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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 27 Gennaio, 2024
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I danesi Manticora sono una delle band storiche del Power/Prog europeo, attivi ormai da oltre 25 anni e con ben dieci full-length alle spalle, di cui questo “Mycelium” è l’ultimo, uscito in questi ultimi giorni di gennaio per la label danese Mighty Music. Il disco è composto da dieci canzoni per poco meno di 47 minuti di durata, con un artwork alquanto horror e di buona qualità. Non ho mai seguito con attenzione questa band (mea culpa), così ho approfittato di questa recensione per poterla conoscere un po’ meglio; ho così scoperto un sound bello pompato e ricco di energia, incentrato sulle chitarre cariche di groove, con Stefan Johansson a ricamare parti soliste di gran gusto e Kristian Larsen (leader del gruppo assieme all’altro Larsen, il singer Lars F.) ad imbastire muri di massicci riff, non disdegnando anche qualche passaggio in stile Black Metal (ad esempio, in “Demonday”). Molto importante anche il ruolo del batterista (non è stato purtroppo reso noto l’autore) che impone ritmi spesso decisamente frizzanti, andando qualche volta anche in blast beat, mentre il basso di Kasper Gram è forse un po’ troppo relegato in sottofondo a fare da sostegno a tutto il resto (insomma, un po’ più di protagonismo non avrebbe guastato). C’è poi il vocalist Lars F. Larsen che ha una voce bella squillante e molto espressiva (da brividi nella dolce “Angel of the Spring”!); c’è anche una seconda voce che si occupa del growl, utilizzato saltuariamente per incattivire alcune parti in maniera molto intelligente, ma anche qui non ne è stato reso noto l’autore. Bisogna dire che sostanzialmente tutte le tracce funzionano bene e l’album si presenta bello compatto, senza momenti di calo a livello qualitativo e l’impatto è sempre assicurato, soprattutto se si alza ben bene il volume e ci si concentra su quei pezzi più duri (la già citata “Demonday”, ma anche la thrashizzante “Golem sapiens” e “Beast of the Fall”); di contro, le linee melodiche sono sempre oggetto di buona attenzione ed il songwriting non è mai eccessivo o prolisso. Se però dovessi scegliere il mio pezzo preferito, indubbiamente andrei a pescare la conclusiva “Día de los muertos”, trascinante e coinvolgente, ricca di energia e tra le migliori canzoni ascoltate di recente! Non sono in grado di fare paragoni calzanti con il passato dei Manticora, ma posso tranquillamente affermare senza tema di smentita che questo “Mycelium” è un album ben fatto, che convince dalla prima all’ultima traccia. Dategli una chance!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 21 Gennaio, 2024
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Tra i gruppi storici della scena Metal tedesca bisogna sicuramente annoverare gli Scanner, gruppo attivo sin dalla metà degli anni ’80, di cui attualmente nella formazione rimane solo il leader e chitarrista Axel Julius. Nella seconda metà degli anni ’80 il gruppo ci regalò due ottimi dischi come “Hypertrace” e “Terminal Earth”, poi negli anni ’90 arrivarono i due capolavori di “Mental reservation” e “Ball of the damned” (il migliore in assoluto, con quella fantastica “Puppet on a string”, picco assoluto della band a livello qualitativo, mai più eguagliato). Nel nuovo secolo, attorno al leader si sono alternati molti, forse troppi, musicisti, e gli Scanner hanno rilasciato solo due dischi validi ma, per essere sinceri, non proprio memorabili. A distanza di ben nove anni dall’ultimo studio album, ecco il settimo full-length intitolato “The cosmic race”, dotato di artwork come da tradizione ispirato a tematiche fantascientifiche e composto da nove tracce per una durata totale di quasi 48 minuti. Si tratta di un disco alquanto particolare che, pur mantenendo il classico Power/Thrash che da sempre contraddistingue il sound degli Scanner, si presenta alquanto ondivago, a causa di un’alternanza quasi pre-ordinata tra pezzi frizzanti e veloci ed altri cadenzati e lenti. Ecco che, almeno nella prima metà della scaletta, le tracce dispari sono rasoiate tostissime e davvero piacevoli, mentre le tracce pari sono