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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    14 Marzo, 2021
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Abbiamo incontrato gli svizzeri Stortregn tre anni fa, all'epoca della recensione dell'album "Emptiness Fills the Void", disco che passò brillantemente la prova - a nostro avviso, sia chiaro -. Il quintetto di Ginevra torna oggi con il quinto studio album, "Impermanence", e si presenta ai nastri di partenza con un paio di novità, la cui prima che salta ovviamente all'occhio è il cambio di etichetta, essendo passati da Non Serviam Records a The Artisan Era; la seconda riguarda invece il sound dei Nostri: pur restando fortemente radicati ad un Melodic Black/Death influenzato dalla scuola svedese (Dissection, Naglfar, Sacramentum, piuttosto che i tedeschi Thulcandra), in "Impermanence" prende una maggiore importanza rispetto al passato la componente Progressive Death, cosa questa riscontrabile soprattutto nei giri di basso di Manuel Barrios (con chiari rimandi a gente come Beyond Creation, Obscura, Gorod...) e nelle magistrali parti soliste, in cui gli Stortregn mettono in campo tutte le loro innate doti tecniche, chiamando in causa derive opethiane che rendono ancora più interessante l'opera. Questo mix di passaggi ipertecnici e sfuriate Black/Death dona al quinto album della band elvetica una maggiore varietà, rendendo "Impermanence" un lavoro tutt'altro che scontato.
Forse un po' più "ragionato" rispetto al passato, il sound degli Stortegn riesce ad ammaliare: "Impermanence" è un lavoro consigliabile probabilmente più ai fans del Progressive Death à la Obscura o Opeth, ma chi ama la buona musica a prescindere non facendosi "turbare" da un approccio extreme metal potrà trovare qui diversi spunti d'interesse.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Marzo, 2021
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Terzo studio album per i finlandesi Marianas Rest, dopo il debutto "Horror Vacui" (2016, Sliptrick Records) e "Ruins" (2019, Inverse Records); con "Fata Morgana" il sestetto di Kotka fa il grande salto: è infatti Napalm Records a produrre la terza fatica su lunga distanza della band finnica, le cui sonorità sono retaggio della tradizione Melodic Death e Death/Doom della loro nazione. Insomnium e Swallow the Sun sono infatti le due bands che maggiormente vengono in mente ascoltando i Marianas Rest: spesso, nei momenti più marcatamente Melodic Death, l'ombra di Niilo Sevänen e soci è quasi incombente, mentre nei passaggi Doom/Death troviamo sfumature di Swallow the Sun, Ghost Brigade e persino Amorphis. Non pensate però nemmeno per un momento di aver a che fare con una band priva di personalità: per quanto i rimandi alle bands succitate siano forti, i Marianas Rest dimostrano infatti di possedere grandi doti di scrittura, non ai livelli di colossi quali possono essere i loro 'insegnanti', vero, ma ciò non toglie che le otto tracce ch compongono la tracklist di "Fata Morgana" sono estremamente convincenti. E se per una "Pointless Tale" si sente forte il richiamo di "The Promethean Song" degli Insomnium, subito dopo abbiamo la lunga "The Weight" che mette in mostra tutto il potenziale del sestetto finnico: un pezzo che riesce a farsi apprezzare in ogni sua sfumatura, così come la title-track e l'altrettanto fascinosa "Glow from the Edge".
A otto anni dalla loro fondazione, con questo "Fata Morgana" può dirsi conclusa la gavetta per i Marianas Rest; il passaggio ad una label di alto spessore come può essere Napalm Records può servire alla band finlandese per compiere quello step successivo che potrà permettere loro di "competere" in più alte sfere. Per quanto la voce di Jaakko Mäntymaa in alcuni tratti risulti convincente, in generale "Fata Morgana" è un lavoro apprezzabilissimo, il cui ascolto consigliamo caldamente.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Marzo, 2021
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Si formano durante il lockdown del 2020 i Turris Eburnea, progetto nato dall'unione di due musicisti che si trovano a proprio agio tra sonorità sperimentali ed avanguardiste, ossia il cantante e polistrumentista italiano Gabriele Gramaglia (The Clearing Path, Cosmic Putrefaction, Summit) ed il bassista statunitense Nicholas McMaster (Krallice, Geryon, Edenic Past, ex-Castevet); il risultato di questa unione non poteva che essere un vortice in cui le innate doti dei due artisti s'intersecano in sonorità altamente sperimentali, ma anche dure come granito, donando al proprio lavoro un'aura che possiamo trovare in gruppi come Ulcerate, Gorguts ed Artificial Brain, senza ch però i Nostri vadano a concentrarsi unicamente su dissonanze folli e passaggi eccessivamente cervellotici. Questo è probabilmente il punto forte del duo italo-statunitense: dare al proprio lavoro quell'atmosfera avanguardista riuscendo però a puntare su un approccio quanto più diretto e facilmente assimilabile possibile. Tecnicamente eccelso ma mai troppo complesso, l'EP omonimo dei Turris Eburnea è un elogio alla sperimentazione, un lavoro a suo modo suggestivo per quanto breve sia - una ventina di minuti circa -, in cui è cosa veramente complicata suggerire un brano rispetto agli altri.
