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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    03 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 03 Agosto, 2021
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Sarò molto breve e conciso in questa recensione: l'album di debutto omonimo dei francesi Angel Rising è pessimo. Un miscuglio di generi, influenze, virtuosismi, tecnicismi e ghirigori senza senso, così, tanto per buttare nel calderone tutto ciò che si ha in mente. Non si hanno molte info, a parte tale Listenangel dietro al progetto che sembra essere solista. Spulciando in giro poi si apprende che in questo disco hanno collaborato persone del calibro di Kevin Talley alla batteria. Insomma, non il primo arrivato essendo un ex-Dying Fetus ed ex-Suffocation. Ma comunque, il risultato finale non cambia, e sinceramente non riesco nemmeno a trovare le parole per descrivervi quest'accozzaglia caotica e senza senso che a fine corsa ti lascia un solo interrogativo: "Ma perché?". Non c'è un solo elemento che si salva, dalla voce ovattata e simil-elettronica che fa ribrezzo, ai riff che farebbero apprezzare i Rings Of Saturn anche a coloro a cui non piace il tecnicismo portato all'estremo. Quantomeno i ROG hanno una loro linea, un tema, un punto focale. Insomma, qualcosa che non fa perdere il focus, per quanto i brani siano iper-arzigogolati. Ora, immaginate un approccio simile (non a livello tecnico, ci mancherebbe) ma buttato tutto in caciara, dove ogni traccia se ne va per fatti suona sciorinando un discutibilissimo Prog Death dai forti sapori Thrash e Groove e con qualche sferzata melodica. L'effetto creato dagli Angel Rising è paragonabile al tentativo di incastrare a forza una figura quadrata in una forma triangolare. Non c'è niente che suoni in maniera naturale: tutto è semplicemente messo lì per forza. Quantomeno la produzione è buona e lascia spazio a dei rarissimi momenti di respiro. Ma tutto il resto è da cestinare, a meno che non siate fan delle emicranie autoinflitte. In tal caso siete i benvenuti. Disco bocciato e proposta da rivedere dall'inizio alla fine.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    03 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 03 Agosto, 2021
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Che gli Ingested siano, ad oggi, uno dei nomi di punta dello Slam/Brutal Death è cosa ormai risaputa. La band inglese è riuscita nel tempo a ritagliarsi uno spazio tutto suo, scostandosi di fatto da quella che è la proposta trita e ritrita che possiamo sentire tutti i giorni. Non è un caso che i Nostri abbiano tirato fuori il loro fiore all'occhiello proprio l'anno scorso - trovate la recensione su questo portale - con il mastodontico "Where Only Gods May Tread". Da allora il quartetto inglese ha preferito prendersi un attimo di riposo pubblicando solamente un EP ed il qui presente "The Surreption II". Sulla carta siamo di fronte alla sesta fatica per Jay Evans. In pratica si tratta di una versione totalmente riregistrata del secondo disco del 2011 dal titolo, per l'appunto, "The Surreption", all'epoca licenziato da Siege of Amida Records. Insomma, per farla breve, questo nuova versione si presenta al pubblico con l'intento di portare sotto una nuova luce il passato del gruppo con tuttavia l'approccio di oggi. Il risultato è sicuramente impressionante, non tanto a livello di produzione, che nel disco del 2011 era comunque ottima. Qui si parla proprio di maturità stilistica e di esecuzione: due componenti che hanno permesso alla band di dare più di una svecchiata alle loro tracce. Se non fosse per il capolavoro massimo del 2020, si potrebbe tranquillamente dire che questo "The Surreption II" sia un disco totalmente nuovo. Sinceramente se ne poteva fare tranquillamente a meno. Siamo quindi inclini a pensare che gli Ingested abbiano voluto sfruttare questo periodo per ricaricare le batterie ma rimanere sempre attivi. Perciò prendiamo l'album per quello che è: una signora prova in cui i Nostri ci fanno capire come già all'epoca erano in grado di pistare a dovere e differenziarsi dalla massa. Già, perché la particolarità del quartetto inglese è proprio questa: l'approccio Deathcore ad un'impalcatura slam/brutal death. Una formula che è andata perfezionandosi con il tempo permettendo all'act di maturare uno stile tutto suo. Anche i detrattori del genere non potranno non apprezzare le evidenti influenze di Suicide Silence e Withechapel, così come le sfuriate Death/Grind degli Aborted o le parti cadenzate e pesantissime dei Vulvodynia. Tutti fattori già ampiamente presenti nel disco del 2011 ma che in questa versione emergono ulteriormente e con più forza. Quindi, per non essere prolissi: siamo di fronte ad una prova di forza molto autoreferenziale ma che comunque centra in pienissimo l'obiettivo. Perciò prendiamola per quella che è ed apprezziamo l'evidente crescita stilistica e musicale di una band che sta letteralmente impennando l'asticella.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    03 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 03 Agosto, 2021