molto più moderate e non sempre di pari livello qualitativo. E questa alternanza procede almeno fino alla sesta traccia, quando poi arriva il turno di “Farewell to the Sun” che interrompe la tradizione ed è essa stessa una continua alternanza di ritmi, tra veloci e cadenzati, rimanendo comunque alquanto orecchiabile e ruffiana. Le ultime due tracce, infine, si presentano quasi teatrali e si assestano su ritmiche alquanto cadenzate. Personalmente ho apprezzato maggiormente l’opener “The Earth song” (probabilmente la migliore in assoluto), così come “Warrios of the light” e “Scanner’s law”, canzoni in grado sicuramente di infondere energia, così come anche la conclusiva “The last and first in line” che è aperta da piacevoli parti del basso di Jörn Bettenrup. Tirando le somme, in questo nuovo full-length sembra quasi che agli Scanner manchi qualcosa, probabilmente è la carenza dell’amalgama che si fa sentire, basti pensare che solo l’anno scorso (dopo le registrazioni dell’album) è entrato in formazione un secondo chitarrista ed il batterista Boris Frenkel è stato sostituito da Dominik Rothe; fatto sta che “The cosmic race” non convince nella sua interezza, pur rimanendo comunque un disco che si fa ascoltare gradevolmente.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Dopo una valanga di singoli, un EP dal vivo e solo tre full-length, tornano a farsi sentire gli svedesi Metalite con il loro quarto album, intitolato “Expedition one”, realizzato in un solo CD, ma che potrebbe essere tranquillamente diviso in due dischi, visto che è composto da ben sedici pezzi per la bellezza di oltre 67 minuti di durata. In copertina c’è la bella singer Erica Ohlsson che mostra parte del suo notevole fisico in un’ambientazione fantascientifica che riporta al concept del disco, una storia sci-fi ambientata nel futuro del 2055. Il rischio di avere un disco con così tanti brani è quello di avere qualche pezzo che funziona meno di altri ed effettivamente con i vari ascolti dati a questo album, qualche canzone un po’ troppo “morbida” e “danzereccia” c’è… e forse sarebbe stato meglio evitare una tracklist così lunga e concentrarla solo sulle tracce “più Metal” (come, ad esempio, l’ottima title-track, furbamente posta in apertura). Ciò che rovina questo disco, infatti, è la massiccia presenza di “tastierine” che spesso disturbano anche parecchio e finiscono per ammorbidire troppo il sound generale che, comunque, tende sempre a ricordare alquanto gli altri svedesi Amaranthe di Elize Ryd. Gli inserti di queste tastiere (non è stato reso noto chi se ne sia occupato), spesso tendono a far sembrare le canzoni poco Metal e quasi dance (“Cyberdome”, “Take my hand” e soprattutto “Paradise”), vorrebbero dare un tocco elettronico (“Blazing skies”), ma non centrano l’obiettivo e rendono l’ascolto a volte difficoltoso e tedioso. Per fortuna la batterista Lea Larsson pesta per bene sul suo strumento, imponendo spesso ritmi brillanti, e le due chitarre hanno un buon groove e qualche parte solista piacevole che riportano il sound su lidi più tipicamente “metallici”. Ho ascoltato più e più volte questo disco, ma la sensazione è stata sempre la stessa: se non ci fossero state le tastiere sarebbe stato molto, ma molto meglio! “Expedition one” dei Metalite è un disco troppo lungo, con canzoni che funzionano meglio di altre, ed “infestato” dalle tastiere che lo rendono fin troppo melodico e troppo poco “metallico”! A questa maniera, dispiace per la sempre affascinante vocalist, ma non si può andare oltre una sufficienza di stima.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio, 2024
