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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    24 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Mag, 2021
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Giungono al loro album di debutto, "Black Abomination Spawn", i tedeschi Omegavortex licenziati da Invictus Productions. La band, attiva dal 2007 al 2017 sotto il moniker Ambevilence e con alle spalle alcuni demo ed EP, riesce finalmente a partorire il primo full-length con una proposta che, a dispetto di quanto si possa pensare, si differenzia nettamente da moltissime altre realtà. Fatto, questo, che rende gli Omegavortex tra i gruppi più interessanti degli ultimi anni.
Sulla carta l'act tedesco si presenta con un black/death feroce e distruttivo. Ma andando poi a spulciare più in profondità il disco, ci si rende subito conto di quanto la musica dei Nostri sia totalmente immune da etichette e compromessi. Un continuo oscillare di influenze, sonorità ed atmosfere da uscirne pazzi. Eppure in questo grandissimo calderone non si perde MAI il filo conduttore. Complice due fattori essenziali. Il primo: tutte le tracce sono unite quasi a costituire un'unica suite di 45 minuti che vi farà affogare in un baratro di furia omicida da cui non ne uscirete vivi. Il secondo: un songwriting deciso, frenetico ma chirurgicamente preciso e puntato verso un'unica direzione. L'impostazione del death classico alla Morbid Angel lascia spazio a sonorità apocalittiche e malate che ritroviamo in band quali Ulcerate, Altarage o nei malatissimi Portal, passando poi per quella vena black/grind alla Anaal Natrhrakh. Nel momento esatto in cui si schiaccia il tasto "play" si viene proiettati all'interno di un caotico vortice nel quale gli Omegavortex massacrano e torturano l'ascoltatore. Eppure in questo gorgo oscuro la band non scade mai nel caos più totale, come potrebbe sembrare ad un primo distratto ascolto. Il quartetto si mantiene sempre un passo indietro, rendendo quindi "Black Abomination Spawn" un colossale album tirato al limite ma mai fine a se stesso. Ad accompagnare la band in questo viaggio infernale, poi, subentrano le urla malatissime di R che emergono dal sottosuolo come un'eco lontana e il cui riverbero penetra nella mente uccidendo dall'interno.
Un disco veramente difficilissimo da inquadrare, forte della maestria dei grandi del passato come i già citati Morbid Angel o Possessed, ma allo stesso tempo inquadrato -scusate il gioco di parole- verso un solo obiettivo: annichilire qualunque cosa gli si pari davanti. Ecco, questo è il classico caso in cui si è usciti dagli schemi restando comunque con i piedi per terra, a testimonianza di come gli Omegavortex siano perfettamente in grado di muoversi in territori quasi del tutto inesplorati o comunque poco trattati. Se questo è solo l'inizio non oso immaginare cosa possa uscirne fuori in futuro. Per quello che vale, si tratta di uno dei migliori album del 2020. Complimentissimi!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    19 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 19 Mag, 2021
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pMai avrei pensato di sentir parlare di "deathgaze": termine che mi è giunto per la prima volta quando mi sono approcciato agli americani Kardashev. Di cosa si tratta, vi starete domandando? Per farla molto semplice: immaginate la versione deathcore degli Alcest. Quindi, sonorità molto vicine al black atmosferico/shoegaze ma con una ben percepibile base deathcore e atmospheric, intervallata da sezioni in clean vocals che danno maggiormente quella sensazione eterea ed evanescente. Ecco, la proposta del quartetto americano è esattamente questa. Uno stile che già si avvertiva nel disco di debutto del 2015 "Peripety" ma che era ancora acerbo e spigoloso all'epoca. Ma è con questo EP del 2020 - ristampato da Metal Blade quest'anno - "The Baring of Shadows" che i Nostri si affacciano verso un nuovo modo di intendere il deathcore e la musica atmosferica. Non è un caso quindi che l'act americano sia stato notato dalla Metal Blade Records che licenzierà il prossimo full-length in uscita il prossimo 2022.
