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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Aprile, 2022
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Questo prossimo agosto saranno esattamente 22 anni che il sottoscritto ha come hobby primario quello di recensire dischi di Metal estremo; ed in tutti questi anni, andando a memoria, è la prima volta che mi capita per le mani una band proveniente dal Pakistan: si tratta degli Azaab, quintetto proveniente da Islamabad che con questo "Summoning the Cataclysm" arriva alla pubblicazione del primo full-length, grazie ad una co-produzione tra Satanath Records (etichetta che si è recentemente rilocata in Georgia) e Maxima Music Pro. E diciamolo, quella degli Azaab è stata una piacevolissima scoperta. "Death Metal" è anzitutto una forma semplificata di quello che la band pakistana propone, dato che come possiamo ascoltare nei brani presenti nella tracklist - otto inediti tra cui un'intro, ed una cover di "The Empty Throne" dei Decapitated - i Nostri spaziano con estrema fluidità tra Brutal Death, Progressive Death e Technical Death. Manco a dirlo i Decapitated dei primi lavori sono una delle primarie influenze degli Azaab, insieme ai Nile - abbastanza scontato anche questo forse -; ma la cosa che maggiormente sorprende e colpisce in "Summoning the Cataclysm" è la naturalezza con cui gli Azaab riescono a passare da riffoni pesanti e ricchi di groove, ad aperture melodiche e tecnicamente elevatissime, come se i Cannibal Corpse si fondessero con gli Obscura (e l'esempio più lampante è l'ottima "When Worlds Collide"). Ma non solo il succitato singolo: "The Infernal Citadel", "Preachers of Hate", "B.L.O.O.D.B.O.R.N", persino la cover di "The Empty Throne", tutto è perfettamente eseguito da una band che appare sin da questa prima opera in ottima forma, soprattutto la coppia d'asce formata da Shahab Khan ed Afraz Mamoon, senza nulla togliere agli altri ovviamente. Perfettamente a cavallo tra modernità e vecchia scuola, "Summoning the Cataclysm" è un album che saprà certamente sorprendervi in positivo: provare per credere (citando un vecchio spot).

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Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Aprile, 2022
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E' il debutto assoluto per i canadesi Egregore quello che abbiamo oggi in esame sulle nostre pagine: licenziato da 20 Buck Spin "The Word of His law" è la prima uscita ufficiale per il duo formato da Essentia Collapse e Catastrophe Saturnia, nomi sotto cui si celano Shawn Haché e Sebastian Montesi, entrambi membri sia di Auroch che Mitochondrion (il primo anche ex di Havoc ed Archspire). Tralasciando l'intro "The Place & the Time", sin dalle prime note della vera opener "Howling Premonition" saltano all'orecchio, nell'old school Black/Death del duo di Vancouver, influenze derivanti dal Black Metal ellenico dei primordi (primissimi lavori di Rotting Christ e Varathron), unito a momenti più marcatamente Death Metal (primi Death, Morbid Angel) e folli passaggi occulti con rimandi agli Absu ("Exfiltrating the Triangle"). E' insomma uno stile estremamente - e volutamente - diretto e grezzo quello degli Egregore, il cui leitmotiv è da ricercare soprattutto in un drumming forsennato che ci accompagna per l'intera durata dell'album. La produzione sporca, poi, contribuisce ulteriormente a dare quella sensazione 'vintage' all'opera, che non avrebbe sfigurato, tutto sommato, nelle tante uscite estreme underground degli inizi degli anni '90; capirete dunque che bisogna essere giocoforza degli amanti di queste vecchie sonorità per poter apprezzare a pieno l'opera prima degli Egregore: in caso contrario potreste trovare questa release anche un po' noiosetta, nonostante una durata che arriva a toccare solo la mezz'ora. Per quanto ci riguarda, ci "mettiamo" nel mezzo, dando a "The Word of His Law" una sufficienza piena. Ma non oltre.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Aprile, 2022