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I Ryujin non sono altro che i vecchi Gyze che nel 2023 hanno cambiato nome; tutti e quattro i membri, infatti, erano nei Gyze e due di loro nella prima incarnazione della band quando ancora si chiamava Suicide Heaven. Dopo il primo full-length, “Asian chaos”, rilasciato nel 2023 dalla label giapponese Victor, il quartetto di Hokkaido ha firmato per la Napalm Records per l’uscita di questo secondo album, intitolato semplicemente “Ryujin”. Il disco è composto da dodici tracce (compresa l’immancabile, quanto inutile intro iniziale) per poco meno di un’ora di durata; l’artwork raffigura due dragoni della tradizione del Paese del Sol Levante con la presenza anche di caratteri in lingua giapponese. Il gruppo definisce il proprio sound “Samurai Metal”, forse anche per come sono vestiti i quattro membri e per l’uso di alcuni strumenti tradizionali come, ad esempio, lo Shamisen (della famiglia dei liuti), il Dragon Flute (un flauto traverso in bambù), l’Erhu (cordofono vagamente simile al violino) ed il Taiko (grosso tamburo). Di fatto il loro sound è una sorta di incrocio tra il Melodic Death Metal (già suonato dai Gyze e prima ancora dai Suicide Heaven), ammorbidito da robusti inserti di Power Metal con tanto di clean vocals decisamente ben fatte; all’interno di una stessa canzone, infatti, molto spesso convivono queste due anime, con due diversi stili canori che a volte si sovrappongono, accomunate però dalle due chitarre di Shinkai e Ryoji (con quest’ultimo che, come tradizione, regala parti soliste di gran gusto) e dal ritmo costantemente frizzante imposto da Shuji alla batteria, con un sapiente uso della doppia cassa. In sottofondo, Aruta con il suo basso ricama e sostiene tutto il resto, con un lavoro certosino e sicuramente notevole. Del resto, tutto ciò non è una novità, dato che i quattro giapponesi hanno da sempre dimostrato di essere dotati di una tecnica strumentale fuori dal comune. Da segnalare la presenza di Matthew Kiichi Heafy dei Trivium che duetta con Ryoji in quattro tracce (oltre ad essersi occupato ottimamente della produzione), nonché del violoncellista Mukai Wataru, membro della Kansai Philarmonic Orchestra, nella splendida “Kunnecup”. Proprio quest’ultima si segnala tra le migliori canzoni, insieme alle ottime (almeno per i gusti di questo modesto recensore) “Dragon, fly free” e “Raijin & Fujin”, la dolce “Saigo no hoshi” e l’autocelebrativa e lunga “Ryujin”. E’ comunque tutto il disco a sorprendere per compattezza e qualità superiore alla media; per essere onesti bisognerebbe citare anche originalità ed innovazione, dato che questo mix tra Power e Melodic Death Metal non è così diffuso, né scontato. Personalmente ho apprezzato parecchio il Samurai Metal dei Ryujin, ora tocca a voi decidere se siete d’accordo o meno…

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 14 Gennaio, 2024
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Dietro il nome Sullvation si cela l’attempato ed esperto bassista di Chicago Brent Sullivan che si occupa sostanzialmente di tutto, fatta eccezione per la batteria che è suonata dall’ospite (ed amico di Sullivan) Chuck White; a cantare, invece, ha reclutato vari artisti della scena di Chicago, fra cui bisogna sicuramente citare il mitico Tim “Ripper” Owens; anche per le parti soliste di chitarra ci sono diversi ospiti, fra cui ricordiamo l’ex-Manowar David Shankle e Paul Kratky. “The beginning of the end” è il debut album di questa one man band, distribuito in edizione limitata a sole 500 copie dalla sconosciuta label americana Xstroyes Records; il full-length ha un artwork non proprio piacevole ed è composto da undici tracce per poco meno di un'ora di durata totale. Sono protagonisti nel sound sia la chitarra, ma soprattutto (come è normale che sia) il basso di Sullivan, mentre batteria e tastiere fanno da contorno e supporto. Ma cosa suonano i Sullvation? Nella presentazione veniva indicato “for fans of Metal Church, Metallica, Iron Maiden”; ma se dell’heavy metal dei Metal Church si sente spesso qualche richiamo, non c’è assolutamente nulla che possa far pensare né ai Metallica e nemmeno agli Iron Maiden (se non il protagonismo del basso); piuttosto avrei inserito anche i Mercyful Fate e qualche lontano accenno agli Iced Earth per il fatto che ogni tanto il sound si indurisce e tende ad avvicinarsi all’Heavy/Thrash. Le undici tracce si fanno ascoltare piacevolmente, anche se manca quella hit che ti faccia saltare dalla sedia e da sola valga l’acquisto del CD; le diverse voci all’interno dei vari brani poi spiazzano ulteriormente, tanto che l’album sembra quasi mancare di compattezza e non convince pienamente; come detto, i vari ascolti dati al disco non sono mai stati sgradevoli, ma si finisce per non rimanere sempre “sul pezzo” perché la musica non prende pienamente. E’ un peccato perché è evidente la passione di Sullivan verso queste sonorità un po’ old style e sono altrettanto evidenti le capacità tecniche. C’è di peggio in giro? La risposta è sicuramente affermativa, ma è altrettanto vero che c’è anche tanto di meglio; l’esordio dei Sullvation intitolato “The beginning of the end” raccoglie quindi solo una sufficienza di stima. Per il futuro servirà di più, magari con una vera band accanto al leader.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 13 Gennaio, 2024
