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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    07 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Marzo, 2021
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Nascono nel 2014 con il nome di Cannibal Granpa gli attuali Bonecarver, e fin da subito il quartetto spagnolo - allora quintetto - conquista una fetta della scena death metal underground di Madrid. Ma è nell'estate del 2020 che i nostri fanno il salto di qualità, firmando con la sempre garanzia Unique Leader Records e cambiando il nome. Da qui prende il via tutto il nuovo progetto che culmina con la realizzazione di questo "Evil", debutto ufficiale della rinata band. Un album che, al di là del nome scontato, ci presenta un gruppo in grandissima forma e pronto ad inserirsi a gamba tesa nel panorama delle nuove leve Slam/Brutal Death. La formula è più che convincente: frenesia allo stato puro suonata con precisione clinica. Inoltre, come dichiarato dagli stessi Bonecarver, l'album vuole essere anche un'allegoria del loro cambio di nome e rinascita. Il tutto trattato in salsa horror/splatter, il marchio di fabbrica del quartetto spagnolo che, da quanto si apprende, ha una passione per i serial killer storici, come ad esempio Albert Fish. Ora, immaginate tutto questo in chiave brutal death e capirete fin da subito l'enorme qualità di questo "Evil". Perché oltre ad un comparto tecnico di tutto rispetto, il lavoro si presenta genuino e ricco di personalità. All'inizio mi aspettavo il classico lavoretto slam/brutal sulla falsariga dei sudafricani Vulvodynia: blast beat e sezioni cadenzate e pesantissime come macigni. E invece mi sono dovuto ricredere. La base è certamente quella, ma qui c'è molto di più, a cominciare dalla tecnica dei mostri sacri del Death tecnico Dying Fetus. A ciò si aggiunga una marcata vena Deathcore alla Brand of Sacrifice e Mental Cruelty ed il marcissimo e malatissimo album è servito. "Evil" è un lavoro che pesca in maniera intelligente nel panorama più estremo del Death, ma lo fa con cognizione di causa, senza sfociare nel copia/incolla. Tutt'altro. Le dieci tracce proposte non risultano mai prolisse o difficili da digerire -soprattutto in ambito slam è molto facile puntare tutto sulla pesantezza, rischiando però di essere fastidiosi e noiosi -. Tracce come "Overture", "Mallevs Malificarvm" o la frenetica "Hound Pound" sono perfette per rendere l'idea. Violenza allo stato puro che a tratti sfocia nel Death/Grind di derivazione Aborted e Benighted. Una componente che rende il disco super scorrevole, malato e caustico, relegando di fatto lo slam in secondo piano o a qualche passaggio di contorno e brackdown. Menzione onorevole per la batteria e la sezione ritmica in generale: passaggi tecnici e veloci ma mai così autoreferenziali o fastidiosi. Molto intelligenti, a mio avviso, i cambi di tempo che permettono di passare da riff lenti e pesanti a delle vere esplosioni nucleari. Forse questo uno dei maggiori punti di forza dell'album. A coronare, infine, questo massacro fatto musica c'è la voce di Fernando Del Villar, che dà al disco la sua impostazione più -core e slam. Davvero un'esecuzione da inchino, soprattutto lo scream acidissimo che ricorda molto da vicino quello del mostro sacro Julien Truchan dei Benighted.
