A+ A A-

Opinione scritta da Daniele Ogre

2609 risultati - visualizzati 61 - 70 « 1 ... 4 5 6 7 8 9 ... 10 261 »
 
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    27 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 27 Gennaio, 2024
#1 recensione  -  

Attivi ormai da poco più di dieci anni, i francesi Exocrine possono vantare una discografia di tutto rispetto: il qui in esame "Legend" - appena rilasciato da Season of Mist - è infatti il sesto studio album per il quartetto di Bordeaux, band che nel corso della propria carriera è riuscita a trovare una propria dimensione sonora andando a lambire diversi lidi ed unendoli all'interno di composizioni in cui la tecnica non è mai fine a sé stessa: basta vedere la durata dei pezzi che compongono questo full-length, con la sola "By the Light of the Pyre" di un minutaggio più importante. Ma dicevamo poc'anzi che il sound degli Exocrine va a toccare diversi lidi: in quello che propone la band francese, infatti, possiamo trovare i classici patterns Progressive Death di gruppi come Beyond Creation ed Obscura, così come una certa pesantezza Tech-Death à la Hideous Divinity e Gorod ("Life" l'esempio più fulgido), fino passaggi dal sapore Jazz con tanto di sassofono e digressione elettroniche (vedasi la title-track e "Dust in the Naught") come ampiamente fatto dai Rivers of Nihil, o ancora dei cori con voce pulita che riportano alla mente i Cattle Decapitation. Quello che letto così sembra quasi un minestrone senza né capo né coda è invece un disco sicuramente eterogeneo in cui una certa "fluidità di manovra" dell'act transalpino riesce a rendere parecchio interessante. Ogni pezzo si ha la netta sensazione che i Nostri possano cambiare registro improvvisamente da un momento all'altro e ciò porta ad avere sempre una soglia d'attenzione altissima durante l'ascolto. Ma avrete capito che seppure il tasso tecnico sia elevatissimo, non dovete assolutamente aspettarvi un album che abbia un basso in costante primo piano o continue svisate di chitarra - che personalmente alla lunga annoiano anche -, ma anzi un comparto strumentale spesso molto granitico in cui il riff è mutuato principalmente da certo Technical Death, con tanto di sezione ritmica tellurica e brutali blast beat. Pezzi come il trittico di singoli iniziale o ancora le buonissime "The Altar of War" e "Warlock", ci mostrano una band che riesce a stare in perfetto equilibrio tra il Progressive Death di 'obscuriana' memoria ed il technical Death di questi ultimi anni 2000: un sound dunque moderno, ma che sa anche guardare con favore al passato, in un mix che, a nostro avviso, risulta sicuramente vincente. Per quanto ci riguarda, con "Legend" gli Exocrine danno prova di grande, grandissima maturità.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    27 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 27 Gennaio, 2024
#1 recensione  -  

