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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    02 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 02 Luglio, 2021
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C'era grandissima attesa per la settima prova in casa At The Gates. Dopo il gran figurone nel 2018 con "To Drink from the Night Itself" e le successive dichiarazioni di Lindberg sul nuovo disco in lavorazione, tutti si aspettavano grandi cose con il qui presente "The Nightmare of Being". E finalmente oggi possiamo metterci le mani con la curiosità di chi sa già che per i maestri del melodeath svedese risulta pressoché impossibile tirare fuori un prodotto floppato. E tanto è stato. Ora, prima di addentrarci in quest'opera che, lo diciamo subito, va trattata diversamente rispetto alle precedenti, è bene fare una doverosa precisazione. Chi si aspettava il sound At The Gates classico, quello sulla falsariga di "Slaughter of the Soul", allora non ha ancora capito che quel periodo è bello che finito. Dopo 26 anni dal capolavoro massimo dei Nostri, pretendere ancora quel modo di intendere il melodic death è forse la cosa più meschina nei confronti della band. E aggiungiamo: per fortuna che gli ATG non si siano voluti adagiare sugli allori, preferendo invece un sound sempre più ricco e variegato che, infine, ha portato inevitabilmente al qui presente "The Nightmare of Being". Già, perché nonostante i dischi del 2014 e del 2018 - quelli post reunion per intenderci - abbiano effettivamente portato lo stile dei nostri a dei livelli superiori in fatto di stratificazione del sound, è pur vero che entrambi erano comunque fortemente ancorati a quel modo di intendere il melodic death. Insomma, a Lindberg e soci mancava ancora quel quid per fare il balzo nel vuoto. Un tuffo che finalmente è stato fatto ed il cui risultato è l'album più ambizioso, oscuro e sperimentale di tutta la discografia degli ATG e, a detta nostra, il migliore dei lavori post reunion senza ombra di dubbio.
"The Nightmare of Being" è un disco stratificato, complesso, difficile. Ma non per questo autoreferenziale o una mera prova di abilità da parte dei Nostri. Tutt'altro. Al suo interno si trova tutta la maestria degli ATG ma questa volta presentata sotto una nuova oscura luce. Le tracce sono elaborate, studiate ma sempre pronte ad aggredire con una certa violenza istintiva. Meravigliosi, poi, gli innesti progressive e dal sapore anni '70 che ritroviamo in "The Fall into Time", così come le sinfonie di sax in "Garden of Cyrus". Tutti elementi che ad un primo veloce ascolto potrebbero far storcere il naso. Il che è comprensibile se si affronta il disco con il mood con cui ci si è sempre approcciati agli ATG. Istintivamente ci si aspetta una furiosa mazzata sui denti, una vagonata di riff taglienti che portano l'oscuro marchio di chi il melodeath lo ha inventato. Così non è stato per questo "The Nightmare of Being"; o almeno, non del tutto. Nel lotto di dieci tracce c'è sempre quell'inconfondibile tocco che porta il nome della band. E, fattore importante questo, si avverte ben più di uno sguardo ai primi due lavori, sempre ingiustamente posti in secondo piano dai successivi capitoli. Ma qui c'è molto, ma molto di più; tanto da dover considerare, come si diceva più su, l'opera in questione come il vero punto di rottura dell'act svedese, che finalmente si scrolla di dosso l'ombra del passato lasciando briglia sciolta all'inventiva. Il giro di boa che arriva dopo 26 anni. A ciò si aggiunga la quasi innaturale vena oscura che pervade ogni singolo pezzo, come del resto dichiarato dallo stesso Lindberg il quale, non senza mostrare qualche segno di debolezza canora qua e là, fa sempre il suo gran figurone dietro il microfono.