Insomma, tirando le somme, "Evil" è un album praticamente perfetto che testimonia come URL sia una garanzia ad occhi chiusi. Personalità, tecnica e voglia di uscire dagli schemi permettono ai Bonecarver non solo di debuttare con una delle migliori uscite del genere, ma anche di dimostrare come si possa essere innovativi in un ambiente così saturo. Teneteli sott'occhio, perché potremmo trovarci davanti ad una vera e propria rivelazione. I miei personali complimenti.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    07 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Marzo, 2021
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Continua l'inesorabile avanzata di una delle migliori realtà Deathcore nate negli ultimi anni: i Brand of Sacrifice ed il loro secondo album "Lifeblood". La band, che si divide tra Toronto (Canada) e New York (USA) giunse sulla nostra piattaforma nel 2019 con il micidiale "God Hand", uno dei migliori dischi del genere che abbia mai ascoltato: ferocissimo, implacabile e devastante. Ed oggi, a distanza di tre anni da quel capolavoro di debutto, mi trovo di fronte l'ennesima prova da encomio. Un lavoro per certi aspetti diverso dal precedente, in quanto i nostri hanno deciso di implementare maggiormente le sezioni melodiche e sinfoniche che rendono tutto l'ascolto ancor più malato e frustrante - di tanto in tanto c'è anche qualche sezione in clean vocals -. Il risultato di questa sperimentazione è un album nel quale la band ha messo a frutto tutta l'esperienza accumulata in questi anni, confezionando un prodotto molto personale ed anche distruttivo. E, udite udite, si tratta di un'autoproduzione. Ricordo infatti che i Brand Of Sacrifice pubblicarono il loro debutto con Unique Leader Records, mentre ora - almeno da quanto si capisce in giro sul web - hanno deciso di mettersi in proprio. Con tantissimi ospiti presenti al suo interno, "Lifeblood" si destreggia a meraviglia all'interno di dodici brani - tra cui un'intro ed un intermezzo - uno più feroce dell'altro che spaziano tantissimo. Al classico Deathcore di base marcissimo e pesante subentrano sonorità ed innesti che provengono dalla musica elettronica, fino ad arrivare al Djent ed a qualche parte Melodic Death. Il tutto accompagnato dall'ineccepibile prova canora del vocalist Kyle Anderson, che nemmeno in questo caso si è posto un freno. Growl, scream, pig squeal, non c'è nulla che il ragazzo non riesca a fare, e la sua voce si incastra a meraviglia in ogni sezione. Perfino in "Vengeance", che sembra uscita direttamente dalla colonna sonora di Doom Eternal, il ragazzo tiene testa con delle clean vocals eccellenti.
E così tutto il disco è una continua evoluzione che, a differenza del debutto, permette ai Brand Of Sacrifice di aprirsi molte più strade compositive, osando laddove altri si sarebbero ritirati. Per questo il Deathcore che ne viene fuori è praticamente impossibile da catalogare, se non fosse per le classiche sezioni del genere che prevedono breackdown pesantissimi e l'uso spasmodico del growl cavernosissimo. Ma vi posso garantire che in ogni traccia troverete degli elementi ogni volta diversi, così come i cambi di tempo. A volte più slam, altre volte più cadenzati e groove, oppure tirati con un blast beat caustico e frenetico. I brani vi faranno esplodere la testa. Complice di tutto ciò è una produzione superba che non supera mai la sottile linea tra dare enfasi all'epicità e alla pesantezza e ridurre tutto ad un album eccessivamente pomposo e stucchevole.
Per quanto mi riguarda una delle migliori uscite dell'anno in ambito Deathcore. Entrerà nella top del 2021? Vedremo. Complimenti ragazzi!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    04 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 04 Marzo, 2021
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Gli Ablaze My Sorrow sono da sempre una gradita presenza nel panorama svedese. Salvo lo stop tra il 2002 e il 2016, il quintetto non si è mai fatto troppo attendere con le produzioni, confezionando ogni volta album di tutto rispetto, ma mai così eccellenti da un punto di vista di originalità. Un difetto, questo, che certamente non è svanito dopo il ritorno in pista. E ammettiamo che un po' ci siamo rimasti male, perché speravamo che "Black" (2016) potesse presentarci una band rinnovata e non più così visceralmente legata al MeloDeath degli anni '90. Ma, ahimè, nemmeno con il qui presente "Among Ashes and Monoliths" la musica è cambiata - in tutti i sensi -. La band svedese, giunta al 2021 con la sua quinta prova, ci presenta un disco godibilissimo in cui, tra l'altro, figura il nuovo singer Jonas Udd che va a sostituire lo storico Kristian Lönnsjö. Eppure nemmeno dopo uno stravolgimento così importante i nostri sono riusciti ad uscire dal vortice del cliché del MeloDeath scandinavo old school. Il risultato, quindi, è un album senza infamia e senza lode che fa la corte ai fan della prima ondata del genere - quella di "The Gallery", "Slaughter of the Soul" e "The Jester Race" per intenderci -. Musicalmente e stilisticamente ci siamo, non possiamo non riconoscere la bontà del lavoro svolto. Ma dall'altra ci tocca ammettere come tutto sia fin troppo già sentito e "vecchio", intendendo con questo aggettivo come "Among Ashes and Monoliths" sia un prodotto totalmente riconducibile a quell'era lì. Non che ci sia nulla di male. Ma considerando che l'epoca d'oro dello Swedish Death sia bella che finita e che, volenti o nolenti, le band canoniche abbiano comunque evoluto il loro repertorio e sound nel tempo, viene da sé che gli Ablaze My Sorrow risultino totalmente fuori contesto. Ci trovassimo ancora negli anni '90 questo sarebbe stato un signor album, ma la realtà ci impone di dover fare un necessario raffronto con la proposta attuale - vedasi l'evoluzione dei Dark Tranquillity nel loro ultimo album ad esempio -. Un vero peccato, perché speravamo di sentire qualcosa di nuovo dal quintetto, anche in virtù del cambio di line-up. E invece ci tocca l'ennesimo buon lavoro che propone materiale trito e ritrito senza cercare effettivamente di darsi una svecchiata.
Tirando le somme, se siete fan del Melodic Death old school, allora troverete in questo "Among Ashes and Monoliths" la vostra dimensione, o comunque un gradito back-to-origins. Ma se speravate in qualcosa di più mi dispiace, non è qui che dovete cercare.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    04 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 04 Marzo, 2021
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Il caso del terzo album degli statunitensi Abiotic, il qui presente "Ikigai", è il classico esempio della proverbiale troppa carne al fuoco. Mi spiego. Giunto a distanza di sei anni dal precedente lavoro, il disco si presenta, tecnicamente parlando, in ottima forma, a cominciare dallo splendido artwork che rimanda al tema principale: il Giappone. Ed infatti è con una musica orientaleggiante che si aprono le danze. Il tutto, poi, si traduce in un prog/technical deathcore di tutto rispetto, ricchissimo di passaggi e sperimentazioni e curatissimo a livello di produzione. Insomma, sulla carta il quintetto si presenta in grandissima forma. Così come la presenza di numerosissimi ospiti, tra i quali Trevor e Brandon dei The Black Dahlia Murder, tanto per citarne alcuni.
Ma, allora, come mai una sufficienza se "Ikigai" si presenta con un curriculum così ricco? Beh, semplice. Perché, alla lunga, l'album annoia inesorabilmente, ossia dalla seconda metà in poi. e non perché la qualità si abbassi. Tutt'altro: è esattamente l'opposto. I brani tendono tutti a strafare, attestandosi su una durata media di cinque minuti che, ahimè, per dieci tracce risultano pesanti. Da qui la proverbiale troppa carne al fuoco. Ok il saper suonare e il fatto che si stia comunque parlando di deathcore tecnico, ma ciò non vuol dire che ogni traccia debba prolungarsi più del dovuto, perché poi l'asticella dell'attenzione cala. Si parte con una certa trepidazione nel voler sentire come il quintetto sia in grado di esibirsi in ritmiche e passaggi elaborati. Ma poi dopo mezz'ora ci si abitua a sentire il medesimo pattern e gli ultimi venti minuti o non sembrano passare mai, oppure nemmeno ti accorgi che siano finiti, dato che nel frattempo ti sei bello che distratto. Ecco spiegato il motivo della mia sufficienza. Tecnica ineccepibile, ritmiche spettacolari ed ospiti super graditi. Ma è tutto troppo ed alla fine il prodotto finito risulta difficile da digerire. Il mio consiglio è quindi quello di snellire i brani, puntando magari su una durata inferiore o semplicemente in un minor numero di tracce.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    01 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 01 Marzo, 2021
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Ormai non ci speravo più. Nove anni sono passati da quel "The Anomalies of Artificial Origin", l'album che decretò i russi Abominable Putridity come i pionieri indiscussi dello slam/brutal death. Poi il nulla cosmico, nada, niente di niente. Del colosso di Mosca non si ebbero più notizie, salvo un primissimo barlume di speranza circa undici mesi fa, quando, di punto in bianco, venne pubblicato il singolo "Non Infinite Sequence". Un primo brano inedito dopo un lunghissimo silenzio, in puro stile AP ma ancora più feroce ed incazzato di prima. Ma ancora non si poteva gridare al miracolo, perché ci è voluto quasi un anno intero per vedere - FINALMENTE - una nuova orrida creatura al completo. Oggi, dopo esattamente nove anni, gli AP sono tornati in pista con il loro terzo e malatissimo album: "Parasitic Metamorphosis Manifestation". nove tracce - che ironia, eh?! - per un totale di poco meno di 25 minuti di budella putrefatte, sangue ed esplosione di cervelli. Una colata di riff talmente pesanti e assassini che i nuovi dizionari metteranno il logo della band nella definizione di "annichilimento".