Che i Vitriol fossero tra i gruppi più affamati tra le nuove leve del Death Metal - divenendo poi uno dei nomi più in vista - lo si era già capito dall'esordio (se non si conta un demo del 2013) targato Everlasting Spew Records, l'EP "Pain Will Define Their Death"; da lì il salto ad una realtà titanica come Century Media Records ed il debut album "To Bathe from the Throat of Cowardice", disco ben accolto da critica e pubblico e che ha certificato la bontà dell'operato di Kyle Rasmussen e soci. Oggi, a distanza di cinque anni - intervallati nel 2021 dall'EP "Antichrist" - i Vitriol tornano alla carica con il loro secondo album "Suffer & Become", uscito ancora sotto la potente ala di Century Media. Questo nuovo album mostra sin dai primi istanti come i Nostri non siano rimasti con le mani in mano in questo periodo e come si siano messi di buona lena a sperimentare nuove strade per ampliare lo spettro del loro Death Metal. Basta dare un'occhiata alle vecchie recensioni (non solo nostre) per ricordare come agli esordi i Vitriol fossero letteralmente devoti alle sonorità degli Hate Eternal, un sound che oggi rimane come base da cui i Nostri ampliano i propri orizzonti tramite un livello tecnico cresciuto in maniera esponenziale ed a diverse soluzioni tanto di chitarre quanto della sezione ritmica molto vicine a certo Black Metal brutale ed oltranzista di scuola svedese: prendete la bestiale opening track "Shame and Its Afterbirth" e "The Isolating Lie of Learning Another" come esempi in cui pesante è l'ombra dei Marduk (tanto per fare un nome "a caso"); della prima vi è poi un Playthrough Video in cui si possono apprezzare le doti dei musicisti, con un Kyle Rasmussen decisamente sugli scudi!, mentre la seconda quasi non avrebbe sfigurato in una delle ultime release dei blacksters svedesi. "Suffer & become" è un lavoro estremamente denso in cui, per l'appuntamento, il roboante Death Metal dei Vitriol si unisce spesso a taglienti passaggi dal sapore Blackened ed in cui spesso i quattro ragazzi di Portland "giocano" con algide atmosfere Industrial ("The Flowers of Sadism" o ancor più "Survival's Careening Inertia") - e da qui il rimando agli Anaal Nathrakh, oltre a certe accelerazioni assassine -. Ciò che resta immutato è l'impatto violento dei pezzi, seppur su di uno spettro sonoro più ampio che in passato: l'ossessivo intreccio chitarristico dela coppia Rasmussen/Martinez è spesso semplicemente da urlo ("Nursing from the Mother Wound", "Weaponized Loss", "Flood of Predation"), e nonostante qualche passaggio che richiama il caos dei primi lavori (debut album compreso), possiamo toccare con mano come si sia accresciuto il grado di maturità del quartetto statunitense. "Suffer & become" certifica insomma la crescita e l'evoluzione dei Vitriol verso nuovi lidi pur con le radici saldamente piantate in quel Death Metal à la Hate Eternal degli esordi; una direzione che è ad oggi sicuramente più personale e che necessita nel futuro prossimo giusto di qualche limatina qua e là. Per il resto, dopo un'ennesima ottima uscita come questa, il futuro non potrà che sorridere ai Vitriol.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    26 Gennaio, 2024
#1 recensione  -  

Parliamoci chiaro: per chi ama il Death Metal dai connotati più classici, i norvegesi Blood Red Throne sono un'assoluta garanzia; liberatisi del "peso" Nuclear Blast, i Nostri si sono accasati sotto Soulseller Records per la pubblicazione di "Nonagon", undicesimo studio album per Daniel "Død" Olaisen e soci, disco in cui ritroviamo la familiare ricetta del quintetto nordico fatta di un mix tra tecnica di buonissimo livello, una certa ricercatezza melodica (incipit e refrain di "Ode to the Obscene" ne sono il culmine in quest'opera) ed immancabili passaggi di pura ignoranza fatta di groove spacca collo e chitarroni belli pieni. we a coronare il tutto, la buonissima prestazione dietro il microfono del nuovo cantante Sindre Wathne Johnsen, già perfettamente calato nella sua nuova realtà, tanto da non far rimpiangere Yngve "Bolt" Christiansen ed anzi dando alle linee vocali dei Blood Red Throne, a nostro avviso, una maggiore versatilità. Død si dimostra nuovamente un ottimo songwriter ed un eccellente riffmaker in unione col compagno d'asce Ivan Gujić: come detto, in "Nonagon" - probabilmente un po' più che in passato - c'è un buonissimo gusto per passaggi chitarristici più melodici che danno un più ampio respiro ed una maggiore profondità alle composizioni. Ma per il resto, come detto, troviamo comunque le soluzioni che hanno contraddistinto i Nostri nei loro ultimi lavori tra riffoni 'deicidiani', soli taglienti e break ricchi di un groove di cafonamma assoluta (passatemi il termine napoletano). I tanti fans dei Blood Red Throne avranno con "Nonagon" una buonissima aggiunta alla loro collezione: come detto in apertura la band norvegese è una garanzia assoluta che magari non rilascerà dei capolavori, ma si presente ogni volta con un'uscita solida e pienamente soddisfacente.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Gennaio, 2024
#1 recensione  -  