Quattro sono le tracce dell'EP (otto contando le versioni strumentali di questa edizione), una più bella dell'altra. E se non fosse per alcune inconfondibili sezioni ritmiche e per la classica alternanza scream/growl, potrei tranquillamente dire che ci troviamo di fronte ad un mix spettacolare di death/gothic doom alla Paradise Lost, atmospheric black alla Mare Cognitum e un pizzico di progressive/djent alla TesseracT. In questo grande calderone, infine, si fa spazio la voce di Mark Garrett che, come dicevamo, riesce ad inserirsi alla perfezione andando a contrastare con l'eleganza e la raffinatezza della musica. Ma ecco che subentrano le sezioni in clean vocals, e tutto acquista un valore aggiunto che fa venire la pelle d'oca. L'EP è, senza troppi giri di parole, commovente, unico, originale e magnifico. Da qui il termine "deathgaze" che a conti fatti si rivela essere più che azzeccato per la musica dei Kardashev. Posto che le etichette, almeno per chi vi scrive, spesso siano fin troppo riduttive, è altresì vero che questa definizione calzi a pennello perché dà perfettamente idea della dimensione nuova che la band sta lentamente creando. Mi aspetto grandissime cose; e se questo è solo l'inizio, beh, credo proprio che ci troviamo di fronte ad una piccola ma grande rivoluzione musicale. Complimenti!

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2.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    19 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 19 Mag, 2021
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La proposta degli svizzeri Morrigu ha subìto diversi cambi e stravolgimenti nel corso degli anni: dal death/doom iniziale di "Forgotten Embrace" del 2003, al melodic death/metalcore di questo "In Turbulence", quarta fatica dei Nostri che giunge dopo una pausa di ben sette anni. Un lungo arco temporale nel quale l'act svizzero ha reclutato un nuovo batterista, Marc Kunfermann, ed un nuovo cantante, Bruno Mathis. Uno stravolgimento non di poco conto se si pensa che ora i Morrigu sono in cinque e non più in quattro. Ma, al di là di questo, il disco com'è? Beh, come avrete già intuito dal titolo, la band ha confezionato sì un prodotto valido e ricco di sfaccettature, ma, ahimè, da un punto di vista di attenzione questo quarto album lascia un po' a desiderare. Soprattutto perché non si riesce bene a capire dove i Nostri vogliano andare a parare. Praticamente siamo a metà tra un melodic/symphonic death con all'interno qualche mid tempo metalcore ed un forte richiamo alle prime sonorità doom. Il che potrebbe sembrare una proposta più che interessante. In linea di massima è così, tuttavia l'intero disco sembra non volersi mai impennare. Rispetto al precedente album del 2014 infatti, i Morrigu hanno deciso di fare un passo indietro, una sorta di back to origins che, al contrario di quanto si potrebbe immaginare, si è trattata di una mossa che ha smorzato l'intera proposta del quintetto. Se prima l'evoluzione stilistica aveva comunque portato ad un più che gradito livello di attenzione, ora l'effetto è l'opposto. E badate bene, chi vi scrive è fermamente convinto che l'album di debutto sia il migliore. Il problema sopraggiunge quando durante l'ascolto di "In Turbulence" si avverte una fastidiosa sensazione di monotonia, come se le tracce fossero lente ma nel senso di "piatte" e mai effettivamente pronte ad esplodere. Ok, la componente doom e vagamente gotica che potrebbe ricordare i mostri sacri Paradise Lost e My Dying Bride. Ma da qui a scadere nel "tutto risulta uguale e poco originale" è un attimo. Di influenze ce ne sono, questo è vero. Ma tutto resta lì, confinato all'interno di un lavoro fine a se stesso che, a conti fatti, risulta un esperimento poco riuscito di back-to-origins mantenendo però l'approccio odierno. Come si suol dire: né carne, né pesce.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    11 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 11 Mag, 2021
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Quando si parla di black/thrash metal viene quasi automatico pensare ai grandi nomi dell'old school quali Nifelheim, Aura Noir, Destroyer 666, Sodom, Sarcofago e via dicendo. Come è normale che sia, dunque, essi rappresentano delle stelle polari del genere, di quelle sonorità ferine che mischiano la potenza distruttiva del thrash degli albori con la malignità del black metal. E poi c'è chi, pur non disdegnando dei chiari riferimenti ai sopracitati gruppi, prova a dare alla sua proposta quella vena di originalità o comunque uno stampo personale. Ed è questo il caso dei Transilvania, quartetto proveniente da Innsbruck, Austria, giunto al suo secondo parto con il qui presente "Of Sleep and Death" licenziato dalla Invictus Productions.
