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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 09 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Ci sono gruppi che in certi ambiti hanno bisogno di ben poche presentazioni; è il caso degli Spectral Voice, gruppo che già dagli esordi con l'EP "Necrotic Doom" e con il grandioso primo full-length "Eroded Corridors of Unbeing" - uscito ormai quasi sette anni fa - diede il via ad una nuova poderosa ondata Death/Doom che col tempo ci ha portato gruppi come Bloodsoaked Necrovoid e Mortiferum. Proprio questi ultimi, sono da annoverarsi con gli stessi Spectral Voice, Tomb Mold e Blood Incantation come i principali gruppi dell'ondata old school Death Metal che imperversa da qualche anno, e per quanto riguarda i Nostri, oltre che per le buonissime pubblicazioni ed i mefitici live, è anche volenti o nolenti per la 'parentela' con i Blood Incantation, in cui militano 3/4 degli Spectral Voice. Ed è anche per questo il tempo dilatato tra una pubblicazione e l'altra della Death/Doom band di Denver - non contando qualche split, l'ultimo dei quali è quello maestoso con gli Undergang -; ma per quanto la genesi di questo secondo album a titolo "Sparagmos" - licenziato da Dark Descent Records - sia stata alquanto complicata, il tempo passato è servito agli Spectral Voice per donare ancor più maggiore maturità alle proprie composizioni. Nei quattro lunghissimi pezzi che compongono quest'album è ovviamente sempre presente quella "componente Disembowelment" che da sempre è le fondamenta di quanto gli Spectral Voice offrono, ma il quartetto oggi riesce a guardare con sguardo fermo e dritto anche verso altre direzioni, giocando ad esempio con le atmosfere funeree - invadendo i territori del Funeral Doom à la Bell Witch - come nella parte finale dell'opener "Be Cadaver", o triturando l'ascoltatore con accelerazioni assassine Blackened Death che rimandano ad Incantation e Dead Congregation, o ancora dimostrando che in questo nuovo lavoro ci sia il preciso intento di esplorare dando ai propri pezzi contorni ancor più lugubri e caliginosi rispetto al meraviglioso album d'esordio. Il tutto è però ammantato da un'aura sinistra e spettrale - in nomen omen - con arpeggi luciferini ed empi cori ("Red Feasts Condensed into One", "Sinew Censer"). Dopo diversi ascolti in più condizioni, il nostro consiglio principale è quello di ascoltare "Sparagmos" in cuffia: questo secondo album degli Spectral Voice è infatti un lavoro estremamente denso - se non proprio uno dei più densi dell'ultima decina d'anni - e ricco di particolari che ad un ascolto meno attento potrebbero sfuggire, soprattutto per quanto riguarda la struttura dei pezzi che si fa vieppiù labirintica con lo scorrere dei minuti. Ok, probabilmente ormai gli spectral Voice saranno sempre sacrificati sull'altare dei Blood Incantation, ma se le lunghe attese portano ad un lavoro come "Sparagmos", allora è qualcosa a cui possiamo starci. Soprattutto perché con questa loro nuova opera gli Spectral Voice dimostrano di non desiderare affatto sedersi sugli allori, quanto sperimentare nuove soluzioni che ne accrescano ulteriormente il lato compositivo. Anche se siamo solo a febbraio, possiamo già essere certi che questo sarà uno dei migliori dischi Death Metal dell'anno. e non che ci aspettassimo qualcosa di diverso.

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3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Provenienti dall'Ungheria, tagliano il traguardo del secondo full-length i Mephitic Grave, trio che da cinque anni a questa parte si sta facendo le ossa nel sottobosco Death Metal europeo; arrivato a tre anni di distanza dal debutto " Into the Atrium of Inhuman Morbidity" - uscito per la semisconosciuta Carbonized Records, "Dreadful Seizures" è uscito sul finire dello scorso mese tramite una delle garanzie assolute in questo genere come la spagnola Memento Mori; e chi ha familiarità con la label iberica già sa che in quanto a Death Metal underground, la label iberica è praticamente sempre sinonimo di buona qualità. Ora, magari non siamo ai livelli di dischi come quelli di Inanna o Formless Oedon - tanto per citare due buonissime bands transitate per Memento Mori -, ma anche questo "Dreadful Seizures" non fa eccezione: con questa loro seconda opera i Mephitic Grave ci offrono un lavoro sicuramente solido; tetro quanto roccioso, "Dreadful Seizures" ci mostra una band capace di unire con buona fluidità il marciume sonoro degli Autopsy ("Corpsepowder", "Tremadora Ritual") con il ruvido riffingwork della scuola svedese (Grave in primis, ascoltate "House of the Necromancer" o la parte centrale dela già citata "Corpsepowder"), unito a trame melodiche atmosfericamente gelide e sinistre che rimandano a quella finnica (Abhorrence, Purtenance, Demigod e così via, vedasi "Catacomb Mind"). Abbiamo poi la conclusione dell'album affidata alla tripletta di pezzi "Secret of the Vermins", "Becoming the Shape of the Restless Shades" e "Coffin Levitation" che riescono a lasciare maggiormente il segno, mostrando questi pezzi un'inventiva maggiore in fase di composizione da parte dei Nostri, segno questo che probailmente la loro evoluzione non è ancora completata. Dovessero ripartire da qui, i Mephitic Grave potrebbero nel futuro prossimo saperci sorprendere e non poco, partendo tra l'altro già da una base solida che vede le chitarre di Zoltán e Knot assolute protagoniste con il loro magmatico riffingwork. Magari si poteva fare giusto un pochino meglio in fase di produzione, ma nel complesso "Dreadful Seizures" è il più classico dei dischi Death Metal che nella sua "semplicità" saprà accontentare gli amanti del genere. E a volte, come in questo caso, basta questo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    08 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Abbiamo potuto riscontrare diverse volte in passato come il lavoro di scouting di Transcending Obscurity Records sia a dir poco ottimo, con la label indiana che è andata a pescare nomi sconosciuti dal più profondo underground facendoli così scoprire al mondo. Lo stesso discorso va applicato agli australiani Resin Tomb, quintetto di Brisbane (con 3/5 di formazione proveniente dai Consumed) al primo lavoro su lunga distanza dopo un paio di EP. "Cerebral Purgatory" - questo il titolo del full-length - è un disco difficilmente inquadrabile, che solo per mera comodità potremmo definire Blackened Sludge/Death Metal; Blackened Death e Sludge/Death sono in effetti elementi ben presenti nelle sonorità dei Nostri, che però non disdegnano affatto 'sconfinare' in altri territori donando alle proprie composizioni una maggior varietà. Una vena sperimentale che può essere accostata, a nostro avviso, a quella dei compagni di label Terra Builder. In pezzi come "Flesh Brick" o la conclusiva "Putrescence" si possono notare dei cervellotici passaggi à la Ulcerate, mentre in "Scalded" abbiamo passaggi più marcatamente Death Metal uniti a furiose accelerate Black/Grindcore (il genere suonato dai Consumed, per l'appunto) con dissonanze avanguardiste a fare da trait d'union. Con una sezione ritmica di precisione chirurgica, a colpire di più però è l'ottimo lavoro svolto dalle chitarre di Brendan Auld e Matt Gordon, che guidano i Resin Tomb lungo strutture più complesse di quanto si possa pensare ad un primo ascolto, tra riffoni rocciosi, lancinanti armonizzazione, inquietanti arpeggi fino a sorprendere con un riff ritmico di matrice Slayer che dà il via alla title-track. "Cerebral Purgatory" è un album fortemente consigliato a chi è abituato ad ascoltare Metal estremo senza paraocchi e senza alcun pregiudizio; e soprattutto è un lavoro che merita un ascolto decisamente molto, molto attento, in modo da coglierne tutte le varie sfumature e lasciarsi trasportare dal folle vortice dei Resin Tomb.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    07 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

"Fear the Apparition" è il debut album degli Apparition, Death Metal band spagnola omonima - ovviamente - di quella americana; l'album è uscito lo scorso anno su Headsplit Records per venire poi ristampato agli inizi di febbraio 2024 su CD ed LP da F.D.A. Records. Il trio aragonese ci propone un Death/Thrash della vecchia scuola molto legato alle sonorità di gruppi come Pestilence, Death, Sadistic Intent, Demolition Hammer e, per venire più ai giorni nostri, Skeletal Remains, con in più una fortissima componente slayeriana ed una venatura à la Asphyx nei momenti più rocciosi. Basta anche solo questo per capire che gli Apparition non vanno certo a brillare per originalità, ma a parte questo non possiamo assolutamente dire che "Fear the Apparition" sia un brutto disco, anzi tutt'altro: il debutto su lunga distanza della band iberica è un lavoro che, qualora siate ascoltatori di questo particolare genere, saprà sicuramente intrattenervi e divertirvi, regalandovi diversi spunti interessanti come la doppietta iniziale formata dai granitici singoli "A Haunting Reflection" e "The Black Witch", passando per la furia ceca di "Demonic Torment" - con il suo finale dalle ritmiche marziali à la Bolt Thrower -, fino al continuo martellare di "Soldier of Death, pezzo quest'ultimo dai fortissimi connotati slayeriani. Tra le sguaiate growlin' vocals di Eduardo - che insieme al batterista David mette su anche una sezione ritmica tetragona e pulsante - ed il fiume in piena di riff ad opera di Iván, gli Apparition mettono su un debut album di tutto rispetto che presenta, per quanto ci riguarda, ben pochi difetti - se non nessuno -. Un ascolto, quello di "Fear the Apparition", da noi caldamente consigliato, in modo anche di poter cominciare a conoscere una band che in futuro potrà farci divertire non poco.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    06 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Dopo il debut album "Apotheosis" (2921, Rising Nemesis Records) - seguito dalla sua versione solo orchestrale l'anno dopo - e senza dimenticare il primo EP "From the Sheol to the Apeiron" (2017, Metal Scrap Records) - anch'esso rivisitato in chiave orchestrale giusto qualche mese fa -, è tempo di nuovo EP per i veneti Obscura Qalma, al debutto su Dusktone con i 16 minuti di questo "Veils of Transcendence", quattro brani inediti in cui il combo veneziano mostra nuovamente pregi e difetti del proprio operato. Tra i pregi c'è sicuramente un tasso tecnico decisamente elevato che permette ai Nostri di sbizzarrirsi tra cavalcate dal flavor epico e brutali accelerazioni, il tutto condito da un massiccio lavoro orchestrale; ma quest'ultimo punto rientra anche in quel poco che non va negli Obscura Qalma, anche se non di poco conto: ossia il fatto che ai nostri manchi ancora quel pizzico di personalità in più per scrollarsi da dosso quell'aura da band che segue troppo da vicino gli insegnamenti di Septicflesh (l'incedere solenne ed epico), Behemoth (le atmosfere cupe ed empie, oltre che l'immagine parecchio mutuata sia da loro che dai titani greci), Fleshgod Apocalypse e Dimmu Borgir (le pompose orchestrazioni). Eppure basta anche solo vedere qualche video delle esibizioni live degli Obscura Qalma per vedere come questi ragazzi sappiano decisamente il fatto loro, e lo dimostrano comunque le quattro buone tracce che compongono "Veils of Transcendence", con anzi, a nostro avviso, "The Divine Malice Conflagration" che sarebbe potuto essere un singolo più incisivo dell'opener "Ophidian's Enthronement". In buona sostanza, se avete già familiarità con "Apotheosis" e soprattutto con l'operato dei succitati gruppi, "Veils of Transcendence" non vi stupirà più di tanto, ma è comunque un buon modo per gli Obscura Qalma di riscaldare i motori in vista del prossimo (si spera) full-length.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    05 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Come avuto modo di scrivere già in passato, negli ultimi tempi la scena Death Metal cilena sta vivendo un vero e proprio stato di grazia; ed a rimpinguare il già elevato numero di ottimi gruppi provenienti da questa nazione sudamericana abbiamo i veterani Unaussprechlichen Kulten, band attiva sin dalla fine degli anni '90 che ha recentemente pubblicato tramite Iron Bonehead Productions quello che a nostro avviso è il loro miglior lavoro, il sesto album in studio "Häxan Sabaoth". Il trio di Santiago, come molti altri colleghi, ha una vea e propria venerazione per HP Lovecraft ed il ciclo del Mito di Cthulhu, a partire già dal proprio nome: Unaussprechlichen Kulten è infatti uno pseudobiblion, ossia un libro immaginario contenuto in una vera opera letteraria (in questo caso si tratta di un libro 'attribuito' a Lovecraft nel racconto Figli della Notte di Robert E. Howard); o ancora il leader cantante e chitarrista Joseph Curwen (antagonista in Lo Strano caso di Charles Dexter Ward), o il chitarrista Herbert West (protagonista di Herbert West, Rianimatore). Sul piano prettamente musicale, la band cilena trova le proprie influenze soprattutto dal gotha del Death Metal americano, Immolation e Morbid Angel su tutti: un sound dunque dall'afflato cupo, estremamente roccioso e corposo, con parti soliste dai forti rimandi slayeriani; ma oltre ciò possiamo trovare nel sound dei Nostri anche una venatura sperimentale ed avanguardista (Portal, Phobocosm, Ulcerate), senza però le folli dissonanze dei suddetti gruppi, quanto più per una questione di atmosfere che pervadono l'intera opera. Rispetto al passato poi, in "Häxan Sabaoth" gli Unaussprechlichen Kulten appaiono decisamente molto più dinamici e, dunque, meno vincolati ai classici stilemi dello US Death Metal, complice un lavoro di scrittura in cui i Nostri hanno curato ogni minimo dettaglio, riuscendo a dare ai sette macigni che compongono la tracklist una certa varietà e financo una maggior ariosità grazie ad un sapiente uso di progressioni e melodie. E ciò comporta che questa sesta fatica dell'act cileno è uno di quei lavori da cui è difficile staccarsi e che si lascia dunque ascoltare dall'inizio alla fine, anche nei brani da una durata più importante - ma decisamente riusciti - come "Hexennippel" e la conclusiva "Die Teufelsbucher", ma soprattutto a nostro avviso nella mortifera "Back to Mother Hydra and Father Dagon", pezzo in cui le atmosfere profane che ammantano l'intera opera trovano il proprio ieratico culmine. "Häxan Sabaoth" è un album arcigno che sa essere tanto spigoloso e ruvido nei suoi momenti più pesanti e solenni, quanto elettrizzante quando i Nostri alzano sensibilmente i giri del motore, andando a puntellare il tutto con guizzi di puro genio - vedasi i solo di scuola Heavy Metal classico del singolo "Dho Hna Formula" e della già citata "Back to Mother...". Per oltre vent'anni gli Unaussprechlichen Kulten sono rimasti alquanto nell'ombra, pur pubblicando diversi lavori degni di nota; la sincera speranza è che questo loro ultimo lavoro riesca a valorizzarli quanto realmente meritano. Anche perché, dal canto nostro, crediamo sia una delle migliori uscite di Iron Bonehead degli ultimi tempi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    02 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

I francesi Necrowretch sono sempre stati, lungo la loro quindicennale carriera, una band in continuo mutamento: partiti con un furioso Death/Thrash, col tempo la band guidata dal cantante/chitarrista Vlad ha man mano spostato le proprie sonorità verso un Black/Death melodico di matrice certamente svedese, inserendo in ogni nuova uscita sempre un qualche elemento che li differenziasse dalla release precedente. Non fa eccezione "Swords of Dajjal", quinto full-length dell'act francese appena rilasciato da Season of Mist: in questa nuova opera possiamo trovare infatti un'attenzione ancor maggiore al comparto melodico, spostando ancor più di prima le sonorità dei Nostri verso quelle dei 'soliti' Dissection, Necrophobic o Naglfar. Complice di questo, presumiamo, è la maggior affinità tra il mastermind della band e W. Cadaver - alias dell'ex cantante dei Cadaveric Fumes Wenceslas Carrieu -. Vuoi anche poi per il concept alla base dell'album, incentrato sulla figura di Dajjal - l'Anticristo della religione musulmana -, troviamo spesso riferimenti musicali alle regioni mediorientali come ad esempio le chitarre acustiche o le percussioni di "The Fifth Door", uno dei capitoli migliori di quest'opera. Altro punto a favore di "Swords of Dajjal" è l'ottimo equilibrio trovato dal quartetto transalpino tra brutali accelerazioni e mid-tempo più ragionati, con il singolo "Dii Mauri" che ne è la perfetta rappresentazione. In un discorso più generale, grazie anche ad una produzione assolutamente perfetta che non mette in secondo piano alcuno strumento, questo quinto album dei Necrowretch è un lavoro estremamente godibile, soprattutto se siete fans di queste particolari sonorità (e se state aspettando con ansia il nuovo Necrophobic). "Swords of Dajjal" è insomma un album riuscito sotto ogni punto di vista e la sensazione è che questa possa essere la 'forma finale' dei Necrowretch.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    01 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Sicuramente si può dire che i tedeschi Drowned si prendono il loro tempo se si tratta di fare nuova musica; basta pensare che dopo una lunga serie di demo ed un EP, il primo album è arrivato ben ventidue anni dopo la loro formazione... e da allora ne sono passati altri dieci prima che questo progetto fondato dall'ex-Necros Christos Tlmnn tornasse con questo "Procul His", secondo full-length appena licenziato da Sepulchral Voice Records. Cominciamo col dire che "Procul His" è un disco che il sottoscritto ha ascoltato diverse volte da quando il promo-kit è arrivato, ma più che altro per il vero e proprio piacere nell'ascoltare un gran bel disco! Nel sound dei Drowned c'è qualcosa che irrimediabilmente li lega a certe sonorità novantiane e, soprattutto a livello atmosferico e per certe "calate" Doom, al passato del mastermind nei Necros Christos, ma mai per una volta i Nostri danno l'impressione di puntare sull'"effetto nostalgia", un'impressione questa dovuta all'ottimo lavoro di scrittura dei pezzi: seppur i Drowned pubblichino qualcosa dopo davvero tanto tempo, si può notare sin da subito un'estrema maturità; il trio teutonico è, negli otto pezzi che compongono la tracklist di questo loro secondo album, in un continuo oscillare tra furiose sferzate Death - Death/Thrash e sinistri patterns doomy, il tutto ammantato da quella vena atmosferica occulta che, sì, non può non far pensare ai succitati Necros Christos. Ci sono poi pezzi come "Phantom Stairs" (nella sua parte finale) o il singolo "Corpse God" o ancora "Seed of Bones" che richiamano gruppi come Grave Miasma ed Incantation, anche queste influenze ben presenti ma solo come fossero un "rumoroso sottofondo" ad una scrittura che sa essere in ogni caso personale. In "Procul His" i Drowned sono stati attenti ad ogni più minimo particolare, riuscendo a tirare fuori un album che potrà e dovrà essere gustato dall'inizio alla fine e che ad ogni ascolto svelerà nuovi particolari magari sfuggiti prima; insomma Tlmnn e soci si prenderanno sempre il loro tempo, come dicevamo, ma ad oggi ci sono davvero pochi gruppi che riescono a rendere proprio un sound che richiama le primordiali orgini del genere sapendo 'giocare' con atmosfere occulte e sinistre.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    30 Gennaio, 2024
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Formatisi in Arizona e poi trasferitisi in California, i Cerulean sono un altro nome nuovo che la nostrana I, Voidhanger Records è andata a pescare nella scena del Death Metal più ermetico e dissonante; nati come solo project di Stephen Knapp - a cui si sono poi aggiunti altri musicisti -, i Cerulean hanno pubblicato il loro primo EP "Carrion Angel" lo scorso anno autoproducendosi, ed è proprio questo EP che I, Voidhanger è andato a prendere nelle profondità del sottobosco americano ristampandolo su CD. Come detto, siamo nei territori di un Death Metal dissonante che vede in Gorguts e Suffering Hour i principali fulcri d'ispirazione, anche se sovente Knapp richiama anche l'Avant-garde Black dei colossi francesi Deathspell Omega. Comunque sia, pur essendo solo un debutto - prima di questo sono stati pubblicati solo uno split ed un singolo - "Carrion Angel" si presenta come un lavoro solido che attesta anche la crescita nel tempo di questo progetto: sono infatti presenti in tracklist pezzi come "Shroud of Locusts" presente nello split con i Voidlegacy e "Sky Burial", che è il singolo cui accennavamo poc'anzi; entrambi ottimi pezzi, ma che a nostro avviso persono un po' il confronto con i due inediti "Gnashing of Teeth" e l'oscura title-track. Soprattutto i Cerulean offrono una certa varietà di soluzioni: per una "Sky Burial" più diretta e sfrontata (un vero cazzotto alla bocca dello stomaco), abbiamo una title-track vorticosa e sovente spiazzante, con un sound obliquo che però non perde mai di vista una struttura che poggia le proprie fondamenta su di un Black/Death duro come granito. Dopo un EP come questo "Carrion Angel" non si potrà in futuro non seguire con attenzione l'evoluzione dei Cerulean: questo breve lavoro (una ventina di minuti totali) accenderà di sicuro anche la vostra curiosità, di questo ne siamo abbastanza sicuri.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    30 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 30 Gennaio, 2024
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Seppur solo al debut album, c'era una certa attesa verso i Dissimulator; vuoi perché ad occuparsi dell'uscita di questo "Lower Form Resistance" è una garanzia come 20 Buck Spin, vuoi per i musicisti coinvolti, essendo i Dissimulator in pratica una costola dei Chthe'ilist con Claude Leduc voce e chitarre, Antoine Daigneault al basso e Philippe Boucher alla batteria (i primi due anche negli Atramentus, Boucher anche nei Beyond Creation). In quanto abbiamo potuto ascoltare in questo primo lavoro su lunga distanza del trio canadese, i Nostri hanno pienamente rispettato l'attesa riguardo l'elevato tasso tecnico delle composizioni, a cui si unisce una spiccata attitudine grezza: insomma, siamo sui lidi di quel Death/Thrash tecnico della vecchia scuola, anche se i Dissimulator più che rifarsi ai soliti nomi - comunque un'influenza importante, sia chiaro -, sembrano guardare con più interesse all'operato dei Voivod, che vengono più volte richiamati sia a livello stilistico ("Automoil & Robotoil") che graficamente (insomma, guardate la copertina). Andando più a fondo con l'ascolto, si nota come la band di Montréal parta da una base di quel Thrash cervellotico anni '90 (Voivod, Sadus) con anche qualche puntatina più moderna (Vektor), per poi ramificarsi in varie direzioni tra il 'classico' Death/Thrash (Pestilence, Obliveon e compagnia) e qualche variazione hardocreggiante. Il risultato è un disco vario a cui si presta parecchia attenzione per poter cogliere le sfumature più tecniche, ma a cui forse manca quel pizzico di mordente in più, complice anche la durata importante di alcuni dei pezzi - e non a caso come singoli sono stati scelti due pezzi dalla durata "media" come "Warped" e "Hyperline Underflow". "Lower Form Resistance" si ascolta comunque piacevolmente: la più ruvida "Neural Hack" o la varia "Outer Phase" - con la sua prima parte cadenzata che esplode poi nella seconda parte - sono ad esempio dei brani più che buoni, così come la title-track chiamata a chiudere l'album. C'è probabilmente qualcosina da smussare qua e là, con i Dissimulator che dovrebbero a nostro avviso trovare un maggiore equilibrio tra la foga dei passaggi più duri e le cerebralità tecniche, ma anche così questo loro debutto è un lavoro soddisfacente.

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