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Opinione scritta da Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    15 Marzo, 2020
Ultimo aggiornamento: 15 Marzo, 2020
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Pier Gonella, chitarrista/artista italiano e vero orgoglio della nazione non solo musicale, non ha certo bisogno di tante introduzioni o quant'altro; al di là dei gusti, è palese la sua poliedricità professionale la quale, insieme al suo talento innato che mette a disposizione con la sua 6 corde (ma a volte anche 12!), fa diventare oro tutto ciò che tocca come un novello Re Mida. Già membro di Labyrinth, Vanexa, Necrodeath, Athlantis, Mastercastle e Verde Lauro, oggi si cimenta in quello che è di fatto il suo primo lavoro solista a nome "Strategy", accompagnato da altri grossi nomi del settore che corrispondono a "Peso" alla batteria (Necrodeath fra tutti) e al polistrumentista cantante Giulio Belzer che qui presta il suo enorme talento al basso. Ne esce fuori un disco intenso, profondo e a tratti riflessivo grazie al talento dei 3 che, mescolato alla destrezza compositiva, risulta a conti fatti vincente e appetitoso. Premetto che non sono molto avvezzo a opere strumentali di qualsiasi genere ma qui, ed è il caso di sottolinearlo, il virtuosismo dei nostri viene messo da parte in funzione delle tracks, in particolare nella loro forma e dinamica. La melodia quasi oscura e darkeggiante ("The Pied Piper") ben si scontra con la limpidezza gioisa della title-track, passando per affreschi melodici sublimi ("La Graciosa" e "Devil at God's Pub") o la profondità quasi intimista di "Crazy Number". Il repertorio fatto di arpeggi, soli e altre diavolerie tecniche non sovrasta mai l'incedere maestoso che tutte le songs portano in grembo, con spunti interessanti e partiture curiose in egual misura sfoggiate sia dalle chitarre che dalla sezione ritmica potente e precisa con suoni nitidi e corposi. Va elogiato il coraggio di Pier che a questo punto della sua carriera ha sentito il bisogno di esternare i suoi sentimenti con un disco strumentale, fregandosene magari della pericolosità per certi versi della cosa, andando semplicemente al punto senza timore alcuno, mettendo in pratica semplicemente quello che sa abilmente fare: musica con la M maiuscola. Pertanto mi sento di ribadire che questo bellissimo "Strategy" farà la felicità di tutti, a prescindere che siate chitarristi o semplici fruitori di musica, perchè quando una cosa nasce bella, tale rimarrà senza limite alcuno. TOP!!!

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Opinione inserita da Francesco Noli    06 Marzo, 2020
Ultimo aggiornamento: 07 Marzo, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

I Sottomissione sono una band giovane nata alla fine del 2018 e che, pur non prendendosi troppo sul serio riesce ad avere qualcosa da dire, qualcosa che ti tocca e ti fa riflettere entrandoti dentro come una lama affilata di un coltello assassino. I fiorentini sanno il fatto loro pur non menandosela, restando umili ma sempre sul pezzo, ironici con classe ipnotica e suadenti quel tanto da farveli apprezzare; un trio sui generis che presenta una musica particolare ispirata chiaramente al rock primordiale, suonato semplice ma efficace, dimostrando che la tecnica fine a sé stessa non conta niente se non hai idee e cuore. Un demo autoprodotto dal suono morbido con un incedere ossessivo che parte con "E' sempre guerra", caustica e raffinata con suoni soffusi tendenti al dark e la voce di Leonardo che detta le sue parole quasi stesse recitando una poesia intimista; il messaggio colpisce al volto una grande verità che è la seguente: puoi essere chiunque vuoi nella vita ma arriverà sempre un momento che sarai chiamato a combattere per una cosa o un'altra e nessuno sarà immune a questo. I fiorentini dicono la verità e lo fanno a modo loro come anche con "Rosso", altro testo impegnato e altra song ossessiva in 4/4, dove l'approccio dei nostri potrebbe risultare minimale a prima botta, ma che in realtà evince un lavoro di suoni e melodie "grezze" ma al contempo raffinate. "Interrogazione di Suicidio" ha ancora una volta un testo stupendo dove alcuni dei nomi più illustri della storia che si sono suicidati vengono chiamati in causa, un élite legata da un gesto estremo che accomuna e non lascia scampo; di contro a questo argomento tendente al lugubre la canzone possiede una melodia orecchiabile e vincente, si potrebbe dire un malefico allegro/andante spassoso e forse la track vincente del demo. Chiude il cd "Diario di un Maniaco", ispirato a un famoso serial killer dove i nostri fanno ritorno a un suono più maschio e oscuro, dove Leonardo sale in cattedra, novello cantastorie di altri tempi che percuote il suo basso tracciando linee semplici e di gusto con suono pieno e ridondante; buon lavoro di Stefano alla chitarra tutto infarcito da una batteria chirurgica e precisa.
Sono una bellissima sorpresa questi Sottomissione da Firenze, che in fin dei conti rilasciano uno dei demo più appassionanti e intriganti dell'anno passato, mai banali o fini a se stessi risultando per di più, in molti frangenti, anche originali; la scelta di cantare in Italiano è coraggiosa e non va sottovalutata, ma li ringraziamo anche per questo, infatti i loro testi hanno un "perché" ed è giusto che sia la lingua madre a parlare. Un lavoro che mi sento di consigliare a tutti senza distinzioni, perché qui non si tratta di essere metallari, rocker, mod o altro: qui si parla di musica intelligente atta a tutti a far riflettere passando del tempo godurioso con la loro melodia. Il futuro, di questo passo, non sarà milionario (ma chi se ne frega, direbbero loro), ma sicuramente roseo e pieno di soddisfazioni!!!

