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Opinione inserita da Virgilio    28 Dicembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 28 Dicembre, 2020
Top 10 opinionisti  -  

"Leap Of Faith" è il titolo del primo full-length dei greci Peculiar Three, che segue il loro debutto con l'EP "P3culiar" del 2014. Al di là di una qualità del suono non particolarmente soddisfacente, benché siano trascorsi un po' di anni dalla loro prima fatica discografica, si riscontrano ancora alcune acerbità: ad esempio, la voce manifesta in alcuni casi evidenti limiti, come anche a livello stilistico c'è una certa disomogeneità tra un brano e l'altro. Diciamo che, a nostro avviso, la band presenta le intuizioni migliori quando si cimenta in un sound grezzo e costruito su riff decisi, dal forte sapore ottantiano, come avviene ad esempio nel caso della title track o di "Knaves o' Knives". In un paio di brani (in particolare in quelli iniziali), sono stati inseriti anche assoli alquanto particolari, magari però non bene amalgamati nel contesto delle tracce, ma va anche detto che ci convincono decisamente meno alcuni episodi dove la band cerca di puntare su un lato atmosferico del proprio sound, come nel caso di "Innermost" o "Marginal". Dalle influenze maideniane di "Inkblot", si passa poi a incursioni nel metal sinfonico con "Caliban's End": insomma, c'è tanta carne al fuoco, ma la sensazione è che la band debba ancora trovare la chiave e i giusti equilibri per sfruttare al meglio tutte le proprie potenzialità. "Leap Of Faith" è un importante passo avanti in tal senso, ma c'è ancora da lavorare.

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Opinione inserita da Virgilio    16 Dicembre, 2020
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I Ritual sono una prog band svedese formatasi nei primi anni '90, con quattro studio album e un live all'attivo, l'ultimo dei quali pubblicato ben tredici anni fa. A detta del gruppo scandinavo, le cause di una così lunga pausa sarebbero diverse: già la band non è di per sè particolarmente veloce (mediamente sono passati quattro anni tra un album e l'altro) e a ciò si è aggiunto, tra le altre cose, il fatto che il cantante/leader Patrik Lundström, oltre a essersi dovuto trasferire (per cui non abita più vicino agli altri tre membri), si è interessato anche ad altri progetti. Tuttavia, l'amore per questa band non è stato dimenticato e così questi ha continuato a scrivere, realizzando dapprima un concept e lavorando poi alla relativa musica. La situazione è diventata tuttavia così complessa che ne verrà fuori un doppio album, il quale richiederà tempistiche piuttosto lunghe. Per non far passare troppo tempo, ecco il motivo della pubblicazione di quest'ep, che anticipa tre brani che saranno inclusi nella prima parte, più un quarto che farà parte invece del secondo disco. La band privilegia perlopiù sonorità acustiche, utilizzando strumenti particolari come mandolino, bouzouki, flauti, armonica e così via. I brani si muovono dunque proprio in questa direzione, con arrangiamenti raffinati e un approccio vocale molto teatrale e talvolta volutamente retrò. Particolare l'ultima traccia, "The Mice", lunga oltre nove minuti e caratterizzata da un lungo intermezzo strumentale. Diciamo che quest'ep rappresenta un piccolissimo assaggio di quello che sarà l'opera completa e probabilmente sarà anche insufficiente per farsi un'idea precisa: in realtà, peraltro, ci saremmo aspettati una vena leggermente più tendente al folk, che comunque è presente. La funzione di quest'ep è dunque quella fondamentalmente di riscaldare l'audience in attesa di un ritorno in grande stile. In tutta sincerità, queste prime anticipazioni non ci hanno particolarmente entusiasmati, ma da una band come i Ritual è lecito aspettarsi di tutto, quindi attendiamo con curiosità quanto arriverà prossimamente da parte loro.

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Opinione inserita da Virgilio    09 Dicembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 10 Dicembre, 2020
Top 10 opinionisti  -  

Gli Alter Bridge avevano pubblicato l'anno scorso l'album "Walk The Sky", al quale era seguito un tour negli Stati Uniti d'America. In realtà erano programmate altre date, poi cancellate a causa della pandemia da Covid-19, per cui ecco che arriva questo EP, intitolato semplicemente "Walk The Sky 2.0": un titolo, per la verità, che certo non brilla per fantasia, ma che allude al fatto che in pratica si tratta di brani tratti dall'ultimo album ed eseguiti dal vivo, ai quali è stato aggiunto un inedito, intitolato "Last Rites". Ci si potrebbe chiedere, in effetti, quale sia il motivo di un'uscita di questo genere: avrebbe potuto essere pubblicato a questo punto un cd live completo, ma probabilmente la band non ha voluto tornare su questo formato, avendo già rilasciato di recente il "Live at the Royal Albert Hall" nel 2018 e il "Live at the O2 Arena" l'anno prima. Nel nuovo EP ritroviamo invece dal vivo alcuni tra i brani più rappresentativi tra quelli inclusi nell'album, come "Wouldn't Rather", "Pay No Mind" e la coinvolgente "Godspeed", accanto ad altri che, per la verità, non sembrano rendere particolarmente come "Native Son" e "Dying Light". Insomma, nulla di imprescindibile, semplicemente una testimonianza di queste canzoni dal vivo e un assaggio di questo tour per chi ha potuto partecipare e per chi, per contro, non ha potuto presenziare per l'annullamento delle date. Per rendere un minimo più appetibile la release, è stata inclusa, come dicevamo, anche una nuova canzone, "Last Rites", scritta proprio durante il lockdown, caratterizzata da riff potenti, con un bridge e un ritornello che in effetti funzionano molto bene. Ad ogni modo, possiamo considerare questo "Walk The Sky 2.0" un'uscita rivolta essenzialmente agli autentici die-hard fans, mentre gli altri possono tranquillamente astenersi.

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Opinione inserita da Virgilio    08 Dicembre, 2020
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Nati nel 2016 come progetto solista di Viljami Jupiter Wenttola, gli Joviac si evolvono in un vero e proprio gruppo, dapprima con l'apporto del bassista Antti Varjanne e poi anche del batterista Rudy Fabritius. "Here And Now" è il titolo del loro secondo full-length, composto da sette tracce, alle quali sono state aggiunte una bonus track, "Misplaced", più una seconda versione (single edit) di "Straws". La band suona fondamentalmente un metal melodico con venature progressive, che trova espressione in suoni molto puliti e atmosfere ariose, che puntano a colpire il cuore e la mente dell'ascoltatore. La durata media dei brani comunque è abbastanza lunga: a parte un'intro strumentale, non si scende mai al di sotto dei cinque minuti, con la title-track che sfiora i nove. Questo perchè, pur presentando le canzoni di per sè una struttura abbastanza semplice, si lanciano spesso e volentieri in lunghe divagazioni strumentali, che cercano appunto di esaltare l'approccio più emotivo (che non tecnico) delle loro composizioni. Scorrendo la tracklist notiamo la melodica "Straws", seguita da "Black Mirror", carica di groove, ma soprattutto la title-track, che con il suo mix di potenza, melodia, intermezzi atmosferici e dirompenti assoli, sintetizza effettivamente tutti gli elementi e i punti di forza della band. Particolare per la sua ritmica e le sue melodie "Decay", con giri armonici che un po' ci hanno fatto pensare ai Muse, mentre "Crossfire" è una sorta di mid-tempo, con un ritornello molto breve e semplice. Le sonorità si ammorbidiscono ancora con "Fade Into Light", praticamente una ballata che, a dire il vero, non ci ha colpiti particolarmente, ma che ad un certo punto va in crescendo e si vivacizza. In conclusione, non possiamo dire che "Here And Now" sia un disco imprescindibile o che brilli per originalità, però le canzoni sono certamente gradevoli e funzionano bene sia come piacevole sottofondo, sia con un ascolto più attento, grazie alla cura dei dettagli e degli arrangiamenti, per cui merita di avere la sua chance.

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Opinione inserita da Virgilio    19 Novembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 20 Novembre, 2020
Top 10 opinionisti  -  

I Sense of Creation si formano a Londra nel 2009 dall'incontro tra Lukasz Lowkis ed Elisa Tomaselli e, se non andiamo errati, il concept di "Forsaken Era" dovrebbe già essere stato pubblicato nel 2013. Nel frattempo, la cantante Elisa è ritornata in Italia, dove ha formato una band con nuovi elementi, ri-registrando e modificando il concept, che giunge così quest'anno ad una nuova pubblicazione in una versione rivisitata. Fondamentalmente, i Sense Of Creation propongono un metal sinfonico, incentrato appunto su orchestrazioni e sulla bella voce della cantante, ben supportati da una band in grado di creare le giuste atmosfere, talvolta più solari ed eteree, altre volte più dark e misteriose. Tra le tracce, si segnala un brano cantato principalmente in italiano, "Voci", ma anche in "Alethea" c'è un inserto parlato in italiano; c'è pure una bella canzone interamente in latino, intitolata "Iustitia" e ispirata alla beatitudini (dal Vangelo secondo Matteo), per la quale è stato realizzato peraltro un video, attualizzato, con le immagini, su varie questioni di discriminazione sociale. In latino è in parte anche l'intro orchestrale "Memoriae", così come decisamente orchestrale (e, in questo caso, interamente strumentale) è la conclusiva "Deliverance", una sorta di outro. Si segnala, poi, la presenza nella tracklist di un'autentica ballata pianistica, intitolata "Sorrow", nella quale spicca ancora una volta la performance della cantante. In generale, l'impressione è comunque quella di un disco che è stato concepito qualche anno fa: in tal senso, se effettivamente è stata fatta quest'opera di rivisitazione, probabilmente si poteva tentare di puntare su arrangiamenti diversi, magari un po' più contestualizzati. Insomma, c'è il rischio che oggi "Forsaken Era" passi come uno dei tanti dischi di metal sinfonico concepito una decina d'anni fa e possibilmente uscito troppo tardi, mentre con una bella rinfrescata avrebbe avuto le carte in regola per suonare in maniera decisamente più accattivante, rischiando invece così di non godere della visibilità che meriterebbe. Ad ogni modo, vale senz'altro la pena di approfondire l'ascolto dell'album ma c'è anche da dire che, considerato che la band ci ha ispirato sensazioni positive circa il proprio potenziale, auspichiamo che non si fermi a questo ma che, al contrario, questa nuova line-up possa proseguire in maniera più stabile, magari anche per proporre qualcosa di nuovo.

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Opinione inserita da Virgilio    10 Novembre, 2020
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Quando viene pubblicato un nuovo album dei Fates Warning c'è sempre una particolare curiosità: parliamo, infatti, di una band che ha praticamente fondato un genere, il prog metal e che, nell'arco di oltre trentacinque anni di attività, ha saputo proporre tanta buona musica, rimanendo sempre coerente ma riuscendo altresì ad innovarsi e ad evolversi con il passare degli anni. Questo nuovo lavoro, intitolato "Long Day Good Night", presenta diverse particolarità. Si tratta, innanzitutto, di un disco che, a nostro avviso, va pienamente contestualizzato nel periodo in cui è stato realizzato. Bisogna tener presente, infatti, che la sua gestazione è avvenuta la scorsa primavera, in pieno periodo di lockdown a causa della pandemia da CoViD-19: in particolare, il cantante Ray Alder vive in Spagna e ha fortemente subito questa situazione, tanto da aver non poche difficoltà per recarsi in studio a registrare le sue parti. Inoltre, come lui stesso ammette, non c'è stato il tempo di stare tanto a riflettere sulle varie parti e una volta che riusciva a finire una canzone si passava subito al mixaggio, perchè altrimenti ci sarebbe stato il rischio di rimandare le registrazioni per parecchio tempo: insomma, ci sono state delle ripercussioni ben precise a livello realizzativo, che però riteniamo abbiano influito in modo sostanziale anche sul risultato finale. Innanzitutto, infatti, si tratta di un album dove pressochè tutti i brani presentano un'atmosfera vagamente malinconica, con una forte accentuazione dell'aspetto emozionale della musica: espressione, questa, evidentemente, di una situazione di disagio e di incertezza, che va a trasmettersi inevitabilmente anche sui testi. Quest'aspetto diventa talmente preponderante, da far passare quasi in secondo piano quello tecnico, che comunque ha un valore di solito non indifferente in un album dei Fates Warning: sia chiaro che il disco è suonato divinamente, però non si riscontra una particolare ricerca di complessità e men che mai questa risulta fine a se stessa. I brani, anzi, presentano una struttura abbastanza semplice e, salvo due-tre eccezioni, hanno anche un minutaggio contenuto. Sono inoltre parecchi i mid-tempo, privilegiati rispetto a brani più veloci. Si tratta, poi, di un disco alquanto vario, con alcuni aspetti anche piuttosto nuovi per la band: ad esempio, "Now Comes the Rain" è un brano alquanto particolare, con venature quasi AOR, mentre in "Under the Sun" la band si avvale di un'autentica coppia d'archi, composta da violino e violoncello; tra le altre, da evidenziare anche "Begin Again", costruita praticamente attorno ad un giro di basso. Le tracce più articolate sono rappresentate dalla bellissima opener "The Destination Onward" e da "The Longest Shadow of the Day", con quest'ultima che, per quanto interessante, per la verità sembra svilupparsi un po' a singhiozzo. Subito dopo questa traccia, chiude la tracklist una semplice e breve canzone, intitolata "The Last Song", eseguita solo con voce e chitarra acustica. Si segnala la presenza anche di qualche ospite, ovvero il chitarrista Michael Abdow, che suona gli assoli in tre brani e il batterista Gavin Harrison (The Pineapple Thief, King Crimson, ex Porcupine Tree e che già aveva collaborato con Matheos per il progetto O.S.I.), dietro le pelli in "When Snow Falls", una delle tracce a nostro parere tuttavia meno riuscite. A conti fatti, la band realizza ancora una volta un disco di spessore, che si distingue in qualche misura dalla loro discografia, per tutte le caratteristiche evidenziate. Non si tratta magari del loro album più pesante nè possiamo dire che sia quello più marcatamente progressive, ma è probabilmente uno di quelli che maggiormente offre un ampio spettro tra quelle che sono le caratteristiche stilistiche nella musica dei Fates Warning del terzo millennio.

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Opinione inserita da Virgilio    02 Novembre, 2020
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I Vision Of Atlantis sono una band attiva da ormai vent'anni, ma che di fatto da qualche tempo si è sensibilmente rinnovata attorno al batterista e fondatore Thomas Caser: l'album "The Deep & The Dark" del 2018 aveva segnato una vera e propria svolta, con una line-up sensibilmente rinnovata, poi completata con l'inserimento del cantante Michele Guaitoli (Temperance, ERA, ex Kaledon, ex Overtures), che su disco aveva debuttato con "The Deep & The Dark Live". Adesso la band propone un nuovo live album, intitolato " A Symphonic Journey to Remember", ad appena un anno di distanza dal precedente, ma che rappresenta senz'altro un progetto più ambizioso. Il concerto, infatti, si è svolto in occasione del Bang Your Head Festival!!! e vede la partecipazione di una vera e propria orchestra, la Bohemian Symphonic Orchestra Prague (BSOP). In realtà, l'idea di collaborare con questo ensemble era nata già nel 2017, ma allora non si era poi potuta concretizzare. Ecco però che finalmente il sogno diventa realtà e la band austriaca ha avuto finalmente l'occasione di esibirsi per questo speciale evento. L'apporto della BSOP è significativo e conferisce ai brani dei Vision of Atlantis, per quanto fossero validi senz'altro già nei vari studio album, uno spessore e una magniloquenza di ben altro livello. La performance dei due cantanti, Guaitoli e la singer francese Clémentine Delauney, testimonia l'alto grado di sintonia e affiatamento ormai raggiunto sia tra loro che con il resto della band. Peraltro, non a caso, il repertorio va a pescare principalmente proprio dagli ultimi due album, ovvero il già citato "The Deep & The Dark" e "Wanderers", pubblicato l'anno scorso, essendo quelli che hanno lanciato e cementato l'attuale line-up. Tra gli altri, apprezzabile comunque la cantante anche in due ballate interpretate da lei con grande teatralità e passionalità, ovvero la titletrack "Wanderers" e "The Last Home". I Vision of Atlantis non dimenticano però di avere una loro storia alle spalle, per cui vengono riproposti anche una manciata di brani da dischi precedenti (alcuni dei quali rappresentano ormai veri e proprio classici nel genere) ovvero "New Dawn", "Memento" (da "Delta" del 2011), "Seven Seas", "Praising Dead End" (da "Trinity" del 2007), fino a "Lost", brano tratto da "Cast Away" del 2004. Un live che dà testimonianza dunque di un evento speciale, quasi unico probabilmente e che, specialmente di questi tempi, nei quali si è costretti a fare a meno dei concerti, chi ama il metal sinfonico e segue la band, farà bene a non lasciarsi sfuggire.

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Opinione inserita da Virgilio    14 Ottobre, 2020
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Dietro il moniker Nyxem si cela in realtà una one-man band, ovvero il musicista Jonah Hontos, il quale ha avuto l'idea di cimentarsi in un disco metal dove non ci fossero chitarre. In realtà, non si tratta poi del primo progetto con queste caratteristiche, ma la particolarità dei Nyxem è data dal fatto che si tratta di un album interamente strumentale, dove ogni singolo suono viene riprodotto con sintetizzatori o con loop elettronici. L'idea di Hontos, in particolare, sarebbe quella di riprodurre anche tramite suoni campionati dei timbri che possano assomigliare quanto più possibile a quelli delle chitarre elettriche. In effetti, spesso riesce nell'intento, però dobbiamo dire che il risultato generale ci ha lasciati alquanto freddi se non addirittura un po' perplessi. Ci sono, senza dubbio, ritmi veloci e parti dove le sonorità sono più dure, ma in linea di massima la sensazione che ci proviene dall'ascolto non è per nulla quella di ascoltare un disco metal, quanto piuttosto di ascoltare qualcosa di più vicino alla colonna sonora di un videogioco, se non addirittura un disco di vera e propria musica elettronica (che poi, a conti fatti, è in effetti proprio quello di cui si tratta). Fa specie, anzi, leggere nelle note che accompagnano il promo, che tra le influenze ci siano act come Amon Amarth, Opeth, In Flames o At the Gates: citazioni che in realtà finiscono per essere fuorvianti, perchè si fa davvero fatica a considerare "Behind the Veil of Light", pur con tutta l'apertura mentale possibile, un disco di progressive metal o di death metal. Qualche risultato più apprezzabile si può ritrovare ad esempio in "Above the Abyss", una traccia che, come altre, tutto sommato, parte con buone premesse (in questo caso sembrerebbe accostabile a qualcosa power/speed), ma che poi tende a strafare tra timbri alquanto improbabili, ritmi monotoni e meccanici e riff sparati in loop. Diciamo che ci sono nel disco buone intuizioni tematiche, che spesso sovrappongono, talvolta molto bene, altre volte sembrano affastellarsi oppure inseguirsi e scappare via senza che si ravvisi una logica. A nostro avviso, al di là delle scelte di fondo, c'è dunque ancora parecchio da lavorare per dare ai brani una struttura più lucida e una maggiore personalità.

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Opinione inserita da Virgilio    12 Ottobre, 2020
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I Crippled Black Phoenix sono una band senz'altro particolare, che difficilmente tende a replicarsi o a ripetersi: non fa eccezione questo nuovo lavoro, intitolato "Ellengæst", nel quale il gruppo inglese guidato da Justin Greaves tenta di percorrere nuove strade. In realtà, la band ha dovuto affrontare alcune difficoltà, legate in modo particolare alla line-up, incompleta a seguito di alcune defezioni: il gruppo si è avvalso comunque per le registrazioni delle collaborazioni di Ben Wilsker per la batteria e di Rob Al-Issa per il basso, ma il piatto forte è rappresentato dalla partecipazioni di diversi amici ed ospiti. In particolare, ritroviamo il cantante degli Anathema Vincent Cavanagh dietro ai microfoni in due tracce, "House Of Fools" e "Lost"; Kristian "Gaahl" Espedal dei Gaahls Wyrd compare nella traccia "In The Night", mentre l'ex bassista Ryan Patterson canta in "Cry Of Love"; ancora, Jonathan Hultén dei Tribulation canta in "The Invisible Past", mentre Suzie Stapleton suona la chitarra in "She's In Parties", una cover dei Bauhaus. La band presenta con "Ellengæst" uno stile che potremmo definire dark rock, con tracce dalle atmosfere soffuse ed introspettive, che trattano principalmente temi attinenti alla condizione umana. Nulla viene lasciato al caso: gli arrangiamenti sono minimali, ma ogni singolo suono ha la sua ragion d'essere. Nonostante, poi, la presenza di tanti diversi cantanti che affiancano la singer Belinda Kordic, è risultata una certa omogeneità di stile tra le varie canzoni, con risultati senz'altro apprezzabili e credibili. Ci sono episodi tendenzialmente più ritmati, come "Cry Of Love" o, almeno in parte, l'opener "House Of Fools", ma la forza dei Crippled Black Phoenix è rappresentata da questa loro capacità di creare un sound avvolgente, pregno di emozioni e di intense suggestioni, che culminano in modo particolare nella suite "The Invisible Past". Un moniker, dunque, che disco dopo disco, sta diventando un autentico marchio di garanzia.

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Opinione inserita da Virgilio    03 Ottobre, 2020
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I Monumental si sono formati dall'unione di membri provenienti da vari gruppi della scena ucraina come Majesty Of Revival, Toni Lucifer e Korzo per dar vita ad un nuovo progetto molto particolare. Basti pensare che questo loro album di debutto, intitolato "Purification", è composto da una sola unica traccia di oltre cinquanta minuti (per quanto vi sia pure una lunga, voluta, pausa a metà circa). Un approccio che potremmo considerare senz'altro tipico del prog metal, ma con la precisazione che, in realtà, nel disco dei Monumental si assiste ad una totale commistione tra vari generi. Sicuramente, come nel prog, ci sono innumerevoli cambi tematici e di tempo, ma la band nel corso del platter spazia praticamente tra decine di stili (c'è persino una parte rappata), sfuggendo a qualsiasi catalogazione (per quanto loro ci provino con un improbabile porn epic power fantasy metal). Un lavoro costruito attorno ad una storia e a sei personaggi, impersonati dagli stessi musicisti, che tentano un percorso appunto verso la purificazione. Attenzione però a non prendere i Monumental troppo sul serio o si corre il rischio di rimanere spiazzati di fronte alla loro irriverenza e alla loro imprevedibilità, che sembra non conoscere regole o limiti: basti vedere il videoclip da loro realizato per rendersi conto di quanto letteralmente siano fuori di testa (in senso buono, naturalmente). La loro geniale follia è dunque posta al servizio della musica, dando vita a un lavoro senz'altro originale e alquanto sui generis, che per certi versi all'inizio potrebbe risultare nell'insieme non molto diretto e un po' ostico, ma che merita certamente di ricevere la giusta attenzione.

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