Rilasciato dalla sempre attenta Everlasting Spew Records (e in edizione limitata su cassetta da Caligari Records), il debutto dei Turris Eburnea lascia l'amaro in bocca solo per la breve durata; speriamo dunque che questo sia solo un antipasto e che il duo abbia ancora voglia di sperimentare. Magari stavolta, però, con un full length.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Marzo, 2021
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Se c'è un'etichetta che sta diventando sempre più sinonimo di garanzia tanto in ambito Death old school quanto nel Death/Doom, non può che essere Transcending Obscurity; alla già nutrita schiera di bands sotto contratto con la label indiana, vanno ora ad unirsi i portoghesi Sepulcros, band di recente formazione che rilascia con il full length "Vazio" il proprio debutto assoluto. Un rischio quello di partire direttamente con un album, ma da subito ci si rende conto come i Sepulcros siano ben consci dei propri mezzi, fornendoci un disco di quattro pezzi effettivi - non contando l'ambient di "Involucro Oco" che funge da intro e l'orrorifica "Humana Vacuidade" come outro - in cui il quintetto lusitano riesce a concentrare più anime, andando anche a sorprendere l'ascoltatore con improvvise e feroci accelerazioni Black/Death (che ricordano un po' i Dead Congregation, qui la militanza di 3/5 della band nei Summon gioca un ruolo fondamentale) in mezzo ad una palude di sonorità lente e cupe che spesso travalicano i confini del Funeral Doom; in questo gruppi come Mournful Congregation, Esoteric, Atramentus, hanno fatto scuola e sembrano aver fatto presa sull'identità del combo portoghese, che dà alle proprie composizioni anche delle atmosfere 'evokiane' che rendono ancora più oscure le vivide visioni portate da questa release. I brani qui presenti sono tutti di buonissima fattura, ma vanno sicuramente segnalati "Marcha Funebre", che ai più scafati potrà ricordare non poco gli italo-inglesi Aphonic Threnody, e la seguente Magno Caos, pezzo in cui la più oscura influenza Funeral Doom prende totalmente il comando guidata dalle sulfuree growlin' vocals di SB, senza però lasciar indietro un'improvvisa quanto ferale accelerazione sul finale.
Come scritto in apertura: Transcending Obscurity Records è ormai sinonimo di qualità. Se un disco Death o Death/Doom arriva dalla sempre più prolifica label asiatica, possiamo essere sicuri che sarà un album ben oltre la semplice sufficienza. I Sepulcros non s'inventano assolutamente nulla di nuovo, eppure il loro debut album a nome "Vazio" saprà senz'altro incontrare i favori degli amanti delle sonorità più plumbee e funeree.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Marzo, 2021
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Bastano i primi secondi di "Baptized in Violence" per stamparsi in faccia un sorriso compiaciuto: i The Crown sono tornati! E lo fanno con un album come "Royal Destroyer" che conferma come la band svedese riesca a muoversi a proprio agio nel marasma della scena Death/Thrash svedese, tanto che ad oggi non si ricorda un album scadente da parte del quintetto scandinavo, nemmeno durante la parentesi Century Media (forse il solo "Death Is not Dead" non raggiunge la sufficienza piena, a onor di cronaca). Ma chi li segue sa che i The Crown riescono a dare il meglio quando a sventolare sulle loro teste è il vessillo di Metal Blade: già "Cobra Speed Venom" fu un gradito ritorno ai fasti consoni alla band svedese, ma con questa nuova opera i Nostri riescono senz'altro a migliorarsi ulteriormente. I The Crown appaiono in forma smagliante tanto dal punto di vista del songwriting quanto in quello dell'esecuzione, donandoci un album che sembra studiato ad hoc per colpire nel segno sin dall'inizio, con la rapida e feroce "Baptized in Violence" e la seguente "Let the Hammering Begin!", mese ad aprire il disco e a dichiarare gli intenti dei Nostri. Il sound dei The Crown d'altronde è ormai un marchio di fabbrica che si muove tra il più violento Death/Black svedese e sfuriate slayeriane, il tutto sporcato da una spiccata attitudine figlia dei Motorhead ed impreziosito dalle ottime melodie della premiata ditta Tervonen/Sörqvist. Magari "Royal Destroyer" cala un po' d'intensità sul finale, ma è anche vero che ogni singolo brano riesce a mantenere alta l'attenzione, che sia la martellante "Full Metal Justice" o la precedente "Glorious Hades", più 'calma' e che va a giocare soprattutto sui giri melodici delle due asce; ci sono poi pezzi come "Let the Hammering Begin!", "Motordeath" e "Scandinavian Satan" che non hanno assolutamente nulla da invidiare ai classici del passato della band svedese, soprattutto la prima che è a mani basse il miglior brano del lotto e probabilmente la miglior canzone dei The Crown da buoni dieci anni a questa parte.
Con i The Crown si va sul sicuro: ad ogni loro nuova uscita, sappiamo già che avremo per le mani un disco che difficilmente deluderà le aspettative. Poteva mai fare eccezione "Royal Destroyer"? Assolutamente no, che domande: l'ultima fatica dell'act svedese è un album sanguigno e passionale in cui i Nostri non snaturano di una virgola quello che è il loro marchio di fabbrica da ormai tre decenni. Ed è, in fondo, quanto di meglio si possa chiedere loro, non trovate?

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Marzo, 2021
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Fatto salvo per una produzione decisamente in linea coi tempi, la one man band norvegese Mork è da sempre legata a doppio filo alla più pura tradizione Black Metal norvegese; è un amore sconfinato per la vecchia scuola quello del mastermind Thomas Eriksen, che va a riflettersi in un lotto di uscite che sa sempre lasciano soddisfatti i seguaci della Nera Fiamma. Non fa ovviamente eccezione "Katedralen", quinto album dell'artista norvegese appena rilasciato da Peaceville Records. Lo scream ferale, le chitarre taglienti a cui non mancano però melodie di inusitata malignità, una sezione ritmica che passa da mitragliate incessanti a passaggi più lenti dotati di un groove spaccacollo: sono i semplicissimi ingredienti che bastano per creare un album Black Metal più che soddisfacente, ma se a tutto questo uniamo un'esecuzione passionale, viscerale, allora quel che abbiamo tra le mani è un lavoro sicuramente degno di nota; ed è il caso di "Katedralen": otto brani per quasi 50 minuti in cui Eriksen mette insieme le sonorità dei gruppi che hanno segnato la sua crescita musicale (Darkthrone, Kampfar, Taake), il tutto mischiato ad una fortissima dose di personalità. Non c'è però da aspettarsi il "solito" disco Black Metal tout court: Mork si scaldano con l'ottima opening track "Dødsmarsjen", per cominciare poi a macinare con la 'darkthroniana' "Svartmalt" - che non a caso vede come ospite Nocturno Culto - e l'epicità Viking della seguente "Arv", per una doppietta di pezzi che rappresenta il punto più alto di quest'album. Va da sé che non mancano i momenti più brutali, violenti, come "Evig Intens Smerte" o "Født Til å Herske", pezzi in cui l'influenza dei Kampfar è decisamente palese, soprattutto nel secondo dei brani, essendoci come guest Dolk dei Kampfar stessi. E così "Katedralen" scorre via senza alcun intoppo fino al mix tra violenza primordiale ed atmosfere funeree (grazie all'organo suonato da Eero Pöyry degli Skepticism, di nuovo: non a caso) di "De Fortapte Sjelers Katedral", perfetta conclusione di un lavoro scevro di difetti.