"The Nightmare of Being" in sintesi rappresenta gli At The Gates di oggi nella loro forma più smagliante e rinnovata di sempre. Paradossalmente è proprio nei pezzi dal sapore più classico che si avverte una leggerissima stonatura rispetto a tutto il contesto. Ma stiam pur sempre parlando di un'inezia che certamente non va ad incidere negativamente sull'intera opera. Chiaro: disco complesso significa automaticamente più ascolti per assimilare bene le tante sfaccettature. Non tanto per un discorso di complessità dei riff, che mantengono sempre e comunque una linearità percepibile anche laddove si addentrano in territori più arzigogolati. Qui si parla di un discorso più concettuale, di mood. L'album si addentra nell'anima dell'ascoltatore, portando con sé un'oscurità tangibile che richiede tempo per essere compresa.
In definitiva siamo di fronte ad un album imponente, elegante e maestoso, in grado di rapire per tutti i suoi 45 minuti di durata. Lo ribadiamo ancora: il miglior disco post reunion della carriera dei Nostri. Chapeau!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    29 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 29 Giugno, 2021
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Ci hanno messo solamente tre anni gli olandesi Pestilence a partorire il qui presente "Exitivm", nono capitolo per Mameli e soci licenziato dalla polacca Agonia Records. Un disco che riprende il lavoro svolto con il precedente "Hadeon" ma che, a differenza di quest'ultimo, si presenta con una personalità ed una verve che non si sentiva da diversi anni a questa parte. Complice di tutto ciò due fattori: la straordinaria capacità compositiva dell'inossidabile leader e mastermind Patrick Mameli, ed una nuovissima line-up che vede ben 3/4 della band sostituiti con nuovi musicisti. Entrambi dei fattori determinanti per la riuscita del disco in questione, soprattutto perché "Exitivm" risulta molto più diretto e feroce. Il risultato sono dieci tracce - più intro e outro, ma le escludiamo - per un totale di nemmeno 40 minuti di ascolto. Brutalità e sberle sulla faccia sono le parole chiave che tengono le redini del disco. I brani sono asciutti e monolitici, fortemente influenzati da un ritorno molto più marcato della vena tech death/thrash e da sonorità sci-fi dissonanti che creano delle atmosfere mortifere e lugubri. Menzione d'onore, ovviamente, va all'unico membro fisso e di fatto mastermind Mameli alla voce e alla chitarra. Senza ombra di dubbio uno dei migliori artisti death metal in circolazione, con una capacità di songwriting inconfondibile e di impatto; merito anche di alcune soluzioni che sebbene tendano a seguire lo stesso pattern, di contro fanno sempre la loro gran figura. Non c'è da stupirsi, dunque, se "Exitivm" risulti improntato su un modus operandi lineare e conciso, fatto di momenti certamente concitati e tecnici, ma non per questo fini a se stessi o troppo elaborati. Ciò che veramente rendo il disco un prodotto più che riuscito e forse uno dei migliori lavori dagli anni Duemila, è l'enorme impatto sonoro dei brani. Con un Mameli ispiratissimo alla voce e alla chitarra il risultato non poteva che essere un centro pieno. Chiaro, gli stilemi son sempre quelli che già si avvertivano nel precedente album. Ma ciò non è da intendersi come un copia/incolla di quanto fatto di buono fino ad ora. Piuttosto bisogna vederla come una ritrovata cattiveria e vena creativa dopo alcuni episodi incerti e mai del tutto convincenti. Canzoni brevi, chitarre dissonanti, atmosfere mortifere grazie alla leggerissima vena sinfonica di base e riff compattissimi. Tutti ingredienti che rendono "Exitivm" un disco degno di nota e certamente tra i migliori dell'intera discografia dei Pestilence. Consigliato sia ai nuovi fan, sia ai vecchi leoni che seguono la band dai tempi del colossale "Malleus Maleficarum", con l'imprescindibile monito che non si poteva chiedere di più al quartetto di oggi. In entrambi i casi troverete sicuramente pane per i vostri denti.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    25 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 25 Giugno, 2021
