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Opinione scritta da MASSIMO GIANGREGORIO

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    05 Mag, 2019
Ultimo aggiornamento: 05 Mag, 2019
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Questa onesta band di appassionati del mitico Ronnie James Padovano (in arte Dio) è sorta nel non recentissimo 2010, con il precipuo compito di rievocare le epiche gesta dello gnomo metallico per eccellenza. Ma il fato cinico e beffardo, si sa, è sempre in agguato e – proprio il 16 maggio dello stesso anno – ci ha strappato via il leggendario vocalist, sicchè i nostri hanno pensato bene di sospendere sine die le registrazioni del tribute album. Sono così trascorsi tanti anni e, finalmente, ha visto la luce la fatica di questi quattro operosi e tenaci seguaci del Ronnie James.
Ne è sortito un tribute album assolutamente onesto e sincero, suonato con buona tecnica e dedizione, anche se un po’ freddino. Un compitino portato a termine con tanta buona volontà che, però, non fa certo gridare al miracolo. Quando si tratta di tribute album, ritengo sia interessante anche inserire dei brani completamente stravolti o, almeno, fortemente riarrangiati. Nemmeno l’apporto di numerosissimi guests ha inciso in maniera determinante, non riuscendo a elevare la media del lavoro nel suo complesso. Pur tuttavia, anche grazie al paziente lavoro degli amanuensi copiatori nel medioevo, tante opere hanno potuto continuare e vivere fino ad essere divulgate nei secoli a venire, fungendo da baluardo in difesa della cultura. Allo stesso modo, grazie a tribute bands come questa, il verbo metallico e le gesta dei suoi propugnatori possono continuare a perpetrarsi presso le nuove generazioni di metalbangers!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    06 Aprile, 2019
Ultimo aggiornamento: 06 Aprile, 2019
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Correva l’anno 1985 quando, su una delle città più controverse del nostro beneamato stivale, Genova, calava un drappo nero come la pece, in grado di portare in ogni dove l’oscurità più profonda: erano nati i Necrodeath!
La perversa mente di Flegias, dalla voce dolce e delicata come una lama di rasoio che ti sfregia la faccina, partorisce un combo che riesce a mettere subito le cose in chiaro: negli inferi del black/death metal (all’epoca ai primi “vagiti”) c’era anche una band italiana!
C’era e c’è ancora, eccome!
Questo “Defragments of Insanity” rappresenta la nona opera al nero dei quattro demoni della Lanterna, impreziosita da decine di releases tra demos, splits, videos, compilations, etc. E' la riproposizione con l'attuale formazione del capolavoro del 1989 "Fragments of insanity", con i brani ri-registrati e leggermente modificati.
È da quasi ben 35 anni che i Necrodeath resistono, senza esser minimamente scalfiti dall’onta del tempo che scorre inesorabile, nella compagine dei veterani del black’n’death metal.
E lo fanno mantenendo pressochè intatta la loro venefica ricetta: occultismo, morte, satanismo e violenza!
Premesso che, per tutte le bands, è praticamente impossibile non pagare l’ineluttabile tributo agli onnipresenti Dei incontrastati del metallo nero Slayer, la coerente e bruciante proposta di Flegias e Co. continua a perpetrarsi attraverso album quasi rituali come i più efferati omicidi commessi da un serial killer che si rispetti.
Tutti i solchi di questo full-lenght trasudano malevolenza, al punto che – a tratti – sembra che abbiano rievocato la buonanima di Jeff Hanneman per venirli ad ispirare nel realizzare le otto tracce dannate di cui si compone.
Ne vien fuori un figlio, ancor più degenere della prima versione, di Reign in Blood a livello di intensità e di violenza sonora (e non solo) degni di una masnada di torturatori professionisti, il cui sadismo è pari solo alla loro tecnica, non sopraffina ma concepita nella sola ottica del dolore senza fine.
Insomma, questi blacksters liguri si ergono, ancora una volta, a baluardi posti ad imperitura difesa dell’oscuro genere metallico, massacro sonoro dopo massacro sonoro.
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    30 Marzo, 2019
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Ho scelto di recensire insieme queste tre bands perchè molto orientate al power metal, inteso come quel metallo tradizionale tanto gradito ai puristi, agli integralisti dell’hard & heavy ortodosso.
Inoltre, perché hanno rappresentato (nell’ultimo scorcio dell’appena trascorso anno 2018) una delle più convincenti prove fornite dal metalrama italico, nello specifico settore.
