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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    23 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Nonostante una carriera lunga ormai tredici anni, sono solamente tre gli album rilasciati dai veneti In Autumn, l'ultimo dei quali è arrivato negli scorsi giorni tramite la sempre attenta label campana My Kingdom Music; "What's Done Is Done" - questo il titolo - arriva a ben sei anni di distanza dal precedente "Greyerg" (che a sua volta seguiva di cinque anni l'esordio "Reborn") e presenta, ormai quasi una tradizione per i Nostri, un nuovo cantante: Giuliano Zippo, che grazie alla sua versatilità vocale consente agli In Autumn di riprendere le sonorità del disco d'esordio, più vicine al Doom/Death malinconico dei Paradise Lost, rispetto alle arie espressamente gotiche di "Greyerg". Paradise Lost, dicevamo, tra le principali influenze del quartetto vicentino, ma i più attenti potranno sicuramente ritrovare anche Amorphis, qualcosina degli October Tide nei momenti più duri così come My Dying Bride in quelli più eterei e "gotici"... ma ad un ascolto ancor più attento dei pezzi, possiamo sicuramente trovare non poche assonanze tra gli In Autumn ed il solo gigante in Italia per questo genere, gli Shores of Null: basta anche solo l'ottimo trittico di pezzi iniziale - i singoli "What's Done Is Done" / "Focus" e "Lucid Dream" per trovare similitudini tra l'act veneto e quello capitolino. Ma per quanto gli Shiores of Null siano, appunto, un punto di riferimento focale per comprendere le coordinate stilistiche degli In Autumn, i Nostri hanno la giusta dose di maturità per riuscire ad essere ben riconoscibili, dopo essere entrati in confidenza con le loro composizioni. Buona parte del merito va ad ascrivere al versatile lavoro dietro al microfono di Giuliano, che riesce perfettamente ad adattare diversi stili canori al comparto strumentale imbastito dai tre membri fondatori. Il risultato di tutto ciò è un disco che per 3/4 d'ora risulta essere costantemente cangiante ed al contempo solido, tra passaggi malinconici ed eterei scanditi dalle voci pulite (da brividi l'inizio di "Despised by Life"), sofferte melodie ed arie plumbee (voci roche e afflitte scream vocals), ed accelerazioni tipiche della scuola svedese Melodic Doom/Death, il tutto eseguito con una fluidità di manovra quasi invidiabile. Sperando che gli In Autumn abbiano trovato finalmente stabilità nella formazione - Giuliano Zippo ci sembra il cantante adatto per la band -, i Nostri con "What's Done Is Done" offrono una prova di vera maturità. Se più avanti riusciranno ad essere più costanti, potremmo avere per le mani un'altra band nostrana capace di farsi strada in questo particolare genere.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Sono passati circa tre anni d quando abbiamo incontrato per la prima volta gli ungheresi Damnation, quando all'epoca recensimmo l'EP di debutto "Majesty in Degradation". Oggi il quintetto magiaro torna sempre sotto l'egida di Pest records con il primo full-length, intitolato "Fátum". Rispetto all'esordio assoluto di qualche tempo fa, due sono le sostanziali novità riguardo i Damnation: uno musicale, con un "imbastardimento" del sound, divenuto più possente, brutale e groovy - pur restando sempre nell'ambito dello US Death Metal -, l'altro linguistico, con la scela dei Nostri di puntare sula propria Madrelingua. Il tempo intercorso tra i due lavori, la band ungherese sembra averlo sfruttato a pieno: i Nostri ci sembrano più focalizzati rispetto l'esordio, e pur restando all'interno di certi parametri stilistici sono riusciti a dare alle loro composizioni un tocco alquanto personale. Presentatisi con due buoni singoli apripista come l'opener "Belső kapuk a világűrbe" e "A paraziták vándorlása", i Damnation con il resto della tracklist dimostrano di sapersi muovere a proprio agio sia quando si tratta di brutalizzare l'ascoltatore con feroci sfuriate, sia quando le ritmiche si fanno più lisergiche e cadenzate (vedasi "Halandó