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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 03 Gennaio, 2024
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Dall’Illinois arrivano i Bloodrunner, gruppo fondato vent'anni fa, ma con alle spalle solo un LP e qualche singolo, prima di questo EP omonimo uscito solo in digitale come autoproduzione a Natale 2023. Il lavoro è dotato di copertina minimale (si poteva fare uno sforzo in tal senso!) che consiste solo di una copertina nera con la scritta del gruppo in blu, come una specie di imitazione del Black Album dei Metallica. Fortunatamente nei cinque pezzi per quasi 20 minuti di questo EP non c’è traccia di ciò che sono diventati i Four Horsemen, ma solo del Thrash Metal fatto alla vecchia maniera e decisamente e fottutamente convincente e funzionante! Richiami ai Forbidden, ai Testament degli anni ’80 ed, in genere, a tutto il Thrash della Bay Area californiana si sprecano ed i Bloodrunner ci sanno fare maledettamente bene, fottendosene altamente di mode, originalità ed innovazione! Ma come ho avuto modo di dire tante volte, se la musica è fatta bene, ce ne possiamo ampiamente fregare di concetti come innovazione ed altro, perché questa musica fa sbattere il capoccione in furiosi headbanging e sembra la colonna sonora ideale per una serata tra amici innaffiata da fiumi di birra ghiacciata. L’EP è composto da cinque pezzi convincenti e ben strutturati, forse si potevano evitare i rumorosi primi secondi dell’opener “Cock fight”, così come il discorso iniziale di “Cold war” per badare ancora di più al sodo e pensare solo alla musica ed alla sua energia, ma si tratta solo di opinioni personali che, in quanto tali, sono ampiamente opinabili. Ciò che non è opinabile è l’impatto che ha questo disco come un buon vecchio album di Thrash Metal degli anni ’80! Forse anche la produzione poteva essere un po’ migliorata, anche se quel sapore “vintage” che si sente non disturba più di tanto. Fra tante schifezze moderne, spicca questo EP omonimo dei Bloodrunner come un’oasi nel deserto nella quale rigenerarsi con un bel po’ di Thrash della vecchia quanto insuperabile scuola. Aspettiamo adesso la band americana alla prova del full-length, sperando che una label si accorga del loro valore!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 02 Gennaio, 2024
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Un’apertura con una delle più belle intro della storia intitolata “The crossing toll” (forse seconda solo alla mitica “Crystal Ann” del primo album degli Annihilator) ci conduce a “Blackened heartbeat”, decimo album in oltre 25 anni di carriera dei Secret Sphere. Il gruppo piemontese è da sempre una garanzia nel Power/Prog ed anche questa volta non si è smentito, con un album massiccio e di qualità superiore alla media, molto superiore! Si tratta di uno di quei dischi in cui non ha senso una recensione pezzo per pezzo perché si rischierebbe di diventare ripetitivi e finanche stucchevoli, dato il livello qualitativo dei singoli componimenti. Qui c’è davvero tanta carne al fuoco, basta mettersi con attenzione all’ascolto e si finisce ogni volta per scoprire nuovi particolari che in precedenza erano sfuggiti, dalle atmosfere create dalle tastiere di Gabriele Ciaccia in sottofondo, passando per le splendide parti soliste della chitarra del mainman Aldo Lonobile, senza dimenticare il grandissimo lavoro del basso di Andrea Buratto assieme alla batteria del “tentacolare” Marco Lazzarini. C’è poi Roberto Messina che, come il buon vino, più passa il tempo e più migliora, dimostrandosi cantante versatile, espressivo, teatrale e con un’estensione vocale invidiabile, dando quel quid pluris ai pezzi come pochi, pochissimi suoi colleghi sono in grado di fare. Lungo la tracklist di undici tracce, ci sono canzoni fantastiche che potrebbero essere poste ad esempio per come si debba suonare e comporre nel 2023 questo particolare genere musicale, dalla fantastica “J.’s serenade”, passando per l’oscura “Bloody Wednesday”, l’orecchiabile “Captive”, la maestosa “Dr. Julius B” (protagonista del concept dell’album, uno psicologo alla deriva per una profonda depressione), la durissima “Confession” o la dolcissima “Anna”, andando avanti con i pezzi, uno dopo l’altro, fino alla title-track conclusiva qui c’è solo l’imbarazzo della scelta e bisogna mettersi in religioso silenzio all’ascolto, arrivando fino alla fine e premendo nuovamente il tasto play, in un loop senza fine che rischia solo di creare dipendenza come una perversa droga. Come detto pocanzi, i Secret Sphere costituiscono una garanzia assoluta di qualità ed anche questo “Blackened heartbeat” ne è l’ennesima conferma, un disco che senza dubbio finirà nelle classifiche dei migliori album del 2023 di chiunque ascolti questo particolare genere musicale! Io l’ho acquistato (anche per realizzare questa recensione), voi cosa state aspettando ancora?

