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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    28 Febbraio, 2021
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I Gengis Khan nascono nel 2011 per iniziativa del bassista e singer Frank Leone; devo ammettere che prima di questo loro secondo album, intitolato “Colder than heaven”, non avevo mai sentito parlare di questo gruppo bolognese, di conseguenza non conosco la precedente produzione (un full-lenght ed un EP). Ma torniamo al nuovo album, uscito a gennaio di quest’anno per Steel Shark Records, composto da 7 pezzi (finalmente un disco non infinito!) per poco più di mezz’ora di heavy metal grezzo ed arrabbiato, registrato sapientemente nei ben noti Domination Studio di San Marino (ormai una garanzia assoluta!). Qui non c’è spazio per innovazione o originalità e dubito fortemente che i Gengis Khan siano mai stati alla ricerca di queste cose, perché loro suonano solo e soltanto la musica che amano: quel buon vecchio heavy metal che, dagli anni ’80 a questa parte, è sempre inossidabile e ci fa sbattere sempre su e giù il nostro capoccione martoriando le nostre povere vertebre cervicali. Il sound dei bolognesi è influenzato dalla NWOBHM e dai grandi nomi del passato, in particolare dai Motorhead, visto anche lo stile del vocalist che tende a ripercorrere quanto fatto in passato dal compianto Lemmy. Il cantante proprio per questo motivo può essere la classica arma a doppio taglio: personalmente non ho apprezzato la sua prestazione canora, proprio perché mi è sembrata una copia sbiadita di Kilmister ma, ne sono certo, ci sarà sicuramente chi invece proprio per questo motivo lo adorerà. Probabilmente con un approccio canoro diverso, magari più pulito e meno aggressivo, il risultato sarebbe stato migliore, dato che musicalmente il gruppo ci sa fare eccome e le varie tracce sprigionano potenza ed energia in quantità; di fatto, però, il trademark dei Gengis Khan, che piaccia o no, è questo e quindi va accettato nella sua interezza. C’è di meglio in giro? Sicuramente si, ma è altrettanto certo che c’è anche molto di peggio, quindi la passione e l’attitudine di questa band meritano rispetto e vanno apprezzate. “Colder than heaven” dei Gengis Khan non passerà mai alla storia della musica metal, ma un voto positivo lo merita eccome.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Febbraio, 2021
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“Pure fu**ing heavy metal”, questa è la definizione con cui ci è stato presentato il nuovo album degli Aeonblack “The time will come” ed effettivamente non ci poteva essere definizione più indovinata! Avevo conosciuto la band del Baden-Württemberg nell’estate del 2015, all’epoca del debut album “Metal bound”, rimanendone favorevolmente colpito per l’energia ed il sound bello roccioso. A distanza di quasi sei anni, trovato un contratto con la connazionale MDD Records (pur se con la sotto-etichetta Black Sunset), si ripresentano con questo nuovo album di 11 tracce per quasi 53 minuti di ottimo heavy metal, dotato di copertina alquanto brutta (particolare che non depone certo a loro favore!). Ci sono stati diversi cambi di formazione rispetto all’esordio, praticamente restano solo il chitarrista Michael “Maunze” Kan (che ha suonato anche il basso e le tastiere) ed il singer Holger Berger. A proposito di quest’ultimo avevo avuto modo di notare già nella recensione del debut album come la sua voce roca e sporca non sia poi questo granché, ma obiettivamente nel corso degli anni ho avuto modo di ascoltare di peggio ed alla fin fine, visto il sound bello tosto ed aggressivo, il suo stile sgraziato ci può anche stare; del resto non tutti possono essere come Bruce Dickinson o R.J. Dio! Per un vecchio metallaro come il sottoscritto, questo sound che affonda le proprie radici nel metal degli anni ’80 è come il nettare degli dei ed i vari ascolti dati all’album sono sempre stati più che gradevoli. La passione degli Aeonblack per le sonorità old-style è più che evidente, così come è altrettanto lampante che la band se ne freghi altamente di essere originale o alla moda; per fortuna non cade nella tentazione di essere vintage anche nella produzione che è al passo con i tempi e permette di assaporare degnamente i vari strumenti. Come detto, gli ascolti sono sempre stati più che gradevoli e vorrei segnalare le ritmate “I won’t thing about tomorrow”, “Fire wheels” e “The phantom of pain” come le mie preferite e, per essere obiettivi, tra le migliori del full-lenght; gli altri pezzi comunque sono tutti di buona qualità e non c’è alcun tipo di filler o brano scadente o particolarmente meno efficace degli altri (forse la sola “Nightwalker” non è il massimo della vita). Anche il songwriting è di buona fattura, dato che sostanzialmente i vari componimenti non si perdono mai in inutili orpelli e non sono prolissi. “The time will come” degli Aeonblack è insomma un valido disco del buon vecchio heavy metal, un lavoro indicato maggiormente per chi ha già un po’ di anni sulle spalle, ma che penso possa piacere anche alle giovani leve che non cercano originalità o modernismi vari.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Febbraio, 2021
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Gli Helstar sono tra le più longeve metal bands americane, essendo in attività addirittura dal lontano 1981; negli anni ’80 realizzarono 4 full-lenghts per poi fermarsi sostanzialmente fino al 1995, quando rilasciarono l’album “Multiples of black”; ci sono voluti poi altri 12 anni per tornare in studio nuovamente nel 2007 con “Sins of the past”. Da allora, complice anche una certa svolta nel sound verso il thrash, la band di Larry Barragan è stata abbastanza prolifica. Oggi parleremo del doppio album “Clad in black”, primo full-lenght per Massacre Records che però non è altro che l’unione dell’ultimo album “Vampiro” (uscito nel 2016 e passato un po’ in sordina) con il 7” “Black wings of solitude” rilasciato ad ottobre dello scorso anno. Nel primo cd, da cui il titolo all’intero lavoro, oltre al predetto singolo troviamo 2 inediti ed altre 2 cover. Sugli inediti, “Dark incarnation (Mother of the night)” ed “Across the raging seas” non mi soffermo molto, dato che non mi hanno colpito granché; segnano un ritorno alle vecchie sonorità degli inizi della carriera degli Helstar, quasi a lasciare il thrash delle uscite più recenti per tornare al buon vecchio speed/heavy. Ci sono poi le cover; sul singolo c’era solo “After all (The dead)” dei Black Sabbath più recenti (è tratta da “Dehumanizer”), mentre qui vengono aggiunte “Restless and wild” degli Accept (title-track del mitico album del 1982) e “Sinner” dei Judas Priest (altro pezzo storico che risale al 1977). Detta sinceramente mi sono piaciute più le cover, che gli inediti! Sul secondo cd c’è l’album “Vampiro” che, dalla sua uscita nel 2016, non avevo mai avuto modo di ascoltare. Anche qui notiamo un certo ammorbidimento del sound rispetto alle più recenti releases degli Helstar ed il thrash che avevo avuto modo di apprezzare, ad esempio, nel 2014 sull’ottimo “This wicked nest”, lo ritroviamo prevalentemente nella parte centrale con le ottime “To their death beds they fall” e “Malediction” (splendida strumentale!) che poi sono le migliori tracce dell’intero lavoro. Ciò che continua ad essere un’arma a doppio taglio è il songwriting; molti brani, infatti, soffrono di eccessiva lunghezza e probabilmente, con strutture più semplici e concise, avrebbero potuto avere una miglior riuscita. “Clad in black” non sarà ricordato come il miglior disco della carriera degli Helstar, ma può essere una buona occasione per chi non è riuscito a trovare il precedente album “Vampiro”; in caso contrario, c’è obiettivamente molto di meglio in giro.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Febbraio, 2021
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Non essendo un fan sfegatato del progressive metal, devo ammettere che non conoscevo i finlandesi Simulacrum, prima che ci venisse proposta questa recensione. Il gruppo scandinavo è attivo addirittura da un ventennio ed ha realizzato finora tre full-lenghts, di cui questo “Genesis” è l’ultimo, edito da Frontiers Records a metà febbraio 2021. Il disco è composto da 9 tracce per oltre un’ora di prog di classe, suonato con estrema perizia tecnica, cantato decisamente bene e prodotto in maniera altrettanto eccellente, tanto da poter distinguere perfettamente le acrobazie dei vari strumenti (particolare che ritengo fondamentale in questo genere di musica metal). Il songwriting è complesso ed ogni pezzo ha durate sopra i cinque minuti, per arrivare alla suite finale che dà il titolo all’album, divisa in 4 parti, con una durata complessiva che supera la mezz’ora. Per apprezzare questa musica, bisogna essere del giusto spirito ed avere la giusta predisposizione mentale; se uno fosse alla ricerca dell’easy-listening o del catchy ed orecchiabile, qui avrebbe completamente sbagliato disco. E’ vero che c’è qualche tocco di power-prog ogni tanto, ma è talmente minimo che si perde in mezzo alla marea di note dei vari strumenti. Ecco, il particolare della musica dei Simulacrum è proprio questo: una marea di note; una profusione di musica in grande quantità, un qualcosa quasi vicino all’esibizionismo, tanto che sembra che ogni tanto i vari musicisti perdano di vista la struttura del singolo pezzo, presi dalla smania di esibire la loro tecnica sopraffina. A volte nel prog c’è questo problema, con i vari musicisti che sono talmente bravi a livello tecnico che tendono a strafare, sacrificando sull’altare della loro autocelebrazione la musicalità e la frubilità del singolo brano che, invece, non va mai persa di vista, soprattutto quando ci si lascia andare a lunghe parti soliste. Ecco, se c’è una critica che si può muovere ai Simulacrum è proprio questa: c’è tanta, troppa roba in questo disco, troppe parti soliste che soddisferanno sicuramente l’ego dei musicisti, ma fanno perdere attrattiva alla release. Non fraintendetemi, “Genesis” è come detto un buon disco di prog in senso stretto, in grado di attirare i consensi dei fans di questo particolare genere musicale ma, con una maggiore attenzione nel songwriting atta a limitare la voglia di strafare, poteva essere sicuramente ancora più interessante e coinvolgente.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Febbraio, 2021
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Dietro il nome “Durbin”, si cela il talentuoso singer e chitarrista americano James Durbin, noto per aver partecipato al talent show televisivo “American idol” e per aver fatto parte degli storici Quiet Riot per qualche anno. Nel 2020 ha creato questa band, reclutando il bassista Barry Sparks ed il batterista Mike Vanderhule, entrambi con notevole esperienza alle spalle, avendo militato in numerosi gruppi di ogni genere. Da qualche giorno è sul mercato il debut album dei Durbin, intitolato “The beast awakens”, composto da 12 tracce per poco meno di 55 minuti di durata, segno che il songwriting non è mai prolisso, ma anzi alquanto equilibrato. Lo stile canoro pulito ed acuto di James Durbin contraddistingue il sound, ricamato attorno alla sua voce, ma dotato anche di piacevoli linee melodiche create dagli strumenti. Lo stile è un classico heavy metal, tra Judas Priest e qualche tocco alla Savatage, senza dimenticare la lezione del grande R.J.Dio; un qualcosa di molto classico insomma, ma con quel tocco moderno concesso da una produzione al passo con i tempi e che carica di groove soprattutto le chitarre (suonate di volta in volta da vari musicisti). Il ritmo è spesso frizzante e decisamente orecchiabile, tanto che non ci sarebbe da sorprendersi se ci si dovesse ritrovare presto a canticchiare vere e proprie hits come “Evil eye” o “Necromancer” che, assieme all’accoppiata conclusiva “By the horns”/”Rise to Valhalla”, costituiscono le canzoni migliori di questo disco e valgono da sole l’acquisto. Ottima anche l’opener “The Prince of metal” e non dispiacciono nemmeno “Kings before you”, la veloce “Calling out for midnight”, la più moderata ma orecchiabile “Into the flames” e la title-track. Non tutto però calza a perfezione ed, ad esempio, quando il ritmo cala (“The sacred mountain” e “Riders on the wind”), le composizioni si fanno più banali e scontate, rischiando di annoiare molto presto. Piuttosto che due pezzi così “mosci”, sarebbe stato preferibile inserire una romantica ballad, in cui la voce squillante ed espressiva di Durbin avrebbe potuto dare sicuramente un tocco di classe; “Battle cry” vorrebbe essere un qualcosa di simile, ma senza brillare in maniera particolare, soprattutto in quanto a pathos. Nonostante ciò “The beast awakens” rimane un ottimo album che avrà riscontri positivi tra i fans del buon vecchio heavy metal; un debutto insomma più che positivo per i Durbin!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Febbraio, 2021
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Gli Skyhammer arrivano da Adelaide in Australia e sono attivi da un decennio, anche se i primi anni con il nome di Zero Hour; finora hanno realizzato solamente un EP nel 2016, prima di questo secondo EP, intitolato “The skyhammer”, composto da 6 tracce per poco più di 26 minuti di durata. La band australiana è dedita ad un heavy-power alquanto tradizionale, con qualche influsso epic ed un sound robusto e roccioso. Su tutto spicca la voce sporca ed arrabbiata di Steve Labadi che caratterizza, nel bene e nel male, la musica della band; in positivo perché dona energia e grinta, in negativo perché obiettivamente non è niente di eccezionale ed, alla fin fine, rischia di diventare noioso. Un cantante migliore, ad esempio, in “It rises” (il pezzo migliore del disco) avrebbe avuto un risultato sicuramente più convincente. Il disco si lascia ascoltare senza particolari problemi, anche se la sensazione di “già sentito” è sempre ben presente; non ho gradito poi la cover finale di “Danger zone”, canzonetta pop della colonna sonora del film “Top gun” che, nonostante sia stata irrobustita a dovere e metallizzata con assoli e doppia cassa, rimane pur sempre una canzonetta senza alcuna pretesa. C’è qualcosa da salvare in questo disco? Certamente! Ad esempio le trame delle due chitarre di Andrew Cutting e Matthew Zipeto non sono niente male, il ritmo imposto dalla batteria di Rory Amoy non dispiace ed spesso frizzante. Ciò nonostante, i vari ascolti dati a questo lavoro non mi hanno convinto e quasi mai coinvolto, molto probabilmente a causa di quel senso di “già sentito” di cui si parlava in precedenza. La produzione non è il massimo ma, trattandosi di un’autoproduzione, mi rendo conto che non si può pretendere di più. Gli Skyhammer con questo EP intitolato “The skyhammer” si avvicinano alla sufficienza, senza però essere in grado di raggiungerla, nonostante un’evidente passione per certe sonorità old-style.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Febbraio, 2021
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Marco Garau è lo storico tastierista dei mitici Derdian; probabilmente, assieme ai Rhapsody, la band principale in Italia (e non solo) del symphonic power metal. In attesa di un nuovo album dei Derdian, Garry si è dedicato al suo progetto solista denominato Magic Opera; per l’occasione ha portato con sé dal suo gruppo principale il bassista Enrico Pistolese (fondatore dei Derdian) ed il batterista Salvatore Giordano; è andato fuori dall’Italia per reclutare il resto della formazione, pescando il validissimo singer costaricano Anton Darusso (che abbiamo avuto modo di apprezzare nei Wings of Destiny), il chitarrista danese Gabriel Tuxen (dai Seven Thorns) ed il chitarrista statunitense Matt Krais (dai symphonic power metallers ShadowStrike). Con questa formazione di tutto rispetto ha realizzato questo fantastico debut album intitolato “The golden pentacle”, con splendido artwork (opera dell’artista Jan “Örkki” Yrlund), composto da 11 tracce per poco più di un’ora di meraviglioso symphonic power fortemente influenzato dal sound dei Derdian. E’ anche naturale che sia così e, detta sinceramente, non avrei voluto nulla di differente da quanto ho avuto modo di ascoltare in questo disco! Attenzione per le melodie incredibile, linee vocali decisamente espressive e ben fatte, sezione ritmica di livello superiore e due ottimi chitarristi che regalano piacevoli parti soliste. Naturalmente lo strumento principale sono le tastiere del leader (come è normale che sia), con quel gusto neoclassico che da sempre contraddistingue lo stile di Marco Garau. Non mi hanno convinto le brevi digressioni in growling che compaiono ogni tanto (per fortuna solo in un paio di brani!), troppo dure rispetto al resto, ma probabilmente questa mia considerazione è dettata dall’idiosincrasia che sto maturando da tempo verso certo genere di vocalists. Se, insomma, si volevano parti più “cattive” si potevano trovare altre soluzioni, magari anche meno scontate. Si tratta però del classico pelo nell’uovo perché qui è tutto di livello qualitativo abbondantemente superiore alla media e di gusto sopraffino. Nonostante molte tracce abbiano minutaggio abbastanza elevato, l’ascolto scorre via in maniera molto gradevole e non è mai una fatica pigiare nuovamente il tasto “play” per rimettersi all’ascolto e godersi nuovamente queste musiche coinvolgenti e convincenti. Non mi soffermo sull’analisi dei singoli pezzi per non tediare il lettore, ma si sappia che questo disco è estremamente compatto ed ogni brano è decisamente valido. Mi sorprende ancora una volta (come accade anche con i Derdian) come questo meraviglioso disco sia autoprodotto e nessuna label si sia resa conto del valore e della qualità superiore alla media di questo gruppo; siamo sommersi continuamente da immondizie musicali e poi simili gemme sono relegate nell’underground e costrette ad autofinanziare la propria arte! “The golden pentacle” dei Marco Garau’s Magic Opera si candida prepotentemente ad entrare nella mia personale lista dei migliori dischi del 2021 e sarà difficile che scenda dalle posizioni più alte!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    19 Febbraio, 2021
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Ad un anno di distanza dallo splendido “Viridian”, disco che ha fatto conoscere ed affermare la band anche fuori dai confini nazionali, tornano i Temperance con un nuovo disco intitolato “Melodies of green and blue”, dotato di splendido artwork e composto da 8 tracce per circa 25 minuti. Si tratta quindi di una specie di maxi EP, piuttosto che di un album vero e proprio vista la breve durata. E si tratta di…. musica acustica. Non ci sono distorsioni elettriche o particolari effetti, il che sorprende parecchio e lascia alquanto spiazzati; addirittura in alcune tracce si sente Luca Negro che suona il contrabbasso. Gli inediti sono piazzati all’inizio della tracklist; si tratta di “Paint the world” e di “Evelyn” (per le quali sono stati tratti altrettanti video), due brani molto orecchiabili in cui le voci, le splendide voci dei tre cantanti Alessia Scolletti, Michele Guaitoli e Marco Pastorino sono messe in evidenza e recitano da protagoniste, con gli strumenti a fungere da mero accompagnamento. Successivamente partono 6 pezzi già presenti su “Viridian”, rivisitati in chiave acustica e qui non tutto funziona benissimo. Mi spiego meglio: se “Let it beat”, “Nanook” o la splendida “Gaia” vanno benissimo in questa chiave acustica, ho sinceramente rimpianto gli originali in “Start another round” (altro pezzo per il quale attorno a Natale era stato girato un video) o “My demons can’t sleep”, la cui potenza ed irruenza viene giocoforza ridimensionata e “diluita” dagli strumenti acustici, facendo perdere quell’adrenalina che gli originali sanno dare in profusione. Per carità, si tratta puramente di gusti personali (il valore dei singoli componimenti non è in discussione!), ma forse avrei preferito la rivisitazione in chiave acustica di pezzi differenti, magari qualcuno del passato dell’era precedente all’ingresso della coppia Guaitoli/Scolletti. A questa maniera, il confronto con “Viridian” è duro da reggere, soprattutto vista la grandissima qualità di quel disco; questa nuova versione acustica, infatti, è una sorta di arma a doppio taglio: indubbiamente piacevole da ascoltare qualche volta, ma che non lascia il segno nell’animo come gli originali, almeno questo è successo a me durante i vari ascolti dati a questo disco. Resta la grandissima prestazione canora dei tre cantanti, che confermano ancora una volta di essere la vera carta vincente dei Temperance! In attesa di un nuovo album non acustico, questo “Melodies of green and blue” può comunque essere un piacevole intrattenimento ed un qualcosa di diverso dal solito da ascoltare.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Febbraio, 2021
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Per festeggiare il primo anniversario del loro debut album "Imperium Romanum", i finnici Metal De Facto hanno rilasciato solo in edizione digitale questo EP, intitolato "Legionnaires' oaths" e composto da 5 pezzi. La title-track viene presentata nella versione da studio (estratta dall’album) ed in una versione acustica dalla quale è stato estratto un video girato nel leggendario Beaver Bar di Helsinki, locale molto noto tra i metallari finlandesi all’interno del quale, secondo il singer Mikael Salo, c’è un ambiente ideale per girare un video acustico. Fanno parte dell’EP anche tre cover: la famosissima "Whenever wherever" di Shakira che, nonostante la presenza dell’ospite Nitte Valo (Dreamtale, ex-Battle Beast), poco c’azzecca con il mondo metal. Segue la cover di "My girlfriend's girlfriend" dei Type O Negative, resa molto gradevole, grazie anche all’ospite Juha Kupiainen (De Lirium’s Order). L’ultima cover è di tale gruppo giapponese denominato Dohatsuten; la simpaticissima canzone è "Ginga Densetsu Weed”, sigla d’apertura di una serie di cartoni animati; suggestivo il fatto che è cantata dal singer finlandese completamente in lingua giapponese! L’EP dura poco più di 18 minuti e si lascia ascoltare gradevolmente, senza particolare impegno, che è poi l’obiettivo che si ricerca ascoltando il power metal. Peccato solamente che la Rockshots Records per questo "Legionnaires' oaths" dei Metal De Facto non abbia previsto una edizione “fisica”….

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Febbraio, 2021
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Formati all’inizio del nuovo millennio, gli spagnoli Angelus Apatrida sono ormai diventati una garanzia nel thrash a livello mondiale e questo loro settimo album omonimo ne è la conferma. 10 pezzi per poco più di ¾ d’ora di thrash nel classico stile della Bay-Area californiana, fortemente debitore alla lezione impartita dai maestri Testament, con il basso José J. Izquierdo protagonista come le chitarre e la batteria; c’è poi la voce di Guillermo Izquierdo che non può non far venire in mente il grande Chuck Billy. La compattezza della line-up (sono sempre gli stessi musicisti sin dal 2000) mette in mostra i suoi frutti e questo disco è decisamente compatto e violento, segno che l’intesa tra le varie anime della band è bella forte; tutte le 10 canzoni sono vere e proprie randellate sulle gengive e vi ritroverete a fare headbanging senza soluzione di continuità, fino a torturarvi le vostre povere vertebre cervicali. La produzione di Christopher ‘Zeuss’ Harris (Overkill, Hatebreed, Municipal Waste, fra i tanti) esalta alla grande il sound, che trasuda cattiveria ed energia come pochi. Non serve addentrarsi nell’analisi dei singoli pezzi, vi basti sapere che non vi sono fillers di sorta ed ogni nota è messa al posto giusto per una lezione di violenza ed aggressione sonora finalizzata a dimostrare come il thrash metal, anche a quasi 40 anni dai suoi albori è ancora in grande forma, grazie a gente come appunto questo gruppo di Albacete. Si arriva alla fine del disco con la fronte imperlata di sudore nonostante la temperatura rigida dell’inverno di questo febbraio 2021, perché dall’inizio alla fine ci si sbatte al ritmo indiavolato di questa musica. Gli Angelus Apatrida con questo loro nuovo album omonimo (molto bello l’artwork di Gyula Havancsák!) confermano quanto di valido hanno realizzato finora in carriera, sfornando forse il loro album migliore. Disco imperdibile per ogni fan del thrash metal e non solo!

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