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I Goaten arrivano da Porto Alegre in Brasile ed hanno iniziato la loro carriera nei primi mesi del 2018; finora hanno realizzato una manciata di singoli ed un paio di EP, prima di questo loro debut album, intitolato “Midnight conjuring”, edito dalla brasiliana Cianeto Discos, label specializzata principalmente in generi più estremi e per la quale i Goaten costituiscono quindi un’eccezione. E devo dire che si tratta di una piacevole eccezione, visto che il sound dei brasiliani ha le sue radici negli anni ’80, con ispirazione a gruppi storici come Judas Priest, Mercyful Fate e King Diamond. Anche la produzione è un po’ vintage, il che non dispiace più di tanto visto il genere, anche se almeno il rullante della batteria poteva essere registrato meglio. L’album è composto da nove tracce, per una breve durata totale, di poco superiore ai 38 minuti, segno che il songwriting è conciso e bada dritto al sodo senza perdersi in inutili ammennicoli, come è giusto che sia nel più classico Heavy Metal. Come tradizione, ci sono piacevoli assoli del chitarrista Daniel Limas (di gran gusto quello in “Until I come again”!), il cui strumento è protagonista nel sound; anche il basso di Francis Lima si sente molto bene e si erge ogni tanto in splendida evidenza (come nell'attacco della Speed-oriented "Metal blade"), mentre il batterista Rafaah Drinkwine fa il suo dovere, dettando ritmi a volte anche belli frizzanti, sfogandosi sulla doppia cassa (come nella parte finale di “Pride or dust”). La voce del bassista Francis Lima non è eccezionale, ma in giro si ascolta molto di peggio e, tutto sommato, non dispiace sposandosi bene con la musica, grazie anche ad una buona espressività (ascoltatelo in “When midnight comes”, dove probabilmente regala la prestazione migliore). Tutte le canzoni sono gradevoli da ascoltare, con l’eccezione forse della sola “Bells”, per via di un’eccessiva ripetitività del coro e di un ritmo mai particolarmente brillante. A parte questa, tutto il resto, come detto, si lascia ascoltare e riascoltare molto piacevolmente, con una notevole attenzione per le melodie. Il risultato finale è che questo debut album “Midnight conjuring” risulta efficace e convincente; tenete d’occhio i Goaten perché hanno tutte le qualità per regalarci in futuro altri piacevoli dischi.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    12 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 13 Gennaio, 2024
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C’erano un americano, un tedesco ed un italiano…. no, non è una barzelletta, ma si tratta dei Nova Skellis, un gruppo nato nel 2018 per iniziativa del bassista e cantante statunitense Edward Green che ha poi trovato un chitarrista italiano (Alex Spalvieri) ed un batterista tedesco (Jörg Quaquil). Nell’aprile 2023, grazie alla sconosciuta label tedesca Metalloscope Music, hanno pubblicato questo debut album, intitolato “Life amongst the damned”, dotato di piacevole artwork e composto da dieci pezzi per la durata totale di quasi 48 minuti. La band suona un Heavy Metal molto old school, ispirato ai grandi nomi degli anni ‘70/’80 (del resto Green non è un ragazzino, ma un attempato musicista). Se però i primi due pezzi, la title-track e “Gods to strike you down”, potrebbero far pensare lontanamente ai Judas Priest, anche per via di un certo ritmo frizzante della batteria, è dalla terza traccia che le carte in tavola cambiano radicalmente: la chitarra dell’italiano Alex Spalvieri diventa quasi sulfurea (Tony Iommi docet!), il ritmo cala progressivamente, il vocalist tenta di imitare apertamente R.J. Dio nel suo stile canoro, la registrazione diventa molto più vintage e si palesa una sorta di idolatria per i Black Sabbath, evidente e forte fonte d’ispirazione per Green & C.. Sia chiaro non siamo a livello di plagio o di “band clone”, ma è evidente che i Nova Skellis hanno il gruppo inglese come principale punto di riferimento per il proprio songwriting. Detta sinceramente, questo non dispiace, dato che i pezzi si fanno bene o male ascoltare tutti abbastanza gradevolmente, a patto naturalmente di essere fan di sonorità del genere. Se, infatti, siete orientati verso le sonorità più moderne ed al passo coi tempi sia nel sound che nella produzione, allora questi Nova Skellis non fanno assolutamente al caso vostro! Se, invece, vi piacciono queste sonorità old style e soprattutto siete fans dei Black Sabbath, allora questo “Life amongst the damned” potrebbe fare al caso vostro. Per quanto riguarda questo recensore, la sufficienza è sicuramente meritata, visto che i vari ascolti dati alle dieci tracce sono sempre stati gradevoli, ma non è possibile andare oltre.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    07 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 07 Gennaio, 2024
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I Rigorious sono un nuovo gruppo tedesco fondato nel 2021 che, dopo un EP e qualche singolo, a novembre 2023 riesce a tagliare il traguardo del debut album con questo “Night of retribution”, edito dalla sempre attenta label teutonica Metalapolis Records. Il disco ha un piacevole artwork ed è composto da dieci canzoni (per fortuna un altro album senza inutilissime intro!) per una durata totale di 42 minuti; a livello tematico siamo nel campo fantasy, come una sorta di novella su guerre e combattimenti fantasiosi. In questo potrebbero essere paragonati ai Sabaton, con i quali ci sono anche dei parallelismi anche a livello di sound, terreno in cui possiamo andare a scomodare anche Orden Ogan (per via dell’elevata orecchiabilità e dei tanti cori) e Serious Black ed, in genere, la scuola tedesca meno dura. La voce dell’ottimo Lukas Remus, infatti, non è il classico roco ed aggressivo tanto diffuso in terra teutonica, ma ha un’impostazione più pulita e melodica (da brividi in “Children of the night”!), quasi come buona parte dei cantanti metal scandinavi ed italiani. Le due chitarre sono lo strumento principale, con ottimi assoli e muri di riff carichi di groove, ottimamente sostenute dal basso che pulsa in sottofondo, anche se mi sarebbe piaciuto un maggior protagonismo per questo strumento un po’ troppo relegato in secondo piano. C’è poi la batteria del tentacolare Paul Reil che impone ritmi spesso frizzanti e brillanti, grazie ad un sapiente uso della doppia cassa. Si sente spesso anche la tastiera, ma non ci sono informazioni su chi l’abbia suonata. Non ci sono fillers di sorta in questo disco che colpisce per compattezza e livello qualitativo superiore alla media; così, di getto, direi che le mie canzoni preferite sono la frizzante ed orecchiabile “Iron wings” (forse la migliore del full-length), l’ottima opener “Victory”, la ruffiana e folkeggiante “Fight for your lives” e la velocissima “Ride till we die”. Ci sono stati tanti validi debut album nel 2023, ma sicuramente questo “Night of retribution” dei Rigorious si segnala tra i migliori in assoluto. Teneteli d’occhio!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 06 Gennaio, 2024
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Ogni tanto, facendo parte di una webzine come allaroundmetal.com, si scoprono nuovi gruppi che meritano la massima attenzione; è questo il caso per me dei brasiliani Vocifer, il cui secondo album mi è arrivato poco prima delle feste natalizie, rilasciato dalla greca Alone Records ad inizio dicembre (ma inizialmente uscito come autoproduzione nel marzo 2023). “Jurupary”, questo il titolo, è dotato di artwork che non affascina particolarmente e composto da dieci tracce, cui si aggiunge la solita inutilissima intro, per una durata totale di circa 47 minuti. Ma cosa suonano i Vocifer? Il gruppo sudamericano fa un Power Metal molto elegante e tecnico, sulla scia dei connazionali Angra ed, in genere, della scuola brasiliana del settore che annovera tante altre ottime bands. Fra queste adesso dobbiamo collocare anche questo quintetto che, dal punto di vista tecnico, ma anche da quello qualitativo in genere, non ha nulla da invidiare a nessuno! Basso e batteria (rispettivamente Lucas Lago ed Alex Cristopher) creano una sezione ritmica dannatamente potente e brillante, le due chitarre (Pedro Scheid e Gustavo Oliveira) intessono assoli di gran gusto e muri di riff, mentre la voce di João Noleto, pur non essendo al livello del mai troppo compianto Andre Matos (ma quanti possono vantare tale qualità?), risulta versatile ed espressiva, oltre che calda e potente. Insomma qui ci sono tutti gli ingredienti per far bene, se poi aggiungiamo anche un songwriting di livello eccelso, che strizza l’occhio al mitico “Holy Land” dei già citati Angra, capirete che i vari ascolti che ho dato a questo album sono sempre stati estremamente gradevoli. Tutte le canzoni sono di ottima qualità e non ci sono fillers di sorta, indicare quali possano essere le migliori è compito arduo e solo questione di gusti personali, perché è l’intero disco a convincere per compattezza e livello fuori dalla media. Fans del Power Metal, se ancora non l’avete capito, questo “Jurupary” dei Vocifer non merita assolutamente di passare inosservato, perché è sicuramente tra le migliori uscite del 2023 nello specifico settore! Da non perdere.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 06 Gennaio, 2024
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Ogni tanto capita che ci sia la possibilità di andare a “recuperare” materiale rimasto ingiustamente indietro per il semplice fatto che in una webzine con pochi (troppo pochi) redattori come la nostra (e perennemente alla ricerca di gente seria per crescere assieme) capita che non si riesca a star dietro alla marea di uscite discografiche di ogni settore della nostra amata musica Metal. E’ questo per me il caso dei Lankester Merrin, gruppo tedesco fondato nel 2019 che a fine marzo 2023 ha realizzato il proprio secondo album, intitolato “Dark mother rises”, composto da nove brani (finalmente un disco senza inutilissime intro!) per una durata totale di quasi 39 minuti, uscito in versione digitale e su CD per Black Sunset/MDD Records. Il sound della band è un piacevolissimo Power Metal, molto melodico e con la voce dell’affascinante Cat Rogers che è molto particolare: maligna, quasi sadica, sensuale e cattiva e che non può non ricordare quella dell’altra affascinante (e diabolica) Lilith delle Dogma. Nel caso dei Lankester Merrin la voce della cantante costituisce sicuramente quel quid pluris che permette di distinguersi dalla massa di gruppi che suonano questo genere; se normalmente siamo abituati nello specifico settore a voci maschile squillanti e potenti (quando siamo fortunati), non è facile né scontato trovare voci femminili così interessanti e che non siano le solite stucchevoli dall’impostazione lirica che stancano dopo pochi istanti, cercando inutilmente di imitare le varie Tarja, Simone Simons, ecc.; in questo caso, invece, la timbrica particolare della bionda Rogers non fa altro che esaltare quanto di buono fatto dai vari musicisti. Il ritmo è sempre bello frizzante, grazie ad un ottimo lavoro del batterista Shawn Layer, mentre le due chitarre si scambiano assoli e muri di riff carichi di groove e sorretti alla grande dal basso che pulsa a dovere (ed è splendido protagonista nell’attacco di “Medusa”). Molto importante la registrazione che appunto carica parecchio gli strumenti e rende l’impatto generale decisamente notevole ed efficace. Ho ascoltato e riascoltato più volte questo disco con molto piacere e devo dire che sostanzialmente tutte le canzoni sono convincenti e coinvolgenti, tanto che mi dispiace davvero parecchio averlo scoperto solamente adesso a distanza di diversi mesi dalla sua uscita! E’ infatti indubbio che “Dark mother rises” dei Lankester Merrin è un album compatto che convince nella sua interezza e può andare incontro a tutti i fans del Power Metal! Non fatevelo sfuggire.

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2019 risultati - visualizzati 41 - 50 « 1 2 3 4 5 6 7 ... 8 202 »
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