Ovviamente, dopo tutto questo tempo non potevano mancare delle importanti novità. Prima fra tutte l'abbandono dello storico vocalist Matti Way, il quale, tra l'altro, ora è il nuovo presidente della Unique Leader Records. Stesso discorso poi per il chitarrista Sergey Balayan, che lascia la baracca dopo undici anni nella band. In pratica gli AP di oggi constano solamente di due membri: Alexander Kubiashvili, presente sin dalla fondazione nel 2003, che si è occupato di tutti gli strumenti, e, udite udite, quell'animale di Ángel Ochoa dei Disgorge alla voce, che si è cimentato in una prova canora che definire disumana sarebbe comunque riduttivo. Nulla da invidiare al precedente vocalist, anzi, per quanto mi riguarda in alcuni punti è riuscito perfino a superarlo. Da inizio a fine, il buon Ochoa carica a testa bassa con un pig growl profondissimo e roboante. In 25 minuti di album non lo sentirete mai tentennare. Nemmeno per sogno. Un treno merci in corsa che investe tutto ciò che gli si para davanti. A sorreggere questa ineccepibile sezione vocale c'è poi ovviamente il marchio di fabbrica che ha reso gli AP i pionieri indiscussi dello slam/brutal: il songwriting. E qui, signori miei, l'album si rivela in tutta la sua marcissima furia distruttiva, superiore anche al colossale secondo album del 2012. Le ragioni sono essenzialmente due: una maggiore cura nella pulizia del sound e un andamento più scorrevole, reso ancor più malato dall'aggiunta, quasi atipica, di una leggera e dissonante melodia di sottofondo tipica del deathcore. Il risultato sono nove tracce che letteralmente vi faranno esplodere il cervello e che confermano quanto Alexander Kubiashvili sia un musicista con gli attributi. All'inizio ero un po' scettico perché pensavo che una sola persona non potesse tenere testa al lavoro svolto in precedenza da quattro membri. Mi sono bastati pochi secondi dell'opener "Supreme Void" per ricredermi. I riff sono come colpi di incudine sulla testa, degni eredi dell'esperienza dei maestri statunitensi Devourment. E poi c'è la sezione ritmica, forse il punto maggiormente di forza di questo "Parasitic Metamorphosis Manifestation": è grazie alla batteria che tutto l'album acquisisce la sua pesantezza ed il marchio degli Abominable Putridity. Cadenzata ed esplosiva e subito dopo frenetica e caustica. Giocando su questi due livelli, il disco vi farà letteralmente esplodere il cervello, e quando vi toglierete le cuffiette avrete la stessa sensazione che si prova dopo essere stati pestati a sangue senza pausa. Garantito.
Che dire, nove anni lunghissimi, fatti di silenzi, speranze ed attese, ma che alla fine sono stati degnamente ripagati. Insomma, i pionieri e re indiscussi dello slam/brutal death sono tornati nel pieno della loro disumana e marcissima furia distruttiva con una prova da encomio. Unico difetto: dieci minuti di durata in più li avrei più che graditi.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Febbraio, 2021
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Parlare degli australiani The Amenta è un compito assai arduo. La band di Sidney infatti è praticamente indescrivibile ed unica nel suo genere: sin dalla formazione nel 1997, il quintetto si è sempre distinto ed evoluto di produzione in produzione. Ogni album è diverso dall'altro, e provare ad inquadrarlo in un genere risulta totalmente fuorviante. Ma è con questo memorabile ritorno, a distanza di 8 anni dal precedente "Flesh Is Heir", che i The Amenta hanno tirato fuori il meglio -o il peggio, in senso buono- dal loro comparto musicale. Signori, con orgoglio vi presento il miglior album della carriera dei nostri, nonché primo lavoro sotto la sempre garanzia Debemur Morti Productions: "Revelator", quarta marcissima creatura di Cain Cressal e soci.