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Con una sola demo nel 2017, gli indonesiani Abominable Devourment, che già solo dal nome fanno capire il genere, debuttano nel mondo dello slam/brutal death con un album a dir poco mastodontico. Raramente ci arriva roba dal sud est asiatico, ma quando succede è sempre materiale ottimo, e di certo i Nostri non sono da meno con il qui presente "Gobbling Peculiarity on Unanimously Deformation of the Gory Monstrouslamorphous": un tripudio di ferocia e budella putrefatte che vi farà letteralmente esplodere il cervello. Un trio che sa benissimo fin da subito dove andare a parare, e forte della produzione per mano di Brutal Mind, il prodotto finale non poteva che essere perfetto da inizio a fine. Se amate band come Abominable Putridity, Devourment, Katalepsy e compagnia bella, allora siete capitati nel territorio giusto. Chiaro, si sta parlando comunque di un album di nicchia, essendo lo slam un genere piuttosto particolare. Parafrasando: o lo ami o lo odi. Ma al di là del gusto personale, è indubbio come la band indonesiana sia riuscita a confezionare un disco dal sapore classico ma che non disdegna, di tanto in tanto, qualche passaggio più melodico o comunque un approccio più "leggero" per scongiurare quella sensazione di noia e pesantezza. Basti prendere la traccia "THC" per rendersene conto. Chitarre distortissime, riffoni dall'impatto granitico, pig squeal come se non ci fosse un domani e batteria che dispensa bordate da inizio a fine. Insomma, gli ingredienti classici ci sono, eppure c'è anche spazio per qualche passaggio più sperimentale che potrebbe tranquillamente ricordare i tedeschi Cytotoxin. Il che, a detta nostra, si è rivelata essere la carta vincente per gli Abominable Devourment che altrimenti avremmo definito come una delle tantissime band slam/brutal death già ampiamente presenti sul mercato. E invece non è così.
Teneteli bene a mente, potremmo trovarci di fronte ad una grande rivelazione. Good job!

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4.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    23 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Luglio, 2021
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Che il trio casertano Fulci fosse tra le realtà Brutal Death italiane più interessanti era cosa certa. Ma che la band potesse spingersi a tal punto da tirare fuori un disco così malato e stratificato come il qui presente "Exhumed Information" è stata una grande rivelazione, soprattutto dopo l'ottimo lavoro svolto con il precedente "Tropical Sun" del 2019. Insomma, per i Nostri è stata una grande sfida, ossia quella di cercare di superarsi. Compito che è stato ampiamente superato con quello che è il miglior disco mai partorito dall'act casertano. E come sempre totalmente votato - come del resto c'era da aspettarsi - al maestro dell'horror Lucio Fulci. A cominciare dall'intro che riprende le battute del celebre film del 1991 "Voci dal profondo", per poi concludersi con una sorta di b-side totalmente strumentale composto da quattro tracce elettro-horror che sbucano direttamente dai migliori film del genere degli anni Settanta/Ottanta. Insomma, per farla breve, quello imbastito dai Fulci è un disco ambizioso, feroce e sperimentale che porta su nuovi livelli il concetto - scusate il gioco di parole - di concept album. Già, perché sembra davvero di ascoltare la trasposizione in musica del maestro dell'horror in quello che possiamo definire uno dei progetti più malati degli ultimi anni. Musicalmente parlando, poi, la proposta dei Nostri è la summa di quanto fatto di buono fino ad ora, con una spiccata vena slam che rende il tutto di una pesantezza e violenza nettamente superiori rispetto al secondo disco. A coronare questa mattanza subentrano anche le sonorità a cui si faceva riferimento poc'anzi: i brani spaziano dall'essere spettrali ed evanescenti a delle vere e proprie bombe atomiche dritte sulla faccia che sprizzano Cannibal Corpse e Mortician da tutti i pori. Per non parlare della micidiale prova canora di Fiore, forse tra i growl più bassi e possenti che abbia mai ascoltato in anni di Death Metal. Durante tutta la durata del disco la voce sembra quasi sciogliersi per poi riemergere da questa nera e densa pozza di violenza. Una particolarità, questa, che rende "Exhumed Information" un album complesso e stratificato nel quale è la musica stessa la vera protagonista, come se realmente il maestro Fulci fosse l'anima che sta dietro al progetto. Tecnicamente parlando, infine, siamo di fronte ad un'encomiabile prova di valore da parte dei Nostri, che non esagerano mai laddove invece potrebbero permetterselo, mantenendosi sempre e comunque su di un livello alto ma mai fine a se stesso. Unica nota negativa, ma è più un capriccio che altro: avremmo preferito un paio di tracce in più, magari sacrificandone qualcuna strumentale dato che a fine corsa si avverte un pochino quel senso di vuoto. Insomma, ne volevamo di più!
