A+ A A-

Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

282 risultati - visualizzati 41 - 50 « 1 2 3 4 5 6 7 ... 8 29 »
 
releases
 
voto 
 
5.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    12 Febbraio, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Definire la musica degli svedesi Humanity's Last Breath è cosa pressoché impossibile. Questo perchè Filip Danielsson e soci hanno letteralmente inventato un genere tutto loro, ossia un mix di deathcore dissonante, djent, ambient, black metal atmosferico e doom. "Thall", questo il nome che definisce lo stile dei nostri. Coniato per la prima volta dai loro connazionali Vildhjarta, il termine è ormai divenuto una sorta di slang per definire -o meglio, cercare di definire- la particolarissima proposta degli svedesi.
Degli HLB si era già parlato due anni fa con il colossale "Abyssal", il loro secondo album che li consacrò definitivamente tra le realtà più importanti del panorama metal. Già allora rimasi esterrefatto dal sound micidiale e dalle particolarissime sonorità che rendevano il disco un vero e proprio buco nero: qualcosa di mai sentito prima; pesantissimo, claustrofobico e mortifero. L'annichilazione fatta musica per intenderci. Ed è proprio sulla falsariga di "Abyssal" che i nostri hanno tirato fuori dal cilindro il loro terzo malatissimo album, il qui presente "Välde" licenziato da Unique Leader Records. Un altro grandissimo capolavoro che finirà dritto dritto tra le migliori uscite dell'anno. Punto.
Mai avrei pensato che gli HLB potessero superarsi dopo l'eccellente prova di due anni fa. Eppure la band è riuscita nell'impresa di confezionare un prodotto ancora più claustrofobico, velenoso e distruttivo. Forte dell'influenza dei Meshuggah, "Välde" si destreggia all'interno di una struttura così massiccia ed imponente da non lasciare spazio ad un singolo respiro. Premere il tasto "play" significa entrare nell'oscurità più totale, mentre un'inarrestabile forza di gravità schiaccia e distrugge tutto. Alle tipiche sonorità deathcore/downtempo, questa volta fanno capolino anche delle sfuriate molto più black/ambient, che nel precedente lavoro erano quasi un contorno. Qui invece, la pesantezza del sound è stata arricchita ulteriormente da tantissimi fattori. Il risultato è un disco ancora più marcio e malato, portato all'esasperazione dall'incredibile voce di Filip. Per la prima volta il vocalist si cimenta anche in alcune parti in clean vocals, come in "Spectre", per poi esplodere in tutta la sua furia con un growl disumano. È impossibile cercare di darvi un'idea della maestosità del disco, così come della sua innaturale pesantezza. E non tanto a livello di sound che, tanto per chiarirci, è oscuro e devastante come poche cose nella vita. No, la particolarità degli HLB è il contesto e l'atmosfera che riescono a creare. Immaginate di affogare nell'acqua da bendati mentre lentamente sentite il petto schiacciarvi i polmoni. Ecco, questa è la sensazione claustrofobica e velenosa che si prova traccia dopo traccia. In "Välde" non c'è un briciolo di spiraglio d'aria: tutto viene sommerso e annichilito da un'oscuro gorgo che risucchia a sé perfino la luce. Eppure in questa pesantezza, non ci si annoia mai. Anzi, qualcosa ti spinge a volerne ancora per cercare di cogliere ogni aspetto dell'album. Una vera e propria tortura mentale di cui non si può fare a meno, superiore perfino al colossale "Abyssal". Rispetto a quest'ultimo infatti, il nuovo album entra ancora di più nel merito e lasciando spazio anche ad altre influenze, che spaziano dai Gojira, fino ad arrivare ai Vildhjarta, ai Meshuggah, agli Ulcerate e ai Gorguts. Un capolavoro da avere assolutamente a tutti i costi e una delle migliori uscite dell'anno.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    07 Febbraio, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Prosegue a gonfie vele la carriera dei tedeschi Dark Zodiak. La death/thrash metal band capitanata dalla vocalist Simone Schwarz giunge al terzo album: il qui presente ed autoprodotto "Ophiuchus". Un lavoro che ricalca quanto già fatto di buono nel precedente "Landscapes of Our Soul" del 2017, seppur con alcuni elementi che rendono la nuova fatica il miglior lavoro dei nostri.