Una delle maggiori attese di quest'anno, soprattutto dopo il lungo stop che ha visto la band in totale silenzio per ben 8 anni. Eppure il disco suona esattamente come un lavoro dei The Amenta, seppur questa volta con delle differenze quasi abissali che di fatto hanno aperto ad un'importantissima svolta nella loro carriera. Il sound ora si è spostato nettamente verso lidi avant-garde, lasciando la vena più marcatamente death ad un più accentuato sentore industrial black. Ed infatti le classicissime influenze di Zyklon, Satyricon e Samael, si intrecciano a meraviglia con la follia distruttiva e nichilista degli Anaal Nathrakh, toccando perfino alcuni rimandi ai neozelandesi Ulcerate. Il risultato di tutto ciò è un disco che fa della disperazione e del dolore mentale i suoi punti di forza. Le sonorità a tratti elettroniche, altre volte drone, conferiscono a "Revelator" un'atmosfera folle, quasi da ospedale psichiatrico abbandonato. Ogni traccia segue un percorso tutto suo immergendosi, minuto dopo minuto, in un abisso di folli sperimentazioni che, tuttavia, non fanno mai perdere la scorrevolezza, un punto che ha sempre penalizzato i The Amenta. Questa volta invece l'ascolto risulta nettamente più digeribile, ma non per questo banale o scontato. Tutt'altro. La forza del disco risiede in quella vena sperimentale/avant-garde che nei lavori precedenti emergeva di tanto in tanto senza mai dare quell'effettiva svolta stilistica. Qui il quintetto di Sidney si è letteralmente gettato dal dirupo, lasciando libero sfogo ad un vero e proprio delirio mentale che vi terrà incollati alle cuffie per 45 minuti. A coronare questa plumbea e malata atmosfera c'è la voce di Cain Cressal che qui raggiunge il suo apice espressivo: delirante, disperata e colma di malessere. Un'agonia tangibile che emerge dagli abissi dei brani proposti. E mai -ma MAI veramente- sentirete il vocalist adagiarsi su delle impostazioni canore sicure e, per così dire, scontate. Cressal in questa prova si destreggia in tutte le modulazioni vocali possibili: dal growl, allo scream, fino a degli urli disperati per poi tornare su sezioni pulite.
I The Amenta con questo "Revelator" hanno inaugurato una nuova fase musicale, esaltando maggiormente tutti quegli elementi che negli anni li hanno resi una band pressoché incatalogabile. Sicuramente una delle uscite più interessanti dell'anno e, personalmente, il miglior lavoro mai partorito dai nostri. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    21 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 21 Febbraio, 2021
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Dal dizionario: "annichilimento: annientamento, distruzione totale, nullificazione". Ecco, ora immaginate questo processo in chiave musicale -o quantomeno provateci-. Pensate ad un buco nero o ad un oscuro vortice che risucchia a sé ogni cosa, senza lasciare spazio ad un briciolo di vita o ad un barlume di speranza. Immaginate quel senso di vuoto interiore ed angoscia che vi divora inesorabilmente, come se una forza invisibile e maligna si fosse impossessata di voi. Ecco, queste sono le sensazioni che si provano durante l'ascolto di "The Cyclic Reckoning", seconda fatica degli americani Suffering Hour uscita per Profound Lore Records. Un album che segna per i nostri una nuova fase musicale, molto più matura e ricca di esperienza. Si potrebbe parlare anche di un cambio di genere se vogliamo: dal black/death iniziale di "In Passing Ascension" (2017) ci si è spostati verso sonorità più avant-garde black. Un'operazione non da poco, soprattutto perché ora sono le atmosfere tetre ed oscure le vere protagoniste. Se prima erano la tecnica e la pesantezza dei riff il punto focale, adesso invece il trio ha deciso di puntare molto di più alle ambientazioni e al messaggio. C'è da dire che quella vena avanguardistica alla Ulcerate e Deathspell Omega c'è sempre stata, così come le sonorità feroci degli Immolation. Possiamo quindi dire che i Suffering Hour abbiano nel tempo semplicemente cercato la loro strada, sperimentando ed osando sempre di più. Non a caso partirono da un techincal thrash con il nome di Compassion Dies per poi cambiare nome e genere, aggiungendo di volta in volta elementi sempre nuovi. Il risultato di tutto questo processo è, per l'appunto, il qui presente "The Cyclic Reckoning". Personalmente il lavoro più completo ed evocativo della band americana, e sicuramente tra le migliori uscite dell'anno. Quelle atmosfere lugubri, caustiche e claustrofobiche degli Ulcerate sono lo sfondo dal quale emerge un black metal molto evocativo ed evanescente che a tratti ricorda quello dei The Great Old Ones. Anche la prova canora, a cui hanno collaborato tutti e tre i membri, è qualcosa di completamente atipico e magistrale. Le parti in growl sono profonde e cavernose, quasi a ricordare un'antica eco provenire dalle viscere della terra. Quelle in scream invece rendono l'atmosfera velenosa e corrosiva. Ad ogni sezione ritmica corrisponde un cantato differente, come se la musica fosse realmente viva e la voce fungesse da tramite attraverso il quale veicolare un messaggio di morte e nichilismo.