mindenség" o "Lennvilág", canzone quest'ultima che spesso rimanda ai Bolt Thrower). In generale possiamo dire che non siamo ai livelli del Death Metal partorito in altre regioni (Scandinavia, Cile, States), ma comuqnue per i poco più di 40 minuti di quest'album i Damnation offrono una prestazione quadrata e riescono a mantenere alta l'attenzione anche grazie ad un riffingwork roccioso che non risparmia però spunti melodici che danno un più ampio respiro ai pezzi. "Fátum" è ben lungi dall'essere un capolavoro, ma di certo potrà essere un ascolto soddisfacente ed un CD che nella vostra collezione non andrebbe a sfigurare.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Questo è un esordio assoluto che potrebbe essere ricordato negli anni: stiamo parlando di "Wastelands", EP di debutto della one man band australiana Stellar Remains, progetto solista - per l'appunto - di Dan Elkin, che ha da poco rilasciato quest'opera prima tramite la a noi finora sconosciuta label australiana Gutter Prince Cabal. Essendo un primo lavoro assoluto - scusate se ci ripetiamo -, va da sé che ascoltando le sei tracce di "Wastelands" si ha un po' la sensazione che Elkin si stia "riscaldando", ma lo fa anche con risultati eccellenti. I Termini di paragone per gli Stellar Remains ad oggi possono essere diversi, tutti nella sfera Technical/Progressive/Avantgarde Death Metal: sarebbe impossibile non menzionare The Chasm, Atheist, Horrendous, Pestilence, Timeghoul... ma una volta partiti il singolo "Obsolence" o la seguente "Weeping on the Shoulder of a Memory" i primi due nomi che saltano alla mente non possono che essere Blood Incantation e Tomb Mold (soprattutto dell'ultimo meraviglioso album). Il merito maggiore del buon Dan in questo EP è quello di rendere l'ascolto del lavoro un viaggio sensoriale, ricalcando in questeo le orme dei - appunto! - Blood Incantation; c'è tanta tecnica, c'è groove, ci sono feroci accelerazioni e bordate dissonanti, c'è melodia ed arpeggi onirici, una voce urlata e rabbiosa e sofferte clean' vocals. Un maelstrom di sensazioni che si accompagnano ad una nemmeno tanto nascosta esaltazione nell'ascoltare un disco che in nemmeno mezz'ora sa catturare l'attenzione sin dal primo passaggio. Anche il breve intermezzo "The Invisible Man" si ascolta con attenzione per il suo minuto e mezzo di durata, tra atmosfere astrali ed un pianoforte etereo, prima che venga lasciato il posto alle due tracce più lunghe dell'EP, la title-track "Wastelands" - con il suo incipit da brividi - e "Cloudbearer"; due canzoni che proprio per la durata maggiore racchiudono in sé tutti gli elementi che hanno contribuito all'enorme riuscita di "Wastelands". Se questo breve lavoro riuscirà ad avere la distribuzione worldwide che merita, riuscirà a portare proseliti alla causa degli Stellar Remains: un EP come questo saprà immediatamente incontrare i favori dei tantissimi fans di una band in continua ascesa come i Blood Incantation. Citando il mitico Stan Lee: EXCELSIOR!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 20 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Gli Acrid Death arrivano dalla Germania (da Francoforte sul Meno, per essere precisi), e dopo un paio di singoli per riscaldare i motori portano un bel carico di Death metal della vecchia scuola svedese con il loro debut album "Abominable Presence of Blight", edito dal Rising Nemesis Records, label teutonica di proprietà di Nasar Skripitskij dei Carnal Decay, solitamente dedita allo Slam Brutal ed al Deathcore. Basta anche la sola intro strumentale "In Light" per intuire le precise coordinate stilistiche del quartetto tedesco, che ci offre un mix tra le sonorità dei 'soliti' Entombed, Dismember e Grave - ma potremmo anche citare i loro connazionali Fleshcrawl e Revel in Flesh -, unito alle rocciose melodie degli Hypocrisy ed il pesante groove hardcoreggiante dei Gatecreeper. Nessuna novità per quanto riguarda il Death Metal degli Acrid Death, che riescono però comunque a mettere sul piatto una release compatta e che, complice anche una durata abbastanza esigua, si ascolta senza il pericolo di annoiarsi. Proprio la durata dei pezzi è il punto forte di quest'opera, anche perché, per l'appunto, musicalmente l'act di Francoforte non ci offre nulla che non si abbia ascoltato già centinaia di volte, ed in più manca quel guizzo in più o quella hit che farebbero tutta la differenza del caso. Cionondimeno, come dicevamo "Abominable Presence of Blight" è un lavoro che si lascia ascoltare in cui gli spunti più interessanti li troviamo grazie alle chitarre: tra riff magmatici e soventi sprazzi di melodie, riescono a dare una sensazione di varietà ed un più ampio respiro alle composizioni -- tra le quali crediamo spicchino soprattutto il singolo "Presence", la seguente "G.L.O.R.G.G." e "Negative Space". In sostanza, se siete tra quelli che divorano dischi di old school Swedish Death e siete nella spasmodica attesa di novità riguardo il nuovo lavoro dei Dismember, questo debutto targato Acrid Death - che a parer nostro raggiunge una piena sufficienza - può essere un buon modo per ingannare l'attesa.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Sono passati solo due anni dal buonissimo "Basom Gryphos", ma il duo formato da M. (voce, chitarre, basso) ed N. (batteria) torna già con il terzo full-length: stiamo parlando dei Pestilength, band basca freschissima di pubblicazione di questo "Solar Clorex", licenziato da Debemur Morti Productions. Essendo passato poco tempo, per l'appunto, non c'è da aspettarsi chissà quale novità a livello stilistico, ed infatti il duo basco prosegue sulla propria strada fatta di un Black/Death dalle fortissime venature Doom: pesante, cupo, dissonante, primordiale ed allo stesso tempo cervellotico, con riferimenti a Portal ed Altarage sempre presenti. Ed anzi a dirla tutta - cosa non scritta nella precedente recensione - dato il genere e la provenienza, non saremmo stupiti se i due musicisti siano coinvolti anche nei misteriosi Altarage. Elucubrazioni a parte, "Solar Clorex" è l'ennesimo lavoro solido per il duo basco, forse leggermente meno complicato rispetto il predecessore, ma non per questo meno ostico. Ed ancora una volta colpisce l'ottimo connubio tra il drumming e la sassaiola di riff pesantissimi, che ci accompagnano lungo nove tracce ossessive e sulfuree. Un pezzo come "Occlusive" porta alla mente una lenta ed inesorabile discesa verso gli inferi, mentre le chitarre ed il maniacale giro di basso della seguente "Enthronos Wormwomb" è il delirio di una mente folle: angoscioso, opprimente ed inquietante. I Pestilength seguono dunque, come dicevamo, imperterriti per la propria strada, riuscendo però in ogni caso a non ripetersi: rispetto al predecessore, "Solar Clorex" è un disco simile ma anche sensibilmente differente, complice un livello di scrittura più maturo. Come sempre quando si tratta di tali sonorità, questo lavoro non è facile da digerire, eppure riesce ad affascinare macabramente.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Dopo una lunga gavetta (forse troppo, visto che il primo album "Come the Tide" è arrivato dieci anni dopo la loro nascita), gli Eternal Storm si sono "fatti grandi" e con questo secondo full-length a titolo "A Giant Bound to Fall" raggiungo una maturità stilistica che ha quasi dell'incredibile. Se nel precedente lavoro avevamo a che fare con una band che molto doveva soprattutto (o esclusivamente, a dirla tutta) alla scena Melodic Death finlandese, la band madrilena oggi ha notevolmente ampliato i propri orizzonti: guardando alle influenze citate nella precedente recensioni, notiamo che il trittico Wolfheart/Insomnium/Be'lakor è sempre presente, ma è ora solo una componente - per quanto importante - di quanto gli Eternal Storm offrono; potremmo dire che adesso i Nostri guardino maggiormente verso gli In Mourning per le massicce dosi di componenti Progressive, ma con tutto il rispetto per i veterani svedesi: gli Eternal Storm li hanno surclassati! Tutto quello che andremo a sentire in "A Giant Bound to Prevail" è condensato nei 13 minuti della meravigliosa opening track "An Abyss of Unreason", canzone che da sola vale l'acquisto di quest'opera; già dall'incipit fatto di splendide soundscapes ed arpeggi con il crescere in sottofondo della doppia cassa, fino alla malinconica esplosione di melodie del riff iniziale, per poi accelerare ulteriormente ad accompagnare il cantato con una sfuriata che rimanda al Black/Death melodico di scuola svedese; e se pensate sia finita qui, vi sbagliate: tra refrain che sanno essere a loro modo catchy, passaggi di voce pulita, patterns di puro Progressive Death che ricorda i migliori Opeth (quelli di "Blackwater Park" per intenderci), passando poi per altri meravigliosi soundscapes ed una parte finale che a tratti può far venire in mente addirittura i Dream Theater. E siamo solo al primo pezzo, che però, come dicevamo, è perfetta cartolina di quello che sarà il resto di "A Giant Bound to Fall": gli Eternal Storm hanno con questo album trovato l'equilibrio perfetto di quanto era già accennato in "Come the Tide", una perfetta unione di passaggi onirici e contemplativi e furia cieca in cui atmosfere plumbee e melodie malinconiche sono onnipresenti. A sancire poi l'importanza di questo lavoro, troviamo anche una lunga serie di ospiti che danno il loro contributo alla riuscita dello stesso; tra questi spiccano sicuramente i quattro cantanti Sven de Caluwé (Aborted) su "A Dim Illusion" (non a caso il pezzo più tosto del lotto), Eloi Boucherie (Vidres a la Sang, White Stones) su "Lone Tree Domain", Sergi Verdeguer (Persefone) sulla conclusiva title-track e mr. Dan Swanö su "The Sleepers", con quest'ultimo che si occupa anche di mixing e mastering e vi lascio dunque immaginare i suoni di quest'album. Ognuno dei pezzi citati vale l'ascolto, ma lo stesso si deve dire di "Last Refuge", o "The Void", o ancora "Eclipse" (pezzo dalle Katatonia/Anathema vibes)... Insomma, senza girarci tanto attorno, "A Giant Bound to Fall" è un disco assolutamente privo di qualsivoglia difetto e che se ascoltato nel giusto mood non fa nemmeno pesare l'ora abbondante di durata: si resta incollati ad ascoltare tutte le sfumature che gli Eternal Storm hanno dato a questa loro opera, che li porta di diritto ad essere considerati tra le maggiori forze in Europa di questo specifico genere. Da parte nostra, giù il cappello.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Nel novero dei gruppi Death Metal provenienti da Portland (Triumvir Foul, Ossuarium, Excarnated Entity, Witch Vomit, Autophagy, in parte Fetid), quello dei Petrification è un nome ancor un po' di nicchia, complici anche, magari, i sei anni di silenzio dal discreto debut album "Hollow of the Void" e qeusta seconda uscita su lunga distanza recentemente rilasciata da Svart Records, "Sever Sacred Light". Stilisticamente, i Nostri hanno anche alcune differenze rispetto ai colleghi/concittadini: certo, c'è comunque quella ormai quasi immancabile componente 'autopsyana' ed il quartetto guarda con favore verso le sonorità di gruppi come Coffins e Demigod, ma è innegabile, ascoltando pezzi come "Oneiric Obscurum" o "Temporal Entrapment", come siano Bolt Thrower e Grave i primi fulcri d'ispirazione per il quintetto - oggi quartetto dopo l'uscita del chitarrista Tom Roberts -; riffoni sostanziosi e ritmiche epico-marziali, ma anche brucianti accelerazioni che rimandano al periodo d'oro dello Swedish Death della vecchia scuola. Nel complesso, "Sever Sacred Light" è un disco che si lascia ascoltare, senza né alti né bassi: manca insomma quel qualcosa in più che possa rendere memorabile quest'opera, che resta invece ferma su di un livello qualitativamente medio e a cui manca - a nostro avviso, sia chiaro - quel pizzico di personalità in più. A questo si aggiunge la differenza tra un comparto strumentale più che buono e delle linee vocali un po' monocordi; non che il lavoro al microfono di Jason Barbett sia pessimo, ma è un dato di fatto che ci è capitato di sentire anche di meglio in giro. Tirando le somme finali, possiamo dire che questo secondo album dei Petrification è un lavoro abbastanza solido, ma anche uno di quelli che dopo ascoltato lascia poco. Ciò non toglie che ascoltandolo si passa poco più di mezz'ora ad ascoltare un Death Metal che bene o male sa intrattenere.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 15 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Dopo essersi fatti notare con un trittico di buonissimi EP, è tempo di primo full-length per i milanesi Spiritual Deception, freschi di pubblicazione su Amputated vein Records di "Semitae Mentis". Col tempo ed il crescere dell'esperienza il quartetto meneghino ha decisamente affinato il proprio Technical/Brutal Death, le cui fondamenta poggiano ancora su solide basi della scuola americana (Nile, Origin, Decrepit Birth), ma che trova qui una maggior attenzione alle armonizzazioni (cosa in cui sono diventati maestri i romani Hour of Penance), una predisposizione a folli passaggi dissonanti - ad esempio il pianoforte di "Atavic Future (Decadence Pt.II)" o la parte centrale di "The Days of Sleep (Decadence Pt.III)" - e soprattutto un incremento sostanziale di magniloquenti orchestrazioni (con rimando immediato ai Fleshgod Apocalypse). E' dunque su queste non certo semplici coordinate stilistiche che gli Spiritual Deception si muovono, riuscendo a mantenere un buonissimo equilibrio tra forza bruta ed opulenza sonora; ed è segno questo di una buona maturità stilistica raggiunta dai Nostri: anche se le influenze che incontrerete in quest'opera sono quanto mai palesi, l'act milanese affronta il tutto con piglio autoritario, senza soffrire di alcun timore reverenziale, complice anche un comparto strumentale di tutto rispetto e dal tasso tecnico molto, molto elevato - la già citata "Atavic Future", "Beyond Perception and Matter" e "on the Edge of the Abyss" i più fulgidi esempi -. A sancire poi ulteriormente la crescita dei Nostri troviamo due ospiti di tutto rispetto all chitarre come Luc Lemay dei Gorguts in "Dirac Sea" - pezzo che in effetti a tratti ricorda non poco proprio la band di Lemay - e mr. Karl Sanders dei Nile nel singolo "Thousand Lives Within" (ed è sicuramente facilissimo capire quali siano le parti da lui suonate). Fatti i dovuti complimenti per la brutale prestazione di Mirko Frontini dietro al microfono e per la precisione chirurgica della sezione ritmica affidata a Billy Repalam e Manuel Del Giudice, va dato atto che il ruolo di protagonisti assoluti se lo prendono lo stesso Frontini e Riccardo Maccarana per il sontuoso lavoro delle chitarre, tra riff rocciosi e taglienti melodie, arrivando alla pura magnificenza con le chitarre acustiche dell'intermezzo strumentale "The Night Opens". "Semitae Mentis" è insomma un debut album più che soddisfacente, formato da pezzi solidi e ben strutturati, che ad un ascolto attento riveleranno man mano nuovi elementi d'interesse. Se in futuro gli Spiritual Deception riusciranno a trovare una formula che sia del tutto personale, questi ragazzi si potranno togliere soddisfazioni ancor più grandi di quanto fatto sinora.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Febbraio, 2024
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Parlando per sinestesi, se il puzzo di un cadavere in putrefazione avesse un suono, probabilmente sarebbe "Celebratory Beheading", secondo album degli australiani Contaminated. Formatisi nel 2013 cole solo project di Lachlan McPherson, nel giro di un paio di anno si evolvono in una band vera e propria; dopo un paio di demo arriva nel 2017 il debut album "Final Man" per la svedese Blood Harvest Records, che sette anni dopo - intervallati giusto da un paio di split - pubblica anche questa seconda fatica su lunga distanza del quintetto di Melbourne. Come avrete già facilmente intuito dalla frase iniziale, siamo ne melmosi territori di quel putridume Death Metal che vede in gente come Autopsy, Rottrevore ed Abhorrence i fieri vessilliferi; i Contaminated nelle loro dieci tracce - per una quarantina di minuti totali - inondando le casse dello stereo con uno tsunami melmoso e sulfureo, tra accelerazioni brutali e mefitici mid-tempo. Un modo di strutturare i brani forse un po' semplicistico, ma alla fine dei conti altamente efficace, una soluzione che si ripete in più pezzi in quest'opera e che trovo il proprio apice, a nostro avviso, nella malsana "Feral Demise", col suo incipit che ha lo stesso effetto dello scoperchiare una bara per poi accelerare sbranando l'ascoltatore a suon di blast beat ferali e colate laviche di riff. Col loro incedere, insomma, i Contaminated prima vi fanno affogare in una palude, per poi spaccarvi il cranio con estrema violenza; e per quanto sia questo un sound che chi ascolta queso genere conosce fin troppo bene, i Nostri riescono a renderlo viepiù convincente con lo scorrere della tracklist: puntando sul sicuro, i Contaminated riescono a tirare fuori un lavoro solido che si ascolta con morboso piacere dall'inizio alla fine grazie anche a pezzi come "An Unnatural End", "Beneath Empty Socks", la più lunga "Final Hours" e l'opener "Suffer Minutiae". Tirando le somme finali, dunque, se siete tra i numerosi fans di quel Death Metal melmoso, fetido, mefitico e pachidermico, senza girarci tanto attorno "Celebratory Beheading" dei Contaminated è un album che merita senza dubbio di finire nella vostra collezione.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 10 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

C'era sicuramente tanta curiosità attorno alla nuova release dei tedeschi Chapel of Disease, il quarto album "Echoes of Light" appena pubblicato da Ván Records; e questo soprattutto per il netto cambio stilistico della band teutonica già a partire da "...and As We Have Seen the Storm, We Have Embraced the Eye", album in cui i Nostri avevano virato dal loro Death Metal sporco e tecnico - pensate ai vari Horrendous, Morbus Chron, Nocturnus - verso un mix di Melodic Death e Heavy Metal con alcune sferzate di Rock classico. Una virata che oggi si fa ancora più netta: il Death Metal degli esordi è definitivamente abbandonato in favore di un'ulteriore accentuazione delle sonorità dell'album rilasciato ormai sei anni or sono. Ma nonostante questo i Chapel of Disease mantengono una certa cifra stilistica, non andando a ricercare l'orecchiabilità a tutti i costi. Certo, c'è un uso maggiore di voci pulite, per quanto Laurent Teubl mantenga le sue harsh vocals come "stile primario", ma nel complesso seppure i Nostri diano un maggiore spazio alla componente Post-Rock (più che a quella Heavy Metal) con puntate Progressive, riescono ancora a dimostrare che se c'è da accelerare e picchiare ne sono ancora ampiamente capaci. Il risultato di tutto ciò è un album alquanto complesso che ha bisogno di diversi ascolti per essere assimilato; probabilmente chi è legato ai primi lavori della carriera dei Nostri potrà sicuramente rimanere ampiamente deluso, ma in un discorso generale non possiamo certo affermare che "Echoes of Light" sia un brutto disco, vuoi anche peché alcuni passaggi possono far venire in mente gli Amorphis o i Paradise Lost degli ultimi lavori - e ora venitemi a dire che sono brutti, forza! -. Non dimentichiamoci poi la componente Melodic Death: un pezzo come il singolo "A Death Though No Loss" non può che far venire in mente i Dark Tranquillity. Resta ora da vedere cosa ne sarà dei Chapel of Disease nel futuro, dato che la line up si è sfaldata dopo le registrazioni di quest'album con il solo Laurent Teubl rimasto al momento in formazione dopo la fuoriuscita di suo fratello Cedric e del batterista David Dankert. "Echoes of Light" è tutto sommato un lavoro soddisfacente, ma come vi scrivevamo poco sopra ci sarà bisogno di più ascolti per comprenderlo fino in fondo, senza contare che si ha sempre la costante sensazione che questo sia un album di transizione verso quello che i Nostri diventeranno (se dovessimo scommettere, punteremmo su di un definitivo passaggio verso derive Post-Rock/Metal, ed in tal senso "Shallow Nights" sarebbe il punto di partenza; n.d.r.).

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