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E finalmente ci siamo. Uno degli album più attesi di questo 2021 è finalmente uscito, segnando il ritorno in pompa magna del duo più leggendario ed iconico del panorama black metal mondiale: i Darkthrone con il loro diciannovesimo album in studio, il qui presente "Eternal Hails......". Un disco che vede la luce a soli due anni di distanza dal magnifico "Old Star" ma che, a dispetto del lasso di tempo breve, segna di fatto una rivoluzione ed un cambiamento stilistico da parte di Fenriz e Nocturno Culto. Ma attenzione, prima che possiate incorrere in fraintendimenti: non si parla certo di un'evoluzione nel senso classico della parola. Al contrario. "Eternal Hails......" è il disco che segna il ritorno alle origini del metal: figlio diretto delle sonorità degli anni '70-'80, quando l'heavy metal e il doom metal dei pionieri Black Sabbath, Celtic Frost, Venom, Hellhammer e Goatlord la faceva da padrone assoluto. E forse "autentico" è il miglior aggettivo per descrivere l'ultima opera dei Darkthrone, a cominciare dal sound che più crudo e vero di così non si poteva trovare. "Eternal Hails......" è l'essenza del metal stesso, un omaggio ai grandi nomi che hanno reso immortale e leggendario il genere e pregno di tutta la disumana maestria che solo due menti come Fenriz e Nocturno Culto potevano avere. La rivoluzione di cui si parlava più su sta proprio in questo. Mentre oggi c'è una continua e spasmodica ricerca del nuovo e dell'innovazione - che spesso, molto spesso, si traduce in un'accozzaglia di roba senza senso e forzata - i Darkthrone hanno fatto esattamente l'opposto, mostrando come il passato non sia solo un retaggio o una meta lontana e superata, ma qualcosa di ancora vivo e vegeto. Dedizione e soprattutto attitudine si riversano in queste cinque lunghissime tracce in cui il duo norvegese dà sfogo a tutto il suo background musicale. Fortissima è l'influenza doom dei mostri sacri Black Sabbath. Una componente che già nel precedente "Old Star" si sentiva, ma che ora è la linfa vitale del particolarissimo sound proposto. Già con la pubblicazione del primo singolo estratto "Hate Cloak" si intuì che "Eternal Hails......" sarebbe stato un disco totalmente diverso; un vero e proprio punto di rottura che solo i Darkthrone avrebbero potuto permettersi nella loro trentennale carriera. Si parla di quasi 10 minuti di durata nei quali la mortifera aura della band si spalma all'interno del riffing crudissimo e scheletrico di Nocturno Culto, mentre il leggendario Fenriz tiene le redini con una sezione ritmica essenziale ma viva, dirompente e diretta. Nessun orpello di post produzione o abbellimento. Assolutamente. Il sound è così, nudo come mamma l'ha fatto, tanto per usare un modo di dire. In un mondo che cambia costantemente dimenticando le proprie radici, i Darkthrone riescono sempre e comunque a rimanere loro stessi e a suonare solamente ciò che vogliono, restando fedeli esclusivamente alla loro musica. Ecco perché solamente loro potevano permettersi un azzardo di questa portata proponendo un disco "vecchio" di quarant'anni ma così maledettamente vivo e attuale. Solo tanto rispetto e stima per quella che possiamo tranquillamente definire una delle migliori band al mondo. Perché la tecnica senza anima è solo un freddo guscio vuoto, e i Darkthrone, ad oggi, sono una delle pochissime realtà che ha ancora un'essenza maligna e pura come la gelida aria della tundra norvegese. Inutile parlarvi delle tracce, sarebbe riduttivo e svilirebbe la bellezza dell'opera che va goduta tutta così per quello che è: un prodotto musicalmente genuino che trasuda anima e attitudine da tutti i pori. L'unica cosa che noi comuni mortali possiamo fare di fronte ad un capolavoro come questo è dire semplicemente: "grazie!". Inutile dire che finirà tra le migliori uscite di quest'anno.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    23 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Giugno, 2021