Provate ad ascoltare i vecchi lavori uno dopo l'altro fino a giungere a "The Cyclic Reckoning" e vi renderete conto dell'enorme passo in avanti fatto. Chiudere gli occhi e premere il tasto "play" equivale ad entrare in un vortice fatto di sofferenza allo stato puro in cui una feroce forza oscura vi porterà via ogni sensazione positiva lasciandovi in un limbo di eterno nulla. Ogni punto di riferimento si dissolve come polvere al vento. Ciò che resta è il terrore cosmico, un po' come la paura dell'ignoto in Lovecraft. Pelle d'oca per tutto l'ascolto; garantito!
45 lunghissimi minuti di agonia in 5 tracce -l'ultima dura 16 min e mezzo- durante i quali ci si sente oppressi da un senso di caotica claustrofobia. Una prova musicale da encomio che fa dei Suffering Hour una delle band più interessanti e meritevoli dei nostri giorni. Degni eredi di quei mostri sacri che rispondo a nome di Ulcerate, Gorguts e Deathspell Omega. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    16 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 17 Febbraio, 2021
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Questo primissimo EP dei belgi Schizophrenia è il classico esempio che definirei: "wow, questi spaccano davvero e hanno tutto le carte in regola... Peccato che l'ho già sentito un milione di altre volte". Ecco, diciamo che questa è stata la sensazione dopo aver ascoltato "Voices". Un EP di debutto che -apparentemente - non ha assolutamente nulla che non va: death/thrash ferocissimo, martellante, frenetico e caustico accompagnato da una sorprendente ottima produzione. L'unico problema è che tutto sa di "già sentito" dall'inizio alla fine. Praticamente basta prendere lo stile degli storici Demolition Hammer, aggiungerci quella vena più marcatamente death dei primi Sepultura e Morbid Angel ed il gioco è fatto. Un album che spacca di brutto ma che è fin troppo ispirato da altri. Logico che funzioni dal punto di vista qualitativo; ma altrettanto non può dirsi a livello di originalità. Perfino la voce - impeccabile eh! - di Ricky Mandozzi ricorda fin troppo da vicino quella di Steve Reynolds dei Demolition Hammer.
Quindi, dal mio punto di vista, "Voices" non raggiunge la sufficienza e finirà sicuramente tra le miliardi di altre produzioni che ricalcano il suddetto genere senza però effettivamente portare una qualche novità in merito. Un paio di ascolti li merita, ma poi vien subito voglia di passare ad altro.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    16 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio, 2021
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I Nile sono i capostipiti indiscussi di un death metal totalmente votato, a livello tematico ed anche stilistico, all'Antico Egitto. Sulla falsariga della leggendaria band americana, poi, sono nate molte altre realtà che raccontano una determinata cultura in chiave metal. Questa volta tocca agli australiani Tzun Tzu, che già solo dal nome avete capito dove vanno a parare. Esatto, la storia giapponese.
i nostri nascono nel 2003, ma contano all'attivo un solo album nel 2012 ed una serie di EP, come il qui presente "The Forbidden City", il quarto lavoro dopo il debutto. Togliamoci subito il sassolino dalla scarpa dicendo subito che se ne poteva fare tranquillamente a meno - insomma, dal 2012 al 2020 ci sono otto anni, più che sufficienti per un secondo full-length -. Ma tant'è, perciò vediamo cosa hanno da offrire le tre tracce presenti, per un totale - sorprendente - di ben 19 minuti esatti di durata.
La formula del trio è ben riconoscibile e sempre benvenuta: un classico death metal feroce sulla falsariga della scuola americana e canadese (Nile e Cryptopsy in primis). Il tutto sorprendentemente curato con degli innesti quasi melodici che ci ricordano come il topic principale sia proprio il Giappone. E di base l'EP fa esattamente il suo lavoro, né più, né meno. Eccezion fatta per la terza traccia, la lunghissima "Ko'Muso". Con i suoi 8 minuti di durata, il brano risulta il più interessante e completo dei tre, a cominciare dall'ottima - per quanto standard - prova canora di Don Taylor, il quale unisce un growl molto cavernoso sulla falsariga di Karl Sanders. Il comparto ritmico e la sezione riff, invece, danno il meglio di loro, collocandosi in quella frangia del death/brutal death che fanno del muro sonoro invalicabile il loro punto focale. Il brano è mastodontico, accompagnato da un tappeto di batteria praticamente inarrestabile e ricco di passaggi. Insomma, un brano che la sua porca figura la fa eccome.