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Arriva dopo ben quattordici anni dal debut album "From hell" questo "Abomination of the Flames", secondo full-length dei death metallers australiani Beyond Mortal Dreams, licenziato da Lavadome Productions, label che suscita sempre un certo interesse quando si tratta di Death Metal. Specie poi se, come nel caso del quartetto di Sidney, ci ritroviamo davanti ad un concentrato di US Death Metal estremamente brutale e dalle feroci contaminazioni Blackened, che vede in Deicide, Immolation ed Incantation le primarie fonti d'ispirazione. Insomma, ai BMD non andrà di certo il premio per l'originalità, ma va dato atto al combo australiano di saper "maneggiare" bene la materia: "Abomination of the Flames" lo si può vedere infatti come un unico blocco, un monolite di una quarantina di minuti circa in cui ci sono poche - o quasi nulle - variazioni sul tema; votati alla violenza più bieca, i BMD attaccano frontalmente sin dal primo secondo inondando l'ascoltatore con una cascata di riff uniti ad una sezione ritmica terremotante, cambiando un minimo registro solo nelle taglienti parti soliste. Se proprio vogliamo andare a cercare il pelo nell'uovo, possiamo dire che alla lunga i brani tendono ad assomigliarsi un po' troppo tra loro, ma se ad esempio prendiamo singolarmente le varie "Hell of Eternal Death", "They Are Seven" o "Misanthrope Messiah", vediamo come siano dei buonissimi pezzi Death Metal con tutti i crismi. "Abomination of the Flames" è in definitiva un album che non aggiunge né toglie nulla al genere, ma che un buon fan che si rispetti dello US Death Metal potrà far suo con poche preoccupazioni nel rimanere deluso dall'ascolto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Aprile, 2022
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Solitamente quando in redazione arrivano degli Split Album li depenniamo, ma ci sono volte in cui l'eccezione è d'obbligo. Come in questo caso, quando è arrivato il promo di questo Split che vede coinvolti due giganti dell'underground Death Metal più putrido: i giapponesi Anatomia ed i danesi Undergang. Non è la prima volta che i due gruppi condividono la release: già nel 2017 infatti le due malsane entità si sono incontrate per uno Split che ha avuto un discreto successo sia in quanto a critica che pubblico, cosa che crediamo potrà facilmente ripetersi con quest'uscita targata Me Saco un Ojo Records (formato CD) e Dark Descent Records (formato LP). Chi conosce già i due gruppi saprà già che ascoltarli equivale, usando un'analogia, a rimanere bloccati in una palude, senza possibilità di muovere un singolo passo in più. Il suono fangoso, pastoso del duo nipponico dà il via all'opera con due brani: la lunghissima "Total Darkness" - 12 minuti in cui gli Anatomia mettono in campo tutti gli elementi delle loro cupe sonorità - e "Bound to Death", pezzo quest'ultimo che si fonda su una maggiore rapidità d'esecuzione ed una maggiore violenza, con ovviamente la "particolarità" della band del Sol Levante di un growl estremamente cavernoso e - potremmo dire - sguaiato. Uno stile, quello degli Anatomia, che è al giorno d'oggi la quintessenza dei miasmi della putrefazione trasportati in musica, né più né meno. Più potenti e diretti sono invece gli Undergang, con il suo Death Metal che unisce la cupa violenza di Incantation, Funebrarum e Rippikoulu alle pesanti velleità marziali dei Bolt Thrower; i tre brani messi in campo dall'act danese - "Helt til rotterne", "I dit stiveste pus" e "Taksidermi" - semplicemente certificano una volta in più, come se ce ne fosse bisogno poi, che ora come ora gli Undergang sono con ogni probabilità la miglior old school Death Metal band dell'intero underground europeo. Va da sé, uno Split Album è essenzialmente un'uscita mirata principalmente ai collezionisti incalliti ed i die hard fans: entrambe le categoria sono abbastanza numerose, ed è anche da qui la certezza che quest'uscita che vede coinvolti Anatomia e Undergang potrà avere - di nuovo - un discreto successo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Aprile, 2022
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Ok, diciamolo subito: "Antichrist Reborn" dei the Troops of Doom è l'album più squisitamente ignorante e maledettamente divertente che ascolterete in questo 2022. Tolto subito questo pensiero, veniamo anche al perché di tale dichiarazione, partendo dalle immancabili note biografiche che vedono i The Troops of Doom nascere un paio d'anni fa dalla mente del chitarrista Jairo "Tormentor" Guedz, già ascia dei Sepultura a metà anni '80 e che con loro ha registrato capolavori come "Bestial Devastation" e "Morbid Visions" e che ha dato il nome alla sua nuova creatura dal leggendario pezzo contenuto proprio in "Morbid Visions". Fun fact prima di proseguire: Tormentor ha chiamato per l'artwork lo stesso artista che diede vita alla mitica copertina di "Bestial Devastation", Sérgio Oliveira. Ed ora, veniamo ad "Antichrist Reborn", primo full length dei The Troops of Doom che segue un paio di EP ed una serie di singoli, licenziato dalla Alma Mater Records di Fernando Ribeiro; circondatosi di musicisti esperti come il cantante/bassista Alex Kafer (Enterro, ex-Necromancer), il chitarrista Marcelo Vasco (Hellscourge, ex-Demonolatry, ex-Necromancer) ed il batterista Alexandre Oliveira (Eminence), mr. Guedz dà vita ad un lavoro di puro e semplicissimo Death/Thrash della vecchia scuola, con chiari richiami ai primissimi lavori dei Sepultura ovviamente, ma anche a Celtic Frost e Possessed, pur non disdegnando momenti più al passo coi tempi con interessanti melodie (l'incipit di "Pray into the Abyss"). Ma per il resto "Antichrist Reborn" è l'apoteosi del "tupa-tupa": un lavoro diretto, sfrontato, con quell'enorme sapore vintage che non sa mai però di stantio, soprattutto grazie ad una produzione praticamente perfetta che non svaluta di una virgola l'attitudine ottantiana dei Nostri ma che è al contempo decisamente al passo coi tempi (sentite l'eccellente lavoro fatto con la voce di Kafer, tanto per dirne una). Una menzione va fatta d'obbligo per la coppia d'asce Guedz/Vasco, vera e propria catena di montaggio di riff di grandissima efficacia ("Altar of Delusion" e "The Rebellion" ne sono l'esempio più lampante. Se siete insomma alla ricerca di un disco che sia volutamente grezzo ed "ignorante", che sappia intrattenervi a dovere e che non faccia mai star fermo il vostro collo con una scarica infinita di violenza sonora pura e semplice... ebbene "Antichrist Reborn" dei The Troops of Doom - che tra parentesi può vantare le ospitate di João Gordo dei Ratos de Porão e di Alex Camargo e Moyses Kolesne dei Krisiun - è semplicemente il lavoro che fa per voi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 17 Aprile, 2022
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Tra le nuove acquisizioni nel roster di Transcending Obscurity Records, la new entry più interessante sembra essere ad oggi la band in esame oggi: i francesi Viande, che dopo un Demo ("EP 2015", appunto del 2015) ed un EP ("À la mort!", 2017), pubblica oggi per la label indiana "L'abime dévore les âmes", primo full-length per l'enigmatico trio proveniente da Chambéry. Come si evince dalle note informative qui sopra, tra le bands che influenzano il combo transalpino possiamo (facilmente) trovare Incantation, Cruciamentum e Dead Congregation, influenze queste sì, ma a dirla tutta solo bene o male marginali: i Viande sono semplicemente quanto più si avvicina ai Portal che possa esserci in giro al giorno d'oggi. Lo stile caustico, caotico, cupo... quel tocco folle, psicotico, il tutto ammantato da atmosfere mortifere ed apocalittiche: sono cose che troviamo nei Maestri australiani che molto hanno influenzato delle nuove leve odierne (in primis gli Altarage o i nostri Thecodontion), ma che solo oggi a nostro avviso trovano dei degni eredi naturali. E sì, ci riferiamo proprio ai Viande: "L'abime dévore les âmes" ha tutti i crismi per entusiasmare i fans di questo genere sperimentale quanto assolutamente schizoide, riuscendo a "giocare" perfettamente tra un Black/Death di violenza primigenia - con riffoni spietati, voci acide ed un drumming forsennato - ed atmosfere da Caos Primordiale. L'opera prima dei Viande è insomma un viaggio di circa una quarantina di minuti che si dipana su otto movimenti di violenza belluina, che trascinerà l'ascoltatore verso gli abissi dei suoi incubi peggiori, lasciandolo a fine ascolto angosciato ma anche terribilmente affascinato: il singolo "Le Souffle des Os" oltre ad essere il brano migliore del lotto è anche quello che più di tutti può essere preso come biglietto da visita dell'intero operato del combo francese. Se siete amanti di tali sonorità, dunque, il nostro consiglio è quello di procurarvi il debutto dei Viande, ma sia chiaro che il rischio è tutto vostro: qui ci sono i mostri.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Aprile, 2022
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Confermare o addirittura superare le ottime impressioni suscitate con un grandioso debut album, non è mai cosa facile; ma può comunque capitare che una band dopo un buonissimo debutto, riesca a superarsi con un secondo album nettamente superiore, cosa in cui sono riusciti i francesi Epitaphe, act francese che tre anni fa ci aveva favorevolmente impressionato - crediamo lo abbiate capito - con l'album "I", e che oggi vediamo tornare sulle nostre pagine con il loro secondo album edito sempre da Aesthetic Death (e Gurgling Gore per il formato cassetta) intitolato semplicemente "II". Gli Epitaphe sono dunque in quella cerchia di gruppi che mostra sin da subito una crescita esponenziale e questa nuova fatica - che come la precedente supera l'ora di durata - ne è la perfetta dimostrazione. Ma come ci sono riusciti? Semplificando potremmo dire che gli Epitaphe hanno leggermente cambiato indirizzo sonoro rispetto l'esordio, più improntato su un Doom funereo "spezzato" da violente accelerazioni Death Metal; in "II" quella componente che richiamava i vari Esoteric o Thergothon è semplicemente scemata: sempre semplificando, potremmo dire che tali influenze sono state "sostituite" dai feroci passaggi Black/Doom à la The Ruins of Beverast e da magnifici passaggi progressivi che ricordano non poco gli Opeth del periodo "Blackwater Park". O più semplicemente potremmo dire che il songwriting del quartetto di Claix è maturato, e nemmeno poco. Basti prendere l'opener "Celestial" - invero traccia numero 2, preceduta dall'intro acustica "Sycomore" -: così come le altre due lunghissime tracce "Melancholia" ed "Insignificant", il brano presenta tutti gli elementi del sound degli Epitaphe dell'anno domini 2022, fatto di pesantissimi passaggi Death/Doom (l'"ombra" di Disembowelment e Spectral Voice è sempre lì presente), taglienti passaggi Blackened, con queste melodie dal livello tecnico eccelso; l'esempio perfetto è la parte centrale proprio di "Celestial", formata da un'arpeggio etereo, onirico, che improvvisamente esplode in una bordata Death/Doom; "Melancholia" con il suo spettacolare solo non è da meno, ma anche "Insiginificant", per l'appunto ha dalla sua esclusivamente pregi. Insomma, la maturità compositiva degli Epitaphe permette a canzoni dalla durata colossale di non annoiare nemmeno per un secondo, lasciando l'ascoltatore incollato dal primo all'ultimo secondo. Dopo "I" si poteva prevedere un futuro roseo per gli Epitaphe, ma bisogna ammettere che questa loro seconda fatica supera ogni aspettativa; l'act francese sembra essere destinato a bruciare le tappe e ad affermarsi in tempi relativamente brevi come tra le migliori realtà del genere. Non resta che aspettare quello che potrà essere l'album della loro consacrazione (e che immaginiamo potrà intitolarsi "III").

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Aprile, 2022
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Sono passati tre anni da quando abbiamo incontrato i cileni Concilivm, duo proveniente da Concepción formato dal cantante/batterista Ω e dal chitarrista/bassista A; all'epoca recensimmo l'EP d'esordio dei Nostri - "The Veiled Enigma", uscito per Dawning Septic Productions -, mentre oggi li ritroviamo sotto l'egida di Iron Bonehead Productions, che si occupa di licenziare "A Monument in Darkness", primo full-length dell'act sudamericano. Ed è un piacere constatare che i Concilivm nel frattempo abbiano - in un certo qual modo - "affinato" il songwriting (le virgolette sono d'obbligo); mentre i Concilivm incrociati tre anni fa erano dediti ad un Blackened Death estremamente caotico che vedeva in Archgoat, Teitanblood e Blasphemy le influenze primarie, oggi A ed Ω hanno spostato il focus principale delle loro sonorità verso il vecchio Death Metal finlandese (Adramelech, Demigod, persino Krypts in alcuni passaggi più pesanti e mortiferi), pur mantenendo sempre un occhio puntato su quanto abbiamo potuto ascoltare nel debut EP. Ma la differenza sostanziale col passato è che i Concolivm in questa loro nuova opera giocano sapientemente nei fraseggi solisti con feroci melodie che richiamano immediatamente gente come Unanimated e Sacramentum, non costringendoli ad episodi sporadici, ma facendone tra i fulcri principali dei brani che compongono la tracklist. Un ottimo modo per spezzare la tensione della "cattiveria" sonora dei Nostri, pur non diminuendo di un punto l'aura maligna che pervade l'intero album. Chiaro esempio è la doppietta di pezzi che più colpisce in "A Monument of Darkness": "The Veil Descends" e la seguente "Of Gold and Silver" valgono quasi da sole il prezzo d'acquisto del debutto targato Concilivm, album che saprà fare immediata presa nel caso siate sempre alla ricerca di lavori che si basano in primis su di una violenza primordiale, in cui cascate di riff ed una sezione ritmica lanciata a velocità assurde sono il principale veicolo di diffusione di pura "ignoranza musicale".

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Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Aprile, 2022
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Con "Feldwärts" i tedeschi Scalpture raggiungono la soglia del terzo studio album, secondo licenziato da F.D.A. Records. Giunto a due anni da "Eisenzeit", "Feldwärts" mette nuovamente in mostra l'orgoglio del quintetto teutonico nel suonare un Death Metal che per stile e tematiche rmarca in pieno il sentiero tracciato in primis da Bolt Thrower e Hail of Bullets; un Death Metal marziale a 360° insomma, quanto per le tematiche battagliere che per un sound che molto deve alle due bands, anche se va dato atto ai Nostri di non soffermarsi esclusivamente in questo "campo": possiamo infatti trovare durante il corso di quest'opera delle feroci accelerate che possono facilmente rimandare alla mente gli Asphyx e, soprattutto, l'old school Death Metal svedese, Grave e Dismember in primis. Esempio pratico è quello che a nostro avviso il miglior brano nei 38 minuti circa di "Feldwärts", il singolo "Ils n'ont pas passé", pezzo - accompagnato da videoclip - che mette perfettamente in risalto tutte le doti che gli Scalpture sviscereranno in tutto il disco, come ad esempio nell'altra "svedesissima" "Challenging an Empire" o nelle battagliere "Grabengott" e "Thunder in the East". Anche sul piano prettamente dei musicisti, non abbiamo trovato il benché minimo problema: il vocalist Thorsten Pieper dimostra di aver fatto suoi gli insegnamenti sia di Martin van Drunen che di Dave Ingram, la sezione ritmica si muove con la precisione di un cecchino e la pesantezza di un tank, ma è nella coppia d'asce formata da Felix Marbach e Tobias Aselmann che troviamo il pezzo da 90 di questa terza fatica targata Scalpture: una serie di riffoni senza soluzione di continuità, un vero e proprio diluvio magmatico che trascina l'ascoltatore dal primo all'ultimo secondo, usando con sagacia arpeggi ed armonizzazioni esattamente nei momenti in cui il mood dei brani lo richiedeva. Fossi in voi, dopo esservi procurati quest'album più che soddisfacente, terrei sott'occhio con particolare attenzione gli Scalpture: non ci risulterebbe affatto strano se in un futuro prossimo il quintetto di Bielefeld saprà farsi largo nel marasma dell'underground Death Metal europeo. E se non ci credete, "Ils n'ont pas passé" e "Grabengott" sono lì a dimostrarvi il contrario.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Aprile, 2022
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Uscito originariamente il giorno di ferragosto dello scorso anno tramite Burning Coffin Records (nei formati digitale, CD e MC), arriva oggi stampato su vinile tramite Iron Bonehead Productions "Holodomor", debut album dei cileni Morbid Cruelty, duo formato dal cantante/batterista Alvaro Llanquitruf e dal chitarrista/bassista Matias Ubeda. I due musicisti provenienti da Santiago propongono un Death Metal della vecchi(ssim)a scuola, che vede nel grezzume sonoro degli storici Incubus, dei primi Morbid Angel e dei primissimi Death l'influenza primaria, pur non mancando di rimarcare la loro origine sudamericana: "Horrid Death" è un esempio lampante di come anche i primissimi lavori dei Sepultura abbiano avuto una certa influenza sui Nostri. In poche parole: se cercate innovazione e suoni puliti e potenti, l'indirizzo in questo caso è sbagliato. I Morbid Cruelty, come si evince già la nome stesso, sono una band Death Metal old school in tutti i sensi possibili del termine: questo loro lavoro sembra uscire infatti dritto tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90, tanto per stile (grezzo, diretto, con soluzioni semplici ma efficaci) quanto per produzione, lontanissima dagli stilemi cui siamo abituati oggi. Va da sé, questo potrà avvicinare a questo loro debutto soprattutto gli amanti di queste specifiche sonorità, che troveranno in quest'opera e in pezzi come "The Grey Day of the Massgrave" - il pezzo che ha il miglior riff portante dell'intero disco -, nella title-track ed in "Engulfed by the Visions" motivi di forte interesse. Riassumendo il tutto: in generale tra i molti dischi dal sapore estremamente "vintage" che ci arrivano in redazione, questo debut album targato Morbid Cruelty ci è sembrato tra i più convincenti, merito soprattutto della spiccata attitudine del duo cileno.

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