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Il progetto Winter Eternal, nato dal mastermind greco Soulreaper, è sicuramente una delle one-man-band più interessanti votate ad un certo modo di intendere il black metal scandinavo, quello soprattutto di Dissection, Gates of Ishtar e Sacramentum, tanto per intenderci. La proposta dell'artista è, dal debutto del 2013, fino al qui presente terzo album "Land of Darkness", classica ma non per questo non degna di attenzione. Il disco è inoltre il primo ad essere licenziato da Hells Headbangers Records, e sicuramente presenta degli elementi che di fatto lo rendono il più interessante rispetto ai due precedenti. Chiariamo subito un cosa: se cercate un prodotto originale ed innovativo, non certamente qui che dovete cercare. Se, al contrario, siete legati a quelle sonorità tipiche degli anni '90 e fortemente dal sapore Dissection, allora la proposta di Soulreaper incontrerà i vostri apprezzamenti. Detto ciò, questo "Land of Darkness" è forse tra i dischi votati ai lavori di Jon Nödtveidt, a cominciare dalla copertina chiaramente ispirata al colossale "Storm of the Light's Bane", sino ad arrivare alla proposta musicale vera e propria. Riff glaciali, ipnotici, tristi e ribollenti di furore, accompagnati da un tappeto di batteria basilare ma funzionale e da un riffing melodico e tagliente. A coronare il tutto, poi, c'è la voce scabrosa del greco, la quale, onestamente parlando, potrebbe essere la nota più dolente della proposta dei Winter Eternal. Dico "potrebbe" in quanto un timbro vocale tendenzialmente monotono e con qualche impeto d'ira ferina come nella stupenda "Faded To Silence", potrebbe - per l'appunto - non essere gradito. In primis per chi sta scrivendo ci è voluto un po' per entrare nel mood giusto e apprezzare lo scream di Soulreaper. Quantomeno la sua è una voce particolare, il che certamente si nota. Per il resto questo "Land of Darkness" si presenta come un lavoro completo sotto ogni punto di vista, ricco di pathos e soprattutto di amore e passione dell'artista dietro al progetto. Alcune tracce sono veramente stupende, soprattutto dalla seconda metà in poi; altre, al contrario, per quanto riescano ad entusiasmare risultano un po' troppo ispirate - vedasi i Dissection -.
In sintesi i Winter Eternal si confermano come una realtà conscia del sound che propone, ma che nonostante tutto lascia trapelare una buona capacità di interpretazione. Chiaro, come si diceva più su: non è l'originalità il punto forte, quanto la devozione verso un certo modo di intendere il black metal scandinavo degli anni '90. Un ascolto è più che consigliato!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    23 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Giugno, 2021
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Ci hanno messo cinque anni i mitici Desaster per dare alla luce il qui presente e ferocissimo "Churches Without Saints", nono album per il quartetto tedesco che dal 1988 è sinonimo di garanzia, attitudine e potenza. Già, perché nonostante Infernal e soci non abbiano mai avuto quel bacino d'utenza che, al contrario, meriterebbero, la band è un vecchio colosso che da oltre trent'anni macina black/thrash a secchiate con una sola ed imprescindibile formula: pestare a sangue tutto ciò che gli si para davanti. Ed è esattamente ciò che accade in questa nuova fatica: un disco nettamente superiore al precedente del 2016 nel quale si avverte quel ritorno alle sonorità nude e crude old school rese ancor più maligne da una velata ma sempre ben presente vena melodica. Il risultato è quanto di meglio ci si possa aspettare da una band come i Desaster: 40 minuti in cui i Nostri sciorinano il loro miglior repertorio fatto di sonore bordate sulla faccia. Il tutto accompagnato dall'infernale e maligna voce di Sataniac, il quale sembra ergersi su un nero trono mentre dall'alto guarda compiaciuto le sue orde demoniache. E "demoniaco" è forse il miglior aggettivo per descrivere la musica proposta dai tedeschi. Non tanto per un discorso di ferocia dei riff, quanto per una certa attitudine che trapela in ogni traccia e che lascia intendere come queste sonorità siano il territorio indiscusso del quartetto; e guai a voler uscire dai canoni! Farlo decreterebbe la fine del gruppo, e noi non vogliamo minimamente che l'act di Koblenz si discosti da uno stile più che consolidato. Eppure in questo continuo bombardamento a tappeto fatto del più feroce e luciferino black/thrash si fa sempre ben sentire la firma inconfondibile di Infernal e soci. Un satanico marchio che sta lì, imperituro, a confermare ancora una volta quanto i Desaster siano ben lungi dal passare il testimone alle giovani leve. Forti della sferzata Sodom (soprattutto nella ferocissima e spettacolare "Hellputa"), conditi dalla malignità di Deströyer 666 e Nifelheim, questi vecchi leoni hanno impacchettato un gran disco pregno di tutta la maestria di chi vuole solo pistare e divertirsi a dovere. Garanzia, sicurezza e attitudine allo stato puro. Consigliatissimo!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    23 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Giugno, 2021