Seppur quel senso di leggera monotonia sia ancora ben avvertibile, c'è tuttavia da dire che in questa prova il quintetto ha saputo maggiormente spaziare. Il che si traduce in brani molto più ricchi di energia e personalità, e soprattutto delle ritmiche molto più studiate e meno standard. Ci sono brani più spiccatamente death/thrash come la furiosa "Heaven, Earth and Beneath", ed altri molto più cadenzati e lenti alla Asphyx, come nell'omonima traccia, in cui c'è addirittura spazio per qualcosina di melodico. Ma sicuramente il valore aggiunto di questo terzo album è l'eccellente prova della cantante Simone, una delle pochissime performer donna a saper tenere testa alla voce growl e scream. Inarrestabile, ecco l'aggettivo che meglio descrive il suo lavoro. E mai l'avevo sentita cimentarsi nel pig squeal! Ebbene, In "Ophiuchus" la ragazza confeziona una performance canora da inchino, riuscendo perfettamente ad incastrarsi e ad adattarsi a tutto il comparto ritmico delle tracce. Nelle parti cadenzate, che sfociano nel death/doom, il suo growl riecheggia come un ruggito; mentre laddove i pezzi si impennano con le classiche sfuriate death old school, ecco che la voce si apre e ci regala uno scream che potrebbe quasi ricordare Randy Blythe.
Ultimo ma non meno importante è quanto già ho accennato all'inizio, ossia quella tendenza, traccia dopo traccia, alla monotonia. Siamo di fronte a poco meno di 50 min di ascolto; una durata non indifferente per un genere che fa dell'immediatezza e dello schiaffone in faccia i suoi punti focali. Perciò proporre dei bani mediamente lunghi, espone al rischio di sfociare nella ripetitività. Cosa che, per quanto molto più limitata, inevitabilmente accade, almeno dalla seconda metà del disco. E la struttura quasi uguale di ciascun pezzo di certo non aiuta a spezzare. Perciò il mio consiglio è quello di trovare delle soluzioni che riescano a tenere alta l'attenzione, senza per questo dover sacrificare l'originalità.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    07 Febbraio, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Nascono nel 1994 i romani Oceana, ad opera di Massimiliano Pagliuso, il chitarrista dei Novembre, ad oggi una delle migliori band in ambito gothic/doom italiane. Tuttavia è di quest'anno il primissimo debutto della band capitolina, che arriva dopo ben 27 anni dalla fondazione ed un Ep nel 1996. Un'attesa che, sinceramente, è stata più che ripagata. Senza troppi giri di parole, "The Pattern" è un album di debutto colossale che saprà infiammare i cuori dei fan di Paradise Lost, My Dyng Bride, Shores Of Null e -ovviamente- Novembre.
Un trio, gli Oceana, che trasuda competenza e attitudine da tutti i pori. Del resto con un Gianpaolo Caprino degli Stormlord alla chitarra non potevamo non aspettarci un songwriting denso, scorrevole e maledettamente espressivo. A seguire poi c'è la sezione ritmica di Alessandro Marconcini che si esibisce nella suo primo full-length dietro le pelli. Una performance di tutto rispetto in cui il batterista alterna a meraviglia momenti blastati e concitati ad altri molto più lenti ed ispirati di chiara derivazione doom. Infine, come ciliegina sulla torta, c'è il frontman Massimiliano Pagliuso, che chiamarlo "garanzia" si faceva prima. In questo suo side project lo sentiamo per la prima volta alla voce -oltre ad aver curato anche la parte di basso, tastiere e seconda chitarra-. Una prova con la lettera maiuscola, punto. Un cantato davvero emotivo che sgorga dall'anima in grado di tenere testa al mood sognante e quasi onirico delle tracce. Cristallino e leggero ma anche aggressivo e graffiante. Due perfetti poli attorno al quale il nostro Massimiliano si destreggia alla perfezione. Ecco quindi che in "Tragicomic Reality" il vocalist dà sfogo a tutta la sua grinta, così come nella successiva "A Friend" che ricorda da molto vicino il melodeath degli Insomnium. Una traccia, quest'ultima, che mostra come i nostri non si siano fermati alle classiche sonorità gothic/doom, spingendo invece sul fattore espressività e personalità. Il risultato è un album che nulla ha da invidiare a realtà e produzioni ben più famose.
Un'ora di ascolto in cui tantissimi elementi si fondono arricchendosi l'un l'altro. Ecco perché non c'è un brano superiore ad un altro da prendere come punto di riferimento. Ciascun pezzo potrebbe costituire un lavoro a sé, eppure riesce sempre e comunque a ricordarci che "The Pattern" è un album degli Oceana. I miei personali complimenti al trio romano e sicuramente una delle migliori uscite italiane di questo 2021. Grazie!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    31 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 31 Gennaio, 2021
Top 10 opinionisti  -  