Un black/thrash, dicevamo, che è sì votato ad un certo modo di intendere il metal, ossia quello vecchio stampo, ma che, dall'altro lato, cerca comunque di dire la sua all'interno di pattern e stilemi ben riconoscibili. La proposta dell'act austriaco è quindi interessante e per certi aspetti ragionata. Non ci troviamo di fronte alla pura e semplice violenza ferina alla Nifelheim o alle sane bordate dei primi Sodom. O meglio, non solo. La peculiarità dei Transilvania è quella di imbastire un disco dal quale emerge anche un inconfondibile sapore Dissection. Il risultato sono otto tracce che sprizzano malvagità da tutti i pori ma che mantengono quello stampo melodico e glaciale che rende l'album più rotondo e meno spigoloso. Già dalla primissima "Opus Morbi" si intuisce immediatamente questa impostazione, ma anche dalla durata dei brani. Quasi 50 minuti ed una media di 5 minuti a pezzo, il che lascia intendere come i Transilvania non vogliano solo picchiare a dovere con delle bombe brevi ma intense. Tutt'altro: le chitarre ben più di una volta si lasciano andare sorrette comunque da una sezione ritmica che ci riporta sempre nei territori black/thrash. Praticamente in tutto "Of Sleep and Death" si avverte questa continua tendenza dei Nostri a volersi scostare da determinati stilemi pur guardando sempre a loro. Il che da una parte è certamente un fattore positivo, poiché il rimando ai Dissection e vagamente - ma veramente ogni tanto - agli Emperor permette agli austriaci di uscire da dei corridoi compositivi piuttosto stretti. Dall'altra, tuttavia, è innegabile come la band sia comunque indissolubilmente legata alla alla vecchia scuola black/thrash. Perciò, almeno a detta di chi vi scrive, ancora non si può parlare di uno stile completamente personale, seppur le premesse ci siano tutte. In generale ci sentiamo di consigliare ad occhi chiusi questa seconda prova dei Transilvania che incontrerà sicuramente diversi pareri positivi, soprattutto dagli estimatori di un certo modo di intendere il black.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    11 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 11 Mag, 2021
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Dei danesi Sylvatica si persero completamente le tracce nel 2014, anno in cui arrivò in redazione l'album di debutto "Evil Seeds", definito all'epoca "un mancato capolavoro". Chi vi scrive non può che concordare con quanto scritto all'epoca, in quanto il trio, seppur presentandosi con una proposta innovativa ed originale, dall'altra parte peccava di una produzione non all'altezza e di uno stile in generale ancora troppo acerbo. Da allora non si seppe più nulla, fino al 2021, anno nei quali l'ex trio, ormai diventato quartetto, torna in carreggiata licenziato da Satanath Records e Pest Records con il qui presente "Ashes and Snow". Un disco che porta con sé diverse novità. In primo luogo una nuova line-up, con l'aggiunta di una seconda ascia, Christian Christiansen, ed un nuovo batterista, Jacques Brandt. In secondo luogo uno stile ed un sound completamente rinnovati, a cominciare da una - finalmente - produzione ottima degna di questo nome. Premesse più che positive che non potevano non sfociare in un album veramente imponente e sontuoso nel quale l'act canadese ha saputo unire la bellezza ed eleganza cristalline del melodeath nordeuropeo con la magnificenza e fierezza del folk metal. Il risultato sono sette tracce maestose e auliche che prendono a piene mani da Wintersun ed Ensiferum, passando per la potenza degli Amon Amarth fino a toccare le vette sinfoniche dei Children Of Bodom. L'andamento del disco è battagliero ed incalzante, sorretto però da un'elegante melodia che crea un bellissimo ossimoro. Non c'è da meravigliarsi, dunque, se ciascun brano riesca a prendere una propria direzione pur mantenendo il contatto con il focus del disco. Ed è proprio questa la rinnovata forza dei Sylvatica: l'aver fatto sbocciare quanto di buono già si sentiva nel 2014 per poi imbroccare la loro strada con originalità ed innovazione. "Ashes and Snow" è un album che si lascia amare minuto dopo minuto, ricco di sfaccettature che guardano molto alla Finlandia e a quel tipo di melodeath, ma non disdegnando l'approccio più duro della vicina Svezia. Muovendosi in continuazione tra i due poli la band danese è riuscita finalmente a dare sfoggio di tutto il suo potenziale, seppur c'è da ravvisare un leggero senso di prolissità a causa della durata impegnativa di ciascun brano.
In generale possiamo tranquillamente affermare che "Ashes and Snow" sia il nuovo biglietto da visita dei rinnovati Sylvatica e, si spera, l'inizio di una nuova fase compositiva. Consigliatissimo!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    10 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Mag, 2021
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Degli inglesi Osiah ci occupammo già nel 2019 con il loro secondo full-length "Kingdom of Lies". Un disco che, sotto la sempre garanzia Unique Leader Records, ci presentò una delle realtà più interessanti e valide del panorama deathcore europeo. Con solo nove anni di attività, dunque, i Nostri si sono guadagnati un posto d'onore nel roster dei continuatori di un certo tipo di deathcore: quello che affonda le radici nell'esperienza di Thy Art Is Murder, primi Whitechapel e Carnifex soprattutto. Eppure il quintetto è riuscito a ritagliarsi uno spazio tutto suo all'interno di questo stile, portando quindi a compimento un sound ed un modus operandi molto personali e ben riconoscibili. Il secondo album, per l'appunto, ne fu l'esempio. Tuttavia è con il qui presente "Loss" che gli Osiah toccano il loro punto massimo. Senza troppi giri di parole, questo terzo album della band inglese è un capolavoro di ineguagliabile ferocia che finisce dritto dritto tra le migliori uscite deathcore dell'anno.
Un disco che sa di Osiah al 100% ma con quella sferzata energica in più. Tutto ciò che nel precedente album era rimasto in potenza, adesso è sfociato in atto. I Nostri non ci pensano minimamente a dare un solo secondo di tregua all'ascoltatore. In circa 50 minuti la band mette a frutto questi due anni presentandoci il loro deathcore definitivo. Potente, caustico, feroce e reso ancor più macabro da quella velata ma ben percepibile vena downtempo che ricorda da vicino gli olandesi Distant, come ben si sente nell'omonima traccia. Il tutto non poteva non sfociare in un album colossale da inizio a fine, sorretto da un songwriting massiccio ed impenetrabile come un muro di cemento. Forte anche di qualche cannonata slam death, "Loss" si destreggia a meraviglia tra pezzi più martellanti ("Paracusia") ed altri più folli e frenetici ("The Second Law" e la malata e disturbante "Terracide Compulsion" sono un massacro fatto musica). A tenere, poi, le redini c'è la sempre garanzia Ricky Lee Roper, che in questa prova si cimenta nella sua migliore performance canora: vicinissimo al cantato di Grimo dei tedeschi Cytotoxin e al vocalist deathcore per eccellenza, ossia Phil Bozeman dei Whitechapel. Il risultato non poteva che essere da inchino, soprattutto perché la voce di Ricky non risulta malata o disturbante, ma al contrario molto vicina al brutal death: growl cavernoso ma non strozzato o simil-pig squeal. Infine, menzione d'onore per il comparto ritmico affidato alle pelli di Noah Plant. Preciso come un chirurgo e feroce come un assassino, il ragazzo dispensa bordate a più non posso, destreggiandosi a meraviglia tra sezioni molto più lente e cadenzate concitate e velocissime in cui fa esplodere il rullante con un blast beat ai limiti dell'umano. Per chi ha l'orecchio allenato si possono scorgere dei rimandi al drumming impossibile di Aaron Kitcher degli Infant Annihilator: ultra tecnico ed in grado di arrivare a velocità impossibili con il doppio pedale.
Tirando le somme, possiamo tranquillamente riaffermare quanto già detto all'inizio. "Loss" è il capolavoro massimo degli inglesi Osiah, ed il disco che porta i Nostri direttamente sull'Olimpo delle migliori band deathcore degli ultimi anni. Se cercate qualcosa che non sia la solita minestra riscaldata e che sia degna erede dei padri del genere, allora siete capitati nell'album giusto. Ad occhi chiusi uno dei migliori lavori del 2021. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    06 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Mag, 2021
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Era da un po' che in redazione non arrivavano dischi death/thrash degni di questo nome, soprattutto perché il 90% delle volte si tratta di album che propongono pattern più che risentiti. Il classicissimo copia/incolla, molto frequente in questo genere. Fortunatamente c'è chi riesce ancora a dare quella marcata vena personale ad una musica che certamente non fa dell'originalità il suo forte. Tradotto: il death/thrash è un genere bello perché senza pretese e ti prende a calci in faccia senza troppi giri di parole, o di note, per meglio dire. Vedasi, ad esempio, i pionieri Demolition Hammer che maciulla(va)no senza pietà con i loro riff selvaggi.
E poi ci sono gli statunitensi Obsolete che sbucano dal nulla con il loro debutto, il qui presente "Animate//Isolate", e ti fanno completamente ricredere sulla questione. Dopo un solo ascolto, alla domanda "Ma è possibile essere innovativi ed originali anche suonando death/thrash?", si risponderà con un grandissimo "Sì". L'album è, come avrete letto dal titolo, un connubio incredibile tra le sonorità old school e l'avanguardia che si ritrova in band come Death, Cynic e Sadus, tanto per citare qualche nome "sconosciuto". Il risultato è quindi stratosferico. E il fatto di aver citato prima i Demolition Hammer non è un caso, perché fungono da metro di giudizio. Mi spiego. Se questi ultimi sono il classicismo - e sempre ben gradito - cazzottone sulla faccia, gli Obsolete rappresentano quella frangia del death/thrash più ragionata, ricca e studiata. Pur mantenendo la violenza e l'aggressività grazie ad un riffing sempre frenetico ed incalzante, il disco è tuttavia pieno di innesti e sonorità progressive e technical che rendono "Animate//Isolate" variegato e interessante. Bastano poche note dell'iniziale "Still" per capire di cosa stia parlando. Un attacco caustico e velocissimo molto vicino allo stile dei Vektor accompagnato da un drumming essenziale ma sempre azzeccato. Un antipasto che serve a far scaldare i motori prima della vera e propria impennata qualitativa. Tracce come "The Slough" o la seguente "Old Horizon" sono la vera essenza dell'act statunitense nelle quali è possibile toccare con mano l'originalità dei nostri. Cambi di tempo e chitarre che si lasciano andare a briglia sciolta in giri progressive pur mantenendo una direzione sempre fissa. Se non fosse per la voce di Lucas Scott che ci riporta nei territori del thrash più rozzo e primitivo e per quella nota "acida" nelle chitarre, potrei tranquillamente dire che stiamo ascoltando un disco prog death. Ed è qui il vero punto di forza di questo album di debutto: la capacità di spiazzare e lasciare sempre stupiti. Non sai mai cosa aspettarti da ogni pezzo, se un approccio più diretto e old school o magari uno più ragionato ed eterogeneo. Il tutto, dicevamo, sempre e comunque sorretto da un filo conduttore che impedisce alle tracce di andare dove vogliono loro facendo perdere il focus del disco.
In sintesi: gli Obsolete sono la prova di come l'attitudine possa fare la differenza tra un lavoro mediocre e standard ed uno originale ed eseguito a regola d'arte. Si può essere innovativi anche in quei generi meno predisposti ad essere originali. Disco super consigliato e una delle band rivelazione dell'anno!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    05 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 05 Mag, 2021
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Dopo l'ascolto di questo "The Last Extinction", quinta prova dei canadesi [Evertrapped], non mi è rimasto altro che un enorme dubbio in testa. A parte lo sbadiglio dopo un'ora di durata, la domanda principale è: ma dove vogliono andare a parare? Alla fine dei conti, questo album, cos'è? Qual è l'anima del lavoro in questione? Un quesito che, come avrete ben immaginato, fa capire quanto i Nostri abbiano portato a termine un disco che non porta in nessuna direzione, pieno zeppo di idee ma che alla fine si concretizzano nel puro e semplice nulla.
A cominciare dalla già citata durata: nove tracce per una lunghissima ora in cui l'act canadese sciorina una fin troppa fantasia e prolissità nella sua proposta musicale. I brani sono lunghi, fin troppo lunghi. Ma soprattutto: che genere è? Mi spiego, tanto per evitare di essere frainteso. Ben vengano le sperimentazioni, così come il cercare di uscire dalle etichette e tentare di crearsi una propria strada. Ma tra questo nobile intento è il buttarla in caciara il passo è breve. Brevissimo. Tecnicamente ci siamo anche e qualche bell'idea di fondo c'è. Ma ciascun brano sembra preso da un album diverso: un mix, a volte pietoso, tra melodic death, deathcore, technical death, progressive... un calderone enorme nel quale sembra sia stato gettato tutto alla rinfusa nel tentativo di ottenere un qualcosa di buono. Ma, ahimè, le cose sono ben lungi dall'essere rosee. "The Last Extinction" è un album confusionario, che infastidisce e che non vedi l'ora arrivi alla fine. Come dicevo all'inizio: senza una direzione. A livello di produzione ci siamo: tutto fila liscio e senza sbavature. Così come il già citato livello tecnico che spesso sfocia nel melodeath dei The Black Dahlia Murder. Ciò che non funziona sono le idee alla base dell'album. Per fare un paragone: sembra il quaderno o il foglio sul quale scarabocchiare di tutto e di più o nel quale buttare dentro tutti gli spunti che vengono in mente. Ecco, la sensazione è esattamente la stessa: confusione più totale e soprattutto album anonimo, senza anima. Dispiace dover bocciare una band che, tutto sommato, ha delle buone frecce nella faretra. Il mio consiglio è snellire pesantemente la proposta e rivedere effettivamente cosa si vuole suonare e soprattutto come lo si vuol fare. Altrimenti resterà solamente un caotico nulla.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    03 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 03 Mag, 2021
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Se vi dico "metal + Egitto", sono sicuro che il 99,9% penserete immediatamente ai celeberrimi Nile ed al loro disumano death metal tutto incentrato sull'Antico Egitto ed i miti ad esso legati. Eppure, nel sottobosco delle tantissime realtà underground, è possibile trovare altri gruppi che trattano il tema in questione in maniera del tutto personale peraltro. Questo è il caso degli Osiris, una delle pochissime band egiziane che propone un symphonic/melodic black metal veramente d'impatto e particolarissimo tutto incentrato - ovviamente direi - sull'Antico Egitto. I Nostri, dopo una demo nel '97 e alcuni singoli, giungono al 2021 con il qui presente "Meanders a Soul​.​.​.", album di debutto del duo licenziato da Satanath Records.
Che dire, a parte l'enorme stupore per aver messo mano per la prima volta ad una band egiziana? Semplicemente un grandissimo applauso ai nostri! Questo "Meanders a Soul​.​.​." è una vera e propria rivelazione nella quale il black metal prende il via per poi dirigersi su dei lidi che mai avrei pensato di ascoltare. Elegante, sontuoso ma per nulla stucchevole, ricco di sfumature e di innesti provenienti dal metal sinfonico. E, soprattutto, per nulla maligno. Mi spiego. Durante tutto l'ascolto la musica degli Osiris tende ad essere sì aggressiva, ma mai incentrata sull'incutere quel senso di glaciale furia tipica del black primordiale. La loro è una proposta rotonda, morbida, quasi commovente. A tratti potrebbe ricordare gli Harakiri For The Sky o addirittura qualche passaggio alla Alcest. Il tutto imbastito su una struttura che da vicino ricorda molto il black metal bruciante e fiero degli inglesi Winterfylleth, con la differenza che gli Osiris spingono molto di più sulla sezione melodica grazie anche a diversi ospiti che si cimentano in cantati in clean vocals veramente godibili. Sinceramente pensavo, a primo impatto, che i nostri proponessero delle sonorità che si rifacessero molto all'Egitto. Eppure così non è, il che rende questa opera ancora più originale e stratificata. L'intro infatti potrebbe trarre in inganno, ma già da "Of Hate, Passion and Eternity" si capisce subito che il duo egiziano cerca sempre e comunque di rifarsi ad un certo modo di intendere il black metal aggiungendo un tocco personalissimo alla sua proposta. Unico difetto è forse un sound tendenzialmente ovattato che potrebbe dare il senso di piatto al tutto, ma presumo sia una scelta dei Nostri.
In generale "Meanders a Soul​.​.​." è un album imponente che mostra una band validissima al suo primo debutto. Soprattutto, riesce ad ammaliare, a commuovere e a far venire la pelle d'oca in alcuni punti, risultando di fatto un'opera ricca di pathos e di sentimento. Due caratteristiche che rendono gli Osiris tra le band più interessanti di quest'anno.

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3.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    30 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 30 Aprile, 2021
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Chi si aspettava dal settimo album dei colossi francesi Gojira, il qui presente "Fortitude", un disco degno dei fasti di "The Way of All Flesh" o di "From Mars to Sirius", allora storcerà in parte il naso di fronte alla nuova prova della band d'Oltralpe. Ma è altresì ovvio che sarebbe presuntuoso e intellettualmente disonesto fare un paragone con il passato del quartetto: che piaccia o meno i Gojira hanno fatto dell'evoluzione e della sperimentazione i loro cavalli di battaglia e a modo loro non hanno mai sbagliato un colpo, almeno fino a "Magma" del 2016. Quest'ultimo è stato, almeno per chi vi scrive, l'unico vero grande flop della band, dettato da un azzardo fin troppo azzardato (scusate il gioco di parole). Un disco che ci presentò i fratelli Duplantier reduci dalla perdita della madre e di conseguenza con sonorità più introverse ma allo stesso tempo senza né capo né coda. Viene da sé, quindi, che questo "Fortitude" ha l'ingrato compito di riscattare i Nostri dall'inciampo di cinque anni fa. Un'impresa assai ardua che, vi anticipiamo, è stata in buona parte soddisfatta. Nel bene e nel male la nuova opera dei Gojira si presenta come una faretra carica di buone frecce ed altre meno. Già dai primi singoli estratti pubblicati si capiva che il quartetto avesse guardato in avanti non disdegnando tuttavia qualche ritorno agli antichi fasti. Ne sono un esempio l'opener "Born for One Thing" o la successiva "Amazonia". Quest'ultimo è probabilmente il brano più riuscito del disco, la "Roots Bloody Roots" dei giorni nostri, con quell'andamento tribale e le ritmiche molto cadenzate. Il tutto accompagnato da un Joe alla voce sempre sul pezzo. Nonostante il vocalist abbia di molto ammorbidito il suo cantato con delle sezioni in clean predominanti, è altresì vero che il suo growl resta sempre affascinante ed inconfondibile. Non c'è da meravigliarsi, quindi, se durante l'ascolto si ravvisi più volte quel sentore di back-to-origins. Non è affatto un azzardo dire che "Fortitude" abbia dei rimandi a "From Mars To Sirius" o a "The Way of All Flesh". Chiaramente, come dicevamo all'inizio" sarebbe altrettanto sciocco pretendere un completo ritorno alla vecchia gloria, ma è comunque evidente l'intento della band di riprendere quel mood etereo e liquido che tanto ci ha fatto innamorare del gruppo.
Ma, come ogni sperimentazione che si rispetti, non è tutto oro quel che luccica. Se da una parte abbiamo dei pezzi funzionanti e degni del nome Gojira, dall'altra restano dei punti di domanda non indifferenti. Lo scotto da pagare quando si cerca di sperimentare comunque qualcosa di nuovo, come avviene in "Hold On", che sembra partire in un modo e concludersi in un altro tramite un giro che più volte si perde nel nulla. O come la bruttissima - ma proprio brutta brutta - "The Trails", la quale ostenta un pietoso post-rock quasi commerciale e fortemente sottotono. Un brano da cestinare ad occhi chiusi e che fa sfigurare perfino il buon Joe alla voce. Fortunatamente la successiva ed ultima traccia "Grind" ci riporta sul vero territorio di competenza dei Gojira. Come per "Amazonia", è forse il brano che più di tutti ha il sentore di back-to-origins, con uno sfondo più death e delle melodie di accompagnamento degne dei migliori lavori dei Nostri. Stesso discorso per la veloce e fulmicotone "Into The Storm", classicissimo pezzo spacca collo ben confezionato e rappresentativo di quello che sono i Gojira di oggi: né troppo morbidi, né troppo duri.
In generale "Fortitude" è un disco fatto di luci ed ombre nel quale si alternano pezzi riusciti, altri più sperimentali ma comunque godibili ed altri ancora decisamente sottotono. L'impressione è quella di album che prova a guardare avanti dopo lo scivolone del 2016 ma che cerca in continuazione di strizzare l'occhio ai primi lavori. Un disco che non taglia i legami con il passato risultando, con tutti i pro e i contro, perfettamente in linea con i Gojira di oggi, e forse non si poteva chiedere di più ai fratelli Duplantier e soci. Una cosa è certa: "Fortitude" è nettamente superiore al precedente "Magma" e si configura come un'opera di passaggio verso degli ancora non ben definiti lidi.

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I Rhapsody of Fire tornano con un disco all’altezza del loro grande passato
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I Temperance raggiungono un livello superiore
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Hypocrisy: un nome, una leggenda, una garanzia. Il gran ritorno di Tägtgren e soci
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Autoproduzioni

Rosa Nocturna: un buon progetto ma con qualche difetto di troppo
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2.5
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Jason Payne & The Black Leather Riders: una band da tenere d'occhio
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Debutto assoluto per gli italianissimi Spiral Wounds
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Per gli appassionati di Gothic con voce maschile ecco i Basement's Glare
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Album di debutto per gli Athemon, frutto della collaborazione di un duo anglo-brasiliano
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Un live che potrebbe aprire ad un futuro interessante: disco dal vivo per i CRΩHM!
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