Dopo essersi fatti notare con tre EP strepitosi tra il 2017 ed il 2019 e dopo una pausa lunga cinque anni, è tempo di primo full-length per gli Engulf, one man band Death Metal statunitense saldamente in mano a Hal Microutsicos; licenziato come i precedenti lavori da Everlasting Spew Records, "The Dying Planet Weeps" segna una nettissima crescita per il progetto americano, segno che il periodo prolungato di silenzio - almeno per quanto c'avesse abituato Hal in passato - è servito non poco all'artista del New Jersey per evolvere la propria creatura in qualcosa di ancor più imponente e letale. Rispetto ai passati EP, infatti, possiamo notare sin da subito che quel Death Metal di matrice Hate Eternal/Morbid Angel è rimasto come base di partenza su cui le sonorità degli Engulf si ramificano verso lidi ancor più tecnici che in passato, tra passaggi brutali quanto dissonanti (Ulcerate/Gorguts), un connubio tecnica-groove che rimanda da un lato ai primi lavori dei Decapitated, dall'altro (e forse anche di più) ai nostrani Hideous Divinity. Già solo l'attacco ed il refrain dell'opener "Withered Suns Collapse" porta subito alla mente l'act capitolino presto di ritorno con un nuovo album, ma questo è solo uno degli elementi che Hal Microutsicos fa propri nelle tracce che compongono "The Dying Planet Weeps"; in quest'album si può notare facilmente come ci sia un'accuratissima attenzione ad ogni minimo dettaglio, con ogni singolo passaggio messo totalmente al servizio dell'economia generale del disco: ogni pesante groove, ogni rasoiata melodica, ogni break ed ogni roccioso riff sono passaggi necessari per addentrarsi nelle vorticose strutture costruite dal polistrumentista statunitense. Ma nonostante questo, è riuscito anche nell'intento di non rendere troppo complicato e cerebrale l'ascolto, che anzi prosegue spedito seppur si tenda a prestare attenzione ai cambi di registro anche nel singolo pezzo ("Bellows from the Aether" e la più marcatamente moderna traccia seguente "The Nefarious Hive" ne sono pratici esempi). Con "The Dying Planet Weeps", insomma, prosegue l'incessante percorso di crescita degli Engulf: chi in passato è rimasto colpito dagli EP con cui questo progetto si è fatto conoscere, avrà decisamente pane per i suoi denti con questa prima opera su lunga distanza il cui ascolto lascia decisamente soddisfatti.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    24 Gennaio, 2024
#1 recensione  -  

