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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Febbraio, 2021
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Wow! Era dai tempi dei Synthphonia Suprema che non ascoltavo qualcosa di così particolare! I Kalah sono una band bolognese che, su un sound melodic power, inserisce interessantissimi inserti elettronici, qualche tocco prog ed una voce femminile molto valida, creando una musica sicuramente originale, davvero godibile da ascoltare. Una produzione ottimale realizzata da Roberto Priori ai Pri-Studios di Bologna contribuisce poi ad alzare l’asticella per questo ottimo EP di debutto, intitolato “Descent”. Peccato solo per l’artwork minimale che delude un po’, ma che può rendere l’idea degli innesti elettronici sul sound. Si parte a bomba con “Mantis”, pezzo che da solo varrebbe l’acquisto di un intero full-lenght, degno dei migliori Nightwish se non ci fosse la voce di Claudia Gigante, tutt’altro che lirica, ma ugualmente di una delicatezza come poche. Con “Titans of Dune” aumenta decisamente il groove, sfiorando in alcuni tratti persino il thrash, se non fosse per gli ottimi interventi del synth; una certa teatralità si crea spazio nel corso del pezzo, dando un flavour molto particolare. “Six feet underground” ci starebbe benissimo in un disco degli Amaranthe a causa della preponderanza delle tastiere e non abbiatene a male con questo povero recensore se preferisce Claudia Gigante ad Elize Ryd! Si chiude con “Sand”, pezzo tiratissimo grazie all’ottimo lavoro del batterista Alessio Monacelli, ma sempre con un’attenzione notevole alle melodie, soprattutto quando si arriva al bridge ed al coro. Poco più di 18 minuti sono davvero pochi, troppo pochi per uno dei debutti più interessanti ed originali ascoltati negli ultimi anni! Pare che questo “Descent” abbia presto un successore, facendo parte di una trilogia che dovrebbe essere pubblicata nel corso del 2021; personalmente non vedo l’ora di ascoltare ancora qualcosa dei Kalah! Da pazzi lasciarsi scappare un disco di simile valore ed una band così talentuosa!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    07 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Febbraio, 2021
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I King Baal arrivano dal Portogallo e, strappato un contratto con la nostrana WormHoleDeath, a fine gennaio tagliano il traguardo del debut album, con questo “Conjurements”, composto da 8 pezzi per un totale di poco più di 38 minuti. Il genere suonato dai portoghesi è un female fronted symphonic metal alquanto canonico (con l’immancabile backing vocals in growling), con qualche spruzzata vicina al doom/death (come nella conclusiva “Geradiel”) e qualche lontano richiamo ai fasti dei Therion. Musicalmente parliamo quindi di qualcosa di affascinante e tutt’altro che easy o catchy ma, dopo l’ottima strumentale di apertura “Pseudomonarchia daemonum”, iniziano subito i problemi con l’entrata in scena delle voci: Joana Carvalho è stucchevole nel suo liricismo e va molto meglio in quei rari momenti in cui canta “normalmente”, senza andare a cercare le note più alte (e difficili) del pentagramma dove risulta poco espressiva. Il growling del chitarrista Narciso Monteiro, invece, è semplicemente esagerato, troppo “brutal” per il sound elegante del gruppo e, almeno per i miei gusti personali, la sua presenza andrebbe ridimensionata di parecchio; molto meglio, invece, nelle parti recitate in cui, non usando il growling, dona una nota oscura ed orrorifica alle tracce. Ho fatto davvero fatica ad ascoltare e riascoltare questo disco, se poi aggiungiamo anche un suono un po’ troppo freddo e secco sul rullante della batteria (imputabile alla produzione realizzata dallo stesso Monteiro), capirete il perché del voto non lusinghiero. Dispiace, perché musicalmente i King Baal sono interessanti con la loro teatralità, sono capaci di intessere atmosfere cupe ed inquietanti che, però, purtroppo sfioriscono immediatamente all’ingresso delle parti cantate. Buono anche il songwriting, dato che i pezzi hanno durate ragionevoli e non sono mai prolissi (problema spesso presente in questo genere musicale). Questo “Conjurements” è però purtroppo ben lontano dal raggiungere la sufficienza, i King Baal hanno bisogno di rivedere alcune cose nel loro sound per poter avere qualche speranza di farsi notare in positivo.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    07 Febbraio, 2021