"Geek Metal". Sì, anche io mi sono chiesto "e che ca**o vuol dire?. La mia risposta al quesito è "boh". Eppure è con questo termine che gli americani Repaid In Blood definiscono la loro musica. Nella vastità degli slang inglesi "geek" è un termine che designa, tra i vari contesti in cui si può usare, una persona con una devozione fuori dal comune nei confronti di qualcosa. Ed in effetti il termine calza abbastanza bene con i nostri, essendo il loro secondo album, intitolato "Reflective Duality", qualcosa di totalmente fuori dal comune ed impossibile da catalogare. Da qui il termine "geek" che presumo sia stato usato per denotare quanto il quartetto si sia impegnato talmente tanto nella riuscita del disco da aver creato quasi un genere tutto suo.
Fatta la dovuta premessa, e tralasciando le questioni semantiche, di cosa stiamo parlando? Bene, andiamo con ordine. I Repaid In Blood si formano nel 2006 e dopo un primo album nel 2008 della band non si seppe più nulla, salvo un paio di Ep. Infine, dopo ben tredici anni di silenzio, i nostri decidono di tornare in carreggiata con uno degli album più ambiziosi che abbia mai ascoltato in anni di recensioni. "Reflective Duality" è uno di quei lavori che lasciano piacevolmente spiazzati, perchè non sai definirli: è progressive death? Forse è deathcore? Oppure groove? O ancora Djent? Non saprei dirvelo sinceramente. L'unica cosa che so è che mi sono trovato davanti ad otto tracce semplicemente spettacolari che uniscono a meraviglia lo stile di Meshuggah, Beyond Creation, primi Opeth, TesseracT, Born Of Osiris... Aggiungiamo anche una buona dose di ospiti provenienti dal mondo del Djent e del Technical death, ed ecco che il calderone diventa un tripudio di eterogeneità. Potrei continuare all'infinito e comunque non riuscirei mai ad avvicinarmi al genere proposto. Questo perché i brani hanno una capacità che raramente ho sentito: stupiscono. Ciò vuol dire che si parte in un modo e di punto in bianco la traccia cambia ritmiche e sonorità per poi tornare sui suoi passi e di nuovo perdersi in giri stranissimi. E tutto, ma davvero TUTTO, il disco non perde mai il suo focus. Da quanto ho scritto, infatti, si potrebbe pensare che la proposta del quartetto possa essere dispersiva o eccessivamente piena di orpelli ed inutili passaggi. E invece no! Nemmeno per un secondo ho perso il punto focale dell'album, seppur ogni volta ci si trovi spiazzati. Una continua contraddizione che dà vita ad uno degli album più strani, malati e maledettamente interessanti che abbia mai ascoltato.
Tredici anni di silenzio che hanno portato alla nascita di un vero e proprio genere a sé. E la scommessa è stata più che vinta. Complimenti ragazzi, avete guadagnato un accanito fan !

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    31 Gennaio, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Giungono al terzo album i milanesi Extirpation, ad oggi il loro lavoro più completo e feroce. Questo "A Damnation's Stairway to the Altar of Failure" si presenta in tutta la sua maligna aura che trasuda anni '80 da tutti i pori; e noi non potevamo chiedere di più. Un lavoro, questo, che sicuramente attirerà l'attenzione degli amanti di band quali Schizo, Nifelheim, Necrodeath, Aura Noir e Merciless. esatto, black/thrash ottantiano che vi farà schizzare il cervello dalle orecchie.
Qualche recensione fa -non ricordo di preciso- mi trovai a dover recensire un disco simile, ed in quella sede feci notare come il genere in questione fosse più che saturo e, in generale, molto poco avvezzo a chissà quali innovazioni. Perciò tuffarsi in questo mondo, ormai rimasto negli sfarzi delle band storiche che appartengono a tutt'altra cultura musicale, è quasi un suicidio. Il rischio di fare copia/incolla è sempre dietro l'angolo. Eppure i nostri sono riusciti nell'impresa di confezionare un prodotto che sì richiama a 360 gradi quelle antiche aure maligne, ma lo fa in maniera del tutto intelligente fondendo elementi black e thrash con una puntina melodica che vagamente mi ha ricordato i Dissection e gli Emperor. Ciò, a mio avviso, è stato l'ingrediente segreto che ha permesso agli Extirpation di non sfociare nella mera emulazione e di portare a casa un album per certi aspetti molto personale. Quella piccola firma in fondo alla pagina che ti ricorda come "A Damnation's Stairway to the Altar of Failure" sia effettivamente un lavoro del quartetto milanese. E devo dire che tutto l'album, a conti fatti, funziona a meraviglia con dei brani velocissimi e tirati fino alla schizofrenia. Complice un drumming frenetico ed un songwriting caustico e micidiale. Non ci sono mai cali di tensione, ma un continuo alternarsi di momenti più spiccatamente thrash/black vecchia scuola ad altri più elaborati e studiati. Esempio perfetto è la traccia "...To The Altar Of Failure" o la splendida "Faith Of The Paradise", che già solo per la durata atipica ci mostrano come sia possibile, con un pizzico di ingegno, aggiungere quel tocco personale. Mi spiego. Solitamente il black/thrash è un genere che fa dell'immediatezza e della frenesia le sue colonne portanti. Per questo motivo i brani tendono ad essere brevi e concisi: degli sberloni in faccia senza troppi fronzoli. Ecco, ora immaginate questa classica formula ma con l'aggiunta di alcune parti più lente, melodiche ma comunque spettrali e maligne alla Dissection. Esatto, un centro pieno! E con il buon Darak alla voce il cerchio si conclude. La sua è una performance canora classica ma perfetta in un contesto del genere e risuona come una demoniaca eco.
Insomma, comunque lo si giri "A Damnation's Stairway to the Altar of Failure" è un grande album che mostra una band in formissima ed in grado di dare risalto al proprio potenziale. Un omaggio al passato ma con uno sguardo rivolto in avanti. Complimenti!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    29 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 29 Gennaio, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Quello del supergruppo svedese Soen fu un inizio di carriera quasi sfortunato ed in sordina. Il quintetto nacque nel 2010 e tra le sue fila contava musicisti di calibro mondiale, tra cui l'ex-Opeth Martin Lopez alla batteria, l'ex-Death e attualmente Testament Steve DiGiorgio al basso e Joel Ekelöf dei Willowtree alla voce. A conti fatti, la band musicalmente e tecnicamente aveva un potenziale astronomico e l'album di debutto "Cognitive" del 2012 non fece che confermare la cosa. Tuttavia l'eccessivo rimando allo stile dei Tool determinò un inizio non propriamente alla portata di musicisti di questo calibro che dovettero fare i conti con una critica non proprio clemente.
La svolta fortunatamente avvenne nel 2017 con l'album "Lykaia" e con quel capolavoro indescrivibile del 2019 "Lotus". È con quest'ultimo che i Soen riuscirono a toccare il loro apice compositivo portando ai massimi livelli uno stile -finalmente- personalissimo e di pregevole fattura. Ad oggi questo resta il loro fiore all'occhiello. E sulla falsariga del lavoro in questione ecco che spunta fuori il qui presente "Imperial", uscito solamente a due anni di distanza e figlio diretto del precedente album. Il che, ovviamente, si traduce in un altro centro pieno per gli svedesi. Ad un'impostazione progressive, fatta di passaggi tecnici ma mai stucchevoli, si unisce una fortissima componente espressiva e quasi tendente all'alternative che rende tutto l'ascolto emotivamente profondo. La spettacolarità di "imperial" che, ci tengo a precisarlo, resta comunque sotto a "Lotus", è la capacità di saper alternare momenti più freddi e concitati ad altri più dolci e liquidi. Il tutto frutto della mente geniale delle cinque teste che hanno lavorato al progetto. La voce Joel fa venire la pelle d'oca grazie ad una modulazione che gli permette di essere aggressivo o quasi disperato. Il mitico Martin Lopez dietro le pelli, appoggiato dal basso di "Oleksii “Zlatoyar” Kobel" che va a sostituire DiGiorgio, ci regala dei passaggi ricchissimi di groove. Elementi jazz e progressive fanno capolino all'interno di un drumming ispirato e mai tentennante. E fidatevi, la vena Opeth si sente in alcuni punti. Infine passiamo alle chitarra e tastiera di Lars Enok Åhlund e Cody Lee Ford, forse la componente che si discosta maggiormente rispetto a "Lotus". Se in quest'ultimo le asce giocavano un ruolo quasi primario, dando quindi all'album quel tocco leggermente più aggressivo, qui, al contrario, si mischiano molto di più con la melodia. Il risultato è a dir poco fenomenale, e dà comunque un senso di continuità a questa nuova fase dei Soen. Quella che, finalmente, riesce a mostrare tutto il potenziale fino ad ora tenuto latente.
In generale l'album si discosta poco da "Lotus", o comunque lascia intendere che il quintetto abbia capito il corridoio compositivo all'interno del quale muoversi. Sicuramente il punto che più di tutti ha caratterizzato i Soen è l'espressività. Parlare da un punto di vista tecnico sarebbe inutile dato che siamo di fronte a dei musicisti ineccepibili. Ma se a ciò si aggiunge una fortissima componente emotiva, ossia quella capacità di riuscire a commuovere, ecco che tutto il lavoro acquista un valore ben superiore al semplice mostrare le proprie abilità. Basta ascoltare "Illusion" o la splendida "Modesty" per immergersi in un turbinio di emozioni. La pelle d'oca è d'obbligo.
Che possa essere tra le migliori uscite del 2021? Nel frattempo i miei personali complimenti alla band. Album super consigliato a TUTTI.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    24 Gennaio, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Tra ispirazione ed mera emulazione c'è una linea molto sottile, talvolta impercettibile. Spesso ci troviamo di fronte a band qualitativamente e tecnicamente valide ma che, ahimè, ti fanno esclamare "ma questo l'ho già sentito!". E ciò, chiaramente, porta con sé lo sgradito effetto di relegare il gruppo in questione tra la marea di tante altre realtà presenti che si attestano sulla sufficienza politica e nulla di più.
Ecco, questa, purtroppo, è la sensazione che ho avuto nell'ascoltare "Complete Downfall", il quarto album degli spagnoli Dormanth, che giungono al ventisettesimo anno di vita -con una pausa dal 1995 al 2016- promuovendo quello che, a conti fatti, risulta essere un ottimo melodic death suonato a mestiere ma che, come dicevo più su, fin troppo simile al sound dei ben più importanti e famosi Insomnium. Al di là di quello che è l'apparato tecnico e qualitativo, a mio avviso perfetto, la vera nota dolente di questo disco è il richiamo fin troppo esplicito ai succitati finnici. Il resto viene da sè, purtroppo. Se quindi da un lato il quartetto spagnolo si mostra in gran forma grazie ad un album ben lavorato, godibile, incalzante e per nulla noioso, dall'altro mi tocca ammettere che tutto ciò sia frutto di un'idea che di certo non dipende da loro, o comunque molto poco. Devo sicuramente riconoscere le splendide melodie e ritmiche che creano quell'atmosfera death/doom alla Paradise Lost: queste mi hanno letteralmente stregato e non ho potuto fare a meno di riascoltare più e più volte alcuni passaggi molto espressivi. Tuttavia ciò si è rivelato un fuoco di paglia, perché l'eccessivo richiamo alle sonorità degli Insomnium è sempre dietro l'angolo e non mi permette di giudicare i nostri per quello che sono. Ma tant'è; non posso esimermi dal far notare questo fin troppo spiccato rimando che, come dicevo all'inizio, ha superato il confine che c'è tra ispirazione ed emulazione. Purtroppo l'ago della bilancia pende più su quest'ultima. Se dovessi giudicare il quarto album dei Dormanth da un punto di vista tecnico mi inchinerei. Ma avrei molto da ridire sul versante originalità, la vera nota dolente -perfino la voce ricorda molto da vicino quella di Niilo Sevänen-. Il mio consiglio è cercare una strada più personale, riascoltandosi e cercando di capire dove porre un freno e dove, al contrario, spingere. In bocca al lupo.