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Che gli americani Worm Shepherd fossero una delle realtà più interessanti in ambito blackened deathcore si era capito dal debutto "In The Wake Ov Sòl", uscito solamente a dicembre 2020. C'era da aspettarsi, poi, che Unique Leader Records notasse il quartetto e lo inserisse nel proprio roster, considerando quanto l'etichetta sia ormai il punto di riferimento per tutte le frange del deathcore e dello slam. Ecco dunque che arriviamo a giugno 2021 con la ristampa del disco di debutto, questa volta implementato dalla produzione magistrale di ULR e finalmente pronto a mostrarci un act in formissima ed in grado di ritagliarsi una fetta importante della scena -core mondiale. Imprescindibile, se si vuole parlare dei Worm Shepherd, non fare un raffronto con la band blackened deathcore per eccellenza, i tedeschi Mental Cruelty, coloro che hanno portato il genere a dei livelli mai pensati prima. Ma, a differenza della band europea, i Nostri hanno optato per una scelta che si pone esattamente a metà, tra le classiche sfuriate deathcore/slam, e la macabra marcia funebre del blackened death. Il risultato è un disco estremamente equilibrato, godibile e per certi aspetti originali; per quanto quest'ultimo aspetto vada a collidere con una comunque ben percepibile vena standard nell'esecuzione dei pezzi. Se, quindi, volete avere un assaggio del vero potenziale del quartetto, è nelle tracce con le collaborazioni che troverete tutta la malvagità del blackened deathcore. Come, ad esempio, nella macabra e mortifera "Wretchedness Upon the Gates ", che vede David dei Signs Of The Swarm tra gli ospiti. Attenzione: con ciò non si intende dire che i Worm Shepeherd siano scontati. Tutt'altro. Si vuole semplicemente sottolineare come alcuni brani tendano ad osare laddove altri si mantengono un passo indietro. Un fattore sul quale si può anche sorvolare in ultima analisi trattandosi comunque di un disco di debutto. Su una cosa possiamo essere sicuri: la band è certamente uno dei nomi più interessanti di tutti quelli licenziati da ULR, soprattutto per il genere proposto e per come viene trattato. Aspettiamo con ansia i prossimi lavori!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    21 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 21 Giugno, 2021
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A dispetto di quanto potrebbe far pensare un primo e distratto ascolto, questo debutto degli americani Kill The Imposter dal titolo "The Violent Sessions" è una summa di quanto già si trova di buono nel panorama deathcore. La band, che proviene proprio da uno dei poli del genere, ossia Orlando, si presenta con il primo full-length dopo tre anni di vita e due EP con tutta la ferocia e la voglia di fare del caso. Il che, per dei ragazzi all'inizio della carriera, si traduce in un dischetto che fa comunque la sua buona figura ma che, dall'altra parte, denota ancora un approccio tendenzialmente standard al deathcore. Non è un caso se troverete ben più di una vicinanza con gli Emmure o i Thy Art Is Murder, soprattutto nelle ritmiche molto cadenzate e stoppate che fanno da struttura ad una doppia cassa sempre presente. Così come la voce di Johnny, molto più improntata su uno stile Hardcore dei primi anni 2000 e che da un certo punto di vista potrebbe ricordare il mezzo scream di Randy Blythe. Mai troppo basso, mai troppo alto, ma sempre mantenuto in una situazione di mezzo. Personalmente l'ho gradito, ma di fatto è forse la nota più dolente del disco, poichè è monotona, resa viva solo da qualche passaggio più esuberante di tanto in tanto.
Un disco, il qui presente "The Violence Session", che risulta più un "wanna-be" anziché il prodotto genuino di quattro ragazzi alle prese con il deathcore. Un fattore che emerge prepotentemente durante l'ascolto e che di fatto rende tutto il lavoro un prodotto certamente godibile ma molto poco avvincente ed originale.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    13 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 14 Giugno, 2021
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Torniamo a parlare ancora una volta degli olandesi Distant, in quello che ormai è un gradito appuntamento fisso. Questa volta però, dopo due ottimi EP, la band deathcore/downtempo conclude il suo ciclo narrativo partito con il primo album del 2019 "Tyrannotophia". Senza troppi giri di parole vi presento il secondo full-length di una delle band più iconiche ed uniche al mondo: "Aeons of Oblivion", licenziato, come ormai è da prassi, da Unique Leader Records.
Un disco contenente ben 19 tracce, 12 delle quali sono semplicemente quelle dei precedenti EP di cui ovviamente non tratteremo - trovate le relative recensioni su questo portale -. Verrebbe da chiedersi il motivo di tale scelta. Forse un modo per chiudere il ciclo narrativo e quindi riassumere tutto all'interno di un solo disco. Ma comunque, al di là delle congetture, restano all'attivo 7 brani inediti nei quali il quintetto va ad esplorare lidi fino ad ora solo abbozzati negli scorsi lavori e che nel disco di debutto erano totalmente assenti: gli innesti melodici. Inoltre c'è stato un ulteriore cambio di line-up: a sostituire Jan Mato alla batteria è subentrato Shainel Ramharakh, e poi la formazione si è alleggerita con l'abbandono della terza chitarra di Eise Smit. Quindi, a conti fatti, l'ex sestetto è ora diventato un quintetto. Ma state tranquilli, il marchio di fabbrica dei Distant è sempre lì e ben riconoscibile. Ma questa volta, come dicevamo, gli olandesi hanno deciso di osare di più addentrandosi in territori che sì hanno l'inconfondibile sapore Distant, ma che, al contempo, cercano di bussare alla porta del Deathcore melodico classico e a qualche vago rimando Djent. Una scelta che riflette la costante crescita della band, che dal 2019 ad oggi non si è mai fermata, ma che dall'altro mostra un andamento non ancora del tutto fluido. Se in precedenza la vena downtempo era predominante, adesso ci troviamo in una fase di intermezzo che cerca di far vedere - o, per meglio dire, sentire - il progressivo evolversi del sound dei Nostri. Scelta, o forse conseguenza, più che comprensibile quando si sperimenta qualcosa di nuovo. In generale "Aeons Of Oblivion" si dimostra un album devastante pieno di tutto il background del gruppo e con un'evidente voglia di spingersi oltre. Un esperimento ancora imperfetto ma che presenta una band poco avvezza ad adagiarsi sulla comfort zone. Di una cosa sono sicuro: in quello che fanno i Distant sono i migliori e i più iconici in assoluto. Attendo con trepidazione cosa avranno da dirci in futuro. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    13 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 14 Giugno, 2021
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Thrash anni '80 in stile Slayer e Sodom, sferzata death dei primi Sepultura e tema principale i film horror degli anni '70-'80. Cosa c'è di più classico ed evergreen di questo? Esatto, niente. Ed è proprio per questo che l'EP di debutto omonimo dei canadesi Video Nasty riesce a conquistare con i suoi circa 20 minuti di sonore sberle sulla faccia nei quali i Nostri si cimentano in una prova di tutto rispetto. A coronare il tutto, poi, la cover di "Antichrist" dei Sepultura che, onestamente parlando, mi è piaciuta particolarmente come conclusione di questo primo assaggio della band canadese.