Ogni comunicato stampa o promo proveniente da Memento Mori inizia con le parole "In their endless quest to push and support current underground acts that perpetuate the odor of vintage Death Metal..."; già solo da questo si può capire perché l'etichetta spagnola sia una garanzia assoluta per il sottobosco del genere, tesi poi dimostrata dalla sempre buonissima qualità delle proprie release. Ultimi in ordine di uscita - insieme a Dipygus e Mephitic Grave - sono i romeni Necrotum, band che in cinque anni di vita si è fatta le ossa con diverse uscite minori tra demo, EP e singoli, ma anche con tre album l'ultimo dei quali è proprio quello rilasciato da Memento Mori "Defleshed Exhumation", qui in esame e che arriva a soli cinque mesi di distanza dal'autoprodotto "Undead Symbiosis". Per chi non ha avuto modo di ascoltare il trio di Brașov prima, i Nostri sono dei veri e propri cultori di tutto quello che è old school Death Metal unendolo all'interno delle proprie composizioni, che sia la scuola americana (Cannibal Corpse dei primissimi lavori, Incantation, Rottrevore), quella svedese (Grave, Dismember, Carnage) o quella finlandese (Adramelech, Demigod... questi ultimi omaggiati dalla conclusiva cover di "As I Behold I Despise"). E per quanto i rimandi possano essere forti - prendete ad esempio la voce di Filip Garlonta che ricorda quella di Chris Barnes prima che diventasse la brutta parodia di sé stesso -, sia comunque di fronte ad una band con già una forte dose di personalità che riesce a convogliare tutta la propria passione per la vecchia scuola all'interno di composizioni solide in cui sono le corde le protagoniste assolute, con le chitarre di Garlonta e Robert Brezean che si muovono come un'incessante colata lavica e, soprattutto, il basso suonato sempre dallo stesso cantante che pulsa senza sosta trovando anche diversi spunti che invitano ad ascoltare bene i pezzi per carpirne le evoluzioni. Chiariamoci, i Necrotum non inventano assolutamente nulla di nuovo, ma mai per una volta ascoltando i singoli "Warped in Entrails" e "Shattered Flow of Time", o ancora "Incomprehensible Forms", "Dissolved in the Flesh Pits" - l'highlight dell'album a nostro avviso - o "Psychotic Apparitions", si ha la sensazione di ascoltare una band che possa essere definita derivativa. "Defleshed Exhumation" è un lavoro corposo che presenta una produzione sporca il giusto per essere perfetta per il sound dei Necrotum. La band romena dimostra con questo terzo lavoro di avere un certo estro, anche più spiccato rispetto ad altri colleghi con le stesse sonorità. Dal canto nostro, ascolto consigliatissimo.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    24 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 24 Gennaio, 2024
#1 recensione  -  

Ad una manciata di mesi dall'EP "Wet Market" tornano i deathsters criptozoologi Dipygus: con oltre dieci anni di carriera ed una discreta serie di uscite, i californiani tagliano tramite Memento Mori (e Crypt of the Wizard per il formato LP) il traguardo del terzo full-length con questo lavoro omonimo che porta in dote la solita dose di criptidi - che ricordiamo citando dalla vecchia recensione, è un termine usato nella criptozoologia per indicare un animale la cui esistenza è sostenuta da tradizioni e leggende, ma di cui mancano prove scientifiche, come ad esempio il Mostro di Loch Ness, Bigfoot, Yeti e Chupacabra -. Nel breve lavoro uscito la scorsa estate abbiamo potuto vedere all'opera una band che declinava a proprio piacimento quel Death Metal old school della matrice più putrida - Autopsy ed Impetigo su tutti -, un lavoro stilisticamente abbastanza lineare, vuoi anche per la breve durata. In "Dipygus", invece, il quintetto di Santa Cruz riesce ad espandere il proprio range sonoro sorprendendo l'ascoltatore con diverse ramificazioni 'esterne' alle melmose bordate che ci si aspetterebbe nel momento in cui viene premuto il tasto Play. Certo, di quei momenti non ne mancano ("Monrovia, LR 1990" e la seguente "Vipers at the Pony Keg"), ma in questa terza fatica la band californiana espande i propri orizzonti con interessanti divagazioni melodiche e con strutture più complesse che denotano anche un certo tasso tecnico. Ci riferiamo a pezzi come l'opener "Perverse Termination (Bulb of Force)" ed ancor più ad "AquaGenesis" e "Огромный Кальмар (Ross Sea Trawler)", pezzi in cui possiamo trovare tracce di quel vecchio Progressive Death di fine anni '80/inizi '90 (Edge of Sanity, Nocturnus), pur riuscendo a mantenere costantemente quell'impronta 'autopsyana' che li contraddistingue dagli esordi. Se poi cercate un esempio che racchiuda tutto, la perfetta fotografia dei Dipygus è la lunga "Sacral Brain", in cui tutti gli elementi del loro sound si fondono in 11 minuti e mezzo di pezzo che tengono letteralmente incollati. Dopo oltre dieci anni di carriera e con una base già solida i Dipygus hanno ancora voglia di evolversi e sperimentare ("Bug Sounds II", "Rat Lung-Worm"), segno questo che i Nostri non sentono assolutamente il bisogno di sedersi sugli allori. Partendo dunque da questa nuova base, non sappiamo cosa aspettarci in futuro da Clarisa e soci: e ciò, diciamolo, è un bene.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Gennaio, 2024
#1 recensione  -  

Negli ultimi tempi - come più volte ripetuto - è capitato spesso di ascoltare dischi di gruppi nuovi (chi più, chi meno) musicalmente legati a quel Death/Thrash di seconda metà degli 80's e prima metà dei 90's, quello di Pestilence, Death, Cancer e via dicendo. E questo soprattutto da bands provenienti da Stati Uniti e Cile, nazione quest'ultima dove il genere sembra aver preso molto piede, senza però dimenticare l'Italia con i Miscreance ad esempio. Ebbene, sembra che anche nel Nord Europa qualcosa si muova sotto questo punto di vista grazie ai Sovereign, act di Oslo formato da musicisti già esperti del sottobosco norvegese (Nekromantheon, Nocturnal Breed, Dødskvad tra gli altri), che dopo una manciata di singoli, un demo ed un EP, taglia il traguardo del debut album sotto l'egida di Dark Descent Records. E questo "Altered Realities" è, diciamola tutta, un debutto che si fa decisamente notare! Nonostante coordinate stilistiche ampiamente riconoscibili, i Nostri mettono sul piatto una prestazione maiuscola grazie in primis ad un lavoro di songwriting decisamente accurato ed attento; i Sovereign infatti riescono a mantenere quell'aura di grezzume sonoro e brutalità nonostante una certa complessità strutturale dei pezzi, riuscendo alla perfezione a mettere insieme cavalcate da pogo selvaggio e passaggi dal retrogusto Prog che immediatamente portano alla mente nomi altisonanti come Pestilence, Atheist e compagnia. E riescono inoltre a riuscire a mettere in risalto la loro componente più thrashy (Slayer, Dark Angel, Forbidden) soprattutto in sede solista e per alcuni passaggi che invece di spezzare la tensione ne aumentano maggiormente l'impatto - in tal senso "Futile Dreams" ne è l'esempio più lampante -. Protagoniste assolute dell'opera sono senza dubbio le chitarre di Vidar Fineidet e Tommy Jacobsen: ottimamente supportati da una sezione ritmica di precisione chirurgica, i due chitarristi non solo danno sfoggio di una tecnica invidiabile, ma costruiscono una massiccia muraglia sonora a suon di riff granitici e taglienti - a seconda della velocità d'esecuzione del momento -, creando quel vortice sonoro che accompagna alla perfezione le rabbiose urla di Simen Roher Grong (il cui basso tra l'altro è vivo e pulsante per l'intera opera). E se i singoli "Altered Reality" e "Counter Tech" sono un buon modo per iniziare a prendere confidenza con i Sovereign, ascoltando l'intero album si potranno ascoltare tracce che lasceranno quanto mai soddisfatti come la già citata "Futile Dreams", "Synthetic Life" e, soprattutto, il vero highlight dell'album, quella "The Enigma of Intelligence" che è il miglior biglietto da visita la band norvegese potesse presentare. "Altered Realities" è dunque un album il cui ascolto è da parte nostra caldamente consigliato: un debutto che mette in mostra come i Sovereign abbiano intenzioni bellicose per ritagliarsi il proprio spazio all'interno di una scena sì affollata, ma che ora dovrà fare i conti con una band estremamente focalizzata.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio, 2024
#1 recensione  -  

Paul Speckmann è un po' come quegli zii che non vedi tanto spesso, ma di quando in quando lo reincontri e ci passi del buon tempo. La similitudine calza a pennello con il cantante/bassista americano da qualche tempo trasferitosi in Cechia ed ai suoi Master: con due nuovi compagni di viaggio - il chitarrista Alex "93" Nejezchleba ed il batterista Peter Bajci - Paul torna dopo ben sei anni dal buonissimo "Vindictive Miscreant" con quello che il quindicesimo studio album dei suoi Master, "Saints Dispelled", licenziato da Hammerheart Records. Per chi li ascolta da tempo, i Master sono la più classica comfort zone: si sa già cosa Speckmann e soci ci faranno sentire, continuando imperterriti per la propria strada senza mutare di una virgola quelle soluzioni che hanno reso questa band un nome quasi leggendario nel genere, riuscendo però in ogni caso a non ripetersi ed autocitarsi. Ogni disco dei Master è insomma un capitolo a sé, pur restando i Nostri saldamente ancorati a quel Death/Thrash di fine anni '80/inizi '90, con quel sapore vintage che viene però accompagnato da una produzione sempre al passo coi tempi senza risultare mai artificiosa. Come gli altri lavori dei Master, anche "Saints Dispelled" è passione viscerale pura, un disco sanguigno che si ascolta con piacere da cima a fondo con stampato in faccia un sorriso compiaciuto dovuto alle ritmiche thrashose onnipresenti nell'operato della band ceco-americana; pezzi come i singoli "Walk in the Footsteps of Doom" e "Minds Under Pression", così come - le citiamo veramente a caso perché è impossibile preferire un pezzo rispetto agli altri - "Find Your Life", l'opener "Destruction in June", "The Wiseman" e la bonus track "Nomads" hanno quell'atmosfera familiare per chi conosce la creatura del barbuto artista, quell'immarcescibile mix Death/Slayer/Venom che non mancherà di accontentare la nutrita schiera di fans dei Nostri tra groove spacca collo ed accelerazioni da moshpit selvaggio. Manco a dirlo, i Master mettono a segno l'ennesimo centro: Speckmann e (nuovi) soci come al solito non deludono le aspettative tirando fuori un lavoro che soddisfa in ogni singolo secondo d'ascolto, portando in dote ai Nostri nuovi pezzi che sapranno diventare degli anthem in sede live.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Gennaio, 2024
#1 recensione  -  

Inizia decisamente col botto il 2024 di Transcending Obscurity Records, che per la prima release della nuova annata è andata a pescare una novità assoluta nel ribollente sottobosco estremo portoghese: parliamo di "Facilis Descensus Averno", album di debutto (e prima release in assoluto) dei Saevus Finis, trio formatosi nel 2019 e che fino ad oggi è rimasto nell'ombra, salvo poi presentarsi con un debuto decisamente di tutto rispetto. Sul piano prettamente musicale, siamo nei lidi di quel Blackened Death sperimentale ed avanguardistico che, come scopriremo sin dall'opener "Scourge of Humanity", trae le proprie ispirazioni da quelli che potremmo definire i "soliti nomi" in quest'ambito: Ulcerate, Portal, Gorguts (ma anche Artificial Brain e Ad Nauseam) da un lato, Immolation, Incantation, Morbid Angel, Dead Congregation dall'altro. Si potrebbe essere portati a pensare dunque che l'operato della band lusitana in questo loro debutto non sia poi chissà quale novità: da un lato, potreste avere anche ragione - non possiamo metterlo in dubbio -, ma per quanto il sound dei Saevus Finis ricordi quello delle bands succitate, i Nostri compensano il tutto con una fortissima dose di personalità che traspare sin dai primi istanti dell'album. Non c'è insomma alcun timore reverenziale da parte dell'act portoghese, che anzi mette sul piatto una quarantina di minuti estremamente solidi, in cui una sezione ritmica esplosiva (magistrale il drumming di MCMXII) stende un tappeto rosso sangue sotto l'incredibile lavoro alle chitarre del cantante Mortvorvm: tra riff pesanti come macigni e taglienti divagazioni melodiche - che donano all'opera un più ampio respiro -, il cantante/chitarrista guida i Saevus Finis tra le stranianti dissonanze che imperversano per tutta l'opera. I notevoli e repentini cambi di registro potrebbero ad un primo ascolto sembrare stranianti, ma col passare degli ascolti di "Facilis Descensus Averno" ci si rende conto con quale fluidità e maestria i Nostri riescano a muoversi all'interno di trame decisamente intricate. Altro merito da ascrivere alla band portoghese è quello di risultare concisi: i Saevus Finis non si lasciano andare ad inutili tecnicismi, mantenendo la durata media dei loro pezzi nella norma, cosa che aiuta non poco nell'ascoltare questo loro debutto tutto d'un fiato - senza contare una produzione pressoché perfetta per il genere -. C'è la possibilità che con "Facilis Descensus Averno" ci si possa trovare per le mani un debut album che potrà essere ricordato a lungo: tutto dipenderà da come si evolverà la carriera dei Saevus Finis, ma dopo un debutto così strabordante, non ci stupiremmo in futuro di vederli accostati ai grandi nomi di questo particolare genere.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Gennaio, 2024
#1 recensione  -  

Come ogni anno di questi periodi, oltre alle nuove uscite ci ritroviamo a recuperare qualche disco lasciato per strada durante l'anno appena concluso. Tra questi, c'è il demo d'esordio degli Unholy Redeemer, band che si divideva tra Australia e Danimarca - almeno all'uscita la scorsa estate di questo "A Fever to Dethrone All Kings". Fanno parte della truppa infatti l'ex-Undergang Jens Pedersen alla voce, l'ex-Crucifire Steven Hall alle chitarre, mentre l'intera sessione ritmica è ad appannaggio di Jarro Raphael (Nocturnal Graves, Coffin Lust, ex-Deströyer 666); a loro si è in seguito unito, come bassista, il finlandese Tommi Grönqvist (Desecresy). Uscito autoprodotto in digitale per poi essere stampato su cassetta da Extremely Rotten Production e su CD da Sphere Of Apparition Records, "A Fever to Dethrone All Kings" è un concentrato di Death Metal della vecchia scuola maligno e sulfureo: un breve lavoro di poco meno d'un quarto d'ora dall'incedere spietato; i Nostri sembrano prediligere sin da subito mid/up-tempo ricchi di groove, con chitarre taglienti ed un drumming di precisione chirurgica... peccato solo per il basso relegato ad un ruolo decisamente secondario (o a dirla tutta, si sente appena). Sul piano prettamente stilistico, abbiamo per le mani un lavoro pregno delle lisergiche sonorità di Incantation e Morbid Angel del medio periodo, unite a quel sound sulfureo e malevolo "sporcato" di Goregrind degli Undergang, con il cavernoso e gretto growl di Jens Pedersen protagonista assoluto sul pesante tappeto sonoro creato da Hull e Raphael. Data comunque la natura dell'opera, questo primo ruggito degli Unholy Redeemer è indicato principalmente ai collezionisti incalliti di Death Metal underground, ma è comunque in ogni caso un debutto di cui tenere conto, vuoi per la tanta esperienza dei musicisti coinvolti, vuoi perché è il buonissimo biglietto da visita di un progetto che potrebbe nel prossimo futuro togliersi diverse soddisfazioni. Insomma: segnatevi questo nome!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
2609 risultati - visualizzati 61 - 70 « 1 ... 4 5 6 7 8 9 ... 10 261 »
Powered by JReviews

releases

Fatal Fire, un debut album con i controfiocchi
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Benighted: tradizione e modernità, violenza cruda e groove
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
 Achelous, nuovo album e nuove emozioni per un lavoro epico
Valutazione Autore
 
5.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Gli indiani About Us non hanno paura di osare e pubblicano un lavoro di qualità
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Autoproduzioni

Razor Attack, ci vuole di meglio
Valutazione Autore
 
2.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Dialith, un breve EP che conferma le qualità del gruppo
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Ancient Trail, un disco che merita attenzione
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Scarefield: orrorifici!
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Dyspläcer, un debut album che fa intravedere del talento
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Blood Opera: grande incompiuta
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Consigli Per Gli Acquisti

  1. TOOL
  2. Dalle Recensioni
  3. Cuffie
  4. Libri
  5. Amazon Music Unlimited

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla