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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Marzo, 2021
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A distanza esatta di 3 anni dal loro debut album (uscito proprio il 26 marzo), ottenuto un contratto con la Punishment 18 Records, tornano a farsi sentire i piemontesi Evilizers con un nuovo full-lenght intitolato “Solar quake”, composto da 11 pezzi per poco meno di 42 minuti di durata. Quasi tutto è rimasto invariato rispetto agli esordi, dalla line-up all’energia sprigionata dalla band nel corso dei brani. Ciò che non mi ha convinto, invece, sono le digressioni in growling di una seconda voce che semplicemente non c’entrano nulla con il sound trve heavy della band; in particolare, non comprendo se la conclusiva “Ghost” sia una specie di scherzo o se la band abbia seriamente avuto intenzione di comporre una canzone del genere, avulsa dal contesto e non proprio gradevole. Non mi ha convinto inoltre quando il ritmo cala di brutto (“Chaos control”, ad esempio) sfiorando persino in alcuni tratti il doom più sulfureo; certamente chi è cresciuto a pane e Black Sabbath potrà apprezzare questa deriva degli Evilizers, ma chi cerca, come il sottoscritto, adrenalina e brillantezza potrà, invece, rimanere leggermente deluso, rischiando anche di rasentare la noia. Fortunatamente si tratta di sparuti episodi all’interno di una tracklist comunque valida nella restante parte dei casi. Pezzi come la brillante title-track (furbamente posta in apertura della scaletta), oppure la velocissima “Terror dream” (di gran lunga il pezzo migliore del disco!), seguita a ruota dall’ottima “Disobey the pain” consentono di raccogliere i consensi anche di un vecchio metalhead come il sottoscritto. C’è di meglio in giro rispetto a questo “Solar quake” e su questo non c’è alcun dubbio, ma è altrettanto indubbio che gli Evilizers abbiano realizzato un buon disco che raggiunge senza fatica la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Marzo, 2021
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Sono passati poco meno di due anni dal discreto “Biomechanicals”, disco con cui era entrata in formazione la splendida Erica Ohlsson (forse la singer più affascinante nell’attuale scena metal mondiale), e gli svedesi Metalite, puntuali come un orologio svizzero, sfornano il loro terzo full-lenght con questo “A virtual world”, dotato di accattivante artwork, naturalmente basato sulla figura della singer (opera dell’artista Jan Yrlund). L’album è composto da 11 pezzi per poco più di 47 minuti di durata, segno che il songwriting non è mai prolisso o esagerato. Ciò che c’è di esagerato in questo disco è la preponderanza delle tastiere e degli effetti a discapito dell’elettricità delle due chitarre, tanto che il sound viene fuori fastidiosamente “plasticoso” ed artificiale e, di contro, troppo poco elettrico o, se volete, troppo poco “metal”. Le somiglianze con gli Amaranthe sono ancora fin troppo marcate (anche se la Ohlsson è più gradevole da guardare della Ryd) e questo particolare, arrivati al terzo album, denota un difetto di personalità abbastanza serio. Non a caso la produzione (comunque perfetta) è affidata alle sapienti mani di Jacob Hansen che è lo stesso produttore, tra i tanti, proprio degli Amaranthe. Certo, chi apprezza queste sonorità (che qualcuno ha definito “pop metal”), indubbiamente rimarrà favorevolmente colpito da questo disco perché, per essere obiettivi, si lascia ascoltare molto gradevolmente essendo decisamente catchy ed easy-listening. Si trascorrono poco più di ¾ d’ora in maniera disimpegnata e positiva ascoltando gli 11 brani di questo lavoro, certo non bisogna andare a cercare impatto e cattiveria, perché qui non vi è alcuna traccia di ciò; di contro è necessario essere avvezzi a certe sonorità “morbide” ed amare il female fronted melodic metal. Se rientrate in questa categoria di metalheads e vi piace un sound così particolare, indubbiamente “A virtual world” dei Metalite sarà per voi uno dei must del 2021; se invece siete dei trve defenders o metallari duri e puri, dubito riuscirete ad apprezzare un lavoro così poco elettrico e così tanto “sintetico”. A voi l’ardua sentenza! Personalmente, per il futuro della band svedese, mi auguro molte più chitarre elettriche e molti meno effetti tecnologici.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Marzo, 2021
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Gli americani Sleepless nascono per iniziativa del chitarrista/cantante Kevin Hahn a cui si sono uniti i suoi vecchi amici, membri originali dei Dead Conspiracy, Eric Dorsett (basso) ed Eric Detablan (batteria). Questo EP, intitolato “Blood libel”, dotato di artwork invero bruttino, è il loro primo lavoro ed è composto da quattro pezzi per quasi 17 minuti di musica molto più vicina al thrash che all’heavy metal (contrariamente a quanto indicato nella bio di presentazione del lavoro). Lo stile musicale degli Sleepless, infatti, ricorda vagamente i grandissimi Anacrusis ed in genere quella frangia di thrash tecnico ed un po’ cervellotico in voga nella prima metà degli anni ’90 dello scorso secolo. Le parti strumentali, infatti, sono intricate e complesse, tanto che ad un ascolto disattento potrebbe sembrare che ogni strumento vada per conto suo; di conseguenza, chi ha apprezzato anni fa quella particolare frangia di thrash metal potrà sicuramente apprezzare questo disco. C’è però un piccolo problema: la voce del leader Kevin Hahn non è niente di eccezionale ed è alquanto monocorde e poco espressiva, difetta sia in aggressività (che in questo genere è necessaria) che in capacità melodiche (che sembra vengano cercate in alcuni passaggi); è insomma abbastanza mediocre sotto vari punti di vista. Dispiace perché musicalmente questo lavoro è anche interessante, proponendo un tipo di thrash non così inflazionato e sicuramente non semplice, le parti cantate però lasciano alquanto a desiderare e non permettono all’EP di staccarsi da una sufficienza risicata. Mi rendo conto che non tutti possono essere come Sy Keeler (tanto per citare un cantante thrash che ritengo una spanna sopra agli altri), ma per il futuro della band credo sia utile che Hahn si concentri solo sulla chitarra e lasci il microfono a qualcuno migliore di lui. “Blood libel” è comunque un discreto biglietto da visita per gli Sleepless, band dalle interessanti potenzialità.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    21 Marzo, 2021
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Sono da sempre un fan degli Enforcer ed uno dei miei più grandi rammarichi è proprio quello di non essere mai riuscito ad assistere ad un loro concerto. A sei anni dal primo “Live by fire”, gli speed-metallers svedesi hanno deciso di rilasciare un secondo live album, intitolato “Live by fire II” (che fantasia!), registrato a Città del Messico nel 2019, durante il tour di “Zenith”, disponibile in diversi formati: Gatefold 2LP con un booklet formato 16-LP, CD con un booklet di 28 pagine, nonché in digitale. Per la scelta della tracklist, la band è stata abbastanza equilibrata nel tirare fuori brani da tutti i cinque studio-albums, nonostante fosse il tour dell’ultimo; da “Zenith” infatti sono estratti quattro pezzi, così come da “Death by fire” (ne sarebbero cinque, contando per doppio il medley tra “Bells of hades” e “Death rides this night”); tre ciascuno da “Diamonds” e “From beyond”, mentre solo due dal debut album “Into the night”. Il vero problema di questo live è che sette canzoni su sedici erano già presenti sulla prima edizione di “Live by fire”; è vero che brani come “Take me out of this nightmare”, “Katana”, “Scream of the savage” o “Midnight vice” sono dei classici imperdibili, ma forse gli Enforcer avrebbero potuto un attimino diversificare la scaletta, in modo da non avere due dischi live così simili tra loro…. Magari avrebbero potuto inserire la splendida “Hungry they will come” o qualche altro pezzo dai primi due