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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    26 Marzo, 2021
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Reduci da un demo come "Pornographic Seizures", molto chiacchierato tra gli amanti del Brutal Death più gutturale ed "ignorante" - a mio avviso abbastanza inspiegabilmente, ma vabbe'... -, gli statunitensi Sanguisugabogg si ritrovano nella condizione di essere la perfetta fotografia del detto "fare il passo più lungo della gamba", essendosi ritrovati a pubblicare il debut album "Tortured Whole" nientemeno che per Century Media. La colossale label tedesca "figlia" di Sony Music ha dalla sua un roster estremo di tutto rispetto e ha sempre avuto occhio per lo scouting - vedasi gli Skeletal Remains o l'aver preso sotto la propria ala protettrice una delle punte di diamante della scena italiana, gli Hideous Divinity -, ma questa volta, sinceramente, sembra aver toppato alla grande. Nonostante un battage promozionale imponente, con la band presentata a più riprese come sostanzialmente la new sensation della sempre più in crescita scena dell'Ohio e video prodotti insieme alla leggendaria Troma (dobbiamo dare atto che questi ultimi sono molto, molto divertenti), all'atto dobbiamo dire che "Tortured Whole" è un lavoro per lo più deludente; i Sanguisugabogg si muovono in quel Brutal Death "da macelleria" di fine anni '90 figlio dei primissimi Cannibal Corpse, dei Mortician e dei Lividity, cosa non nuova oggigiorno, ma in cui manca del tutto quella freschezza e quella "fame" che contraddistingue altri giovani colleghi. I ragazzi si divertono e sanno far divertire, specie sul piano visivo (di nuovo: consiglio caldamente di guardare i tre video), ma per il resto, detto apertamente, "Tortured Whole" è un album scolastico che nulla aggiunge e nulla toglie a quanto già sentito centinaia di volte. E non basta un groove "chiatto" onnipresente a far fare il salto di qualità ad un lavoro che, spiace dirlo, risulta essere monotono ancor prima di superare la prima metà. Ancora una volta, come in passato, ci si ritrova tra le mani qualcosa in netto contrasto rispetto al modo in cui viene presentato: possiamo capire tutto, ma alle volte le etichette dovrebbero in qualche modo cercare di non esagerare per alzare - inutilmente - le aspettative. Poi magari i die hard fans di queste sonorità potrebbero anche gridare al nuovo miracolo, ma dal canto nostro, anche se spiace, non possiamo promuovere questa proposta.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    26 Marzo, 2021
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Odio essere ripetitivo, ma se c'è una label che è una vera e propria garanzia in quando a Death Metal e Death/Doom, quella è l'indiana Transcending Obscurity Records; e l'etichetta asiatica non si smentisce nemmeno questa volta. Attivi da quasi 15 anni e già fattisi notare con due buonissimi album come "Mountains of Dead" (2012) e "Conjuring Enormity" (2015), gli statunitensi pubblicano oggi tramite TO il terzo album "Necrotic Overlord": l'ennesima conferma - per l'appunto - del soddisfacente lavoro dell'etichetta. Già dall'opening track "Ectoplasmic Violation" possiamo intuire le coordinate stilistiche della band di Kansas City, che vede al proprio interno la presenza del batterista degli Unmerciful Trynt Kelly (e del bassista live degli stessi, Ben Harvey): l'act statunitense, pur in una versione magari un po' più "grezza" ed istintiva, richiama subito alla mente la coppia Suffocation/Nile, così come gli Hour of Penance dei primissimi lavori e, grazie al lavoro di programming di Justin Bird, in un certo qual modo anche i mai troppo compianti Necrophagia. Ma "Necrotic Overlord" è soprattutto un disco compatto e che grazie anche ad una giusta durata - dieci brani per poco meno di 40 minuti - riesce a tenere sempre alta l'attenzione sull'operato dei Nostri: adepti al culto del Death Metal di fine anni '90/inizi nuovo secolo, i Marasmus fanno dell'approccio diretto il loro leit motiv. Tra accelerate assassine, scaltri rallentamenti ed una produzione che da quel senso quasi di "cimiteriale", i Marasmus macinano senza sosta tra un'atmosferica "Appeasing Thanatos" ed una più diretta e feroce title-track, andando a cascata senza mai fermarsi fino all'ottima "Archaic Burial Rites" e ad "Insurrection", quello che probabilmente è il miglior brano del lotto. Con una prova del singer Devon Ferrara abbastanza nella norma, è il comparto strumentale a far la parte da leone, con l'ottimo lavoro delle asce Brandon Culligan/Andrew Nagorski e, soprattutto, l'affiatamento della sezione ritmica Harvey/Kelly, con quest'ultimo che grazie al suo drumming sempre preciso e forsennato va a prendersi la palma di MVP.
Forse una produzione un pelo meno dal sapore 'vintage' avrebbe fatto fare un ulteriore salto di qualità ai Marasmus, ma ciò non toglie che per un deathster che si rispetti "Necrotic Overlord" è uno di quei lavori che seppur non destinati ad entrare nella storia, non andrebbero assolutamente a sfigurare nella propria collezione. Disco che va ben oltre una semplice sufficienza, il cui ascolto è caldamente consigliato.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    26 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2021
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Dopo un trittico di album usciti consecutivamente in tre anni - che andavano a formare una trilogia concept - gli inglesi Memoriam si sono presi un anno di pausa prima di ritornare con il primo capitolo di una nuova trilogia, primo album dopo il passaggio da Nuclear Blast a Reaper Entertainment. "To the End" segna dunque un nuovo capitolo in tutti i sensi per la band guidata dal carismatico singer Karl Willets: una nuova trilogia di dischi che fa da prequel al concept precedente, in cui la band lavora dunque a ritroso narrando della vita del leader la cui morte è stata raccontata nei primi album. Il tema della guerra è come sempre centrale, così come non muta lo stile dei Memoria, fatto di un Death Metal di purissima scuola britannica: battagliero e dai forti tratti epici, in cui un certo groove ha predominanza rispetto alle classiche furiose accelerate che ci si aspetta di solito da questo genere, pur avendo la fluidità e la dinamicità del precedente "Requiem for Mankind" ed aprendosi anche a sonorità diverse e, a loro modo, volendo più moderne. I nove brani che compongono "To the End" sono tutti estremamente convincenti ed alcuni, ascoltandoli attentamente, non sfigurerebbero inseriti nella discografia dei Bolt Thrower (ci riferiamo soprattutto all'ottima opening track "Onwards into Battle" e alla seguente "This War Is Won"). Ma dicevamo anche di influenze diverse e tra queste va ascritta sicuramente "Each Step (One Closer to the Grave)", pezzo chiaramente improntato su registri Doom, mentre interessanti melodie - altra novità per la band britannica - le possiamo trovare in "Mass Psychosis", uno dei brani più interessanti dell'intera opera, insieme alla conclusiva "As My Heart Grows Cold".
Con "To the End" dunque i Memoriam iniziano un nuovo percorso della propria carriera: il quartetto inglese rimane ben ancorato alle proprie classiche sonorità, ma mai come stavolta non ha paura ad osare qualcosa di diverso, come scritto qualche riga più su. E quest'ultimo elemento è forse il punto più importante di questo quarto album di Willets e soci, visti all'inizio come una prosecuzione a distanza di qualche anno dei Bolt Thrower ma che finalmente possono scrollarsi questa cosa di dosso: i Memoriam hanno in un certo qual modo "svecchiato" la propria proposta e sembrano essere decisamente pronti a lanciarsi in questa nuova trilogia.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    24 Marzo, 2021
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Formatisi in Messico e rilocatosi poi in Finlandia, solo oggi, dopo oltre dieci anni, arrivano al debutto assoluto la MeloDeath band Ulthima, sestetto proveniente da Helsinki, fondato però in quel di Monterrey dal chitarrista Ricardo Escobar e dal bassista Antonio Vadés. "Symphony of the Night" - edito da Inverse Records - è dunque non solo il primo full length della band finnica, ma anche il debutto per i Nostri che, tolti un paio di singoli, si presentano oggi con un lavoro che definire semplicemente Melodic Death Metal appare riduttivo: tra le influenze che possiamo ascoltare nelle sonorità degli Ulthima, troviamo le arie epiche degli Ensiferum, ma soprattutto un mix tra il Power/MeloDeath dei Children of Bodom ed un sound catchy derivato tanto dal Symphonic Metal dei Nightwish quanto dal Power Metal puro (i nostrani Labyrinth sembrano aver giocato un ruolo fondamentale in questo). Il risultato è un disco sostanzialmente vario, lontano dai classici stilemi del Melodic Death avendo, per l'appunto, una fortissima componente Symphonic/Power che se da un lato potrebbe far storcere il naso ai più puristi, potrà altresì incontrare i favori di chi ha gusti musicali più ampi. "Symphony of the Night" - titolo che ricorda non poco Castlevania, non trovate? - è un lavoro ad ampio respiro in cui chitarre e tastiere si rincorrono e s'intersecano in una continua corsa sui pattern prettamente Power Metal della sezione ritmica; i più fulgidi esempi sono "Daughter of Twilight" e "Beyond the Veil", i due brani migliori del lotto e quelli in cui è possibile comprendere a pieno quale sia la proposta degli Ulthima.
C'avranno anche messo il loro tempo - undici anni non sono affatto pochi -, ma questi anni di gavetta sono serviti agli Ulthima per poter costruire un lavoro che magari non brillerà per originalità, ma che grazie al suo essere tremendamente catchy ed easy-listening saprà essere in primis parecchio vendibile, e che poi saprà conquistarsi i favori di una buona fetta di pubblico.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Marzo, 2021
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Estuarine è il solo project di Hydrus, già membro dei Led by Serpents che qui si occupa di voce, chitarra, basso e drum programming. Stando alle info, quello che dovremmo avere davanti è un Experimental/Technical Blackened Deathgrind che dovrebbe prendere spunto dalla furia Black/Grindcore degli Anaal Nathrakh, le follie tecniche di Cephalic Carnage e Discordance Axis, la violenza dei Nails... Quello che abbiamo invece nel breve EP - meno di 10 minuti totali - a titolo "Nyarlathotep" è un lavoro a tratti estremamente caotico, non supportato da una produzione degna di tal nome. Eppure, soprattutto come chitarrista, Hydrus dimostra di saperci seriamente fare, ma in contest pro/contro, i secondi sono di gran lunga di più. L'EP dalle tematiche lovecraftiane ha per lo meno il pregio di passare rapido, dato che una durata più lunga difficilmente sarebbe stata sostenibile.
Non saprei nemmeno sinceramente se consigliare o meno l'ascolto di "Nyarlathotep" ai die hard fans di sonorità tanto estreme, visto che sono comunque abituati, per l'appunto, a gente come Anaal Nathrakh, Cephalic Carnage, Cattle Decapitation ecc. ecc.; e qui siamo ben lungi dai quei livelli, ma anche, a dirla tutta, ad uno standard qualitativo quanto meno accettabile.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Marzo, 2021
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Hanno una certa esperienza sulle spalle, essendosi formati nel 2008 ed avendo all'attivo già un EP e due album: arrivano alla pubblicazione del terzo album gli statunitensi Seraph in Travail, band che si autoproduce il qui in esame "A Black Death Incense". Le coordinate stilistiche della band di Philadelphia sono subito riconoscibili sin dalle prime note dell'opening track "Fixed and Dilated": massiccio uso di orchestrazioni, ottime armonizzazioni, sapiente uso di voci pulite, blast beat feroci alternati a passaggi più 'pensati' e melodici... tutto riconduce a gruppi come Dimmu Borgir, Septicflesh, Vesania, ma sono soprattutto i nostrani Fleshgod Apocalypse che sembrano aver dato la maggior influenza al quartetto americano; sensazione che si fa certezza con la seguente "My Bitter End", gran bel pezzo tecnicamente eccelso e con un uso probabilmente maggiori di voci pulite rispetto al resto dell'album, ma anche dei passaggi molto, molto catchy e di facile presa nei momenti topici del brano, marchio di fabbrica questo del colosso perugino. Per chi è addentro alle sonorità che mischiano Extreme Metal e massicce dosi d'orchestrazioni, insomma, questo terzo album dei Sraph in Travail potrà essere una piacevole, piacevolissima scoperta. La più diretta e violenta "When They Crown You Queen" porta i SiT maggiormente verso i lidi del Symphonic Black puro (Dimmu Borgir, Vesania...), pur non mancando un solo dal sapore Classic Metal (di nuovo, marchio di fabbrica dei FA), mentre con lo scorrere della tracklist - tra i cui rimanenti brani non possiamo non segnalare l'ottimo singolo "For the Wrath of Dying Days" - scorgiamo anche come una certe componente epica, pur restando una velata nebbia nascosta, ha il proprio peso nel sound dei Nostri.
I Seraph in Travail sanno decisamente il fatto loro: musicalmente, questo loro "A Black Death Incense" è un lavoro intenso in cui la ferocia strumentale e le oniriche orchestrazioni sono perfetto contorno al gran lavoro alla voce di Jonathan Sutherland (non essendo indicati altri alla voce, deduciamo che sia lui a occuparsi di growl, scream e clean vocals). Sorprende sinceramente che un lavoro tanto professionale sia autoprodotto... ma si sa, il music business alle volte è cieco.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Marzo, 2021
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Conosciuto soprattutto per il suo main project Saor, l'artista scozzese Andy Marshall dal 2015 dà 'sfogo' al suo lato più vecchia scuola con il solo side project Fuath, con il quale arriva oggi a pubblicare, tramite Season of Mist Underground Activists, il secondo album intitolato semplicemente "II", che arriva a cinque anni di distanza dal debutto "I". Rispetto al suo lavoro con i Saor, in cui molta importanza ha anche la componente Folk, con Fuath mr. Marshall si lascia andare a sonorità più primordiali: un Black Metal sì feroce e devoto alla vecchia scuola, ma in cui melodie ed atmosfere hanno comunque il loro grosso peso; come influenze, ad esempio, possiamo facilmente intuire il forte insegnamento di band "classiche" come Mayhem e Darkthrone, sia le gelide melodie atmosferiche di Wolves in the Throne Room, Drudkh e, soprattutto, i mai troppo compianti Windir. Tutti elementi che troveremo lungo l'intera tracklist di "II", ma che possono essere benissimo riassunte nell'ottima opening track "Prophecies", brano dai toni grevi, ma la cui parte centrale rimanda fortemente alle atmosfere quasi oniriche dei Windir, grazie anche ad un mid-tempo Black Metal che rende ancor più incisive le melodie. Con la seguente "The Pyre", invece, si entra del tutto nei lidi della vecchia scuola norvegese, quella dei primissimi Mayhem e Darkthrone, con forti, fortissimi richiami alle prime uscite dell'innominabile Conte "perseguito" da Facebook - sì, insomma... Burzum -.
Pur non essendo un lavoro così trascendentale, proprio grazie a questo sapiente mix tra velleità old school e glaciali atmosfere "windiriane" "II" potrà facilmente fare presa sui die hard fans del genere, i duri e puri (trv ivol bla bla bla) blacksters. Cinque brani devoti al Black dei 90's senza che però rimangano infognati in un mero esercizio scolastico, la cui buona riuscita la si deve in parte alla buonissima prova dietro le pelli del session Carlos Vivas, oltre che ovviamente per il buon songwriting e l'eccellente esecuzione di Andy, aiutato anche da una produzione dal sapore vintage, ma comunque dal taglio moderno. Ascolto insomma più che consigliato!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Marzo, 2021
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Secondo album per gli Arcane Dread, duo greco formato da Greg Barlas alla voce e Typhonas ad occuparsi della parte strumentale... fatta magari eccezione per la batteria che a orecchio mi sembra programmata (non benissimo, invero). Licenziato meno di una settimana fa da Sleaszy Rider Records, "A Path Befouled" si presenta come un lavoro puramente Death Metal, influenzato dai grandi nomi della vecchia scuola (Asphyx, primissimi Deicide, Morbid Angel...), quindi con coordinate stilistiche intuibilissime sin dai primi secondi dell'opening track "Fear Instilled in the Blood". E dall'opener veniamo in contatto anche con l'unico neo di questo lavoro: dei suoni di batteria che suonano fin troppo finti; ora, che sia suonata o programmata, in fase di produzione sono stati scelti dei plug-in pessimi, diciamocelo. A parte questo punto, "A Path Befouled" scorre via senza sussulti: brani tutti sufficienti - forse solo la title-track un po' sotto come livello qualitativo -, ma senza un guizzo che possa rendere quest'opera memorabile. "Decomposition in E Minor", "Subconscious Rot", anche la cover di "Deathammer" degli Asphyx... tutti brani che si lasciano ascoltare, ma che insieme al resto della tracklist, arrivati in fondo, lascia poco o nulla.
Nell'insieme, questo "A Path Befouled" degli Arcane Dread è un disco che si attesta poco sotto la piena sufficienza; un ascolto glielo si può anche dare, ma già verso la metà si tenderà a distrarsi ed a calare l'attenzione, col serio rischia che il tutto passi in sordina per finire poi nel dimenticatoio.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 15 Marzo, 2021
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Oltre vent'anni di attività ma solo quattro album all'attivo, l'ultimo dei quali, "Blasphemy Awakes", è uscito tre anni or sono (mentre quello precedente, "Feral Creation", risale addirittura al 2008): in sintesi, questi sono i danesi Thorium, death metallers di Copenhagen che abbiamo qui in esame con la ristampa targata Emanzipation Productions di "Ocean of Blasphemy", debut album dei Nostri uscito nell'ormai lontano 2000 per la oggi defunta label danese RRS. L'unico lavoro di restyling fatto a "Oceans of Blasphemy" è la colorazione dell'artwork, mentre per il resto l'album suona esattamente come quando uscì ventuno anni fa: questo per dire che non deve stupire se la produzione suona un po' "vecchiotta", dato che sostanzialmente lo è; altra piccola novità è la presenza come bonus track di "Impaled" e "Oceans of Blasphemy" in una versione demo del 1988: si tratta dei primi due pezzi mai registrati dal combo danese, riproposti poi in quest'opera. Ma cosa e come suonano i Thorium? E' presto detto: lo stile della band è un perfetto mix tra le bordate anticlericali dei Deicide e la furia delle leggende svedesi Entombed/Dismember; la scuola statunitense e quella scandinava s'incontrano e si uniscono alla perfezione nel sound dei Thorium, tra blast beat feroci, un buon groove e buone melodie che chiamano in causa le sonorità degli At the Gates, come ad esempio in "Betrayed by God" o nella title-track, che fortemente rimandano al Gothenburg Sound. "Ocean of Blasphemy" è un lavoro che si lascia ascoltare: all'epoca dell'uscita era perfetta in linea col Death Metal di quel tempo e non stupirebbe sapere che potesse essere considerato tra le migliori uscite Death del 2000; di contro, è consigliabile però soprattutto agli amanti dell'old school, anche perché più vecchia scuola di così...

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Opinione inserita da Daniele Ogre    14 Marzo, 2021
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A un solo giro di calendario dall'impressionante "A Resting Place for the Wrathful" tornano gli inglesi Twitch of the Death Nerve, con questo EP a titolo "Beset by False Prophets" edito da Comatose Music. L'EP in sé è composto dai primi quattro brani - per una durata complessiva di circa 13 minuti -, ma il trio londinese ha inserito come "bonus" l'intero set suonato al Xxxapada Na Tromba Festival di Lisbona: non essendo propriamente un estimatore dei live album, posso dire che questa seconda parte del lavoro mostra come i TOTDN siano uno schiacciasassi anche on stage, un carrarmato che fa dell'approccio più brutale possibile il proprio vessillo. Venendo invece ai quattro brani che aprono il lavoro, la band inglese martella costantemente con il proprio Brutal Death ad alto tasso tecnico, con delle sonorità devote a quelle di inizi anni 2000 di gente come Deeds of Flesh, Decrepit Birth e Disgorge. Alle cavernose growlin' vocals di Tom Bradfield - capace anche di macinare riff su riff manco fosse del magma vulcanico - fa da tappeto sonoro una sezione ritmica in stato di grazia, con l'ottima prova del bassista Tom Carter e quella a dir poco magistrale di Mauro Marín dietro le pelli, con i tre che calano l'asso con la debordante terza traccia "At the Trial of the Exhumed Pope".
Un lavoro, questo nuovo EP marchiato TOTDN, che potrà piacere sicuramente ai fans del Brutal Death d'inizio secolo; la band londinese, insomma, si dimostra ancora una garanzia.

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