Comunque sia, questo "Exhumed Information" è certamente un disco da avere a tutti i costi, sia perché è un album Death Metal con i fiocchi, sia perché, concettualmente parlando, è forse uno dei concept album più vivi e sentiti a 360 gradi. Lucio Fulci è letteralmente tornato in vita con il trio casertano. Complimentissimi!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    23 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Luglio, 2021
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Un frullatore con all'interno dei sassi farebbe sicuramente meno rumore del qui presente "Primordial Dawn", primissimo EP del trio canadese Malgöth, ad oggi forse la band con il logo più illeggibile della storia. C'è poco da dire riguardo la proposta dei nostri, licenziata dalla sempre prolifica Iron Bonehead Productions: un casino inimmaginabile che fa sanguinare le orecchie da inizio a fine per un totale di 17 minuti di pura agonia nei quali preferiresti farla finita buttandoti da un palazzo. E no, non sto esagerando; perché va bene proporre un Black/Death talmente feroce da voler annichilire tutto, ma da qui al caos più totale il passo è breve, ed il trio ha ampiamente superato la linea di confine. Un vero peccato dato che ci troviamo di fronte a quattro tracce furiose e tirate dall'inizio alla fine, con una leggera vena ambient che rende il tutto malato e dissonante. Per non parlare della doppia voce che emerge da questo nero abisso. Il problema, tuttavia, come si ravvisava ad inizio recensione, è la pessima - per non dire schifosa - produzione che rende il tutto un impasto caotico e rumoroso che fa veramente male alle orecchie. Ma male male male; non scherzo. Il risultato è pietoso sotto ogni punto di vista, ed è praticamente impossibile distinguere gli strumenti da questo gorgo infernale che poco si differenzia dal frullatore pieno di sassi con cui abbiamo esordito. Disco bocciatissimo.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    23 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Luglio, 2021
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Quella che stanno vivendo i Mayhem è una seconda grande rinascita, segnata da quel gran discone del 2019 che è stato "Daemon". Un album che per la band norvegese ha rappresentato una ritrovata verve ed attitudine che negli ultimi anni sono andate sempre di più scemando. Complice soprattutto il fatto di voler proporre una brutta copia di loro stessi sulla falsariga del capolavoro del 1994. Ma fortunatamente Necrobuthcer e soci lo hanno capito ed hanno invertito la rotta, reinventando un genere che di fatto è stata una loro creazione negli anni d'oro. Il risultato di questo processo è stato "Daemon", per l'appunto, ed il qui presente EP dal titolo "“Atavistic Black Disorder / Kommando” che, sul modello del full-length precedente, si fregia di quella furia che ha fatto tornare in auge i Mayhem. Ora, tolta la seconda parte dell'EP dedicata a quattro cover di celebri brani punk, realizzate con il chiaro intento di omaggiare le origini della band, i tre brani rimasti sono spettacolari. Lo stile è esattamente quello proposto in "Daemon", tant'è vero che due di esse si trovano nella versione estesa dell'album. Quindi, alla fine dei conti, l'unico brano inedito è "Voces ab Alta" che, non esageriamo nel dirlo, si configura come una delle migliori tracce mai partorite dai Mayhem durante l'era Attila. Ed è proprio quest'ultimo il fiore all'occhiello di tutto il disco. Perfetto sotto ogni punto di vista, dallo scream alle splendide sezioni cantate in stile lirico; e, soprattutto, una voce che ha letteralmente mandato a quel paese lo scorrere del tempo. Ciliegina sulla torta e valore aggiunto, infine, è la presenza di due vocalist leggendari che hanno militato proprio nei Mayhem: Messiah e Maniac, ospiti rispettivamente in “In Defense Of Our Future” e “Hellnation”. Tutti fattori che dimostrano come "Atavistic Black Disorder / Kommando" sia un'importante parentesi nella carriera dei Mayhem ed un ponte tra la vecchia gloria e la nuova strada che la band sta battendo da qualche anno a questa parte. Insomma, per i padri del black metal è ancora presto parlare di ritirata; e noi non possiamo che goderne.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    13 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 13 Luglio, 2021
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I francesi Fractal Universe sono ormai una nostra vecchia conoscenza. Approdarono sul nostro portale nel 2017 e nel 2019 e fin da subito si intuì l'enorme potenziale del quartetto d'Oltralpe che in breve è diventato tra i nomi di punta nel panorama prog death. Tanta tecnica e, soprattutto, concept album da far impallidire chiunque: da "Così parlò Zarathustra" al qui presente terzo album "The Impassable Horizon" ispirato alla filosofia di Martin Heideger. In particolare il cosiddetto "esserci-per-la-morte", ossia la consapevolezza che l'uomo, di fronte all'angoscia si scontra con la morte, ma nel farlo egli si rende libero di fronte a tutti i suoi progetti. Un concetto arzigogolato, difficile, introverso e nichilista che si sposa perfettamente con la musica proposta dai Fractal Universe, i quali, possiamo dirlo, hanno raggiunto la piena maturità stilistica. Senza troppi giri di parole, questo "The Impassable Horizon" è il disco più completo e complesso dei Nostri e sicuramente tra i lavori prog death più interessanti degli ultimi anni. Non esiste nessun punto di riferimento all'interno della quasi ora di durata del capitolo. Eppure non ci si sente mai persi, come se qualcosa tenesse sempre e comunque gli occhi puntati verso un'unica direzione; segno, questo, che testimonia come la band francese abbia acquisito una certa maestria nel sapersi muovere in territori sempre più contorti. La musica che ne è scaturita è qualcosa che trascende la concezione del prog death a cui siamo abituati, seppur dei rimandi ai grandi nomi come Opeth, Cynic, Obscura, Beyond Creation e compagnia bella siano ben presenti. Ma qui c'è molto di più. Innesti jazz, sezioni con il sax, lunghe parentesi strumentali... perfino delle ritmiche che strizzano l'occhio ai Tool. Insomma Vince Wilquin e soci hanno imbastito un disco dinamico ed in continuo mutamento in cui la musica diventa davvero la protagonista, relegando di fatto la sezione canora ad un ruolo quasi di accompagnamento. Growl, scream e clean vocals si spalmano all'interno di un songwriting complesso ed articolato in cui le chitarre si lasciano andare senza freni inibitori. Non sai mai cosa aspettarti secondo dopo secondo. Ma nonostante l'album sia paragonabile al navigare in acque sconfinate senza punti di riferimento, non si avverte quel senso di smarrimento che potrebbe far sbadigliare. Chiaro: non è un ascolto facile e sbrigativo da affrontare distrattamente. Al contrario: quella imbastita dai Fractal Universe, a dispetto dei precedenti due album che, per quanto sublimi erano ancora acerbi, è una vera e propria esperienza sensoriale a 360 gradi, con tutto ciò che questo comporta. Un viaggio onirico che porta il concetto di progressive death oltre i confini. Chapeau!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    13 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 13 Luglio, 2021
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Ultimamente la Russia sta diventando un polo di crescente importanza nel panorama black metal. Sono tante infatti le realtà che qui trovano terreno fertile, gettando le basi per un certo modo di intendere il genere, un po' come sta accadendo da tempo in Polonia o Islanda. Nel mirino della francese Antiq Records, dunque, è finito il trio Passéisme, band di Novgorod formatasi solamente nel 2019 ma che conta già una demo ed il qui presente "Eminence", full-length di debutto. Come si intuisce subito dalla copertina, i Nostri optano per un approccio medievale che riprende moltissimo la cultura folk metal. Il risultato è un disco di black metal piuttosto classico ma che non disdegna dei momenti di forte personalità e un po' "caciaroni" che ricordano molto da vicino i francesi Peste Noire. Ritmiche martellanti e cadenzate fanno spazio ad un comprato tecnico piuttosto frenetico e spinto, con pochissimi momenti di tranquillità. La componente folk, poi, è quella che dà il colpo di grazia regalandoci i classici momenti concitati da danza con un corno pieno di birra in mezzo agli amici.