Per il resto nulla di nuovo, siamo di fronte ad un EP che, per quanto inutile, mostra comunque una band che ha trovato la sua formula, proponendo uno stile che ricorda da vicino il Giappone, a cominciare dalla copertina. Speriamo i nostri si decidano a sfornare un album completo.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    12 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 12 Febbraio, 2021
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Come si potrebbe descrivere la musica dei Rings Of Saturn? Vediamo. Immaginate di essere sotto l'effeto di droghe sintetiche mischiate all'acido delle batterie mentre guidate il Millennium Falcon in compagnia di un alieno. Ecco, penso più o meno di essere riuscito a dare l'idea.
Questa malatissima creaturina americana, frutto della mente perversa e geniale di Lucas Mann -ad oggi tra i migliori chitarristi in tutto il mondo-, torna sotto una nuova luce con il qui presente "Embryonic Anomaly", la versione rimasterizzata del primo album uscito esattamente 10 anni fa. Un bel regalino da parte della band che lascia la Nuclear Blast per entrare sotto la guida della sempre ottima Unique Leader Records. Il lavoro in questione giunge dopo 2 anni da "Gidim", ad oggi il miglior lavoro del trio californiano, di cui trovate la recensione su questo portale.
Ma cosa c'è da aspettarsi, alla fine, da questo "Embryonic Anomaly" remastered? Un semplice copia/incolla del debutto? beh, ovviamente no. Il disco ripropone fgli stessi brani di 10 anni fa ma riarrangiati ed eseguiti nuovamente con una qualità audio nettamente superiore agli originali. Ricordiamo infatti che i ROG autoprodussero il loro album di debutto, e il suono all'epoca non riusciva assolutamente a rendere giustizia a Lucas Mann e soci. Tutto suonava troppo appiccicoso ed ovattato. Inoltre l'album già di per sé si rivelò essere un ascolto non facile. Questo perché i ROG di qualche anno fa tendevano un po' troppo a strafare: riff arzigogolati, velocità supersonica, ritmiche impossibile, brekdown pesantissimi e assoli al limite dell'umana comprensione -vedasi le droghe sintetiche all'inizio-. Immaginate di portare ancora di più all'estremo tutto ciò. Alla fine della questione, quindi, si trattava certamente di un prodotto unico, innovativo ed interessante; ma, al contempo, ancora acerbo e fin troppo pieno di elementi che rendevano pesante l'ascolto. Cosa che con l'ultimo "Gidim" è non è accaduta, seppur esso mantenga il marchio di fabbrica dei ROG.
Detto ciò, non posso che ritenermi contento e soddisfatto di poter finalmente ascoltare "Embryonic Anomaly" con la qualità che merita. E fidatevi, seppur si nota tantissimo la differenza con gli ultimi lavori -ricordo ancora che sono pur sempre i brani di 10 anni fa- il disco fa il suo gran figurone e ci permette di godere al meglio il debutto malatissimo del trio americano. Il buon Lucas Mann, come sempre, si è dimostrato un vero e proprio alieno con la chitarra. Tutt'ora bisogna capire se effettivamente sia un essere umano per la sua tecnica - un po' come quell'altro animale di Tosin Abasi degli Animals As Leaders per intenderci-.
Alla fine della questione l'album si prefigura come un ottimo lavoro che permette di rivalutare l'anniversario del primo album dei ROG, anche se, effettivamente, non è che ce ne fosse poi così il bisogno. Un ascolto comunque lo consiglio, soprattutto dopo aver ascoltato la versione originale, così da capire effettivamente come questo nuovo sound riesca a far digerire più che bene un lavoro comunque acerbo.

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Gli Steelpreacher meritano la sufficienza
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Autoproduzioni

Segnatevi il nome dei Nightshadow!
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Gli Immortal Sÿnn virano verso il thrash
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"Conquistador", il debutto super-complesso degli Stone Healer
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3.5
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Haunt: nel segno della tradizione
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Agli Hellsike! serve un cantante migliore
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Assolutamente promosso il debut album omonimo degli inglesi Cult Burial
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