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    31 Dicembre, 2023
Ultimo aggiornamento: 02 Gennaio, 2024
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Tra i tanti gruppi al mondo chiamati Tyrants (solo metal-archives.com ne conta sei, a cui bisogna aggiungere tutti quelli con altre parole accanto), ci sono anche questi colombiani di cui non si sa molto, se non che sono stati fondati nel 2021 e dovrebbero avere solo un full-length d’esordio nello stesso anno, prima di questo “Warlord”, uscito quest’anno per la label greca Alone Records e da questa gentilmente inviatomi su CD. L’album è composto da nove tracce di breve durata (in totale arriviamo a circa 33 minuti) ed ha un artwork che non dispiace. Il sound del gruppo di Medellin è uno Speed/Thrash molto tirato e violento (ricorda ogni tanto i maestri Agent Steel), con la batteria sparata a mille all’ora e la chitarra solista di Juan Yepes impegnata in assoli al fulmicotone. Purtroppo Yepes si cimenta anche al microfono e la sua è una voce sporca e roca, quasi in growling, che trovo adatta al metalcore o a generi più estremi e ritengo completamente fuori luogo con il sound della band che, invece, richiederebbe una voce acuta ed isterica. Se quindi, a livello strumentale, i Tyrants sono sicuramente promossi, la voce purtroppo affossa tutto e rende persino l’ascolto difficoltoso, finendo per disturbare non poco ed annoiare. Ripeto, dispiace per questo fondamentale particolare, perché a livello strumentale i colombiani ci sanno fare eccome e non dispiacciono per nulla! Si potrebbe anche migliorare la produzione, soprattutto sulla batteria e sul basso che è troppo relegato in sottofondo, ma siamo comunque su livelli accettabili. Spero in futuro di ritrovare i Tyrants con un nuovo cantante, avente uno stile totalmente differente dall’attuale; mi dispiace, ma questo “Warlord” non riesce a strappare la sufficienza proprio per questo motivo.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    31 Dicembre, 2023
Ultimo aggiornamento: 31 Dicembre, 2023
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Dietro il nome dei Symphony Towers si cela il polistrumentista brasiliano Janílson Quadros che ha dato vita al progetto nel marzo 2017 circondandosi, di volta in volta, di altri musicisti; nel corso degli anni ha realizzato alcuni EP o, se volete, MLP, dato che si tratta sempre di dischi con un certo numero di canzoni (da quattro a sei) ed una durata (tra i 20 ed i 30 minuti) che è troppa per un EP e troppo poca per un LP. Ad ottobre 2023 il musicista brasiliano (trasferitosi nel frattempo a Bangkok) si è autoprodotto questo “Isolation”, lavoro uscito solo in versione digitale, composto da sei pezzi per una durata totale di quasi 34 minuti; a voi la scelta se definirlo un full-length di breve durata oppure un altro MLP. Il sound è un piacevole Heavy Metal con influssi Power in cui la chitarra è lo strumento principale (del resto Quadros è principalmente chitarrista), con un buon ritmo di batteria, grazie ad un sapiente uso della doppia cassa, ed il basso che pulsa in sottofondo (forse un po’ troppo in sottofondo, per essere onesti). Ciò che non entusiasma più di tanto è la voce di Janílson Quadros, un po’ in difficoltà sulle note più alte ed un po’ troppo ispirata a sua maestà Bruce Dickinson (ma senza averne le relative qualità); diciamo che se il musicista si limitasse a suonare i vari strumenti, lasciando il microfono ad un cantante più capace, il risultato sarebbe sicuramente migliore. Ciò nonostante questi sei brani si lasciano ascoltare molto gradevolmente e riescono nell’intento di farci trascorrere poco più di una mezz’oretta in maniera piacevole ed, alla fin fine, è quello che conta, fottendocene altamente di concetti come innovazione o originalità. Le varie canzoni hanno minutaggi differenti, dalle relativamente brevi “War, religion and hell” e “Relief”, fino alla lunga title-track, sorta di suite conclusiva, di quasi 9 minuti; ciò nonostante, tutti i brani sono efficaci alla stessa maniera e, come detto, si lasciano ascoltare piacevolmente, grazie anche ad una notevole attenzione per le melodie e l’orecchiabilità. Tirando le somme, questo “Isolation” dei Symphony Towers è sicuramente un disco piacevole, che meriterebbe maggiori attenzioni e magari anche una stampa su CD da parte di qualche label più accorta di altre; se poi in futuro ci sarà posto per un cantante migliore….

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    30 Dicembre, 2023
Ultimo aggiornamento: 30 Dicembre, 2023
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Avevo conosciuto gli ungheresi Elfsong due anni fa, all’epoca del primo best of intitolato “Quintessence”; li ritrovo adesso con un secondo best of dei loro pezzi cantati in inglese dal titolo “Quintessence II.”. Il disco, dotato di splendido artwork, è purtroppo uscito solo in digitale come autoproduzione nel mese di maggio, ma è arrivato in redazione solo a cavallo di queste festività natalizie, come una sorta di splendido dono dell’agenzia portoghese Against PR. Già, lo definisco uno “splendido dono” dato che, come per la prima raccolta, anche questa è semplicemente strepitosa e contiene brani uno più bello dell’altro, tanto che verrebbe da dire che è un peccato vi siano solo sette canzoni per nemmeno 38 minuti di durata. Gli Elfsong sono un gruppo incredibile, una sorta di incrocio tra i Rhapsody, i Blind Guardian, gli Elvenking e gli Spellblast e proprio come questi ultimi sono senza contratto discografico e si autoproducono i loro dischi. Sembra assurdo, in un mondo in cui siamo sommersi quotidianamente da immondizie musicali, ma questa band dall’immenso talento è invece costretta all’autoproduzione… mi chiedo quale miopia abbiano le varie Atomic Fire, Nuclear Blast, Napalm Records, Century Media, ecc. ecc. per non accorgersi del valore e della notevole qualità di questa musica e di questi musicisti. Si tratta di un Heavy/Power estremamente teatrale, epico ed elegante, con forti richiami al Symphonic ed al Folk; le tematiche sono fantasy come tradizione dello specifico genere musicale e le varie canzoni sono ricche di diversi elementi, ma sempre estremamente affascinanti e convincenti, oltre che molto gradevoli da ascoltare, emozionanti e coinvolgenti. Ogni tanto il ritmo cala per via della solennità dei componimenti, ma comunque il lavoro del batterista (dovrebbe essere ancora il buon Attila Racs) è sempre notevole; le chitarre e le tastiere sono strumenti protagonisti, ma anche il basso si lascia apprezzare non troppo in sottofondo, specie in “The keeper of secrets (The name of the wind)”. C’è poi la voce di Dániel Szöllősi che è una sorta di baritono che intelligentemente non cerca mai note troppo alte nel pentagramma, ma punta sull’espressività e sul calore dell’interpretazione vocale, dando quel tocco dark che non dispiace assolutamente. Se dovessi indicarvi una canzone migliore delle altre, sarei in estrema difficoltà, dato che qui il livello qualitativo è sempre molto elevato, dall’opener “Green isle (The dream of Erick the Red)”, fino alla lunga suite conclusiva “Tales of the Lanternfolk IV.”; qui c’è solo da mettersi comodi e lasciarsi trasportare dagli Elfsong nei mondi fantasy tracciati dalle loro musiche. Spero che qualcuno si accorga del valore di questo gruppo ungherese e renda questo “Quintessence II.” disponibile anche su CD, sarebbe davvero un peccato, infatti, non averlo nella propria collezione! Per quanto mi riguarda, a pochi giorni dalla fine del 2023, ho trovato un altro album che finirà dritto dritto nella mia top 10 dei migliori dischi usciti quest’anno!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    29 Dicembre, 2023
Ultimo aggiornamento: 30 Dicembre, 2023
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Ho seguito i laziali Secret Rule nel corso del tempo, saltando qualche disco, ma apprezzando sempre il loro sound, evolutosi anno dopo anno; se, infatti, agli inizi la componente Gothic e sinfonica era preponderante, negli ultimi lavori, pur mantenendo una notevole attenzione alle melodie, il groove sulle chitarre e la componente elettronica hanno avuto il sopravvento (soprattutto nel precedente album “The resilient”). Nel mese di novembre il gruppo capitanato da Angela Di Vincenzo ed Andy Menarini ha rilasciato il proprio ottavo full-length (senza contare il disco di cover del 2020) intitolato “Uninverse”; il disco è dotato di artwork non proprio affascinante (con i quattro musicisti sostanzialmente protagonisti della copertina) ed è composto da dieci canzoni, cui si aggiunge una versione per piano e voce da brividi della title-track quale undicesima traccia, per una durata totale di poco inferiore ai 50 minuti. Tutti i pezzi sono concentrati tra i 4 ed i 5 minuti di durata, segno che il songwriting punta al sodo, senza perdersi in inutili ammennicoli che appesantirebbero solo l’ascolto. Viene dato risalto alla splendida voce della Di Vincenzo che, come sempre, sa essere espressiva e versatile; naturalmente lo strumento protagonista è la chitarra dell’altro leader del gruppo, carica di groove ed effetti, ma accanto a lui anche la componente elettronica ha un ruolo fondamentale, facendo venire in mente ogni tanto i maestri Depeche Mode. Non male anche il basso del nuovo entrato Nick Pedron che, con la sua distorsione esasperata (ascoltatelo nell’attacco di “Time zero” ad esempio), dona quella componente darkeggiante ed oscura che non dispiace per niente; la batteria del buon Sebastiano Dolzani, infine, svolge il suo compito di accompagnamento senza mai essere eccessivo, evitando di imporre ritmi sostenuti che, invece, in qualche momento sarebbe stato necessario (come invece fa molto bene in “From null to life”). I vari ascolti dati a questo album sono sempre stati sicuramente gradevoli, anche se forse manca quella hit che da sola vale l’acquisto del CD e rimane un po’ l’amaro in bocca, perché sembra quasi che la band non abbia voluto osare più di tanto, rifugiandosi in un sound al passo coi tempi, ma alquanto canonico che non sorprende e non colpisce in maniera particolare ed incisiva, pur essendo, lo ripeto e lo sottolineo, piacevole da ascoltare. Se paragoniamo questo “Uninverse” a quel capolavoro intitolato “The 7 endless”, obiettivamente siamo abbastanza al di sotto a livello qualitativo, ciò nonostante anche questa volta i Secret Rule non deludono e rilasciano un album che andrà incontro ai gusti dei propri fans.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    29 Dicembre, 2023
Ultimo aggiornamento: 30 Dicembre, 2023
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E siamo arrivati al terzo ed ultimo capitolo della trilogia del Leviatano, l’incarnazione del caos sotto forma di serpente marino (o drago demoniaco, a seconda delle interpretazioni), con cui i Therion ci hanno accompagnato negli ultimi anni; “Leviathan III” è un disco composto da undici tracce per la durata totale di oltre 52 minuti, segno che alcuni componimenti, come tradizione del gruppo svedese, hanno durata elevata. Chi si mette all’ascolto di un disco dei Therion, quanto meno a partire dal mitico “Theli”, sa già cosa aspettarsi: un Metal sinfonico solenne, imponente, oscuro e teatrale, complesso per la sua molteplicità di elementi e complicato per la sua difficoltà (obiettivamente la loro musica è tutt’altro che semplice), ricco di cori lirici e tante voci differenti, mai troppo veloce ma dall’incedere inesorabile. Ed anche questa volta i Therion non si smentiscono, sembra quasi puntando ancora di più sulla teatralità e sulla solennità, esaltando quella componente dark che da sempre affascina ed ammalia i fans di Christofer Johnsson & C.; qui c’è da mettersi della giusta predisposizione d’animo, isolarsi dal resto del mondo e farsi trascinare nell’universo dei Therion, facendo colmare il proprio animo dalle emozioni che solo questa musica inimitabile sa evocare. Già, perché se c’è un gruppo che è riconoscibile sin dalle prime note della prima traccia di un disco, questi sono proprio i Therion e poche, pochissime bands al mondo possono vantarsi di una cosa del genere. La mente geniale del loro leader Johnsson sembra fonte inesauribile d’ispirazione e, come un moderno compositore, spazia in vari generi musicali (ascoltate “Duende”, ad esempio, che richiama inevitabilmente alla musica popolare ispanica nella sua parte iniziale) senza mai risultare fuori posto o noioso, ma sempre interessante e convincente. I Therion sono questi prendere o lasciare, si sa che il loro sound così particolare è questo ma, di volta in volta, gli svedesi hanno sempre la capacità di sorprendere, innestando piccole varianti che non mutano il quadro d’insieme, ma rendono ogni disco un capitolo a sé stante. Ed anche questo “Leviathan III”, pur restando simile ai suoi predecessori, non può essere definito uguale agli altri, rimanendo un’entità singolare ed affascinante, ma sempre a patto di essere di mente aperta...

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Dicembre, 2023
Ultimo aggiornamento: 26 Dicembre, 2023
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I Solitary Sabred muovono i primi passi nel Metal nell’ormai lontano anno 2000 sull’isola di Cipro; da allora hanno realizzato un live e solo quattro album da studio, tra cui questo “Temple of the Serpent” è l’ultimo, uscito poco prima di Natale per la label greca Vinyl Store. Il disco, dotato di uno dei più brutti artwork visti in questo 2023, è composto da dieci tracce per poco più di 38 minuti di durata totale. Il genere suonato dal gruppo è un robusto Heavy Metal, ai confini con lo Speed e soprattutto con l’Epic, alquanto old style ed ispirato al sound più classico degli anni ’80. Nulla di particolarmente innovativo od originale, niente che non abbiano suonato in miriadi gruppi nel passato (mi vengono in mente soprattutto gli Omen, ma anche i Manowar ed i Cirith Ungol), ciò nonostante la musica dei Solitary Sabred, senza far gridare al miracolo, si lascia ascoltare, in molti passaggi anche gradevolmente (soprattutto quando il ritmo è più frizzante). La produzione potrebbe essere migliorata, soprattutto sulla doppia cassa, ma può andar bene anche a questa maniera, per calcare su quel sapore “vintage” che si sente sin dalle prime note dell’opener “The Skeleton King” (dopo l’immancabile inutile intro). Non ci sono pezzi che ti fanno saltare dalla sedia, manca insomma quella hit che vale da sola l’acquisto del CD ma, tutto sommato, non abbiamo nemmeno da segnalare brani di qualità insufficiente. Se quindi siete fans del buon vecchio Heavy/Epic Metal e siete incuranti di mode o originalità, questo “Temple of the Serpent” dei Solitary Sabred farà sicuramente al caso vostro!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Dicembre, 2023
Ultimo aggiornamento: 26 Dicembre, 2023
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I Chamelion nascono poco tempo fa per iniziativa del tastierista Marco Sneck (anche in Poisonblack e miriadi di altre bands), il quale ha poi chiamato attorno a sé tanti altri esperti musicisti dell’underground finlandese, fra cui anche il valido batterista Janne Kusmin (tra gli altri, anche nei Kalmah assieme allo stesso Sneck) ed il talentuoso vocalist Tomi Viiltola (ex-Dreamtale tra i tanti), per realizzare questo debut album intitolato “Legends & lores”. Il disco, dotato di artwork gradevole ma abbastanza scontato (il classico vichingo tra le classiche montagne), è composto da dieci tracce per oltre 54 minuti di durata totale. Ma cosa suonano i Chamelion? E’ evidente che Sneck è influenzato da gente come i nostri connazionali Rhapsody per la parte più sinfonica e da Stratovarius & C. per la parte più canonicamente Power; se l’opener “Hero’s tale” (dopo l’immancabile inutile intro) ricorda infatti le varie incarnazioni dei gruppi di Turilli & Staropoli, basta andare alla successiva “The shadowleader” per trovarsi nel Power Metal di fine anni ’90 tanto caro a Tolkki & C., ma anche ai primissimi Sonata Arctica, Dreamtale, ecc. della scena scandinava dell’epoca. Se siete maniaci dell’originalità a tutti i costi, potete anche cessare qui la lettura, dato che questa parola non rientra nelle idee dei Chamelion; se, invece, siete ancora affascinati da quelle sonorità che spopolarono tra fine millennio ed inizio del nuovo, allora sappiate che qui c’è pane per i vostri denti. La band finlandese, infatti, miscela sapientemente piccole parti sinfoniche con massicce dosi di Power Metal, mettendoci dentro poi cori solenni e parti strumentali di gran gusto, fregandosene altamente di originalità ed innovazione. Come mi è spesso capitato di sottolineare, quando la musica è ben fatta, ben suonata e ben cantata e si lascia ascoltare con estremo piacere non ce ne frega assolutamente niente se non è originale o innovativa! A noi truci metalheads piace sbattere il capoccione, piace lanciarci in complicate air guitar, piace far casino da soli o in compagnia, magari con in mano una birra ghiacciata e questa musica è sicuramente indicata per farlo e tanto ci basta. I Chamelion hanno un ottimo cantante e degli ottimi musicisti, la loro musica è orecchiabile ed indubbiamente piacevole e poco importa se è palesemente ispirata ai grandi nomi del passato; ciò che conta è quello che si ascolta e qui canzoni scadenti non ce ne sono, ma solo tracce estremamente godibili. Se siete fans di queste sonorità, indubbiamente questo “Legends & lores” è un disco che non può mancare nella vostra collezione!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Dicembre, 2023
Ultimo aggiornamento: 25 Dicembre, 2023
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A cinque anni di distanza dall’ottimo debut album “Zeitgeist”, torna a farsi sentire il chitarrista tarantino Edward De Rosa con un nuovo full-length intitolato “Darkness falls”, composto da sette pezzi, per la durata totale di poco meno di 41 minuti. A dare una mano al musicista pugliese in questo disco ci sono l’affascinante Kyrah Aylin (al secolo Chiara Di Mare, cantante degli Elegy of Madness), Luca Basile (tastierista degli Elegy of Madness, già presente anche sul precedente album di De Rosa) e la tarantina Anna Maria Ricci. Il sound è sostanzialmente un Power Metal di ispirazione neoclassica che questa volta è interamente strumentale (tranne poche parti sussurrate in “Deceptive heart” e qualche coro qua e là) dove la chitarra è naturalmente lo strumento principale con una sorta di assolo continuo in cui De Rosa dà sfogo a tutta la sua creatività e tecnica; chi conosce l’artista o lo ha ascoltato nell’ultimo album di Ellefson-Soto sa quali sono le sue capacità e nel disco il buon De Rosa non si risparmia e ci mette tutto, anima e tecnica. Il risultato è un qualcosa di estremamente godibile, convincente e coinvolgente; pur essendo un disco strumentale, non viene persa nemmeno la “struttura canzone” e quindi i vari componimenti non sono delle mere esibizioni di tecnica o di virtuosismi (come spesso accade ai dischi strumentali di chitarristi), ma hanno una loro logica ed un preciso incedere. In alcuni casi mi sono trovato a domandarmi come sarebbero stati i vari pezzi se avessero avuto ancora una volta Giacomo Voli a cantare, ma devo dire che anche a questa maniera funzionano dannatamente bene e sono sicuramente piacevoli da ascoltare. Edward De Rosa ha fatto ancora una volta centro e questo “Darkness falls” è la conferma del suo notevole talento come musicista e songwriter.

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