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Opinione inserita da Francesco Noli    02 Marzo, 2020
Ultimo aggiornamento: 02 Marzo, 2020
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Ritroviamo con molto piacere i bravissimi Crohm con il nuovo disco intitolato "Failure in the System" che presenta suoni e testi interessanti, appetibili e gustosi che incuriosiscono non poco, sapendo che tutto ruota al Sistema (La Terra) e la sua Falla (praticamente l'Umanità). I ragazzi non sono dei novellini, infatti la loro storia comincia nel 1985, quando debuttarono con il bellissimo "Quake" (che avevo in cassetta ma che purtroppo è stato smarrito in uno dei miei tanti traslochi e ancora mi maledico per questo, n.d.a.), che fu il primo lavoro Heavy Metal in Val D'Aosta, regione dei nostri; molti concerti cui seguì uno split molto doloroso. Dopo ben 26 anni la reunion che ha partorito un paio di album discreti, di cui l'ultimo è stato "Humanity" del 2017, che fu presentato e trasmesso direttamente dalla sede regionale radiofonica della RAI e tante altre belle soddisfazioni inclusi i molti live in compagnia di DGM, Folkstone e Raven. Inutile girarci intorno, l'Heavy dei Crohm - a tratti quasi Thrash - è intrigante, intelligente, pieno di melodia e sfumature pur essendo possente nel medesimo istante. L'iniziale "Failure in the System" è una song perfetta, che se l'avessero composta gruppi molto più in vista avrebbe fatto sfracelli. E' la top song per iniziare un lavoro con riff tosti e sezione ritmica paurosamente precisa e affiatata, dove tutto è infarcito dalle sapienti doti canore di Sergio Fiorani che, grazie al suo timbro particolare, dona un senso Dark a quasi tutte le canzoni rendendole particolarmente accattivanti. "Castle of Sand" presenta spunti di chitarra veramente al top, mentre "What Is Behind" è un piccolo gioiello con il suo incedere fermo e sicuro, scosso da una batteria nervosa e un accelerazione a metà canzone da pogo. Curiosa "Eleanor Rigby" dei Beatles, dove i nostri si dimostrano anche abili arrangiatori di pezzi altrui non avendo paura, perché sapete meglio di me che quando si tratta di Beatles non si scherza!!! Sentitela e rimarrete esterrefatti!!! Aggiungo che non è messa li a caso ma ha un suo perché: se andate a leggere i testi, infatti, capirete; e dovreste farlo perché questo è un album dove le lyrics impegnate e l'idea di fondo trovano il loro apice sposandosi con le melodie come dimostra la bellissima "Until You Disappear", con la sua apertura Dark chitarra + voce, per poi sfociare in un 4/4 agitato e gustoso. I suoni sono caldi e spicca il basso di Riccardo Taraglio soprattutto in "The Wash-Sin Machine", altra chicca posta in chiusura di un album a cui non c'è da chiedere proprio nulla, dove il tutto si sposa magnificamente in una proposizione elegiaca fatta di cuore, sudore, coraggio e classe. I brani "Legend And Prophecy" (con la partecipazione di Vincenzo Zitello all'arpa celtica e flauto) e "Mountains" da "Legend And Prophecy (2015)" vengono qui riproposti in maniera diversa e sono altri due gioiellini che non fanno altro che avvalorare le mie valutazioni. Difficile trovare oggi un album perfetto, ma i Crohm ci sono riusciti e se in futuro cureranno un pochino di più la produzione (non che questa non sia valida, ma è solo una mia idea che qui si potrebbe fare di più), sono sicuro che potranno fare il salto definitivo e avere le luci della ribalta che si meritano!!! COMPRARE A SCATOLA CHIUSA!!!!

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Opinione inserita da Francesco Noli    26 Febbraio, 2020
Ultimo aggiornamento: 26 Febbraio, 2020
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Ritorno col botto per i canadesi Anvil con il loro diciottesimo studio album in 40 anni di carriera intitolato "Legal at Last" e devo dire che oggi, più di prima, il loro marchio è sinonimo di qualità. Squadra che vince non si cambia e se i precedenti "Anvil Is Anvil" e "Pounding the Pavement" erano risultati convincenti e aggressivi, anche questo "Legal at Last" non fa eccezione riuscendo a fare ancor meglio. Un disco questo che fa la gioia di tutti i defenders a partire già dalla prima track che dà il titolo all'album, un assalto heavy/power/thrash dove la voce di Lips ruggisce inconfondibile e Reiner si dimostra sempre su livelli eccelsi, gran batterista sottovalutato a torto un po' da tutti; arrembante, gustoso e coinvolgente con un coro in crescendo azzeccato è solo l'antipasto di ciò che andremo a gustarci. "Nabbed in Nebraska" e "Chemtrails" sono assalti all'arma bianca dove la potenza della batteria trova il giusto connubio con il basso pulsante di Chris Robertson, ormai nella band da 6 anni, sinonimo di qualità e potenza; un po' darkeggiante "Gasoline" mid tempo oscuro con cori e dinamica pachidermica, mentre "I Am Alive" è un anthem heavy & roll da cantare a squarciagola durante gli shows! A parer di chi scrive l'apice lo si raggiunge con "Glass House", una canzone dal gusto retrò con un coro divertente e un assolo pregevole che rendono questo up tempo una delle loro migliori composizioni mentre un'altra manciata di pezzi ci accompagna alla conclusione del cd; spicca la veloce "Food for the Vulture", divertente e thrasheggiante ed è doveroso anche citare la bonus track (per chi decidesse chi comprare questa edizione) "No Time", che, se pur niente aggiunge e niente toglie nell'economia del lavoro, riesce comunque a essere gradevole con la sua doppia cassa a locomotiva e la voce sgraziata e divertente di Lips che sembra prenderci in giro urlandoci in faccia che non c'è più tempo! Sostanzialmente un lavoro di discreta fattura, con produzione roboante ma grezza come si conviene al suono degli Anvil, dove non ci sono cali di tono o colpi a vuoto ma tanta, tanta sostanza e divertimento, dimostrando ancora una volta che la classe non si compra e i nostri, per fortuna, non ne hanno persa nemmeno un'oncia! Consigliatissimo!!!

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Opinione inserita da Francesco Noli    20 Febbraio, 2020
Ultimo aggiornamento: 21 Febbraio, 2020
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Giungono al quinto album "Afterburner" i simpaticissimi Kryptos della curiosa India, direttamente da Bangalore, festeggiando il ventennale della band con note positive. Ne hanno fatta di strada i nostri dall'esordio "Spiral Ascent" del 2004, dimostrando una progressione netta al cospetto di una maturità più fluida e dinamica, anche se non bisogna dimenticare che stiamo parlando di pur sempre Heavy Classico Thrasheggiante, nella fedele riproposizione di stilemi anni '80. Retrò con gusto, quindi si potrebbe affermare oggi, vista l'ostilità di questo lavoro che, seppur melodico e scapocciante, propone i suoi limiti in quanto a fantasia e inventiva; le canzoni di per sé non hanno niente che non vada: "Afterburner" è un heavy/thrash ruggente con accezione speed metal che prende al primo ascolto, un mix di Kreator/Exciter sound, cosi come la seguente "Cold Blood", leggermente più melodica. "Dead Of Night" è un 4/4 con ombre dark cosi come gli assoli, classicissimi ma con gusto, anche se la tecnica è sicuramente da migliorare ma non certo fondamentale; ipnotica nel suo incedere "Red Dawn" forse apice del disco, dotata di riffs robusti e una ritmica granitica. Il disco prosegue su queste coordinate per un'altra manciata di songs, dove forse la conclusiva "Into The WInd" risulta la più riuscita, grazie a un groove talmente ruffiano e tamarroide anni '80 che infonde nostalgia e fierezza, rendendo gradevole questo lavoro che consiglio sicuramente di ascoltare. Se siete dei defenders con le palle quadrate da rispettare, pur tenendo conto anche del fatto che seppur "Afterburner" possa essere derivativo quanto si vuole, ma ha il pregio di far divertire e scapocciare, non solo l'ascolto ma l'acquisto verrà di per sé obbligatorio.

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Opinione inserita da Francesco Noli    28 Gennaio, 2020
Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio, 2020
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I Mystery Blue sono francesi e addirittura (udite udite!) si sono formati nel 1978 per volere del bravo chitarrista Frenzy Philippon che, a oggi, è l'unico membro originale; dopo ben 7 albums e con uno split tra il 1988 e il 1995, oggi i nostri danno alla luce questo album dal titolo "8Red", gioco di parole per sottolineare appunto che questa è l'ottava fatica della band. Un lavoro che alterna in misura eguale luci e ombre: da una parte abbiamo un album prodotto dalla stessa band (masterizzato e mixato da Vince Koehler, batterista del gruppo, che si è occupato anche della bella copertina) e suonato in maniera professionale sfoderando un Heavy Metal roccioso, sanguigno e d'impatto interpretato alla grande dall'abile voce della cantante Nathalie Geyer qui anche alle testiere; d'altra parte si avverte un po' di noia nell'ascolto, causa canzoni prive di mordente con il mood sempre uguale e una certa approssimazione in fase di songwriting. Il loro Heavy Metal in 4/4 roccioso parte bene con songs quali "Hatred" e "One Shot" dove la voce dona sicuramente punti in più alle songs e anche in "Final Fight" e "Earth Without Humans" il lavoro delle chitarre è ruspante con cambi di tempo e riffs azzeccati. Il problema appunto però è che le altre canzoni si perdono un pochino e tendono tutte ad assomigliarsi finendo nella monotonia, mid tempo già sentiti milioni di volte, là dove in realtà non c'è la track vincente che spicca sulle altre dando un'impennata al platter; una volta finito l'ascolto è facile dimenticarsi di "8Red", anche se la bella ballad "Introspection" risolleva un po le sorti e la qualità del disco. Un disco dunque a metà senza infamia e senza lode, come ne escono moltissimi e, se non siete ancora stanchi di un certo Heavy Metal puro che ricorda gli anni '90, un ascolto attento lo dovete prestare, mentre tutti gli altri possono tranquillamente volgere il loro sguardo altrove.

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Opinione inserita da Francesco Noli    23 Gennaio, 2020
Ultimo aggiornamento: 23 Gennaio, 2020
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Gli Xenos nascono dalla mente di Ignazio Nicastro, già bassista degli Eversin (band sicula autrice di 4 full length dediti a un thrash potente e avvincente) che qui si cimenta anche alla voce e ancora una volta accompagnato alla batteria da Danilo Ficicchia (anche egli negli Eversin), riformando quindi di fatto la possente sezione ritmica della band madre, ma cambiandone alcune dinamiche; il terzetto viene completato da Giuseppe Taormina gran talento della 6 corde dotato di gusto, tecnica e personalità. Il debut "Filthgrinder" dimostra senza timidezza alcuna l'amore per bands quali Megadeth, Annihilator, Xentrix e Slayer riplasmandone però il suono facendolo loro in maniera personale e convinta, suonando incredibilmente Thrash ma con qualche spruzzata di speed e la genialità di alcune soluzioni di chitarra notevoli come già la prima traccia ("Soldados") ci dimostra: tutto ciò grazie a una produzione solida e nitida la quale fa risaltare il suono di tutti gli strumenti in particolare del basso. "Soldados" appunto è uno strumentale che fa da preludio a ciò che verrà a breve, con intrecci di chitarre (almeno 3) acustiche che si rincorrono pennellando melodie care al primo Jeff Waters, ma doppiandolo in qualità per ciò che ha espresso almeno negli ultimi 15 anni; un pathos crescente dove il gusto di una certa melodia anticommerciale s'incontra con l'estro dell'artista. "Filthgrinder" apre le danze effettive partendo a mille, nell'approccio speed dove la voce di Ignazio ricorda Cronos e un giovane Tom Araya molto accattivante. Il testo (in linea invero con gli altri) parla di morte, guerra e distruzione mentre le ritmiche sostenute in un susseguirsi avvincente coronato da cambi di tempo e assoli azzeccati lanciano il pezzo a livelli altissimi cosi come le soluzioni cadenzate dalla seguente "Post Apocalypse Breed". In "Birth Of A Tyrant" troviamo come special guest sua maestà Jeff Dunn, il Mantas dei Venom e ora con i Venom.Inc, che qui affianca i nostri in un pezzo dai 2 volti; la solennità della prima parte della song si unisce alla furia "Venomiana" della seconda culminante in un finale incandescente. Inutile fare un track by track di tutto il disco perché qui come avrete ben compreso si viaggia su livelli qualitativi alti e sicuri per gli amanti del genere che troveranno pane per i loro denti all'ascolto di questo cd; mi soffermo solo nel dire che l'altro ospite Simon Cobb, membro storico dei sottovalutati Thrasher Inglesi Anihilated, ci delizia in "Of Magma And War" pezzo molto bello e tirato e che la cover dei Megadeth "Peace Sells..." suona personale, fresca e convincente. Ascolto dunque obbligatorio e acquisto consigliatissimo per questo Debut che suona fresco e personale guardando anche e soprattutto al passato con sincerità, passione e devozione.

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Opinione inserita da Francesco Noli    05 Gennaio, 2020
Ultimo aggiornamento: 05 Gennaio, 2020
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Dalla fredda Detroit fanno il loro esordio i Black Heiron band giovanissima (a giudicare dalle foto i nostri sono poco più che ventenni) con il loro Hair Raising Heavy Metal, come essi stessi amano definire il loro genere; un trademark nuovo che altro non è che un robusto Heavy & Roll (badate bene, non ho detto Hard & Roll), scanzonato e gioioso senza essere pretenzioso. Un debutto con luci e ombre che, sinceramente parlando, offre alcuni spunti d'interpretazione; da una parte abbiamo l'inesperienza di una band giovanissima (che non è assolutamente un difetto, si faranno le ossa) pagata soprattutto nella registrazione cruda e scarna, sia a livello di singoli strumenti che in generale, la quale certo non beneficia al sound della band, accompagnata da una certa monotonia di fondo in fase di arrangiamento ancora poco fantasioso e statico che si realizza man mano che si cresce con gli ascolti del platter. Le note dolenti (ma non difetti, sia chiaro, vista la loro giovane età e considerando che è un debutto) finiscono qui perché poi abbiamo la sfiziosità, la spensieretezza e l'ingenuità di 4 ragazzi che credono in ciò che fanno e lo mostrano a viso aperto, senza nascondersi dietro triti e ritriti cliché. La loro musica mi ha ricordato vagamente i primi Peer Gunt (chi se li ricorda?) mescolati a suoni n.w.o.b.h.m. del tempo che fu; voce sguaiata e ritmi sostenuti in quasi tutte le 9 songs che compongono il cd con già una buona padronanza degli strumenti e linee vocali. La voce sgraziata di Aaron Kozlowski andrà migliorata, ma in questo caso risulta funzionale nelle tracks quali "Judgment Day" e "Local Wars", con cambi di tempo e bordate in 4/4, come si evince sovente quando si mastica heavy metal americano o teutonico; la chitarra di Kevin Kreinbring macina riff che è un piacere e sprigiona affetto e dolcezza in alcuni solos un po' sbavati e ingenui, ma comunque in linea sia con la proposta generale, che nel contesto della singola canzone. Sciorinando tematiche volte a guerra e violenza senza scostarsi troppo dal movimento duro e puro, non possiamo che volerli bene e incentivarli perché, anche se non c'è niente di nuovo sotto il sole (ma poi chi lo pretende?), i margini di miglioramento sono ampi e sono convinto che andando avanti, con un po di esperienza in più sia nell'approccio compositivo sia in quello dei suoni, sentiremo parlare in futuro molto bene di loro; d'altronde le tracks "Crimson Slaughter" e "Panic Attack" mostrano già una lucentezza abbastanza brillante che potrà diventare accecante già dal prossimo full lenght. Coraggiosi e divertenti!

P.S. Esiste una decima traccia, intitolata "Funky brunch", che è un discorso di circa un minuto... skippate pure!

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Opinione inserita da Francesco Noli    22 Dicembre, 2019
Ultimo aggiornamento: 22 Dicembre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Hammerschmitt sono una band tedesca fiera e pura di ciò che fa, formatasi nel lontano 1987 (sotto il monicker Pierrot) che oggi arriva al traguardo del quinto album e lo fa nel migliore dei modi con convinzione, audacia, sicurezza dei propri mezzi e tanta tanta passione, che a mio modesto parere non dovrebbe mancare mai. Il loro power/heavy metal è ormai maturo e adulto, affiancato anche da una produzione che risalta i suoni di tutti gli strumenti, in particolare delle chitarre, per un mix che va dai Grave Digger e Iced Earth fino a arrivare ai più attempati Tyran' Pace: tutto molto teutonico a dire la verità, ma ci piace cosi. Si va dal Power Metal della title track alla melodia incantevole di "Say My Name", passando per la veloce "Living Dead" o il melodico mid-tempo di "Saints of Rock", con un testo divertente e un ritornello ruffiano. Gli ingredienti ci sono tutti per far si che i fans più classici possano sollazzarsi via via che le tracks si susseguono, arrivando al colpo di coda proprio con la finale "End of Time", una ballad dolce dove fa bella mostra di sé un pianoforte possente e malinconico con la voce di Ben che emoziona grazie all'onda vocale avvincente. Di questi tempi trovare un lavoro cosi valido in un genere molto congestionato è una manna dal cielo e, se fossi in voi, non me lo farei certo sfuggire, anche perché il prodotto in questione non consente cali di sorta, mantenendo alta la concentrazione dell'ascoltatore: prodotto consigliatissimo e altro centro per la sempre possente Massacre Records!!!

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Opinione inserita da Francesco Noli    10 Dicembre, 2019
Ultimo aggiornamento: 14 Dicembre, 2019
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Gli Italianissimi Under Attack debuttano con questo EP omonimo, in attesa di rilasciare il full length nei primi mesi del 2020 e devo dire che le premesse di avere tra le mani un qualcosa di entusiasmante ci sono proprio tutte; il compositore e cantante Daniele Sciacca insieme a Nando Bonini (arrangiatore) qui sono accompagnati dal funambolico Fabio Rossi alla 6 corde (ospite sul pezzo "The rules") e ci consegnano 3 pezzi dal sapore Hard & Heavy ottantiano, ammaliante e pieno di groove. L'iniziale "Soldier" è l'apripista infallibile grazie a un ritornello azzeccatissimo e melodico con ottimi inserti di tastiera la quale, mai opprimente, pennella la canzone di tinte AOR che, intrecciate con l'ottimo fraseggio di chitarra, si evolve in un connubio mirabolante: veramente un'opener coi controtesticoli! La seguente "Beyond the Sea" picchia più duro, nel senso che qui spariscono le influenze AOR e il suono si fa più "serioso" con tanto di doppia cassa e chorus ottantiano a più non posso; Sciacca ci mostra di essere un singer di razza, modulando la voce con sapiente abilità, dando alla canzone quelle sfumature sottili da far rendere il pezzo al meglio: bello e intrigante il break centrale dopo l'assolo. Si chiude nel migliore dei modi con "The Rules", all'insegna della melodia intelligente e mai mielosa, dove la bella voce del singer ancora una volta risulta la carta vincente con timbro chiaro e deciso; Bonini alla chitarra tesse trame soavi che mi hanno ricordato i misconosciuti ma bellissimi Red Dawn (Chi di voi se li ricorda?) con assolo fotonico senza strafare in virtuosismi fini a sé stessi! Chi mi conosce sa che io difficilmente mi esalto per i mini apripista al disco, tendendo sempre a mantenere una certa diffidenza nel dare un giudizio obiettivo, causa i pochi brani che compongono questi lavori, ma a questo giro non posso che esaltarmi al cospetto di queste tre tracce tutte talmente avvincenti da farmi premere il tasto play più e più volte. La produzione è convincente e, se devo proprio trovare il pelo nell'uovo, consiglierei di migliorare magari il sound della sezione ritmica in generale, ma è solo una puntigliosità opinabile: anche perché, se i nostri rilasceranno un seguito anche solo pari a queste tre tracks (e le premesse ci sono tutte!), il resto dei discorsi conterà zero! BRAVISSIMI!!!

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