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    23 Gennaio, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Finalmente torna una delle band che più di tutte mi colpì per la sua ferocia e pesantezza: gli olandesi Distant. Di loro parlammo in questa sede in merito al primo album di debutto "Tyrannotophia", uscito nel 2019 per Unique Leader Records. Una vera e propria bomba atomica che mischiava un deathcore molto moderno e galoppante ad elementi slam e downtempo che rendevano tutto l'ascolto di una pesantezza indescrivibile. Praticamente era come trovarsi con la testa su di un'incudine mentre un martello ti colpiva ripetutamente. Condito poi da massicci lavori di post produzione che davano a tutto il complesso quel tocco ancora più imponente, ecco che ci trovammo davanti un album a dir poco colossale e micidiale. Per quanto mi riguarda i Distant sono la miglior band in circolazione -in ambito slam/deathcore ovviamente-.
Ebbene, dopo quasi due anni -fine 2020- ragazzi di Rotterdam tornano con una nuova marcissima creatura, il qui presente Ep "Dawn Of Corruption", prodotto ancora una volta da Unique Leader Records e forte di tutta la violenza che questi mostri riescono a mettere in musica. Sei tracce - di cui la prima intro e l'ultima outro- per un totale di quasi venti minuti di massacro totale. La band non ha cambiato minimamente la formula vincente del primo album e ci sbatte in faccia la messa in musica di un pestaggio a sangue. Il deathcore/downtempo dei nostri è perfettamente riconoscibile tra mille: vuoi per quei riffoni super -super super super- cadenzati o per la dissonante melodia in ciascun pezzo che crea quell'atmosfera apocalittica. Oppure per la performance canora di quell'animale di Alan Grnja. Comunque sia, la musica dei Distant ha la sua inconfondibile firma ogni volta e tanto basta ad emergere in un mondo che sta diventando spaventosamente saturo di materiale. Basti pensare che stiamo parlando di band con nemmeno dieci anni di vita al primo, massimo secondo album. Perciò è fondamentale saper dare un tocco personale e di impatto alle proprie produzione. La band olandese da questo punto di vista non ne ha mai sbagliata una ed è sempre riuscita a confezionare dei lavori impressionanti. Questo Ep ne è l'ulteriore prova. E se proprio volete un esempio, basterà citarvi la traccia "Oedipism", a mio avviso la migliore in assoluto. Si tratta di un vero e proprio treno merci in corsa che ti investe con tutta la sua potenza distruttiva. A dei riffoni incazzati e pesantemente cadenzati si alterna un comparto ritmico blastato e galoppante. Un ottimo ossimoro che evita il fastidioso senso di noia che un album slam rischia sempre di suscitare. E poi la voce di Alan... siamo sicuri che sia un essere umano e non un demone ancestrale? Comincio ad avere i miei dubbi.
Super consigliato e quattro stelle solo perchè si tratta di un Ep. Complimenti!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    17 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 17 Gennaio, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Si torna finalmente a parlare di slam brutal death. E lo facciamo in grande dato che tratteremo ancora degli Ingested, la band inglese che ad oggi, con il suo "Where Only Gods May Tread" del 2020 - la recensione la trovate sul nostro portale -, è divenuta una dei massimi esponenti del genere. Tutto grazie ad un sound ferocissimo, pesante ma - finalmente - ripulito e più scorrevole. Per quanto mi riguarda fu una delle migliori uscite del settore dell'anno scorso.
Ma Jay Evans e soci hanno deciso di tornare ancora a massacrare a dovere, e questa volta con un il qui presente "Stinking Cesspool of Liquefied Human Remnants": EP contenente cinque tracce remixate prese dallo split del 2007 "North-West Slam Fest" con Kastrated, Crepitation e, per l'appunto, Ingested. Quindi, almeno sulla carta, non ci troviamo di fronte a dei brani inediti, ma ad un "semplice" riadattamento di alcuni vecchi pezzi che, sinceramente, è un bene siano stati nuovamente registrati. Mi spiego.
Due sono i fattori che, all'epoca, penalizzarono il quintetto inglese: eccessiva pesantezza e produzione dozzinale. Sulla prima si può anche sorvolare, essendo una questione di gusti personali - anche se c'è da dire che, personalmente, le produzioni odierne sono decisamente più godibili ed originali -. Sulla seconda, ahimè, c'è ben poco da dire: non rendeva mai giustizia alla neonata band. Ma dopo 14 anni le cose sono cambiate e mai avrei pensato che dei vecchi brani, appartenenti ad un periodo ancora acerbo, potessero suonare così bene. Merito di tutto ciò è il nuovo arrangiamento che ha dato finalmente giustizia a ciascun componente della band. Sin dalle prime note di "Butchered and Devoured" si sente l'enorme salto di qualità, e lo slam brutal dei nostri esplode in tutta la sua furia. La formula, ovviamente, è quella che tutti conosciamo, seppur decisamente rinnovata con il sound moderno: ecco quindi che sfuriate alla Aborted si mescolano a meraviglia con sezioni Deathcore alla Katalepsy fino alle classiche bombe atomiche cadenzate in stile Vulvodynia. Il risultato non poteva che essere degno di nota. Se non lo sapessi potrei tranquillamente inserire queste cinque tracce in una produzione degli ultimi Ingested. Segno, questo, che a volte non è tanto il sound o il songwriting a fare la differenza, ma anche e soprattutto la produzione. L'esempio perfetto di una vera e propria seconda vita che ha riportato in luce gli albori della band. Complimenti!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    16 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Gennaio, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Bentornati nel 1980, quando iniziava a muovere i primi passi la cosiddetta NWOBHM. Oggi si fa un salto indietro, a quelle sonorità caustiche e sulfuree che puzzavano di cantina umida e che trasudano black/thrash da tutti i pori. Per i fan di Venom, primi Sodom e Nifelheim, ecco a voi gli svedesi Eternal Evil ed il loro primissimo demo in assoluto "Rise Of Death". Tolti i super (ma proprio super, super, super) scontati nomi della band e del disco, cosa ha da offrire il trio, che più old school di così si muore? Esattamente 15 min in cui i nostri si cimentano in un black/thrash classicissimo quanto ancora inzuppato di quel fascino che caratterizzò i mitici anni '80, quando i Venom non erano un gruppo ma una religione e intanto in Germania il black/thrash di Sodom e Destruction iniziava a vagire. A coronare il tutto c'è una -voluta e in questo caso perfetta- produzione dozzinale in cui il sound mortifero, acido e frenetico degli Eternal Evil non lascia spazio nemmeno a mezzo secondo di respiro. Con una sezione ritmica super basilare ma così maledettamente funzionante e frenetica, la demo in questione è esattamente quella che è: una produzione senza fronzoli, già sentita e risentita , ma che nonostante tutto riesce ad appassionare i veterani del genere. Ecco perché non mi sento affatto di penalizzare l'originalità che qui è praticamente pari a zero. Il lavoretto si lascia apprezzare ed è un omaggio più che gradito ai tempi che furono.
Sinceramente? Ve lo consiglio ad occhi chiusi.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
282 risultati - visualizzati 41 - 50 « 1 2 3 4 5 6 7 ... 8 29 »
Powered by JReviews

releases

Il viaggio dei Wormlight nel mondo del melodic black svedese
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Un gioiellino power/prog: nuovo disco per gli Skyliner!!!
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Side Project dei Disarmonia Mundi: arrivano gli Infernalizer!!!
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Una piccola speranza dalla Finlandia: debutto per Rioghan!!!
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Candlemass: i Titani del Dark metal
Valutazione Autore
 
5.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Gli Steelpreacher meritano la sufficienza
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Autoproduzioni

Segnatevi il nome dei Nightshadow!
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Gli Immortal Sÿnn virano verso il thrash
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
"Conquistador", il debutto super-complesso degli Stone Healer
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Haunt: nel segno della tradizione
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Agli Hellsike! serve un cantante migliore
Valutazione Autore
 
1.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Assolutamente promosso il debut album omonimo degli inglesi Cult Burial
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

partners

No tabs to display

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla