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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    06 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Giugno, 2021
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Accattivante, freschissimo, innovativo ed originale. Questi sono i migliori aggettivi che descrivono il sound dei nostrani Reality Grey, band pugliese attiva dal 2004 ma con alle spalle già una carriera di tutto rispetto in giro per il mondo. Diciassette anni in cui i nostri compaesani hanno dato alla luce due album ed il qui presente terzo lavoro "Beneath This Crown" che arriva dopo sette inverni sul nostro portale. Un bel lasso di tempo per la band pugliese ma che, a conti fatti, è stato completamente ripagato. Il grande ritorno dei Reality Grey viene celebrato con quello che è a tutti gli effetti il miglior disco del loro repertorio. Talmente ricco e stratificato che cercarlo di identificare in un determinato filone sarebbe più che riduttivo.
È certamente intuibile quale sia la matrice da cui i Nostri hanno poi fatto partire la ramificazione stilistica: il melodic death metal. Ma attenzione, seppur l'eco sia - chiaramente - quella dello Swedish death di Göteborg, non bisogna commettere l'imperdonabile errore di piazzare la band in quel calderone. O almeno, non del tutto. L'impostazione è quella, ma poi c'è molto ma molto di più. Una proposta che è la modernità per antonomasia, in grado di saltare da lidi più marcatamente melodici a dei ben percepibili rimandi al metalcore dei maestri As I Lay Dying, fino a toccare le bombe groove dei Lamb Of God. Il tutto condito da un'interpretazione unica e personale che ha permesso al quintetto di imbastire una musica coinvolgente, imponente e sostanziosa. Già, perché l'enorme punto di forza dei Reality Grey, oltre ad un'indiscutibile capacità tecnica e di interpretazione, è l'attitudine. Difficilmente mi sono imbattuto in dischi che sanno di personalità da inizio a fine, senza per questo risultare fini a se stessi. Un fattore che va ad unirsi a quella certa unicità del genere proposto in un territorio, l'Italia per l'appunto, che non è certamente noto per il melodeath. Tutte componenti che hanno permesso ai pugliesi di ritagliarsi uno spazio tutto loro ma senza mai porsi dei limiti compositivi. Non stupitevi quindi se "Fade In Fear" risulti maggiormente votata ai Soilwork o ai tedeschi Words Of Farewell, mentre l'ottima "Preachers Of Hatred" sembri esser uscita dal capolavoro degli As i Lay Dying "The Powerless Rise". E così per tutta la quasi ora di durata del disco: un tempo che, a dispetto di quanto si possa pensare, non lascia mai il posto ad un singolo momento di noia o prolissità. Un altro grande punto di merito per "Beneath This Crown". All'inizio, confesso, ero leggermente intimorito dalla presenza di ben 13 tracce così lunghe, soprattutto perché già reduce da dischi altrettanto impegnativi ma noiosi. Tuttavia la titubanza iniziale è stata spazzata via già dopo metà album. D'altronde, come ci si potrebbe annoiare di fronte ad un lavoro che, pur non ponendosi limiti, risulta sempre ben ancorato al suolo? Chiaro, stiam pur sempre parlando di un sound estremamente moderno, la cui età non va oltre il decennio di vita. Quindi, a meno che non abbiate una certa elasticità mentale nell'essere aperti a diverse influenze anche dal panorama -core, "Beneath This Crown" potrebbe incontrare non pochi detrattori per i die hard del genere. Per tutti gli altri invece, si prospetta un ascolto che saprà regalarvi dei momenti euforici e concitati. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    06 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Giugno, 2021
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L'evoluzione stilistica dei cechi Inferno è, almeno per chi vi scrive, un fatto alquanto unico nel suo genere, poiché trattasi di una vera e propria esperienza sensoriale. Un viaggio malato nei meandri più bui e mortiferi della psiche umana, in quei gorghi oscuri da cui difficilmente si esce illesi. Eppure per il quintetto, che vanta una lunga carriera iniziata nel 1996, questa transizione da un feroce e primordiale black metal ad un black più ambientale, atmosferico ed introverso, sembra essere avvenuta quasi in maniera del tutto naturale. Come se i Nostri avessero da dire di più con la loro già malata proposta. Ecco quindi che ci ritroviamo con il qui presente "Paradeigma (Phosphenes of Aphotic Eternity)", ottava fatica degli Inferno che va a riprendere quanto già iniziato con il precedente disco del 2017. Sei tracce per 35 minuti di orrore e follia lovecraftiani durante i quale la band si cimenta in un black metal claustrofobico, nero e denso come il petrolio, in grado di assorbire il più piccolo spiraglio di luce. Una musica che è quasi totalmente la protagonista del disco e dalla quale, di tanto in tanto, emerge la voce Adramelech, ma sempre e comunque posta in secondo piano rispetto alla lugubre messa in musica. Ma, a dispetto di quello che si potrebbe pensare da una simile presentazione, "Paradeigma (Phosphenes of Aphotic Eternity)" si rivela essere un album complicato e a volte fin troppo "concettuale", risultando spesso dispersivo. Ci si sente persi del tutto, senza punti di riferimento, immersi in una coltre di nero fumo o chiusi in una buia galleria dalla quale non c'è via di fuga. Il che, almeno a livello concettuale per l'appunto, è un grande punto di vantaggio per i Nostri. Una sensazione che nei primi lavori non si avvertiva per il semplice fatto che il black metal iniziale era più furioso, improntato sul massacrare ed annichilire. Con il tempo, poi, la vena atmosferica ed esoterica è venuta fuori. Il problema, tuttavia, sta nella realizzazione pratica del concetto. Ed è qui che gli Inferno risultano carenti. Non fraintendetemi, "Paradeigma (Phosphenes of Aphotic Eternity)" è un album che a modo suo mostra una certa eleganza degna dei maestri Deathspell Omega o dei francesi Merrimack. Il punto è che durante l'ascolto tutta l'atmosfera tende ad allargarsi troppo, risultando sì stratificata, eterea e velenosa, ma allo stesso tempo dispersiva. Più volte quindi ci si sente costretti a richiamarsi all'attenzione per evitare che tutta la musica fluisca senza rendersene conto. Esattamente come si diceva più su: ci si sente dei vagabondi all'interno di oscure gallerie dalle quali non si percepisce nient'altro che una gelida morsa. Ma tutto è più improntato sul concetto, risultando poi meno afferrabile nel concreto.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    06 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Giugno, 2021
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Credo siamo tutti d'accordo nell'affermare che, al di là di un album più o meno bello, la vera prova del nove per un gruppo sia la sede live. Soprattutto in questo periodo di stop forzato dei concerti, poter ascoltare "Live at Helsinki Ice Hall" dei leggendari Amorphis è qualcosa di assolutamente più che gradito. Ancor di più se pensiamo che questo live, registrato a dicembre 2019 per coronare trenta gloriosi anni di carriera, ci presenta una band assolutamente in formissima ed ancora in grado di infiammare il palco. Se, poi, aggiungiamo che gli Amorphis sono reduci da un colossale album, "Queen of Time", uscito nel 2018, ecco che tutta la questione assume dei caratteri diversi, e per certi aspetti unici.
Senza troppi giri di parole, il concerto imbastito da Tomi Joutsen e soci è perfetto: sia da un punto di vista qualitativo, sia per la scaletta presentata dal sestetto finlandese. Del resto sarebbe stato difficile per l'act giocare in casa senza fare un bel figurone. Ma comunque, al di là di tutto, è l'attitudine e la grinta dei Nostri che la fa da padrona, soprattutto se si parte con l'ottima "The Bee", prima traccia dell'ultimo disco che apre le porte a quasi 90 minuti di performance bruciante e potente. Un'ora e mezza in cui gli Amorphis sciorinano un repertorio che ripercorre questi lunghi trent'anni di carriera, tra pezzi nuovi ed altri storici. Come a voler mostrare che la band non ne vuole certamente sapere di abbassare il tiro, puntando sempre e comunque in alto. Un'ottima commistione tra vecchio e nuovo, che al contempo mostra l'evidente cambio di stile nel tempo ma comunque una certa continuità nell'evoluzione dei Nostri. Dal melodeath iniziale, che passa per brani canonici come "Into Hiding" del ventisettenne disco-capolavoro "Tales from the Thousand Lakes", alla vena maggiormente progressive/Folk dei sei brani estratti dall'album del 2018. Il tutto accompagnato da un Tomi Joutsen alla voce in grandissima forma. La sua interpretazione dei vecchi brani, quelli ancor prima della sua entrata nel gruppo, è pressoché perfetta. Così come le splendide sezioni in clean e il suo potentissimo growl. Un inno alla Finlandia ed al gelido sound che gli Amorphis hanno costruito nel tempo. Difficilmente una band con tre decadi sulle spalle può ancora vantare una certa attitudine e maestria in sede live. Eppure la band di Helsinki sembra non aver perso nemmeno un grammo della verve che da sempre la contraddistingue. Unico difetto: qualche traccia in più poteva essere inserita, o comunque un repertorio un po' più vasto. Ma, come è bene tenere a mente per un gruppo che vanta una discografia così lunga, è impossibile accontentare tutti. Perciò prendere o lasciare; e francamente noi prendiamo a piene mani. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    31 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 31 Mag, 2021
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Ci hanno messo ben sette anni i finlandesi Impaled Nazarene per partorire la loro tredicesima creatura, il qui presente "Eight Headed Serpent". Un lasso di tempo piuttosto insolito per una band che non ha mai mancato un appuntamento da 31 anni a questa parte. Perciò era logico aspettarsi grandi cose da uno dei gruppi black metal più iconici ed irriverenti al mondo. E ovviamente così è stato per Slutti666 e soci, i quali non ci pensano minimamente ad abbassare la guardia, caricando come tori infuriati con la loro musica sfrenata, folle, malata e tiratissima da inizio a fine. Senza troppi giri di parole, "Eight Headed Serpent" è il miglior disco degli almeno ultimi 10 anni di carriera dei Nostri, soprattutto per una rinnovata freschezza che ha permesso alla band di confezionare un prodotto in purissimo stile Impaled Nazarene ma con una grinta ed una ferocia che non si sentivano almeno dai tempi di "Road to the Octagon" (2010) e "Manifest" (2007). A farcelo capire in meno di una frazione di secondo ci pensa l'opener "Goat of Mendes", la quale ci vomita addosso tutta la ferocia assassina del quartetto che da sempre si distingue per il suo black metal molto vicino allo stile dei Marduk ma con quella maniacale quanto ben presente vena crust punk/grind. Non mancano, inoltre, i forti richiami al metal grezzo e primordiale della prima ondata black/thrash dei primi Sodom, ma anche la sferzata heavy alla Motorhead in "The Nonconformists", con quell'andamento da head banging spezza collo. Immancabile, ovviamente, la scarsa durata dei brani, i quali non sfiorano mai i tre minuti di durata, a testimonianza di come i Nostri non siano avvezzi a ghirigori o abbellimenti del caso. Nemmeno per idea: qui si pista a sangue senza troppi compromessi. Tredici sberloni sulla faccia racchiusi in circa mezz'ora di maniacale tortura.
Tutti fattori, questi, che, pur rientrando perfettamente negli stilemi della satanica creaturina di Slutti666, mostrano come gli Impaled Nazarene nonostante abbiano alle spalle una carriera trentennale, siano ancora in grado di ricaricare le pile ed annichilire tutto ciò che gli si para davanti. Una notizia più che ottima considerando il calo che - almeno per chi vi scrive - si era avvertito negli ultimi anni. Complice forse questo silenzio di sette anni che ha permesso ai finlandesi di riordinare le idee? Una cosa è certa: "Eight Headed Serpent" è la testimonianza di come questa band leggendaria non ne voglia minimamente sapere di cedere lo scettro. I vecchi leoni sono tornati più in forma che mai.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    28 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 28 Mag, 2021
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Capolavoro! Capolavoro assoluto ed inarrivabile! Per me la recensione di questo "A Hill to Die Upon", terzo album dei tedeschi Mental Cruelty potrebbe tranquillamente finire qui. Cosa si può dire di più di un disco che è perfetto in ogni singolo punto? Esatto, niente. Quindi cerchiamo di mettere da parte per un attimo l'entusiasmo - anche se è impossibile - e diamo qualche informazione in più.
I Mental Cruelty sono una band deathcore tedesca che approdò sul nostro portale già nel 2019 con il suo secondo album "Inferis", licenziato dal colosso Unique Leader Records. Un disco assolutamente pauroso che già all'epoca lasciava trapelare un potenziale fuori dal comune che si distingueva nettamente dalle miriade di altre proposte che arrivavano in redazione. Mai avrei pensato che i Nostri potessero alzare ancora di più il tiro arrivando di fatto a reinventare completamente il proprio sound e creando un genere tutto loro. Sì, perché il qui presente "A Hill to Die Upon", che giunge a soli due anni di distanza dal precedente, ci presenta una band completamente nuova con un genere del tutto diverso e migliorato. Al devastante deathcore iniziale ora troviamo affiancata una pesante influenza blackened death che rende l'intera proposta qualcosa di mai sentito prima e totalmente differente da qualsiasi altra cosa voi possiate ascoltare. Non esagero se dico che i Mental Cruelty hanno gettato le basi di un nuovo modo d intendere il deathcore - per non dire un genere vero e proprio -. L'album è semplicemente maestoso, imponente e micidiale come poche cose nella vita. Già dal primo singolo estratto "Ultima Hypocrita" si capiva che sarebbe stato un lavoro fuori dal comune. Immaginate una base black alla Behemoth, ricca di sinfonie maligne ed eleganti, dalla quale emerge la ferocia animalesca del quintetto tedesco. E non si parla di deathcore standard; nemmeno per sogno. Già due anni fa i Mental Cruelty avevano dimostrato una certa maestria e personalità nella loro proposta. Perciò era difficile, se non impossibile immaginarsi un innalzamento così esponenziale del loro sound. Eppure è successo. Non so come ma è successo. Punto di forza dell'act, oltre ad un songwriting da inchino, è sicuramente il frontman Lucca Schmerler alla voce: oltre ad essere una bestia fisicamente - è altissimo e grosso - lo sono anche le sue corde vocali, in grado di produrre un growl devastante e imponente come un treno merci lanciato a tutta velocità. Grandissimo, poi, il lavoro della sezione ritmica ad opera del nuovo arrivato Danny Straßer dietro le pelli. Molto ma molto più tecnico ma non per questo fine a se stesso. Il ragazzo alterna a meraviglia momenti tipicamente slam a sfuriate black con una semplicità e maestria notevoli. Sarebbe inutile fare un track-by-track per il semplice fatto che un capolavoro del genere è bello tutto, da inizio a fine, soprattutto perché per 43 minuti resterete con la bocca aperta. Sentire quella forte vena blackened death, che si traduce in riffoni malvagi affiancati da una sezione ritmica frenetica ed incontrollabile, è da pelle d'oca. Punto.
"A Hill to Die Upon" è certamente l'album deathcore dell'anno e forse il miglior disco del genere mai partorito degli ultimi 5-10 anni. Personalmente siamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione musicale ed alla band migliore al mondo. Da qui in poi il deathcore non sarà più lo stesso. Prendete tutti nota e non fatevi scappare questo super capolavoro. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    27 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Mag, 2021
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Giusto un po' di tempo fa stavo notando quanto la Spagna sia un paese in cui il black metal ha attecchito poco. Pochissimi sono i gruppi che provengono da lì, e ancora meno quelli validi. Ecco, tra questi non posso non citare i catalani ARNA che giungono sul nostro portale con il loro primissimo album di debutto "Dragged to a Lunar Grave", un piccolo grande capolavoro autoprodotto che molto mi ha ricordato i sempre spagnoli Perennial Isolation o i Mare Cognitum. Il progetto è giovanissimo, nato solamente nel 2019 ad opera del duo David Rodriguez-Morthalion. Ma le idee sono più che chiare, fin troppo chiare. Quattro tracce per poco meno di mezz'ora di durata in cui i nostri si presentano con un black metal moderno e fortemente evocativo, a tratti dal sapore atmosferico. Non siamo certamente nei territori islandesi o polacchi, che ad oggi dettano legge. Al contrario, siamo di fronte ad una proposta eterogenea nella quale il duo non disdegna dei rimandi alla Norvegia degli anni '90 impreziosita da innesti melodici vagamente dal sapore Mgła e sezioni più sinfoniche/atmosferiche. Un esempio perfetto è la seconda traccia "Moonknife", che sembra quasi una rivisitazione del brano "Slottet I Det Fjerne" dei Darkthrone in "Transilvanian Hunger", almeno nella prima parte del brano. Ecco però che la musica degli ARNA si schiude lasciando fuoriuscire una potenza di impatto che raramente ho sentito, forte di questo continuo ossimoro che vede da una parte il black metal grezzo e feroce, ma dall'altra delle atmosfere e sinfonie che rendono la proposta più morbida e dolcemente malata. Complice un songwriting ampio e ricco di sfaccettature: delle volte siamo in territori completamente atmospheric alla Perennial Isolation - tra l'altro anch'essi di Barcellona -, altre volte è il black alla Emperor a farla da padrone. Eppure nessuna delle quattro tracce sembra voler prendere una strada tutta sua. Tutto è collegato da un filo invisibile che rende "Dragged to a Lunar Grave" un album mozzafiato, elegante, freddo, bruciante di passione ma allo stesso tempo inquadrato e con il focus sempre puntato verso una sola direzione.
Se non si può parlare di scena black metal spagnola in senso lato, è certamente vero che queste sono delle piccole ma preziosissime perle che vengono fuori una volta ogni mille anni. Da tenere assolutamente in considerazione. Non dimenticate questo nome: ARNA. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    27 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Mag, 2021
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Non c'è molto da dire su questo primo EP della one man band Internal Organs External, il qui presente "Apocalyptic Domination". Uscito ad un anno di distanza dal primo full-length di debutto del 2020, il quarto d'ora offertoci da Mr. Vince Otero alla voce e strumenti è quanto di più classico ci si possa aspettare da un progetto slam/brutal death. Sulla falsariga dei norvegesi Kraanium, di cui, tra l'altro, il vocalist è ospite nella traccia "S.S.M.", lo slam proposto non si discosta minimamente da quegli stilemi, risultando quindi uno dei tantissimi prodotti confezionati in serie. Un po' più di originalità si ravvisa nelle sezioni in growl che, restando comunque fedeli ad un approccio super gutturale, non mancano anche di qualche gorgoglio animalesco.
Ineccepibile, poi, la sezione ritmica, anch'essa improntata sul canonico tappeto di doppio pedale intervallato da blast beat e parti cadenzate come bombe atomiche. Quindi, facendo una summa delle cinque tracce proposte: siamo di fronte ad un dischetto senza infamia e senza lode che svolge egregiamente il compitino ma che, di contro, non offre nulla di così originale all'ascoltatore. Chiaro, stiamo pur sempre parlando di un genere molto di nicchia, perciò o vi piace lo slam o potete tranquillamente passare oltre

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    27 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Mag, 2021
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Penso che ad originalità questo album del duo Animal Schoolbus, "Going to Grammy's House 2021", sia inarrivabile. Papà e figlia di 2 anni che suonano grindcore insieme. Cosa c'è di più figo e dolce di una cosa del genere? No seriamente, ditemi se esiste qualcosa di altrettanto epico come questo progetto. Registrato nel 2014 - più alcune tracce registrate nel 2020 - quando la piccola aveva solamente 2 anni, l'album è quanto di più classico ci si potrebbe aspettare da un disco grindcore in stile Napalm Death e Carcass: non a caso il duo è inglese. Pensavo di averle sentite tutte nella vita, ma una bimba di 2 anni che si cimenta nella voce death non l'avevo mai incontrata. Giuro, sono morto dalle risate: sembra di ascoltare Alvin dei Chipmunks al microfono. Dolcissima, non c'è altro da dire, e da questo punto di vista super originale. Se mai dovessi avere una figlia, giuro che farei altrettanto.
Tolta la sezione canora che, per quanto dolce e pucciosa possa essere, non è certamente da sufficienza, lo stesso non si può dire per i riff ad opera di papà Charlie Sad-Eyes. Idem per quanto riguarda la produzione che è sorprendentemente ottima. Classicissime sfuriate che non superano il minuto di durata, super blastate e da pogo selvaggio. Tutti ingredienti che, uniti insieme, confezionano un comparto ritmico e sonoro notevole e di tutto rispetto. Anche se, come avrete capito, il punto di forza del duo Animal Schoolbus risiede tutto nell'originalità - e dolcezza, ripetiamolo - che vede papà e figlia divertirsi suonando insieme. E solo per questo meritano tutto il nostro appoggio. You Rock!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    24 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 25 Mag, 2021
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I lussemburghesi Feradur sono una nostra vecchia e graditissima conoscenza. Arrivarono sul nostro portale nel 2019 con il secondo album, "Legion", al quale il sottoscritto diede il massimo dei voti, e tutt'ora sono del parere che i Nostri siano tra le band melodeath più interessanti e brave degli ultimi anni. Giovani, freschi e ben riconoscibili. Qualità che in quell'album emersero in tutto il loro splendore e che, fortunatamente, sono ben presenti anche in questo "Parakosm". L'EP in questione giunge dopo due anni dal precedente full-length e ci presenta nuovamente un gruppo super affiatato e dedito al melodic death più frenetico ed incisivo di sempre. In una parola: i Feradur. Punto.
Quell'energia e attitudine che si respiravano due anni fa è rimasta intatta ed ha permesso alla band di confezionare un EP che da una parte fa riemergere i Nostri dopo un biennio di silenzio - e la pandemia di mezzo non ha certamente aiutato -, e dall'altra ci mostra nuovamente tutta la maestria e bravura del quintetto. Cinque tracce attraverso le quali i Feradur danno prova della loro naturale predisposizione al melodic death. Forse più ragionate e stratificate rispetto a "Legion", ma perfettamente in linea con la proposta musicale del gruppo. Le sonorità di Mors Principium Est e Skeletonwitch lasciano spazio anche a qualche sfuriata alla At The Gates e a momenti più lenti e malinconici che vagamente ricordano gli Agalloch. Quindi, a conti fatti, i Feradur hanno ampliato maggiormente il loro ventaglio compositivo, permettendo al loro sound di stratificarsi e risaltare di più. E forse si spiegano questi due anni di silenzio. Produzione come sempre eccellente, nonostante si tratti, come di consueto, di un album autoprodotto - e sinceramente mi chiedo come mai non ci sia ancora nessuna label che si interessi a loro -.
Quindi che dire di più?! Un graditissimo ritorno di una band valida ed interessante sotto ogni punto di vista. Che si tratti di un assaggio di un futuro terzo album?

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    24 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Mag, 2021
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Cosa c'è di più svedese di una band proveniente da Gothenburg e che propone un ferocissimo e primordiale death metal sulla falsariga dei primi gruppi di fine anni '80 come Grotesque, Morbid, Mefisto, Obscurity e tutto quel filone lì? Esatto, niente. Signori, vi presento gli Avlivad ed il loro omonimo demo di debutto. Quattro tracce di una cattiveria e malvagità fuori dal comune che trasudano Svezia da tutti i pori. E come la storia ci insegna, due sono le città dalle quali il death metal (in Europa si intende) è partito: Stoccolma e Gothenburg. Nonostante gli Avlivad provengano dalla seconda, il loro sound è un tributo alla prima: riff che maciullano, batteria tiratissima, chitarre ultra distorte e "zanzarose" e tutta la ferocia che i Nostri hanno in corpo. Il risultato non poteva che essere un grandissimo back-to-origins che riporta alla mente gli albori del death in Svezia. Ecco, la proposta del quartetto è da ricollocare in quel periodo, quando gente come i sopracitati Morbid, Grotesque, Mefisto e compagnia bella iniziavano a stravolgere il sound americano di Slayer, Death, Possessed e Morbid Angel aggiungendo la macabra vena black dei Venom e dei Bathory. Puro e semplice Swedish death metal ai primi marcissimi vagiti. Non c'è molto da dire su questo omonimo demo degli Avlivad, semplicemente perché è stato già detto tutto dalla storia e noi lo apprezziamo per quello che è. Sicuramente non ci troviamo davanti alla proposta innovativa del secolo - e ci mancherebbe -. Perciò il debutto dei Nostri farà sicuramente gola ai fan veterani del genere e a tutti coloro innamorati di un certo modo di intendere il death metal old school. Personalmente, se dovessi solamente seguire l'istinto darei il massimo dei voti essendo un fan incallito dello Swedish death. Ma a conti fatti siamo comunque in presenza di pattern e sonorità già abbondantemente trattati e sentiti. Il linea di massima quindi possiamo dire che gli Avlivad sono una giovanissima quanto interessante realtà che non si vergogna - del resto come si potrebbe - di riportare in auge gli antichi fasti del death metal. Vedremo in futuro cosa avranno da dire.

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