza d'impatto, ma nell'insieme è un disco alquanto piatto e privo di mordente, con un lavoro di scrittura che sembra eseguito col pilota automatico, senza reali picchi e con anche una certa ripetitività di fondo, soprattutto per quanto concerne i refrain. E la situazione non migliora di certo nella seconda parte dell'album, che anzi sembra palesare un ulteriore calo d'ispirazione con un lotto di brani - spiace dirlo - piuttosto banali. Insomma, "Christus Hypercube" è, come dicevamo, un disco non all'altezza delle aspettative, soprattutto perché parliamo di una band d'esperienza con musicisti navigati.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    02 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

Dopo aver rodato i motori con un EP omonimo, rilasciano il loro debut album i Negative Prayer, duo composto da due musicisti altamente attivi nella scena Death Metal americana come Kyle House (Decrepisy ed ex di Acephalix, Necrot e Vastum) e Charles Koryn (Ascendend Dead, Decrepisy, Funebrarum e batterista live di Morbid Angel ed Incantation). "Self // Wound" è rilasciato dalla messicana Chaos Records e ci presenta una band dedita ad un Death Metal/Crust in cui la fusione tra Death della vecchia scuola svedese e l'Hardcore D-Beat hanno un equilibrio pressoché perfetto. Si sente sin dalle prime note dell'opener "Violence" che l'influenza di gruppi come Wolfbrigade e Disfear c'è tutta, ma anche che stiamo comunque parlando di due artisti che vivono il Death Metal e che sanno come declinare al proprio volere l'operato di titani come Entombed e Dismember. Il risultato finale è un'abbondante mezz'oretta frenetica ed adrenalinica, con i Nostri che riescono a trovare diversi spunti interessanti in corso d'opera. Anziché puntare tutto sulla componente Hardcore - come ad esempio fanno altri colleghi -, House e Koryn trovano con una certa dinamicità un buonissimo compromesso tra gli stacchi più punkeggianti con stacchi e mid-tempo puramente Death; esempio pratico è tutta la parte iniziale di "Morbid": in quei 40" è racchiusa tutta l'essenza di "Self // Wound". Proprio l'aprire la strada a percorsi più estremamente metallici è probabilmente il punto di forza maggiore dei Negative Prayer, il cui debut album si presenta, a nostro avviso, come dell'ottimo intrattenimento senza punti deboli ed anzi con un paio di episodi particolarmente riusciti come "Morbid" e l'autocelebrativa "Negative Prayer".

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Opinione inserita da Daniele Ogre    01 Marzo, 2024
#1 recensione  -  

Fathomless Ritual è l'ennesimo solo project (il quarto dopo Pukewraith, Wexler's Prime e Simulacra) di Brendan Dean, musicista molto attivo nel sottobosco estremo canadese: possiamo trovare il Nostro anche nelle line up di Fumes, Soul Devourment e Gutvoid. Dean si è sempre contraddistinto per ruotare attorno al Death - Death/Doom e forme più tecniche (Progressive, Djent), andando con i Fathomless Ritual quasi a fondere tutto questo: "Hymns for the Lesser Gods", debut album licenziato da Transcending Obscurity Records, può essere infatti visto come un "figlio spirituale" di quell'album ormai più che di culto che è "Nespithe" dei Demilich. Proprio "The absolutely best early 90's Finnish jazzy-technical-guttural death metal band in the Universe" è l'influenza primaria - oseremmo dire L'UNICA - dei Fathomless Ritual: con questo suo nuovo progetto Dean fa suo lo spirito della mitica band finlandese donandoci un disco che sì, molto deve ai pluricitati Demilich, ma che nonostante tutto non sembra mai, nemmeno per un singolo istante, voler scopiazzare quanto fatto dai Nostri in quel loro unico full-length. Ovviamente, i Fathomless Ritual non sono i soli a cimentarsi in sonorità così tecnico-avanguardiste, basti pensare ai connazionali Chthe’ilist (anche loro con un solo album all'attivo, tra l'altro), gli Adramelech, gli Artifical Brain... ma con buona sostanza "Hymns for the Lesser Gods" riesce ad essere un lavoro interessante dal primo all'ultimo secondo, con il musicista canadese che offre una prestazione vocale e strumentistica più che onesta, tanto che più che citare in tutto e per tutto la creature di Antti Boman il Nostro tributa il giusto rispetto alla band finlandese, riuscnedo ad essere, a nostro avviso, anche più spigliato e smagliante rispetto ad altre bands con le medesime sonorità come Cryptworm e Dead and Dripping. Se cercate innovazione a tutti i costi, allora quest'opera prima dei Fathomless Ritual sicuro non rientra nei vostri canoni, mentre è di sicuro un lavoro dannatamente adatto nel caso adoriate il mitico "Nespithe". In attesa di un secondo capitolo dei maestri Demilich (da una chiacchierata con Antti al Frantic Fest sappiamo che è in fase di scrittura, ma anche che è pignolo da Guinness World Record e quindi non si sa quanto tempo ancora ci vorrà, n.d.a.), "Hymns for the Lesser Gods" può essere sicuramente un ottimo palliativo, grazie anche a pezzi come la più dinamica "Wielding the Bone Wand", "Exiled to the Lower Catacombs", "Grafted to the Chambers of Mirth" e "Gelatinous Being of Countless Forms".

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4.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 29 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Sono passati circa tre anni e mezzo dal debut album "The Will" ed ecco ritornare i finlandesi Counting Hours con il loro secondo full-length "The Wishing Tomb", da poco licenziato dalla labe spagnola Ardua Music, etichetta che possiamo ormai definire di riferimento specificatamente per il Doom, o ancor meglio per il Doom/Death melodico e dalle atmosfere plumbee. Genere in cui i musicisti coinvolti in questa band sono soliti muoversi con estrema perizia: basta pensare che alle chitarre troviamo Jarno Salomaa e Tomi Ullgrén ex fi Finntroll, Impaled Nazarene e Thy Serpent), entrambi negli Shape of Despair e coinvolti anche in una band di culto per il Melodic Death/Doom come i Rapture. Negli ultimi 2-3 anni stiamo vedendo come questo genere stia rifiorendo e, soprattutto, come si stia man mano elevando dal pantano di un'inflazione dovuta ad un periodo di magra di buone uscite; questo grazie anche proprio al lavoro di Ardu Music, capace di andare a scovare ottime nuove realtà e puntando decisa su veterani con ancora tanto da dire. Ecco, i Counting Hours sono da inserire giusto nel mezzo: i musicisti coinvolti hanno tutti una lunga esperienza precedente, ma la band in sé è, per l'appunto, solo al secondo album; ciò non toglie però che "The Wishing Tomb" sia un album a dir poco ottimo! Malinconico, ma allo stesso tempo energico, quest'opera presenta tratti che uniscono alla perfezione gli Swallow the Sun o i Daylight Days (o per l'appunto i Rapture) ai Katatonia attuali, richiamati in maniera chiara da pezzi come "Timeless Ones" e la bellissima "All That Blooms (Need to Die)". La miglior capacità dei Nostri è, comunque, quella di riuscire a mantenere intatta la componente più malinconica del genere senza che la loro musica risulti mai opprimente, soffocante; anzi proprio grazie alle splendide melodie che pervadono l'opera - e, diciamolo, alla forte influenza katatoniana - il tutto ha un che di arioso, come se tra disperazione e morte ci fosse ancora comunque un filo - estremamente tenue - di speranza. Perfetta fotografia di queste sensazioni sono la già citata "All That Blooms..." ed il singolo "Away I Flow", con il suo finale dai toni solenni. Ma insomma, non che tutti gli altri pezzi siano da meno, anzi: prendete ad esempio il meraviglioso arpeggio con cui inizia la title-track o il seguente attacco à la October Tide/Swallow the Sun della stessa... Per quanto ci riguarda "The Wishing Tomb" è un album da ascoltare tutto d'un fiato e chi ama queste sonorità non potrà che innamorarsene già al primo ascolto. Dopo un buonissimo primo album, con questo secondo lavoro i Counting Hours dimostrano di essere ad oggi uno dei gruppi di maggior valore in questo genere. Veterani compresi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Uscito ad ottobre 2023 per la giapponese Darker than Darkness Records ed appena arrivato in Europa con la francese Great Dane Records, "Living Dead" è il terzo studio album degli slovacchi Surgery, quartetto di Poprad vecchia conoscenza sulle nostre pagine. Ancora una volta la band slovacca mette su una prestazione solida portando alla nostra attenzione una mezz'oretta del loro ormai classico Death Metal old school in cui s'incontrano e si fondono la scuola britannica con quella svedese e centroeuropea, anche se a differenza dei lavori precedenti possiamo trovare spesso un'impronta più thrashy all'interno delle composizioni, vedasi ad esempio la parte centrale di "Zombie Influence" o il riff portante di "Violence" che rimandano immediatamente ai Kreator del medio periodo. In generale "Living Dead" ci sembra un album decisamente più dinamico rispetto i suoi predecessori, questo grazie soprattutto a ritmiche sicuramente meno legate all'afflato epico-battagliero di scuola Bolt Thrower/Benediction, seppur ovviamente non mancino del tutto ("Intruders from Other Space"). Alla fine, i Surgery si dimostrano ancora dei buoni mestieranti del genere, capaci di tirare fuori un lavoro che, anche se sicuramente non passerà alla storia, sa intrattenere a dovere: una buona mezz'ora di Death Metal della vecchia scuola che non annoia ed il cui ascolto scorre via piacevolmente grazie a pezzi che in sede live sapranno fare la loro figura.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

A ben cinque anni di distanza dal discreto "masque" tornano a farsi sentire gli irlandesi Vircolac con il loro secondo full-length a titolo "Veneration", rilasciato come il precedente da Sepulchral Voice Records in Europa e da Dark Descent Records in Nordamerica. Un lustro che è servito ai lupi mannari (questo il significato della parola "vircolac" in rumeno) di Dublino per evolvere le proprie sonorità in qualcosa di meno barbarico, ma non di meno violento e primordiale. Se "Masque" era infatti un disco improntato su di un selvaggio attacco frontale, in questa loro nuova opera i Nostri hanno sì mantenuto quell'approccio brutale e sfrontato, ma hanno nel contempo reso in un certo qual modo più complesse le strutture dei propri brani. Tra l'altro i Vircolac sorprendono sin da subito con una lunga intro - "The Lament (I Am Calling You)" - dal sapore di vecchi canti celtici, prima di partire all'attacco con la title-track, pezzo dalle ritmiche quanto mai nervose che ci mostra come sul piano compositivo i Nostri siano maturati e nemmeno poco: basta rendersi conto di come la canzone letteralmente cambi il proprio registro nella seconda metà, in un certo senso più ragionata e dotata di passaggi più cadenzati in cui fa capolino un buon senso melodico. Per quanto con lo scorrere della tracklist possiamo ritrovare quelle influenze riconducibili ai vari Bølzer, Grave Miasma o Dead Congregation, in pezzi come "Unrepentant" o "Reflection" possiamo trovare rocciosi patterns tipici della vecchia scuola svedese (Dismember/Grave su tutti), ma anche, più in generale, quella natura mutevole che fa da ingranaggio attorno cui ruota tutta questa macchina di Metallo della Morte perfettamente oliata che è "Veneration"; una minacciosa aura cangiante che ci ha fatto venire in mente come prima cosa gli Ulthar, probabilmente esempio più lampante delle attuali doti del combo irlandese, che esplodono in tutta la sua oscura luce nei due brano più lunghi del lotto, "Our Burden of Stone and Bone" - in cui i Vircolac invadono senza remore i territori del Death/Doom - e la conclusiva "She Is Calling Me", mini-suite in tre parti (War, Death e Redemption) che rappresenta a nostro avviso anche il momento più alto dell'intero album. Dopo più attenti ascolti, la sensazione è che oggi i Vircolac tentino di rifuggere qualsiasi precisa catalogazione: la band irlandese sembra abbia voluto consapevolmente scegliere un percorso più impervio di cui "Veneration" è il punto di partenza; in tal senso questo loro secondo album può essere visto come un passaggio interlocutorio verso un futuro in cui, continuando su questa strada, potrebbero anche togliersi diverse soddisfazioni.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Febbraio, 2024
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I (lunghi) dieci anni di pausa, hanno sicuramente giovato ai Job for a Cowboy; la band di Glandale, Arizona, ha passato gran parte della sua prima parte di carriera - sia nel periodo Deathcore che dopo la svolta Progressive Death - in un loop album-tour che sembrava aver tolto loro forze ed in certi casi anche ispirazione. Ebbene, le cose oggi sembrano essersi rimesse decisamente in carreggiata con "Moon Healer", quinto full-length per il quintetto americano che arriva - per l'appunto - ben dieci anni dopo il precedente "Sun Eater". Probabilmente gli enormi successi soprattutto di inizio carriera potrebbero essere un ricordo lontano, ma è innegabile che i JFAC di oggi sono una band decisamente focalizzata sul proprio obiettivo e che sembra essersi subito scrollata di dosso la ruggine, regalandoci un album che da un lato prosegue quel percorso Progressive Death con cui ci avevano lasciati una decade fa, trovando però oggi anche una via più sperimentale. Possiamo insomma ancora sentire come grande protagonista il basso di Nick Schendzielos - seguendo l'esempio di gruppi come Obscura e Beyond Creation -, ma il punto focale di questa nuova opera si sposta sulle numerose divagazioni che possiamo ascoltare all'interno dei brani, talvolta anche stesso all'interno di un singolo pezzo, come le per nulla nascoste venature Fusion che ricordano da vicino mostri sacri come Atheist e Cynic, o ancora bordate ombrate di dissonanze (Gorguts) o psicotici passaggi à la Cephalic Carnage o Cattle Decapitation. In tal senso l'esempio maggiore di tutto questo lo abbiamo con l'ottima "Grinding Wheels of Ophanim", quasi sei minuti furiosi in cui i JFAC non concedono un singolo attimo di tregua, costantemente in moto perpetuo tra l'una o l'altra venatura del loro sound odierno; e qui entra in gioco la loro enorme preparazione tecnica, senza la quale il tutto sarebbe potuto risultare slegato ed in qualche modo legnoso, mentre i Nostri si muovono con maestria e fluidità. Lo stesso discorso è da farsi per la seguente "The Sun Gave Me Ashes so I Sought Out the Moon", pezzo estremamente nervoso, ma che nell'insieme del disco risulta essere persino il migliore in assoluto di tutto il lotto - almeno per il sottoscritto, sia chiaro! -. "Moon Healer" è insomma la naturale evoluzione dei JFAC dopo "Sun Eater", con la differenza sostanziale che è da ricercarsi in un songwriting altamente più efficace; con ogni probabilità è stata una fortuna che questa nuova release sia arrivata dopo una decade: non siamo così convinti che fosse arrivato poco dopo il proprio predecessore, quest'album sarebbe riuscito alla stessa maniera. I Job for a Cowboy hanno insomma a lungo ricaricato le batterie e dopo aver ascoltato "Moon Healer" possiamo benissimo dire che sono decisamente ripartiti in quarta con un lavoro scritto, suonato e prodotto egregiamente: duro ma allo stesso tempo armonico, sicuramente moderno ma con uno sguardo ben diretto verso la vecchia scuola (ci ripetiamo, soprattutto Atheist e Cynic), con suoni chiari e potenti ma lontani dalle produzioni plasticose di altre etichette di alto livello. Un ritorno quindi ormai quasi insperato per i fans di lunga data, ma "Moon Healer" è un disco talmente riuscito che, alla fine, ne è valso la lunghissima attesa. Bentornati!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Febbraio, 2024
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Una carriera cominciata nel lontano 1990 e che dopo un lungo stop (1998-2012) sta avendo un nuovo slancio in questa seconda parte: stiamo parlando dei Morta Skuld, veterani Death Metal di Milwaukee arrivati al settimo studio album (terzo da quando si sono riuniti) con questo "Creation undone", appena rilasciato dalla mitica Peaceville Records. E come detto, in questa seconda parte di carriera i Nostri sembrano stiano vivendo una seconda giovinezza, se è vero com'è che anche quest'ultima release si attesta su livelli qualitativi decisamente buoni, cosi come i precedenti "Wounds Deeper than Time" - per chi vi scrive probabilmente il loro miglior lavoro in assoluto insieme al debutto "Dying Remains" - e "Suffer for Nothing". Fondamentalmente, questa è la dimensione perfetta in cui i Morta Skuld possono muoversi e lo fanno con buona perizia: il quartetto americano magari non avrà mai raggiunto i livelli di gente come Morbid Angel o Obituary, ma è sempre riuscito a "portare a casa il punto" grazie ad una serie di prove solide, con quest'ultimo "Creation Undone" che non fa eccezione; ancora una volta a trascinare i Nostri verso un giudizio finale soddisfacente è l'eccellente lavoro chitarristico, da sempre marchio di fabbrica di una band che fa del riffingwork roccioso e sempre ispirato il proprio punto di forza. Nelle dieci tracce che compongono quest'opera manca di sicuro quella hit che da sola vale l'acquisto del disco, ma è altresì vero che l'ascolto prosegue spedito e senza momenti di stanca, aiutato anche da una buonissima produzione, pulita ma mai troppo estremamente pompata. Tralasciando i due buonissimi singoli apripista "We Rise We Fall" e "Perfect Prey", basta ascoltare canzoni riuscitissime come "The End of Reason", la seguente "Painful Conflict" ed "Oblivion" per ritrovarsi a sorridere compiaciuti dalla cascata di riff della coppia Gregor/Willecke, ottimamente supportati da una sezione ritmica groovy e pulsante. Chi segue il genere assiduamente, sa che in ambito Death Metal ci sono giovani leve affamate ed ambiziose, così come grossi nomi titanici che possono continuare ad esaltare come sempre o deludere su tutta la linea... e ci sono poi gruppi con una lunghissima esperienza che pur non avendo avuto lo stesso successo di colleghi coetanei riescono sempre e comunque a fare il loro, pubblicando dischi che ogni volta risultano essere un ascolto più che soddisfacente: i Morta Skuld rientrano sicuramente in questa categoria: in un modo o nell'altro, il quartetto di Milwaukee riesce come sempre a non scontentare nessuno con una nuova fatica il cui ascolto è da noi sicuramente consigliato.

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