Fin qui tutto bene, se non fosse, come avrete letto dal titolo, per la pessima prova canora di KK. Ora, va bene che siamo di fronte ad uno stile unico e sicuramente originale rispetto al cantato classico black. Ma qui si è andato oltre. Non riuscirei nemmeno a descrivere la proposta canora in questo "Eminence". Un urlo ovattato che solo a sentirlo mi sanguinano le corde vocali. Un vero peccato considerando che la musica dei Passéisme ha dei passaggi piuttosto interessanti, per quanto il tutto non sia così innovativo come potrebbe sembrare. Ma non è qui la nota dolente dell'album, che musicalmente parlando è promosso ad occhi chiusi. La vera spina nel fianco è la voce che di fatto ammazza l'opera rendendola difficile da digerire e molto fastidiosa. Il consiglio è cambiare cantante o adottare una tipologia di voce differente.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    06 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Luglio, 2021
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Nati come una nuova versione degli A Canorous Quartet, e poi di fatto divenuti un progetto parallelo con gli stessi componenti, i This Ending sono ad oggi una delle realtà più interessanti nel panorama melodeath svedese. Sempre rimasto - ingiustamente aggiungiamo - troppo in sordina rispetto all'effettivo potenziale, l'act di Stoccolma torna in carreggiata con il suo quarto album dal titolo "Needles of Rust", a cinque anni di distanza dal precedente capitolo, che segnò per Mårten Hansen e soci un progressivo distacco dal death-thrash iniziale ed una ritrovata vena melodic death molto vicina al progetto madre. Il risultato di questa operazione e, se vogliamo, la summa di quanto fatto di buono fino ad ora, è l'album in questione. Un vero tributo agli anni '90 ma imbastito all'interno di una struttura moderna e dal sound pulito e cristallino che non sfocia mai, fortunatamente, in una mera emulazione dei grandi nomi del genere, seppur i rimandi siano chiarissimi. Dalla vena melodic black a la Dissection fino a toccare le sfuriate degli At The Gates passando per i morbidi lidi dei Dark Tranquillity. Insomma, i This Ending hanno saputo pescare a piene mani dalla loro terra madre ma mantenendosi sempre un passo indietro. Ecco perché "Needles of Rust" a conti fatti risulta essere un album che sa dire la sua nonostante sia pieno di citazioni alle band che un genere lo hanno reso grande e famoso. Siamo di fronte ad otto tracce che spaziano e creano un'esperienza immersiva e molto sentita, forte soprattutto di un songwriting tellurico e mai sottotono, come avviene nella title-track - forse un pelo troppo Dark Tranquillity - o nell'opener "My Open Wound". A conti fatti ci troviamo di fronte all'incarnazione del melodeath novantiano ma sempre con uno sguardo alla modernità: un fattore che rende il disco interessante e comunque ricco di personalità. I fan veterani del genere non devono farselo scappare.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    06 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Luglio, 2021
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Seconda prova dopo la reunion dei francesi Gorgon, e sesta nella loro trentennale carriera, il qui presente "Traditio Satanae". Un disco che inaugura la seconda fase dell'act transalpino capitanato dall'unico membro rimasto Christophe Chatelet e che, come avrete intuito dal titolo, si fregia di una maligna ferocia da inizio a fine. Una gran bella notizia per una band che si fermò nel 2000 per poi ritornare in carreggiata nel 2019 e poi nel 2021. A conti fatti ci troviamo nei classicissimi territori black metal, con quella tiratissima vena Marduk ed Impaled Nazarene, accompagnati dalla voce di Chatelet che fa sempre la sua gran figura. Ruvida come carta vetrata sulla faccia, molto vicina allo stile canoro di Mortuus, ma chiara e netta.
Per il resto non c'è molto da dire sul disco in questione, essendo una prova tiratissima da inizio a fine e nella quale non ci sono chissà quali evoluzioni tecniche. Ma questo è uno di quei rari casi in cui una soluzione del genere si è rivelata più che vincente, perché ci troviamo di fronte ad una quarantina di minuti frenetici, caustici e di una violenza inaudita che investono l'ascoltatore da inizio a fine. Alla fine dei conti "Traditio Satanae" è un album pulito, liscio e senza sbavature, merito dell'eccellente lavoro fatto dalla mitica Osmose Productions che ha permesso un salto qualitativo in termini di sound davvero notevole. Insomma, è il classico disco non impegnato ma non per questo banale o noioso, tutt'altro. I Gorgon si dimostrano una band che sa perfettamente ciò che fa muovendosi in territori oscuri e maligni ma mantenendo sempre una certa verve che di fatto li discosta un po' dalla classica proposta black che si può trovare ovunque. Chiaro, i rimandi ai Marduk non sono pochi, dai riff trash alla voce. Ma a noi non ce ne può fregare di meno e ci prendiamo questo sberlone sulla faccia che, in fin dei conti, è un centro pieno ed una grande prova per l'act transalpino.

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