I Mork di mr. Thomas Eriksen sono, a nostro avviso, una garanzia: "Katedralen" è l'ennesima dimostrazione come questo solo project possa affascinare suonando semplicemente un Black Metal devoto alla vecchia scuola.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 09 Marzo, 2021
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Con quasi tre lustri di carriera sulle spalle e due album, "Dark Tales of Forgotten Mindscapes" (2014, Cedar Closet) e "Burning Nation" (2017, autoprodotto), arrivano a pubblicare il proprio terzo EP - i primi due nel 2011 e nel 2013 - gli statunitensi Requiem for Oblivion, quintetto di Erie (Pennsylvania) dedito ad un Progressive/Technical Death Metal che trae da diverse ispirazioni: si va dalle sonorità più 'classiche' dei Suffocation al tocco moderno dei Gojira, passando per certe follie avanguardiste degli Ulcerate. Una band insomma con diverse buone idee in cantiere, che non è però supportata da una produzione degna di tal nome. Ora, non saprei dire se "Hindsight 2020" sia stato volutamente prodotto in questo modo ma, se così fosse, sarebbe a nostro avviso un clamoroso autogol da parte dell'act americano. Come detto, ci sono diverse idee di base, nemmeno tanto male, ma per l'appunto col grave problema di una produzione insufficiente: suoni impastati, caotici, tanto che spesso si fa sinceramente fatica a capire cosa si stia ascoltando; e non convincono nemmeno le clean vocals (sort of...) che possiamo sentire ad esempio nell'invero mediocre brano "Collapse the Structure". A farne le spese sono pezzi che potrebbero essere maggiormente convincenti, come l'opener "Lies and Fire" e "Shatterpoint" (in cui però i Requiem for Oblivion reiterano in passaggi che vorrebbero sembrare in qualche modo sinistri, ma che risultano invece dozzinali).
Spiace, ma c'è poco che si salvi in questo EP dei Requiem for Oblivion: insomma, sembra quasi di ascoltare un mix tra un demo degli anni '90 registrato in presa diretta alla bell'e meglio e certa roba industrialoide. Se, durante un EP che supera di poco i 20 minuti di durata totale, arrivati nemmeno alla metà ci si chiede quanto ancora manchi, il voto finale non può che essere lontano anche dalla minima sufficienza.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    06 Marzo, 2021
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Uscito originariamente come Demotape a settembre 2020 su Transylvanian Tapes, esce ristampato in CD - come il precedente demo "Call of the Void" - su Godz ov War Productions "Pustulant Spawn", secondo brevissimo lavoro in studio dei death metallers californiani Evulse. Il quintetto di Oakland dimostra nuovamente, ancora una volta in pochissimi minuti, di essere una delle bands più barbariche del sottobosco estremo statunitense. A differenza delle bordate ai limiti del Grindcore dell'esordio - per quanto se ne presentino velleità anche nel dischetto qui in esame -, in "Pustulant Spawn" gli Evulse sembrano trarre ispirazioni dalle malsane sonorità dei primissimi Autopsy e dei loro correnti "figliocci" (Mortiferum, Cryptic Brood, Obliteration, ecc. ecc.); il merito maggiore degli Evulse è però quello di non lanciarsi in un melmoso e violento tout court Death Metal di stampo autopsyano, ma anzi i Nostri dimostrano di possedere un livello di songwriting probabilmente già più elevato rispetto a colleghi con più esperienza (almeno tutti assieme, dato che Colin Tarvin e Clint Roach suonano assieme nei Mortuous da otto anni, n.d.r.); risultato finale è un piccolo gioiellino di demo formato da quattro brani che mantengono altissima l'attenzione del malcapitato ascoltatore. Per gli amanti della vecchia scuola statunitense dedita al marciume sonoro, insomma, un lavoro da avere ed ascoltare a ripetizione, da parte di una band che crediamo ormai pronta al grande salto: il primo full length.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    06 Marzo, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Non sono stato particolarmente morbido in passato con i danesi Baest: i primi due album del quintetto di Aarhus, infatti, presentavano entrambi prove a dir poco scialbe, con il secondo album "Venenum" che riusciva ad essere anche più opaco del debut album "Danse Macabre". Alla prova del terzo album, invece, possiamo tesser buone lodi verso la Death metal band danese: "Necro Sapiens" presenta infatti dei buoni passi in avanti rispetto i precedenti lavori, complice in primis un songwriting che appare finalmente ben ispirato. I Baest restano totalmente devoti ai Bloodbath, questo sia chiaro da subito, ma con lo scorrere della tracklist di questa loro nuova fatica ci si rende conto di come questa volta Olsen e soci siano più consapevoli dei propri mezzi. Non manca dunque quell'approccio tremendamente 'bloodbathiano' che da sempre contraddistingue i Nostri, ma c'è da dire anche che assumono un'importanza maggiore rispetto al passato un groove più accentuato rispetto ai passati lavori ed un uso sapiente di buonissime melodie, che danno una maggior varietà al sound dei Baest. Proprio grazie a queste componenti, ci troviamo tra le mani un album finalmente godibile, in cui possiamo ascoltare ottimi brani come "Abattoir", "Genesis" e la title-track. Col passare dei minuti, poi, appare sempre più evidente che l'esecuzione dei Baest rimanda più agli Vltimas del trio Vincent/Blasphemer/Mounier - non credo sia una bestemmia affermare che in "Necro Sapiens" il cantato di Simon Olsen sembra ricalcare quello di mr. Vincent nel debut album del supergruppo di cui sopra -.
Rispetto al grigiore assoluto, al buio pesto dei primi lavori, i Baest di "Necro Sapiens" appaiono come una band che sembra aver trovato finalmente la quadratura del cerchio, capace finalmente di tirar fuori un album che gode di un songwriting brioso e, finalmente, ispirato. Insomma, finalmente i Baest sono diventati estremamente convincenti; speriamo ora che questa sia la strada intrapresa dal quintetto danese.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    05 Marzo, 2021
Top 10 opinionisti  -  

La Grecia è famosa, per forza di cose potremmo dire, per essere la terra natìa di due veri e propri colossi della scena estrema europea, Rotting Christ e Septicflesh; ma oltre loro, c'è un foltissimo sottobosco pieno di realtà giovani o meno che rendono quella zona del Mediterraneo una delle più prolifiche ed interessanti. Tra queste ultime realtà, i veterani sono senz'ombra di dubbio i Nightfall, band che con svariati problemi sul groppone - cambi di formazione, scioglimenti apparenti, cambi totali di sonorità - è comunque in circolazione dal lontano 1991, segno dell'incessante perseveranza del cantante/bassista e leader Efthimis Karadimas. Pure questa volta Karadimas si ritrova con una line up totalmente riformata - anche perché i Nightfall sono stati assenti negli ultimi otto anni -: alla chitarra è tornato dopo vent'anni il membro originario Michalis Galiatsos, mentre all'altra chitarra ritorna dopo 15 anni l'allora bassista Kostas Kyriakopoulos, ed infine alla batteria è stato reclutato l'ex-Septicflesh ed attuale batterista dei Necromantia Fotis Bernardo.
Anche sul paino musicale ci sono novità in casa Nightfall: il quartetto ateniese è infatti tornando alle origini, suonando di nuovo quello che può essere riassunto come Dark Metal, un mix tra Melodic Black/Death e Gothic/Doom, mettendo definitivamente da parte l'orrida parentesi Gothic Rock del medio periodo (provate voi a non inorridire ascoltando qualcosa da "Diva Futura"!). Il tutto è anche condito da delle atmosfere mistico-oniriche tanto care ai Rotting Christ, ma sostanzialmente le sonorità dei Nightfall in questo loro come back vertono su un Black/Death melodico spesso 'sporcato' da un sound che rimanda alla tradizione Gothic e Gothic/Doom europea (Tiamat, Moonspell, Paradise Lost). Esempi lampanti sono l'opener "Killing Moon" (non contando ovviamente l'intro "She Loved the Twilight"), pezzo feroce dal chorus goticheggiante incredibilmente catchy, e l'altro singolo "Giants of Anger", che insieme alla seguente "Temenos" può facilmente ricordare una versione un po' più Extreme Metal dei Moonspell. Coadiuvati da una produzione decisamente ottima, cosa non nuova trattandosi di un'uscita targata Season of Mist, con questo loro ritorno alle origini i Nightfall sembrano pronti a riaccogliere a braccia aperte i loro vecchi fans, oltre che ad aprirsi ad un'orda di nuovo ascoltatori che potranni rimanere piacevolmente colpiti da un lavoro che sa colpire tanto nei suoi momenti più duri e cupi quanto nelle ariose melodie che danno ampio respiro alle composizioni.
Traendo le conclusioni, "At Night We Prey" è un lavoro altamente convincente, che ricolloca, a nostro avviso, i Nightfall in cima alla lista dell'underground estremo greco. Non ci resta che dire insomma: bentornati Nightfall!

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