C'è molto poco da dire in realtà perché, come mi è già capitato di ribadire in altre recensioni, il genere proposto è stato più che ampiamente suonato nel corso dei decenni e, fondamentalmente, non stanca mai. Chiaro, stiamo pur sempre parlando di sonorità, songwriting ed attitudine che conosciamo fin troppo bene. Viene da sé che se cercate l'innovazione non è certo qui che la troverete - e sarebbe anche sciocco pretenderlo -. Ma se invece siete amanti dell'old school, di quel modo di intendere il metal che vede l'heavy metal dei Motörhead come matrice e poi il thrash/death degli albori come ramificazione, state pur sicuri che i Video Nasty sapranno regalarvi quella gustosissima e frenetica ventina di minuti. Un punto di merito ai Nostri va certamente alla qualità audio, minimale ma perfetta sotto ogni aspetto, e alla voce di Kyle Scott, il quale dimostra una certa malleabilità stilistica. Seppur la base sia il classico cantato dei primi anni '80 - Max Cavalera, Tom "Angelripper" e via dicendo per intenderci - il vocalist non disdegna anche qualche momento più moderno in cui il suo growl risente molto del death moderno. Sicuramente la componente più interessante di questo EP di debutto. Fossi in voi terrei d'occhio la band: non sia mai dovesse tira fuori dal cilindro un full-length con gli attributi!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    13 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 13 Giugno, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Quella che sto scrivendo non è una recensione facile. I motivi sono fondamentalmente due. Primo: si tratta di un album di fine carriera; il cosiddetto "canto del cigno". Secondo: stiamo parlando dei nostrani Frozen Hell, i quali dopo uno splendido debutto nel 2016 - trovate la recensione in questo portale - si presentano con un secondo disco che, ahimè, non mi ha fatto impazzire come il primo. Entrambe le componenti, dunque, rendono difficile scrivere in maniera obiettiva, ma è altresì vero che bisogna riconoscere che per questo album omonimo, "Frozen Hell", vale il proverbiale: "Il troppo stroppia". Mi spiego. Il quartetto veneto non è mai stato avvezzo alla brevità dei brani, tant'è che il disco del 2016, "Path to Redemption", sforava tranquillamente l'ora di durata ma mantenendo sempre alta l'asticella dell'attenzione. Questo per un semplice motivo: i Nostri sono degli animali dietro gli strumenti. Tecnici, veloci, virtuosi e sempre pronti ad esplorare territori musicali diversi. Il loro melodeath è moderno, fresco e audace: tutte qualità che diedero vita ad un gran disco. Ma, come direbbe un certo zio Ben in Spiderman, da un grande potere derivano grandi responsabilità. Questo perché dal mostrare i muscoli a presentare un prodotto quasi fine a se stesso è un attimo. Ed è proprio qui che si colloca "Frozen Hell": un album complicato nel quale la band ha buttato dentro tutte le sue qualità migliori ma facendolo senza cognizione di causa. L'ascolto risulta quindi difficile e noioso già dopo le prime 3-4 tracce. Complice una struttura dei brani tendenzialmente uguale che per quanto avvincente e grintosa possa essere, ed unitamente all'aver impostato il disco come fosse un'unica suite, fa calare drasticamente l'attenzione. Cosa che, al contrario, non avveniva nel primo lavoro, il quale risultava certamente tecnico e molto ricco di sfaccettature, ma che si manteneva sempre e comunque un passo prima dal baratro dello strafare. Nulla da dire sulla qualità sonora di "Frozen Hell": perfetta e bilanciatissima. Del resto si parla del 16th Cellar Studio, un sinonimo di garanzia e qualità.
Il grosso difetto di questo album finale sta proprio nel fatto che non si sa dove voglia andare a parare. Al di là di un livello tecnico eccelso e di un ventaglio compositivo di tutto rispetto, il quartetto veneto sembra navigare in mare aperto senza una meta precisa proponendo all'ascoltatore un prodotto di difficile comprensione e di conseguenza fine a se stesso. Una durata inferiore e magari un songwriting più leggero avrebbero certamente fatto la differenza, per quanto siano entrambe due imprescindibili firme dei Frozen Hell. Dispiace dover vedere la fine di un progetto con un album che lascia un certo retrogusto amaro.

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