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Uscito ad agosto 2020, ma arrivatoci solamente verso fine gennaio, “The monster’s house” è il debutto dello sconosciuto progetto belga denominato Thevon. Di questo progetto si sa molto poco: quasi nessuna informazione su metal-archives.com, pochissimo sui social network e poco o nulla nell’e-mail con la quale ci è stata richiesta la recensione. Poco o nulla si sa anche sul leader Thomas Van Beeck (ex-membro dei semi-sconosciuti power metallers belgi The Guardian) che, dalle poche informazioni ricevute, dovrebbe occuparsi di fare tutto in questo EP di 4 pezzi, per poco meno di 20 minuti di symphonic power interamente strumentale, con qualche sporadico e lontano richiamo ai Therion (soprattutto nelle tastiere). L’ascolto è gradevole ed i pezzi scorrono via senza problemi particolari, certo si sente la mancanza di un cantante; con questa musica, infatti, ci vedrei bene una bella voce maschile impostata e non troppo acuta, magari baritonale, ma non barocca. Buona la produzione, così come il songwriting che non è mai prolisso ma, anzi, capace di rendere avvincenti e convincenti le composizioni. Molto probabilmente un intero disco strumentale fatto a questa maniera sarebbe duro da sopportare, ma la breve durata aiuta non poco, così da rendere il tutto anche scorrevole. Per il futuro, al fine di avere una speranza di emergere dall’underground e farsi conoscere in positivo, suggerisco al buon Van Beeck di trovarsi un cantante valido e non limitarsi a comporre musica solamente strumentale, magari aiutato anche da un batterista talentuoso e fantasioso. Al momento, trattandosi (almeno credo) di un’opera prima, questo “The monster’s house” merita ampiamente una sufficienza; il progetto Thevon lascia intravedere ottime potenzialità, c’è solo da augurarsi che vangano sfruttate al meglio!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Febbraio, 2021
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Gli Aquaria, per chi non li conoscesse ancora, sono una band brasiliana fondata un ventennio addietro dal batterista Bruno W. Agra, assieme al tastierista Alberto Kury; fanno parte della prima formazione anche il bassista Fernando Giovannetti ed il vocalist Vitor Veiga. Dopo l’uscita dal gruppo di Agra nel 2007 (praticamente poco dopo la pubblicazione del secondo meraviglioso album “Shambala”), la band è rimasta sostanzialmente inattiva per diversi anni. Solo nel 2017, i membri rimasti si sono riattivati, hanno trovato nuovi compagni d’avventura (l’ottimo batterista Thomás Martinoia ed il talentuoso chitarrista Luciano de Souza) ed hanno realizzato a fine novembre 2020 questo “Alethea”, album della importante durata di quasi 73 minuti, divisi in 13 pezzi. Purtroppo, come per i due precedenti dischi, anche questa volta non vi è distribuzione in Italia o in Europa e l’album è reperibile solo acquistandolo sul mercato online o direttamente dalla band; come mi era successo di evidenziare per gli altri due capolavori di questa band sulle pagine di powermetal.it, è evidente la miopia dei discografici che ci ammorbano continuamente con immondizie musicali e poi non si accorgono di simili gemme che meriterebbero capillare diffusione. Mi ha sempre sorpreso come gli Aquaria non abbiano mai avuto contratti con grandi labels, dato che il loro sound è accostabile agli Angra dei tempi d’oro di “Holy land” ed “Angels cry”, è suonato divinamente e cantato ottimamente (Veiga forse non sarà al livello di Matos o Lione, ma sicuramente molto meglio di Falaschi!). Ci troviamo insomma davanti ad una musica ed un disco dalle grandi potenzialità commerciali che sicuramente può andare incontro ai gusti di molti fans, sia coloro che amano il power