Metallo possente, di quel metal che ti entra subito nelle vene con ardore e senza chiederti il permesso, che scaglia la tua testa direttamente verso le quattro pareti della stanza che sta mettendo letteralmente a ferro e fuoco!
*****
Dei felsinei Crying Steel ho avuto modo di recensire piuttosto di recente, esattamente il 3.11.18 a proposito della loro release “Stay Steel”.
Questa “Steel Alive” ripropone le fatiche “Crying Steel” ed “On the Prowl” rimasterizzate, più un vero e proprio “pugno” (nel senso di cazzotto in faccia) di performances on stage dei veterani metalbangers bolognesi: il tutto per l’ulteriore riprova (semmai ve ne fosse bisogno) che l’acciaio urla ancora e urla potentissimamente!
****
Gli anconetani Gunfire li conosco anch’essi dagli esordi (1981) ed all’epoca acquistai il loro EP in vinile, dopo che ebbero modo di inviarmi il loro demo, che sparai all’impazzata durante le mie trasmissioni radio.
Il riff del mitico pezzo che prende il nome dalla stessa band, che anche gli Omen avrebbero forgiato volentieri, ancora ce l’avevo nei padiglioni auricolari, sepolta in qualche remoto angolo della mia unità centrale: è bastata qualche frazione di secondo perché riaffiorasse tipo Transformers e riprendesse a devastare tutto!
Power senza requie, che ti trascina via come un treno in pieno derragliamento verso destinazioni sconosciute, con quel retrogusto di epic che non guasta mai.
*****
I savonesi Powedrive sono di formazione più recente (2016) ma il loro primo full-lenght “Rusty Metal” mette subito le cose in chiaro: questa è gente che mangia pane e Motley Crue, Twisted Sister e compagnia brutta, ovviamente innaffiato da birraccia come se piovesse!
Rock’n’Rollaccio ruvido e stradaiolo molto “catchy”, quasi da party sfrenato ma guai e ritenerlo frettoloso, buttato lì giusto per far casino: i binari del classico metal ortodosso anche nel caso della band ligure sono ben piantati per terra e vengono percorsi all’impazzata ma con perizia tecnica à la Airbourne, pagando però l’ineluttabile tributo ai mostri sacri del genere, AC/DC in primis.
Che l’adrenalina sia con voi, con questo micidiale trittico tutto tricolore!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    16 Marzo, 2019
Ultimo aggiornamento: 16 Marzo, 2019
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Grandiosi, come sempre!!! Una delle monolitiche certezze tra noi adoratori del Dio Metallo!!! È dai primi anni ’80 che questi inossidabili statunitensi della West Coast sono tra gli incontrastati Grandi Ministri del culto metallico, offrendo la propria chiesa come tempio in cui celebrarne i fasti!
Questa è la loro dodicesima release in studio come full-lenght, ma la loro biografia è costellata da demos, EP, singoli etc. che si fondono in un unico, potentissimo, infinito rito tutto dedicato al metal vecchia scuola, quello che ti fa partire l’headbanging fino a che ti si stacca la testa, che continua a vibrare imperterrita sul pavimento!
La sontuosa opening/title track mette subito le cose in chiaro: stai approcciando i Metal Church. E ti farai mooooolto male!
A mio parere, il meglio viene con la seguente “The Black Thing”, che sembra scritta dal mitico Jaz Coleman dei Killing Joke, solo molto più rabbioso ed oscuro.
I bei tempi di “Beyond the Black” sono tutt’altro che andati: qui si continua al galoppo infuriato con una sequela di pezzi, l’uno più adrenalinico dell’altro!
Ti senti come un pugile che sta subendo una raffica di micidiali pugni nello stomaco, con la differenza che ha pure le orecchie che sanguinano ed il secondo che non può nemmeno gettare la spugna, perché già da tempo perso nel moshpit!
Gli assoli sempre saettanti del duo dei Gran Maestri d’Ascia ti portano alle soglie dello stordimento, ma non riesci a fermarti, ormai sei catturato in una pogata senza requie, che cesserà solo quando l’ultimo solco di questo disco sarà sacrificato.
“Guillotine” è proprio la traccia che ti fa staccare la testa, come profetizzato (e non poteva essere altrimenti) con la sua reminiscenza “Metallica” mentre maledici di non poter alzare ancora di più il volume ma hai la sensazione che tanto, dopo, le casse le dovrai buttar via bruciate!
L’inossidabile ugola del redivivo frontman Mike Howe continua a massacrarci i padiglioni auricolari con quel suo essere un mix mortale tra Bobby “Blitz” Ellsworth e Udo Dirkschneider.
E si prosegue alla grande, fino al decimo e letale pugno in pieno stomaco che pone fine al tuo tarantolamento: la perdita di controllo è totale.
Il rito è compiuto, la Chiesa del Metallo chiude i battenti, ma solo fino alla prossima celebrazione.
Questo esplosivo come-back dei Metal Church è rigorosamente da ascoltare in una stanza di contenimento con le pareti imbottite!!!!
Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaarrrrrghhhhh!!!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    02 Marzo, 2019
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Formatisi in quel di Charlotte, North Carolina, U.S.A., nel 2014 questi quattro horsemen in black hanno già all’attivo l’EP "Funeral Chic" nello stesso anno in cui si sono formati (con una misconosciuta line up) e l’album di debutto (targato 2016) "Hatred Swarm".
Nel 2018 I Funeral Chic sono tornati con questo nuovo cd "Superstition".
Chiariamo subito che non si può certo gridare al capolavoro, ma, se ciò con cui volete farvi male è del sano, genuino ed onesto mix di grindcore/thrash/black, questo è il disco che fa per voi!
Sembra di tornare indietro nel tempo: le vocals devono molto a Cronos (con un po’ più di eco) ed i primi Venom, almeno come concept; come il sound, del resto: brani brevi (vedi “Jump” con il suo minuto e ventidue secondi), velocissimi e rabbiosi mutuati dal punk/hard core della prima ora (vedi simpatici coretti), con una spruzzatina di thrash della Bay Area (specie nei guitar-solos) e accelerate blast drumming a profusione tipiche del new black metal.
Quattordici tracce altamente corrosive, da maneggiare con la stessa cura con la quale si maneggia dell’acido solforico perché rischiate seriamente di sfigurarvi, una volta che vi siete lanciati alla velocità di un proiettile dopo aver spinto il tasto “play”!
“Decorated” mi ricorda un po’ i mai troppo compianti Zoetrope, fillers compresi.
Alla lunga, si ha la netta sensazione che i nostri quattro “ceffi” abbiano voluto un po’ strafare, infarcendo i pezzi con troppi cambi (anche di tempo) facendone sortire una sorta di zibaldone metallico.
Certamente devono ancora maturare molto e devono riordinare le idee (oltre che focalizzare e veicolare la loro furia incontenibile) ma, nel complesso, meritano un bel 3 e mezzo di incoraggiamento.
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    23 Febbraio, 2019
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Recensire un disco postumo non è mai facile, perchè si corre seriamente il rischio di essere banali e di edulcorare la release in preda alle immagini del “fu” che ti scorrono nella mente, quasi guidando le tue dita sulla tastiera.
Beh, nel caso di Warrel Dane, non è affatto così: i meriti ci sono tutti anzi, siamo al cospetto di un artista sottovalutato e che non ha avuto la possibilità di esprimere appieno la portata innovativa delle proprie idee.
Colto da infarto il 13.12.17 mentre registrava in studio a S.Paolo il suo secondo solo album, Warrel da Seattle era già un’istituzione grazie all’apporto dato alla causa del metallo sotto l’egida di Sanctuary e Nevermore (e scusate se è poco…).
Nel 2007 aveva intrapreso il suo percorso dark-progressive molto misantropico ed introspettivo.
Il marchio della casa ci proponeva un sound molto carico di pathos, al limite del claustrofobico, che spesso sfociava in aperture platealmente progressive (come se fossero degli squarci di luce venuti a fendere le tenebre) caratterizzate da assoli al limite del virtuosismo ma praticamente fusion, in grado di portarci alla mente le creazioni di gente del calibro di Satriani, Mc Alpine,etc.).
Dato atto di una sezione ritmica telluricamente perfetta (da notare la line up brasileira) su tutto si erge la voce di Darrel, estremamente versatile (in condizione di spaziare dal falsetto al growl onde supportare al meglio la variegatissima vena compositiva che si ritrova in tutti i brani.
Una voce segnata da una vena di triste follia, che – in taluni frangenti – ricorda il King Diamond del periodo concept album (per la verità anche la struttura dei pezzi rievoca le variazioni dei Mercyful Fate che furono tra i primi ad adottare i cambi di tempo all’interno di tracce più lunghe, vedi Satan’s Fall – alternata ad una furia più unica che rara.
L’intro sembra una session malata tra uno sciamano, un cantore gregoriano ed un induista e da la stura ad una sequenza terrificante di uppercuts: interessantissima Madame Satan, seguita dall’accoppiata di quelli che già furono proposti come singoli nel 2017, ossia Disconnection System e As fast as the Others. La title track è una vera e propria sferzata di energia nera che ci porta al galoppo sfrenato fino alla conclusiva Mother is the word of God in cui gli archi si incastonano alla perfezione (direi quasi alla Pergolesi) nel contesto malinconicamente potente della piece.
R.i.p., Warrel: ci hai regalato un’ultima perla prima di unirti a Lemmy & Co. nel Walhalla dei Metal Gods.
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    16 Febbraio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Un tempo si usava riempire i periodi vuoti che andavano da una pubblicazione all’altra con un disco dal vivo, giusto per rispettare le scadenze contrattuali con l’etichetta discografica o per placare la fame dei fans più accaniti della band, che erano ormai in crisi di astinenza.
Comunque la si volesse vedere, il più delle volte si trattava di mere operazioni di marketing magari accompagnate anche dalle immancabili polemiche su presunte sovraincisioni realizzate in studio (talvolta fino al punto di sembrare delle normalissime incisioni della band aventi come “sottofondo” i rumori del pubblico…)
La fatica on stage di cui si tratta è quella sostenuta dallo storico gruppo teutonico nel luglio dello scorso anno in quel di Wacken, durante il famosissimo Open Air Festival.
Ed in effetti, viene un po’ a lenire le sofferenze dei divoratori di metallo classico in attesa della nuova opera che dovrebbe vedere la luce nella primavera di quest’anno, nuovo parto in cui Wolf Hoffmann e soci saranno alle prese con una partnership tutta da vivere con tanto di orchestra sinfonica!
Esperimento, peraltro, del quale già possiamo avere un assaggio in questo doppio cd live, in cui vengono ripresi alcuni dei grandi classici della band con rivisitazioni interessanti, proposte agli 80.000 convenuti a Wacken in una apposita sezione del concertone.
Peraltro, tutte le grandi bands sono passate attraverso questa esperienza, ed i nostri quattro dell’accetta non potevano di certo esimersi, riproponendo i loro anthems immortali con tanto di archi e fiati che ben si incastonano nell’impianto metal integralista che ha fatto da apripista alla vera e propria scuola germanica dell’hard & heavy ovvero eseguendo brani di musica classica sottoposti abilmente a procedimento di “metallizzazione”, peraltro caratteristica che ritroviamo nello stesso filone tedesco fin dai suoi albori.
Infatti, a beneficio dei nostri Fratelli Metalbangers più giovani, rammento che gli Accept calcano le scene fin dal lontano 1976.
Hoffmann & Baltes sono tra i fondatori del monicker capeggiato da quel colosso dell’ugola al vetriolo che risponde al nome di Udo Dirkschneider (fantasticamente imitato dal singer Mark Tornillo, che lo ha rimpiazzato ormai 10 anni orsono).
La cover di questo disco, effettivamente, in maniera un po’ amarcord, rievoca quella del loro disco più famoso della sterminata discografia ossia “Restless and Wild” targato 1982 in cui vi sono vere e proprie pietre miliari del metal, come la stessa title track e “Fast as a Shark” il cui intro al fulmicotone ti rade al suolo ancora oggi!
Tornando al live, il connubio tra orchestra sinfonica e quartetto metallaro direi che risulta abbastanza convincente e – francamente – lasciarsi picchiare dai remakes di grandi (appunto) classici della band non è affatto malvagio, specie se si considera che la furia di Hoffmann & Co. è rimasta inalterata nonostante i tanti anni decorsi: le asce scintillano come ai vecchi tempi e la sezione ritmica è sempre stile bulldozer così come Tornillo ci delizia con la sua voce abrasiva e corrosiva.
Insomma, una release ideale per mettere a ferro e fuoco i vostri momenti dedicati alle celebrazioni in onore del Dio Metallo!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    02 Febbraio, 2019
Ultimo aggiornamento: 02 Febbraio, 2019
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Quando, in piena NWOBHM, in quel di Newcastle tre loschi figuri appassionati di occultismo pensarono bene di fondere il rock’n’roll sporco e maledetto dei Motorhead con le tematiche a loro care, nacque (tra miasmi di zolfo) il metallo nero.
Si, signori: proprio il Black Metal!
È ormai storia indelebile l’omonimo album targato 1982 che è obbligatoriamente presente nella raccolta discografica di ogni metallaro che si rispetti, nel bene e nel male: un albun davvero seminale come ce ne sono pochi, un vero e proprio totem imperituro!
Artefici di questo orrido parto, agli albori degli anni ’80, furono Cronos (un culturista dalla voce alla carta-vetrata cui è stato messo in mano un basso per martoriarlo), Mantas (non talentuoso, ma efficacissimo axeman macina-riffs) ed Abaddon (un fabbro ferraio con le bacchette dietro le pelli di una batteria).
Ebbene, dopo esser partiti dalla minuscola label Neat Records ed una sterminata discografia di cui sono lastricate le strade dell’inferno sonoro, il nostro Cronos continua imperterrito a fungere da gran cerimoniere del metallo nero.
Come insegna una ben nota regoletta di matematica, cambiando i fattori il prodotto non cambia: senza mai cedere a compromessi (eccezion fatta per "Calm before the storm” del 1987 in cui Cronos accennò a delle linee vocali vere e proprie) il marchio velenoso si è eretto a vessillo diuturno del Black Metal, poi divenuto un vero e proprio genere, sinistramente alimentato dalle legioni oscure calate dalle foreste scandinave da una parte e dalle orde di blacksters made in USA; parliamoci chiaro: se non fossero nati i Venom, non sarebbero nati nemmeno gli Slayer! E questo, è tutto dire!
Non fa eccezione nemmeno questo “Storm the Gates” in cui i tre massacratori ci scaraventano proprio alle soglie dell’Inferno giusto in tempo per farci godere della tempesta colà scatenatasi per loro mano, crivellandoci con ben tredici colpi di obice semovente che ci arrembano i padiglioni auricolari senza requie e senza pietà!
Si, lo ammetto, i bei tempi del trio originario sono stati un’altra cosa ma Rage e Dantè si rivelano degni successori di Mantas ed Abaddon (sono stati sempre loro ad escogitare la coincidenza tra nome d’arte e nome di demone che continua tutt’ora) continuando ad alimentare quella linea di sangue blasfemo dalla quale è poi promanata cotanta progenie, in grado, ancora oggi, di nutrire i nostri peggiori incubi notturni.
Da rimarcare, a mio avviso, la implacabile “Destroyer” e una “Over my dead body” al fulmicotone anche se la media di tutta questa release è piuttosto alta, come altro è il vessillo del nero metallo che si staglia ancora negli inferi, grazie ai Venom!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    22 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 22 Dicembre, 2018
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Il brand Wichsorrow sorge in quel di Terra d’Albione intorno al 2005 (più precisamente nel New Hampshire, a Farnborough) ad opera dei due fondatori Necroskull ed Emily Witch, i quali chiamarono a pestar le pelli tale Morrelhammer, rimpiazzato nel 2011 da Wilbrahammer.
Sono alla quarta fatica in studio, dopo l’omonimo esordio nel 2010, “God Curse Us” (2012), l’EP “De Misteriis doom Sabbathas” (2013) ed il successivo full-lenght “No light, only fire” (2015).
Ora si ripropongono con questo album il cui titolo già lascia poco all’immaginazione: Hexen, in tedesco, significa strega; hammer, in inglese, significa martello, per cui il leit motiv di questa doom-opera è il famoso “Malleus Maleficarum” (ergo, il Martello delle Streghe) dei due inquisitori Sprenger ed Institoris, lettura leggera leggera per il relax pre-dormita e per agevolare gli incubi notturni.
Diciamo subito che non si può certo gridare al capolavoro, ma comunque il trio ha partorito qualcosa di non molto diverso da ciò a cui ci aveva abituato: un doom sapientemente incrociato con thrash ed una spruzzatina di N.W.O.B.H.M. composto e suonato onestamente, ma niente di più.
La voce vagamente hetfieldiana di Necroskull domina sui pezzi che compongono il cd, tutti alquanto lunghetti (nella miglior tradizione oscura) ma che scivolano via senza particolari sussulti, eccezion fatta per un’ascia più votata alle vibrazioni tanto care a Sua Maestà Tony Iommi (nella title-track), una breve “accelerazione” (si fa per dire..) in “Eternal” ed una piece finale con intro un po’ misterica e cambi di tempo (Like Sysiphus) rievocheggiante la nota figura mitologica dell’antica Grecia, ovverossia quel Sisifo che (scomodando nientepopòdimenoche la Treccani) era ritenuto “il più astuto dei mortali e uno dei più noti dannati dell'oltretomba, protagonista di varie vicende che ne pongono in evidenza la capacità di ordire trame e tranelli (e che..) appare nell'oltretomba condannato a rotolare eternamente sulla china di una collina un macigno che, una volta spinto sulla cima, ricade sempre giù in basso (di qui la locuzione “fatica di Sisifo” per indicare un'impresa che richiede grande sforzo senza alcun risultato)” .
Ebbene, proprio quest’ultima annotazione ci rende l’idea di questo cd dei Witchsorrow: un grande sforzo profuso per proporre qualcosa di nuovo e diverso, senza risultato apprezzabile.
Max “Thunder” Giangregorio


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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    01 Dicembre, 2018
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In principio (1977) era “In morte di Stefano Silvestri” ovverosia “In death of Steve Sylvester” poi abbreviato in Death SS. Un nome breve, efficace, tetro e che rispecchiava la personalità dei due capostipiti del monicker: Paolo Catena alias Paul Chain (guitars) da Pesaro e Stefano Silvestri alias Steve Sylvester (vocals) da Milano.
Al loro macabro richiamo aderirono il bassista Daniele Ugolini alias Danny Hughes ed il drummer Tommaso Castaldi alias Tommy Chaste.
I quattro pensarono bene di personificare il loro concept preferito con tanto di abiti di scena; e così, Paul Chain fu La Morte (The Death), Steve Sylvester il Vampiro (The Vampire), Danny Hughes la Mummia (the Mummy) e Tommy Chaste il lupo mannaro (the Werewolf): e line up originaria fu.
Il fatto stesso che oggi, a distanza di ben 41 anni, bands anche giovanissime abbiano preso parte a questo progetto faraonico, consistente in un triplo (…!?!) cd in onore di questa band assolutamente anomala ed “avanti”, la dice lunga sull’impronta sanguinolenta lasciata dai nostri.
Dico dai nostri perché, per quanto mi riguarda, la vera anima nera dei Death SS è stata indiscutibilmente quella di Paul Chain.
La dipartita di Steve Sylvester, infatti, è stata subitanea, dopo pochissimo tempo che il gruppo si era formato. Giusto il tempo di dare alla luce il primo demo (“Horny God of the Witches” – 1977) con i soli Terror (qui riproposta dai Denial Of God) e Murder Angel (rivisitata dai mitici milanesi Bulldozer di Andy Panigada) ed il demo II con Horrible Eyes (eseguita da Evil Spirit), Cursed Mama (Varego), Kings of Evil (Witches of Doom) e Zombie (Blue Dawn).
Fu dunque Paul Chain a portare avanti il progetto Death SS, di cui fu condottiero dal 1984 (anno in cui diede alle tenebre la famosa antologia iniziale) fino al 1988, anno in cui passò nuovamente il testimone al Vampiro per seguire la sua nuova attitudine; infatti, nel corso dell’ennesima messa nera, il Paolo ci stava rimettendo un occhietto e fu lì che decise di abbandonare il satanismo ed il progetto Death SS a favore del Paul Chain’s Violet Theatre dedito al culto della Morte (d’altronde lo era già nella band) ossia la Magia Viola e partorendo quel gioiello di EP che rispondeva al nome di “Detaching from Satan” con l’intro della opening track “Armageddon” in cui il coro mi fa ancora accapponare la pellaccia! Da lì, il viaggio del catena verso la sperimentazione (utilizzando una lingua puramente fonetica ed inventata ed accostandosi alla musica elettronica tedesca della prima ora (Popol Vuh, Tangerine Dreams, etc.)
Dal canto suo, invece, il Sylvester ha dato vita ad una discografia sterminata e caratterizzata dalla ricerca di un sound votato sì alle tematiche occultistiche ma più catchy e, comunque, sempre fresco ed al passo con le ultime tendenze metalliche.
Discografia dalla quale le bands di questo mega-tributo hanno potuto attingere a piene mani, non mancando di personalizzare adeguatamente tutte le perle oscure prescelte come covers: tra esse spicca il trittico composto – oltre che dalla già nominata Murder Angel coverizzata dai mitici Bulldozer (all’epoca, un po’ i Venom nostrani ma più “Motorhead oriented”) – la sempre brividosa “Black and Violet” rivista dai Bleeding Fist e “Baphomet” eseguita dagli apprezzatissimi Deathless Legacy della “cinghiala” Steva Deathless!
Comunque un tributo monumentale, che merita l’acquisto e l’ascolto grazie al refresh apportato dai nostri giovani darkemetalbangers a pezzi maledettamente (è il caso di dirlo) indimenticabili.
Max “Thunder” Giangregorio

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