albums, tanto per differenziare i due live ed offrire un prodotto maggiormente eterogeneo. Ciò nonostante la qualità dello speed metal degli Enforcer, malgrado i recenti ammorbidimenti dell’ultimo full-lenght, è sempre ben superiore alla media, tanto che non credo sia un’eresia nel definire la band svedese come la portabandiera a livello mondiale di questo genere musicale, alla pari dei grandi nomi del passato. Da segnalare in conclusione che, verso la metà del disco, trovano spazio assoli di chitarra e di batteria, tanto per mandare in brodo di giuggiole i fans del gruppo. “Live by fire II” è un ottimo live album per gli Enforcer, che confermano anche on stage il valore della loro proposta musicale che, attraverso cinque full-lenghts da studio, hanno portato avanti con perizia e talento.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Marzo, 2021
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Gli Hevilan (nome di derivazione biblica) arrivano da São Paulo in Brasile e sono attivi dal 2005; in tutto questo tempo, però, avevano realizzato solo un album nel 2013 (ristampato da Massacre Records nel 2015 e recensito su queste stesse pagine), prima di trovare un contratto con la statunitense Brutal Records e rilasciare in questi giorni il nuovo album intitolato “Symphony of good and evil”. Rispetto agli esordi sono cambiate molte cose: assieme ai tre fondatori da un po’ c’è un batterista di ruolo, ma soprattutto il sound è maturato parecchio; il power roccioso degli inizi è diventato molto più tecnico (Biek Yohaitus al basso è semplicemente mostruoso!) ed è fortemente contaminato da parti sinfoniche, epiche, progressive e chi più ne ha, più ne metta. E’ una sorta di connubio tra il power di scuola nord-europea a cui si aggiunge la lezione dei Therion e quella dei Mekong Delta (ascoltate il secondo movimento “Dark ages” della lunga title-track per comprendere cosa intendo). Anche il singer Alex Pasqualle è migliorato parecchio e, pur conservando un approccio spesso aggressivo, adesso sfoggia un’ugola “educata”, calda e decisamente espressiva (la ballad “Always in my dreams” è eloquente in tal senso). E’ tutto l’album, comunque, a colpire in maniera notevole; ci troviamo di fronte ad un disco di non facile assimilazione, non è insomma il classico power catchy, ma servono numerosi ed attenti ascolti per comprenderne tutte le sfaccettature, se poi ve lo sparate a volume bello sostenuto con delle cuffie di qualità, allora ne potrete comprendere pienamente tutte le potenzialità! Potrei citarvi diversi brani in tal senso, ma credo che le due parti di “Devil within” siano una spanna superiore alle altre, così come i quattro movimenti in cui è divisa la magniloquente title-track (con la seconda parte che stacca tutte le altre), senza tralasciare l’ottima opener “Dark paradise”. Fa eccezione solo la banale “Waiting for the right time”, obiettivamente un gradino al di sotto del resto ed abbastanza avulsa dal contesto, tanto che la si può saltare senza perdersi nulla di eccezionale. Il resto dell’album però conquista per compattezza, gran gusto per le melodie e tecnica mostruosa di tutti i musicisti, convincendo sempre più con il procedere dei vari ascolti che ogni recensione richiede. Come d’obbligo in questo genere di musica, la produzione è semplicemente perfetta e permette di gustare ogni singolo strumento ed ogni sfaccettatura di questo ottimo lavoro. Con questo “Symphony of good and evil” gli Hevilan hanno sfornato un disco di tutto rispetto, un lavoro che potrà farli apprezzare da tutti coloro che apprezzano la musica con la “M” maiuscola! Continuate così!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Marzo, 2021
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In molti conoscono Magnus Karlsson quale chitarrista dei Primal Fear o di molti altri gruppi e progetti; in questi giorni il chitarrista svedese si è dedicato ad un nuovo progetto denominato Heart Healer, con la complicità del capo della Frontiers Records, Serafino Perugino (che ha creato, supervisionato e diretto il progetto stesso), rilasciando il debut album “The Metal Opera by Magnus Karlsson”. Si tratta di una metal opera con sette differenti vocalists che hanno diverse caratteristiche in modo da dare atmosfere anche eterogenee alla musica. Le sette cantanti sono Adrienne Cowan (Seven Spires, Sascha Paeth's Masters Of Ceremony, Avantasia), Netta Laurenne (Smackbound, Laurenne/Louhimo), Youmna Jreissati (Ostura), Ailyn (Her Chariot Awaits, ex-Sirenia), Noora Louhimo (Battle Beast), Margarita Monet (Edge of Paradise) ed Anette Olzon (The Dark Element, ex-Nightwish). A livello testuale, si tratta di un concept album attorno ad un personaggio (interpretato da Adrienne Cowan) che si sveglia senza memoria ignorando persino la propria identità; presto la donna scopre di avere il potere di curare il prossimo con un semplice tocco di mano, ma al costo di diventare ogni volta più debole; l’album narra appunto le vicissitudini di questo personaggio, tra persone che la vogliono aiutare, chi ha bisogno del suo aiuto e chi le vuole dare la caccia. Musicalmente, invece, siamo di fronte ad un metal sinfonico magniloquente, teatrale e grandioso, con ottimi arrangiamenti ed una produzione semplicemente perfetta, particolare imprescindibile quando si vuole suonare un genere come questo. C’è solo un piccolo particolare che, per i miei gusti personali, stona: l’eccessiva lunghezza di alcuni pezzi. Il disco è composto da 10 tracce per una durata totale di poco superiore ad un’ora ed alcuni componimenti forse avrebbero avuto miglior riuscita, se fossero durati 1-2 minuti in meno (ad esempio, la lenta e solenne, ma un po’ prolissa “Weaker”, o la drammatica “Into the unknown” a cui si poteva accorciare la parte iniziale). Ma si tratta comunque di piccoli particolari che comunque non incidono più di tanto sulla riuscita finale, dato che di tracce valide ce ne sono in quantità, a partire dall’opener “Awake”, che non sfigurerebbe tra i migliori componimenti dei Nightwish, passando per tante altre ottime canzoni (“Who can stand all alone”, ad esempio, che ricorda parecchio un pezzo pop degli anni ’90, di cui non ricordo il titolo) e finendo alla conclusiva “This is not the end”, in cui tutte le sette cantanti contribuiscono alla riuscita di un brano memorabile. “The Metal Opera” è un gran disco, da assaporare con il giusto spirito e la giusta predisposizione mentale, un qualcosa che sicuramente farà breccia nei cuori degli appassionati del metal sinfonico, ma anche di chi ascolta power (genere spesso richiamato nelle musiche); spero che questo progetto Heart Healer non si fermi qui e che Magnus Karlsson ci regali altri episodi di questa portata!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Marzo, 2021
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I PhallaX sono una metal band tedesca, nata nel 2004 nei pressi di Stoccarda; da allora hanno realizzato tre dischi, rimanendo però sempre nell’underground. Con questo “Lex concordia” tagliano il traguardo del quarto full-lenght, il secondo per la label tedesca Metalapolis Records; l’album è composto da 11 tracce per un totale di poco meno di ¾ d’ora. Ma cosa suonano i PhallaX? Il loro è un classico power metal di scuola teutonica, con parecchi richiami all’heavy classico della NWOBHM degli anni ’80. Nulla insomma che non abbiano suonato in tantissimi prima di loro ma, tutto sommato, almeno a livello strumentale la musica dei PhallaX si ascolta piacevolmente, grazie ad un ritmo spesso frizzante ed al riffing tagliente delle chitarre, sempre ben sostenuto da un basso pulsante (forse messo un po’ troppo in secondo piano dalla registrazione). Il grosso problema del gruppo tedesco sta nell’ugola del singer Jogi Shure, non particolarmente acuta, né particolarmente espressiva, insomma senza infamia e senza lode e, per un genere simile, la mediocrità del vocalist non permette di raggiungere un risultato decente. Sia chiaro, in oltre 30 anni di musica metal ho ascoltato molto di peggio di Jogi Shure, ma non sono riuscito proprio a farmi conquistare o convincere dalla sua prestazione canora e credo che forse farebbe meglio a tornare a suonare la batteria. Quando si assesta su note più basse (come ad esempio in “I shit on your parade”) sarebbe anche accettabile, ma quando cerca di raggiungere le note più alte del pentagramma non esalta per niente. Dispiace, perché con un’ugola potente ed acuta, la musica dei PhallaX, come detto, sarebbe anche piacevole; pezzi come “Jornsack Newton”, ad esempio, sono coinvolgenti e sicuramente piacevoli da ascoltare. Tralasciando la mancanza di innovazione ed originalità (non credo però siano tra gli obiettivi del gruppo tedesco), questo “Lex concordia” non dispiace ma, tenuto anche conto della lunga esperienza dei PhallaX, i limiti precedentemente descritti non permettono di strappare la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Marzo, 2021
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Tra i dischi più attesi di questo 2021 sicuramente c’è il nuovo album degli Orden Ogan ed è bene mettere subito in chiaro che questo “Final days” non deluderà nessuno, anzi! Il settimo lavoro in studio della band tedesca è sicuramente migliore delle loro ultime uscite ed è in grado di competere con i migliori lavori del passato che hanno reso famoso Seeb Levermann & C. e basta già la prima traccia, “Heart of the android”, per farcelo comprendere. Bisogna subito evidenziare che questo è uno di quei dischi che non può essere ascoltato a volume contenuto, perché solo facendolo esplodere a volume alto rende pienamente e ci svela tutto il suo potenziale mettendoci K.O. come un gancio di Tyson, se poi lo ascoltate con una cuffia sonora di valore…. E’ anche uno di quei dischi da non ascoltare mentre si è in autostrada, altrimenti vi verrà voglia di pigiare sull’acceleratore tanto da rischiare di infrangere di parecchio i limiti di velocità! Andando avanti con la tracklist, oltre alla già citata opener, saranno parecchie le canzoni di ottima qualità che vi trascineranno e vi conquisteranno, dalla successiva “In the dawn of the al”, passando per la catchy “Interstellar” (impreziosita dalla presenza del grande Gus G. alla chitarra), o per le veloci “Black hole” ed “Hollow” (forse la migliore in assoluto!), fino all’ottima e maestosa conclusiva “It is over” che suggella degnamente questo ottimo disco. Anche la dolce “Alone in the dark” (in cui Seeb duetta con Ylva Eriksson dei Brothers of Metal) convince, mentre forse il punto più basso (ma parliamo sempre e comunque di un pezzo più che valido) lo incontriamo con “Let the fire rain”, un po’ scontato e dal ritmo non molto frizzante. Si tratta però di andare a cercare il classico pelo nell’uovo, perché questa volta gli Orden Ogan hanno realizzato davvero un ottimo lavoro con questo “Final days”, uno dei migliori dischi in campo power metal finora ascoltati in questo inizio di 2021, un serio candidato per far parte a fine anno della mia personale top10 dei migliori full-lenghts del 2021.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    07 Marzo, 2021
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Ci sono bands i cui dischi si possono acquistare a scatola chiusa, tanto già si sa come quel disco suonerà; fra questi gruppi, sicuramente possiamo annoverare i polacchi Crystal Viper ed il loro nuovo album “The cult”, primo lavoro per l’etichetta francese Listenable Records. Che il sapere già a cosa si va incontro sia un pregio o un difetto, a voi l’ardua sentenza; personalmente, avendo da sempre apprezzato il power metal ricco di energia del gruppo della sempre affascinante Marta Gabriel, non posso che essere contento di avere davanti il “solito” disco dei Crystal Viper! Si tratta anche del primo full-lenght con alla batteria il mitico Cederick “Ced” Forsberg, leader dei grandissimi Blazon Stone e valido polistrumentista; il suo apporto si sente eccome, dato che con la batteria Ced ci sa fare e lo dimostra con un drumming sempre fantasioso e frizzante, anche quando qualche volta i ritmi calano. Ecco, a tal proposito, ancora una volta i Crystal Viper dimostrano di avere un songwriting migliore quando i pezzi sono più veloci, mentre canzoni più lente e cadenzate (come “Whispers from beyond”, ad esempio) non sono allo stesso livello qualitativo delle altre, risultando un po’ ripetitive e rischiando così di annoiare dopo qualche ascolto (la sola “Sleeping giants”, fra queste, si segnala in positivo, ricordando vagamente il pirate metal). Fortunatamente si tratta di sparuti episodi all’interno di una tracklist altrimenti più che valida e coinvolgente. Pezzi come la title-track “The cult”, oppure le velocissime “Down in the crypt” e “Flaring madness” (la migliore in assoluto!), come anche “Lost in the dark” ed “Asenath Waite” convincono decisamente e valgono sicuramente l’acquisto del cd. Da evidenziare che in esclusiva sul cd è presente in chiusura la cover di “Welcome home” pezzo di King Diamond, mentre sulla versione in vinile c’è in esclusiva la cover di “Trial by fire” dei Satan. Tirando le somme, i Crystal Viper con questo “The cult” sfornano un disco estremamente coerente con il loro trademark, non sperimentano assolutamente nulla di nuovo, ma continuano imperterriti sulla strada tracciata con i precedenti full-lenghts e lo fanno sicuramente in maniera più che valida.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Marzo, 2021
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Knightsune: un nome nuovo da Saragozza in Spagna; si tratta di una band fondata nel 2017 dal chitarrista Diego "Alas" Alastruey e dal bassista Carlos Vicente; questo debut album omonimo, dotato di un artwork alquanto banale (il classico guerriero con armatura e spadone, iper-abusato da qualche decennio), è uscito ad inizio febbraio 2021 come autoproduzione. Ed, appunto, per essere un disco autoprodotto, devo dire che è registrato davvero bene, dato che tutti gli strumenti si distinguono perfettamente (avrei solo alzato un po’ il volume del basso che trovo un po’ relegato in sottofondo). Il genere suonato dagli spagnoli è un classicissimo power metal ispirato alla scuola nord-europea (primi Nocturnal Rites, primissimi Mob Rules), con qualche tocco di heavy classico di reminiscenze Irons (soprattutto nelle parti soliste delle chitarre). Un sound quindi lontano dall’essere ricercato o originale, ma di sicuro orecchiabile e catchy. Ciò nonostante qualcosa non convince pienamente per poter raggiungere quanto meno la sufficienza. Mi riferisco alla voce del singer Víctor "Kendoru" Alcalá che non mi ha conquistato per nulla: poco espressivo e soprattutto con un’estensione vocale non eccelsa, va bene che non tutti possono essere come il compianto Andre Matos, ma qui i limiti sono abbastanza evidenti. E per un genere come il power, una voce squillante, potente ed acuta è semplicemente indispensabile; oltretutto Alcalá non convince nemmeno in quanto ad energia, tanto che sembra ogni tanto si limiti ad “eseguire il compitino” senza metterci passione e voglia di emergere. Non aiuta nemmeno la voce femminile di una sconosciuta ospite (purtroppo non abbiamo informazioni al riguardo) che compare ogni tanto, ad esempio nel brano “Burn the witch”, ma che risulta alquanto anonima e non colpisce in positivo, né impressiona favorevolmente. Dispiace sempre non promuovere una band agli esordi, soprattutto perché musicalmente questi Knightsune ci sanno fare; le chitarre di Diego "Alas" Alastruey e Víctor V. Gairhald ricamano ottime parti soliste, il batterista Rubén Castrillo pesta come un dannato ed il basso di Carlos Vicente pulsa a dovere. Se quindi dal punto di vista strumentale “Knightsune” è un album anche convincente, dal punto di vista canoro non incide come dovrebbe. Rimandati al prossimo disco, sperando che la band spagnola riesca a trovare un cantante migliore, che permetta il salto di qualità.

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