metal più melodico, come anche coloro che seguono il symphonic o il power-prog, ma anche solo e soltanto per coloro che ascoltano musica di qualità superiore. Già, perché se c’è una evidenza durante gli ascolti dati a questo disco, è che gli Aquaria fanno musica di livello qualitativo fuori scala, qualcosa che solo in pochi, pochissimi altri sono in grado di realizzare. Sorprende dunque doppiamente come, per acquistare questo cd di così grande qualità, ci sia da fare i salti mortali (personalmente l’ho trovato su ebay e mi è arrivato dopo un mese circa). Come detto le tracce sono ben 13, una più bella dell’altra e senza nemmeno una che sia di livello qualitativo inferiore; al fine di non tediare oltre il lettore, eviterò dunque di addentrarmi nell’analisi dei singoli pezzi, è sufficiente sapere che ci troviamo davanti ad un lavoro compatto, degno di entrare sicuramente nel lotto dei migliori dischi usciti nel 2020. Tutto funziona perfettamente in questo “Alethea”, persino il piacevole artwork ed ogni fan del power più teatrale e sinfonico non dovrebbe farsi assolutamente sfuggire questo disco! Speriamo adesso di non dover aspettare altri 13 anni per avere un nuovo disco degli Aquaria…

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Febbraio, 2021
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Gli Elfsong arrivano dall’Ungheria e dalla loro fondazione nel 2010 hanno composto ben 4 dischi, dei quali purtroppo non ho altre notizie. Agli inizi di gennaio 2021 hanno realizzato questo “Quintessence” che è una sorta di best of dei loro brani cantati in inglese, dato che, a quanto pare, la maggior parte delle loro composizioni è cantata in ungherese. Ho parlato di “composizioni”, dato che gli Elfsong suonano un particolarissimo metal sinfonico dai forti influssi folk e power; è come se i Rhapsody si mescolassero ai Blind Guardian, agli Spellblast ed agli Elvenking, mettendoci dentro un po’ di Kaledon. Il risultato è un sound decisamente interessante, molto, ma molto piacevole da ascoltare e che ti entra in testa immediatamente, per poi infilarsi nell’animo e non andarsene più! Sono stato letteralmente travolto da questi 40 minuti circa di musica di qualità decisamente superiore alla media, da ascoltare in religioso raccoglimento e da gustare dalla prima all’ultima nota, innamorandomi immediatamente. Come rimanere indifferenti all’attacco di “North sea adventures” con il basso di Viktor Nagy in così splendida evidenza? Come non apprezzare le doti canore, l’espressività ed il calore della voce di Dániel Szöllősi (che, soprattutto in “Dagor Nuin Giliath”, ricorda molto il nostro grande Marco Palazzi)? Come non notare il grande lavoro alla batteria di Racs Attila? Ed, infine, quanto è difficile non rimanere colpiti dalle chitarre dei due Somlói (immagino padre e figlio)? In un periodo in cui il metal sinfonico si fossilizza sempre sulla stessa ricetta, con voci femminili stucchevoli (non tutte possono essere come Tarja Turunen o Simone Simons, mettetevelo in testa!) e ritmi mielosi, questi Elfsong sono la dimostrazione che, se hai talento, puoi spiccare tra la massa e realizzare ottimi lavori anche in generi ormai prossimi allo stantio. Ogni volta che si arriva alle ultime note di “The devil of the seven seas”, la mia mente ed i miei padiglioni auricolari sentono forte il bisogno di tornare a pigiare quel “play” per far riprendere la magia che questa musica mi provoca, toccandomi le corde più profonde dell’animo. “Quintessence” è stato uno dei primi dischi usciti nel 2021 (la release date è del 3 gennaio), ma già si candida ad essere uno dei dischi migliori dell’anno, almeno nella mia personale classifica! Trovo semplicemente assurdo che capolavori di questo genere siano relegati nell’underground e costretti all’autoproduzione! Possibile che nessuna label si sia accorta del valore e del talento di questi Elfsong? Ci vengono propinate senza soluzioni di continuità immondizie musicali, mentre dischi così belli rischiano di non essere nemmeno notati! Spero, nel mio piccolo, di aver contribuito a far scoprire questa gemma a qualcuno….

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    31 Gennaio, 2021
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Il bello di collaborare con una webzine come allaroundmetal.com è che non si finisce mai di scoprire nuove bands; alle volte si ha persino la fortuna di scoprire vere e proprie gemme sconosciute, come è capitato al sottoscritto per questi Mindwork, gruppo della Repubblica Ceca dedito ad un prog death fortemente debitore ai grandissimi Cynic. Sembra anzi di ascoltare la band del compianto Sean Malone (deceduto purtroppo nel nefasto 2020) con alla voce un certo Chuck Schuldiner, vista la somiglianza dello stile canoro di Martin Schuster con l’altro grandissimo, quanto compianto del mondo del death metal. Anche l’artwork di questo meraviglioso “Cortex” richiama lo stile del grande Robert Venosa (autore delle copertine dei dischi dei Cynic), pur essendo opera dell’artista Gustavo Sazes (autore anche di lavori per Angra, Temperance, Kamelot e tanti altri). Se quindi siete andati fuori di testa per dischi come “Focus” o “Traced in air” e non vedete l’ora che Paul Masvidal ci regali altri pezzi della sua arte, questi Mindwork potranno essere un’ottima alternativa. Dopo la breve intro di “Beyond the Cortex”, parte la prima gemma “Depersonalized” che vi catapulterà nel mondo dei Mindwork con un drumming furioso dell’ottimo Filip Kittnar, il basso pulsante di Dominik Vozobule e le alienanti melodie delle chitarre di Martin Schuster e Jiri Rambousek. Schuster si occupa anche delle parti cantate alternando, come fa meravigliosamente Masvidal, clean vocals piene di effetti con un growling acido e sofferto che non può non far venire in mente Schuldiner ed i suoi Death e Control Denied. Un meraviglioso basso ci apre “Last lie told”, pezzo molto più meditato del precedente e persino più alienante per via degli effetti sulle clean vocals. “Grinding the edges” ci conduce definitivamente su territori dei Cynic di “Focus”, con quell’inconfondibile riffing delle chitarre e quelle voci sognanti che sono irresistibili per i fans di questo particolarissimo genere di death metal. Purtroppo dopo nemmeno 17 minuti “Cortex” termina, lasciando una sorta di delusione come un innamorato che viene mollato bruscamente e senza spiegazioni dal proprio partner. Una produzione perfetta degli svedesi Fascination Street studios di Jens Bogren (una garanzia nel metal estremo!) esalta ancora di più questo meraviglioso disco. Sorprende decisamente il fatto che si tratti di un’autoproduzione e che i Mindwork non abbiano un contratto con una label che diffonda la loro arte in giro per il mondo. In attesa di un nuovo full-lenght (sarebbe il terzo della loro carriera), personalmente mi rimetto all’ascolto di “Cortex” (attenzione, crea dipendenza!) e mi vado a ricercare i precedenti lavori dei Mindwork.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    31 Gennaio, 2021
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I Generation Steel nascono in Germania nel 2019, per iniziativa del chitarrista Jack the Riffer (ex-Dead Man’s Hand ed ex- Bullet Train) ed arrivano ad inizio 2021 al debut album con questo “The eagle will rise”, dotato di copertina che ricorda parecchio i Primal Fear. Con un nome del genere cosa mai potrà suonare questa band? Aggiungete poi che la produzione è stata curata da un certo Uwe Lulis (attuale chitarrista degli Accept ed ex-Grave Digger) e sarete quindi pronti a scommettere su un classicissimo heavy-power di scuola teutonica. Se il sound è decisamente scontato con queste premesse, altrettanto non si può dire della qualità; i Generation Steel, infatti, non sono musicisti di primo pelo (Jack the Riffer, ad esempio, ha 46 anni, mentre il batterista Martin Winter ne ha 52) e di conseguenza sanno benissimo come si deve suonare questo genere musicale. Gli stilemi dell’heavy-power ci sono tutti, chitarre affilate con piacevoli parti soliste, ritmi sostenuti grazie a massiccia sezione ritmica; c’è persino il vocione roco ed aggressivo del singer Rio Ullrich (forse il più giovane del gruppo) a completare la ricetta. C’è quindi qualche possibilità di ascoltare qualcosa di differente dai soliti cliché o di originale ed innovativo? Assolutamente no, anche perché credo non sia nemmeno passato per l’anticamera del cervello ai Generation Steel di suonare qualcosa di differente dal solito; penso, infatti, che il loro obiettivo sia quello di suonare la musica verso la quale hanno un evidente passione, fregandosene altamente di mode o del fatto che in tanti l’abbiano già fatto prima di loro. C’è comunque da dire che l’ascolto è anche piacevole e non disturba affatto, soprattutto quando si pesta per bene sulla batteria (come in “Warbringer” o “Soulmates”, ad esempio). C’è solo un piccolo-grande neo: il disco dura la bellezza di un’ora per ben 13 tracce e forse sarebbe stato meglio escludere qualche brano meno riuscito (“Shadow in the dark”, ad esempio, non è il massimo, nonostante Ullrich ci dimostri in esso di saper cantare anche in modo più pulito), così da rendere l’ascolto più scorrevole e meno impegnativo. Sarebbe stato meglio magari tenere 3-4 canzoni per un eventuale EP e concentrarsi solo su 9-10 pezzi per una durata massima di 40-45 minuti, senza dover per forza ficcare nel cd tutto quanto. Per carità, si tratta di un mio personale punto di vista (in quanto tale, ampiamente opinabile), ma inizio a mal sopportare dischi troppo lunghi. “The eagle will rise” è comunque un buon debutto per i Generation Steel, gruppo che potrà far meglio in futuro, magari cercando di essere meno prolisso; disco indicato per i die-hard fans dell’heavy-power metal di scuola teutonica.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    30 Gennaio, 2021
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I Tragedian sono una band tedesca, composta da musicisti provenienti da varie nazioni, fondata nel 2002 dal chitarrista americano Gabriele Palermo (nome che tradisce origini italiane); attorno al leader si sono succeduti numerosi altri musicisti ed anche in questo disco la line-up viene stravolta, con il solo batterista italiano Nicolò Bernini (anche nei Fogalord) reduce dalla formazione del precedente album. Per questo quarto full-lenght della carriera dei Tragedian, registriamo quindi l’ingresso di un nuovo cantante, il venezuelano Joan Pabón, nonché di bassista e tastierista tedeschi, rispettivamente Dawid Wieczorek e Denis Scheither. Con un artwork notevole, opera dell’artista Piotr Szafraniec, l’album si intitola “Seven dimensions” ed è composto da 12 tracce, cui vanno aggiunte 2 bonus-tracks (differenti versioni di 2 pezzi dell’album), per un totale ben superiore all’ora di power metal nella versione più melodica. Sinceramente fatico a comprendere questa smania di riempire il cd di un sacco di brani, magari inserendo qualche pezzo meno efficace e convincente di altri (e qui non ne mancano), correndo così il rischio di stancare l’ascoltatore con un disco che pare quasi infinito; credo sia meglio concentrarsi solo su 8, massimo 10 pezzi, scegliendo i migliori, assestandosi su una durata di 40/45 minuti che sono sicuramente più scorrevoli e meno impegnativi da ascoltare. Parere personale, per carità, opinabile fin che si vuole, ma di fatto ho faticato alquanto ogni volta ad ascoltare il disco tutto assieme. Ma veniamo alla musica. I Tragedian, come detto, per chi non li conosce, suonano un power metal con una notevole attenzione alle melodie, più vicino alla scuola scandinava che a quella tedesca; c’è innovazione o originalità? Mi dispiace, ma la risposta è negativa, perché Palermo & C. non fanno altro che riproporre pedissequamente gli schemi proposti da tanti altri gruppi negli ultimi 25/30 anni, realizzando un prodotto destinato esclusivamente a chi si nutre di power metal e se ne frega altamente della mancanza di originalità. Devo dire che, nonostante tutto, il disco si lascia comunque ascoltare gradevolmente, è suonato molto bene (Bernini alla batteria è una garanzia di qualità!), cantato più che decentemente (ci sono tanti cantanti migliori di Pabón che, comunque, ha buone capacità espressive) e prodotto perfettamente nei Chameleon Studios di Amburgo. Tirando le somme, “Seven dimensions” dei Tragedian non passerà certamente alla storia del power metal, ma può sicuramente piacere ai fans della parte più melodica di questo specifico genere musicale.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    30 Gennaio, 2021
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I Legado de una Tragedia sono un progetto del cantante e produttore spagnolo Joaquín Padilla, inizialmente denominato come Edgar Allan Poe, nome con cui è stato pubblicato il primo album nel 2008, per poi passare all’attuale denominazione nel 2012 e pubblicare altri 3 dischi, fino all’attuale “Britania”, uscito a fine gennaio per la valenciana Art Gates Records. Ma quale musica potremmo ascoltare in questo quinto episodio della carriera di Padilla? Si tratta sostanzialmente di un musical, una sorta di spettacolo teatrale in musica, una specie di opera con qualche riferimento all’heavy metal più epico, ma nemmeno più di tanto, per oltre un’ora di durata divisa sostanzialmente in tre parti: una prima con testi in spagnolo, una seconda con testi in inglese e l’ultima interamente strumentale; si tratta sempre degli stessi identici pezzi, con la stessa durata, ma presentati in tre versioni differenti. Ad essi si aggiunge poi la versione demo della title-track a chiudere il disco. Per la realizzazione di quest’opera, sono stati annunciati diversi musicisti ospiti, quali Johnny Gioeli (Hardline, Axel Rudi Pell), David Readman (Pinki Cream 69, Adagio), Thomas Vikstrom (Therion), Rosalia Sairem (Therion), Baol Bardot Bulsara (TNT), Isra Ramos (Avalanch), Tete Novoa (Saratoga), Chus Herranz (Entrelazados). Per comprendere pienamente questo lavoro, bisogna essere della giusta predisposizione mentale, è come sedersi a teatro e mettersi all’ascolto di un’opera nella quale però i cantanti non utilizzano impostazioni liriche, ma tirano fuori la loro anima rock/metal. Personalmente avrei preferito qualche schitarrata in più, un po’ più di elettricità e magari un po’ più di ritmo da parte della batteria, ma si tratta prettamente di un parere personale, dettato dai miei gusti. E’ indubbio, infatti, che Joaquín Padilla abbia realizzato un gran lavoro che in un teatro con una vera orchestra avrebbe sicuramente una resa migliore che sul cd. “Britania” dei Legado de una Tragedia è un prodotto di nicchia, riservato solo a pochi metalheads in grado di apprezzare anche qualcosa di differente dal classico disco di metal sinfonico; il rischio di lavori del genere è infatti proprio quello di rimanere un qualcosa di estremamente singolare, destinato solo a poche persone in grado di comprenderlo.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    24 Gennaio, 2021
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Ricordo ancora quegli ultimi giorni del 1996, quando dal mio negoziante di fiducia dell’epoca (la cui attività è cessata purtroppo da tempo) vidi quel digipack con un labirinto in copertina, era “No limits” il debut album dei Labyrinth…. “ne parlano molto bene, poi quella label lì scova sempre talenti”, mi disse convincendomi all’acquisto. Venne poi 2 anni dopo il contratto con una delle etichette più importanti al mondo nel metal ed il capolavoro “Return to heaven denied”, vetta compositiva mai più raggiunta, almeno sinora…. Già, perché, i Labyrinth, dopo il loro secondo album, hanno realizzato altri dischi, alcuni interessanti, altri meno, ma mai allo stesso livello di quel disco. Oggi, invece, parleremo di “Welcome to the absurd circus”, nono full-lenght della band toscana, forse l’unico in grado di rinverdire i fasti di quel meraviglioso secondo album. Sono esagerato? Non credo, perché i Labyrinth sono tornati a picchiare duro, sono tornati a fare sul serio, con un album a dir poco compatto, registrato meravigliosamente (se non erro, merito di Mularoni e dei suoi Domination Studio), suonato e cantato divinamente. Su Roberto Tiranti non si è mai avuto alcun dubbio, dato che stiamo parlando di uno dei migliori cantanti in assoluto nel power metal mondiale; sulle due chitarre di Olaf Thorsen ed Andrea Cantarelli si può scommettere ad occhi chiusi, dato che da sempre hanno regalato parti soliste meravigliose; altrettanto dicasi di Oleg Smirnoff, da sempre considerato uno dei migliori tastieristi italiani. Ero curioso di sentire Nik Mazzucconi, di cui non sapevo quasi nulla, ma soprattutto volevo sentire come la new-entry Mattia Peruzzi non avrebbe fatto rimpiangere un mostro sacro come John Macaluso. Ebbene la “sezione ritmica” dei Labyrinth si è mostrata perfettamente all’altezza, con Mazzucconi splendido protagonista alla pari degli altri strumenti (si sente eccome il suo basso!) e Mattia Peruzzi che picchia come un fabbro, dettando ritmi spesso velocissimi, ma sempre mostrandosi poliedrico e fantasioso con la sua batteria. Quando insomma si ha una band composta da gente di questo livello, è facile (ma mai scontato, badate bene!) che si abbia poi un risultato eccellente e questo disco è anche più di questo! Poco più di un’ora di power metal, con qualche spruzzata prog qua e là, di livello non comune, con 11 tracce semplicemente perfette che sono tutte potenziali hit da esaltare con altrettanti video; perfino la cover dello storico pezzo degli Ultravox, “Dancing with tears in my eyes”, si incastra alla grande, riportandomi magicamente alle atmosfere dark-wave degli anni ’80 (il brano è del 1984) ed alla mia adolescenza. Mi troverei in estrema difficoltà se fossi costretto ad indicarvi uno o più pezzi preferiti, perché qui tutte le canzoni sono estremamente piacevoli, coinvolgenti e convincenti! Non c’è nemmeno una nota fuori posto o un semplice particolare che poteva essere migliorato, dato che tutto funziona alla perfezione. Qualcuno potrà obiettare che i Labyrinth sono tornati a suonare come si faceva oltre 20 anni fa ma, se sono questi i risultati, possiamo ben rispondere che non ce ne frega proprio nulla perché è questo il power metal che ci piace e che vogliamo ascoltare! Se siete arrivati fin qui nella lettura, forse avrete compreso che non è un’eresia paragonare “Return to heaven denied” a questo meraviglioso “Welcome to the absurd circus”, dato che finalmente i Labyrinth sono tornati ai livelli di eccellenza che meritano. Siamo solo a gennaio del 2021, ma sarà difficile per chiunque far meglio di loro per strappare il titolo di miglior disco dell’anno!

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