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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Gennaio, 2021
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A distanza di 3 anni dall’imponente “Beloved Antichrist”, torna a farsi sentire Christofer Johnsson con i suoi Therion ed un nuovo album intitolato “Leviathan”. Detta sinceramente, dopo il precedente triplo-cd alquanto pesante da digerire, ero un po’ scettico su questo nuovo lavoro del musicista svedese e le prime note di “The Leaf on the Oak of Far” mi hanno persino lasciato interdetto, tanto da chiedermi “ma i Therion hanno realizzato un disco di symphonic power?” Fortunatamente non è così, perché solo l’opener ha qualche richiamo al power metal, contaminazione che poi nella restante parte della tracklist sparirà praticamente del tutto, se non nella sola “Great Marquis of Hell” che sfiora il plagio di “Glory to the brave” degli Hammerfall, da cui differisce solo perché adeguatamente velocizzata. Per il resto finalmente i Therion sono tornati a quel metal sinfonico dei bei tempi, con persino qualche flavour orientaleggiante, degno dei grandi dischi del passato. Chiariamoci subito: “Leviathan” se confrontato a capolavori come “Theli” o “Vovin” sfigura certamente, ma è sicuramente molto meglio della produzione degli ultimi 10/15 anni. Si risente quella vena epica, quei ritmi e quella teatralità, quei giochi nei cori che hanno reso celebre il nome dei Therion tra gli appassionati di metal sinfonico. A molto contribuiscono le tante voci che si alternano nei vari brani, molte delle quali di numerosi ospiti, tra cui anche l’affascinante e talentuosa marchigiana Chiara “Dusk” Malvestiti (vocalist dei Crysalys). Anche il songwriting è più snello che nel recente passato, con pezzi più brevi che ci guadagnano sicuramente in efficacia ed orecchiabilità (nei limiti consentiti dal sound particolare del gruppo). Forse le chitarre potevano essere maggiormente protagoniste, ma si tratta di una semplice opinione personale che, in quanto tale, è ampiamente opinabile. Sta di fatto che questo “Leviathan” è uno dei dischi migliori degli ultimi anni dei Therion, finalmente tornati agli splendori di un tempo.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 17 Gennaio, 2021
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Con una meravigliosa copertina (tra le più belle viste di recente) realizzata dall’artista Peter Sàllai (Sabaton, Hammerfall, Amon Amarth), i genovesi Winterage ci presentano “The inheritance of beauty”, a distanza di ben 6 anni dall’ottimo debut album “The harmonic passage”. Attorno al leader, il violinista Gabriele Boschi, ci sono stati numerosi cambi di line-up e sostanzialmente della formazione che registrò il primo disco è rimasto il solo singer Daniele Barbarossa. Questa volta il vocalist genovese si dimostra molto più poliedrico, alternando diversi stili di cantato, da quello più classicamente metal fino all’impostazione lirica, regalando una prestazione di livello decisamente superiore alla media, aiutato in questo anche dalla presenza di una voce femminile ospite sulla quale non abbiamo informazioni, nonché da massicce dosi di cori. Il power sinfonico dei Winterage è da sempre ispirato alla discografia dei Rhapsody (nelle loro varie denominazioni) ed anche questa volta i richiami a Turilli & Staropoli sono abbastanza evidenti. La principale differenza però è proprio nella presenza del leader Boschi che, con il suo violino, rende il sound più personale, finanche più medievaleggiante e folkeggiante in alcuni passaggi, ricordando leggermente gli altri friulani Elvenking. E’ possibile riscontrare anche qualche tocco alla Fairyland, soprattutto nelle tastiere (il cui autore ci è ignoto), ma rispetto alla band francese i nostri sono più frizzanti e più catchy. Diversi i richiami alla musica classica, dalla “Ouverture” iniziale che finalmente è una intro con una ragione di esistere (al contrario del 99% delle intro!) ed ha un titolo semplicemente eloquente, fino alla meravigliosa “La morte di Venere” (cantata dall’ignota soprano ospite di cui si accennava prima) o alla suite conclusiva “The amazing toymaker”. Ecco, il capolavoro di questo disco lo troviamo in conclusione, una suite di quasi 17 minuti di una bellezza incredibile, da ascoltare in religioso raccoglimento, con qualche lontano richiamo ai folli americani Viza. Non che gli altri pezzi siano da meno, da che questo “The inheritance of beauty” è pieno zeppo di canzoni molto piacevoli da ascoltare, tutte potenziali hit che potrebbero essere valorizzate mediante la realizzazione di alcuni video. Ancora una volta i Winterage hanno fatto centro realizzando un grandissimo disco di power sinfonico; “The inheritance of beauty” si candida infatti per essere tra le migliori uscite del 2021 dello specifico settore. Imperdibile!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Gennaio, 2021
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A quattro anni di distanza dal valido “Annihilate the evil”, freschi di un nuovo contratto con la greca Rock of Angels Records, tornano a farsi sentire i belgi Fireforce con il loro quarto album “Rage of war”. Anche questa volta l’artwork, realizzato dall’artista Eric Philippe (al lavoro anche per i Rhapsody, tra gli altri), riporta scene di guerre e combattimenti, ma non ci sono più dragoni o guerrieri medievali, ma ci caliamo nella guerra di secessione americana. La label greca ha fatto le cose in grande prevedendo anche un’edizione in vinile contenente un pezzo esclusivo intitolato “Tale of the desert king”, gentilmente messo a disposizione anche per questa recensione; si tratta di un brano molto cadenzato e sulfureo che ricorda vagamente qualcosa degli Iced Earth. L’edizione su cd, invece, ha ben 3 pezzi esclusivi, posti nella parte finale della tracklist; di conseguenza i fans della band ed i collezionisti del loro materiale avranno pane per i loro denti. Il sound della band è sostanzialmente rimasto invariato rispetto al passato, assestandosi su un power metal di scuola tedesca bello tosto e ricco di energia, con piacevoli parti soliste di chitarra e la batteria dell’ottimo Christophe De Combe che detta ritmi spesso forsennati, diventando strumento protagonista alla pari degli altri. Forse un po’ troppo relegato in sottofondo invece il basso di Serge Bastaens che spesso si fatica a sentire e che probabilmente avrebbe meritato maggiore risalto. Rispetto alla formazione del precedente disco, attorno al leader Erwin Suetens ancora una volta ci sono stati parecchi cambiamenti, la formazione si è ridotta da cinque a quattro elementi, con il già citato nuovo batterista ed un nuovo chitarrista, il francese Matt “Hawk” Asselberghs (ascia degli storici Nightmare) che si occupa anche del ruolo di singer. Per essere sincero, non ho mai amato queste ugole così sporche e graffianti e da sempre i Fireforce hanno vocalist di questo genere; anche lo stile di Asselberghs non si discosta da questo cliché che, detta schiettamente, non mi esalta, né mi convince particolarmente. Si tratta comunque di gusti personali che, in quanto tali, restano sempre ampiamente opinabili. Ciò che non è opinabile è il fatto che l’originalità non alberga da queste parti, il sound dei Fireforce è estremamente classico e legato ai canoni del power più duro di scuola tedesca, di conseguenza chi è alla ricerca di innovazione e freschezza deve tenersi lontano da prodotti del genere. Un disco come questo “Rage of war”, infatti, è riservato ai defenders più true e non credo che i Fireforce avessero un obiettivo differente, da quello di suonare solo e soltanto la musica verso la quale hanno evidente passione ed attitudine. In conclusione preciso che la votazione solo sufficiente è legata alla mia idiosincrasia verso certo stile di singer, perché a livello meramente musicale ci si poteva tranquillamente attestare su un mezzo voto in più.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 17 Gennaio, 2021
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“Viribus unitis”, il quarto album degli austriaci Dragony, è uno di quei dischi che crea dipendenza, uno di quei dischi che non ti stanchi mai di ascoltare e per il quale, ogni volta che lo finisci, senti il bisogno di premere nuovamente il tasto “play”. Questa recensione potrebbe limitarsi a queste tre righe, dato che obiettivamente il gruppo viennese ha sfornato un album semplicemente strepitoso, di quelli che finiscono dritti dritti tra i dischi migliori in assoluto dell’anno. Ma soffermiamoci sulle motivazioni. Già l’intro è di quelle che fanno la differenza: invece delle solite inutilissime che infestano ¾ dei dischi di power metal, qui finalmente abbiamo qualcosa che ha un senso di esistere, eccome se lo ha! Se poi contiamo che si tratta del rifacimento in chiave metal del valzer di Johann Strauss “Sul bel Danubio blu – op. 314”, capirete perché si parte a bomba! Ma questo non basta. Una dopo l’altra scorrono canzoni semplicemente fantastiche, dalla seconda traccia “Gods of war” fino alla conclusiva “Legends never die” abbiamo ¾ d’ora di power metal fatto semplicemente perfettamente sotto ogni punto di vista! Persino la cover finale di “Haben Sie Wien schon bei Nacht geseh'n”, pezzo pop del 1985 del musicista viennese Rainhard Fendrich, convince pienamente e non appare troppo avulsa dal contesto. Cantato perfettamente, suonato altrettanto ottimamente, registrato in maniera eccezionale, dotato di artwork molto bello, cosa volete ancora? Aggiungete poi che assieme all’ex-cantante dei Vision Of Atlantis, Siegfried Samer, ci sono ospiti di un certo livello, come il grande Georg Neuhauser dei Serenity o il nostro mitico Michele Guaitoli (Temperance e Visions Of Atlantis) con Alessia Scolletti (Temperance), ma anche Tommy Johansson (Majestica e Sabaton, tra le tante) e Tomas Svedin (Symphony Of Tragedy). Davvero non riesco a trovare nemmeno una virgola fuori posto in questo disco, una nota che non si incastri alla perfezione con il tutto e finirei per essere perfino noioso nel continuare ad evidenziare i pregi di questo disco che ogni appassionato del power metal deve semplicemente fare suo ad occhi chiusi. I Dragony con questo “Viribus unitis” hanno realizzato il disco perfetto, adesso per loro sarà difficile ripetersi ancora su questi livelli, dato che hanno semplicemente raggiunto il top! Siamo solo a metà gennaio, ma ho già davanti uno dei dischi che sicuramente andrà a comporre il mio podio delle migliori uscite del 2021!

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1.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Gennaio, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Seguo i Ruins of Elysium sin dal loro debut album “Daphne” nel 2016, cui ha fatto seguito il prolisso “Seeds of chaos and serenity” nell’aprile 2017; a quasi 4 anni di distanza, la band capitanata dal tenore norvegese Drake Chrisdensen torna a farsi sentire con un nuovo full-length, intitolato “Amphitrite: Ancient sanctuary in the sea”, dotato di splendido artwork, composto da 12 pezzi per la lunghezza niente meno che di oltre 73 minuti. Rispetto al passato sono aumentate le tracce, ma la durata eccessiva è rimasta uguale, segno che il songwriting ha ancora il difetto di essere fin troppo prolisso; la band infatti ci mette parecchi orpelli (quasi che abbiano voglia di strafare) e l’ascolto è tutt’altro che snello e semplice. A complicare l’ascolto è anche l’impostazione canora del tenore norvegese che sembra innamorato della propria voce e risulta troppo teatrale e poco efficace. Ma fin qui i problemi sono relativamente poco importanti; il principale è la quasi totale assenza della chitarra. Vincenzo Avallone è relegato troppo in secondo piano ed i pezzi migliori, infatti, sono quelli in cui la sua chitarra finalmente si fa sentire (qualche momento di “Leviathan”, “Okami - Mother of the sun” o “Cathedral of Cascades”). A ciò si aggiunge anche una produzione non proprio esaltante, con la batteria del brasiliano Icaro Ravelo che ha un suono poco convincente; nel symphonic metal è fondamentale una produzione perfetta che possa esaltare tutti i vari strumenti, mentre qui mi pare si sia voluto dare risalto solo alla voce di Chrisdensen, a discapito del resto del gruppo. Il disco non decolla quasi mai, sono pochi i momenti frizzanti e scorrevoli, subito spenti dalla durata eccessiva dei vari componimenti; vi sono poi alcuni passaggi della batteria in blast-beat che non c’azzeccano granché e risultano di troppo in pezzi di tutt’altra natura ed impostazione. Ho provato più e più volte ad ascoltare questo disco per cercare qualcosa di convincente (come ogni onesto recensore dovrebbe fare per chiunque, siano essi big o bands underground), ma ogni volta faticavo ad arrivare alla conclusione con il rischio sempre presente di essere assalito dalla noia. I Ruins of Elysium hanno un grande bisogno di rivoluzionare completamente il proprio songwriting, puntando maggiormente sugli strumenti (chitarra, basso e batteria) e molto meno sulla voce del pur valido tenore; c’è bisogno di un sound frizzante, brioso e ricco di energia, con molta meno teatralità e pomposità. L’esordio discografico era promettente ma, con il passare del tempo, sembra che il gruppo si sia incartato ed ingolfato e non riesca più a proporre qualcosa di coinvolgente e convincente. Il terzo album è una tappa fondamentale nella carriera di una band e questo “Amphitrite: Ancient sanctuary in the sea” mi ha deluso ampiamente; dispiace davvero, ma in futuro i Ruins of Elysium dovranno rivedere il loro symphonic metal per non essere etichettati come una promessa incompiuta.

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3.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    09 Gennaio, 2021
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I Northern Flame sono una band finlandese attiva sin dal 2002; in tutto questo tempo, però, hanno solamente realizzato due full-lenghts, tra cui questo “Twisted reality”, autoprodotto poco prima di Natale del 2020. Il sound della band si assesta su un canonico power metal di scuola scandinava, suonato molto bene e cantato altrettanto egregiamente dal vocalist Simon Granlund, dotato di un’ugola non particolarmente acuta, ma sicuramente espressiva e calda. Accanto a lui il chitarrista Niclas Buss si occupa delle parti canore in growling, mai esagerato o ingrombrante, come insomma questo genere di cantato estremo deve essere, se calato nel power metal così melodico. Già, l’attenzione alle melodie è sempre notevole, grazie anche alle tastiere di Trygve Strömvall; personalmente avrei preferito qualche parte solista in più della chitarra, magari in stile neo-classico (Timo Tolkki docet!), ma si tratta di gusti puramente personali. Basso e batteria fanno il loro onesto lavoro, magari un po’ più di protagonismo non avrebbe guastato, specie da parte del batterista Jari Ketola che sembra si limiti al semplice “compitino”. Trattandosi di un’autoproduzione non si può pretendere la luna nel pozzo ed obiettivamente ci sono margini di miglioramento (ad esempio, proprio nella registrazione della batteria); tutto sommato però il prodotto è più che accettabile. Se cercate qualcosa di originale, dovete tenervi lontano da dischi del genere, ma se siete fans del power metal di scuola scandinava, come il sottoscritto, allora darei una chance a questi Northern Flame ed al loro “Twisted reality”, dato che si tratta di un disco sicuramente gradevole da ascoltare!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Gennaio, 2021
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Devo ammettere, da appassionato del thrash, che non conoscevo gli spagnoli Injector, gruppo formatosi a Cartagena nel 2012 ed arrivato, con questo “Hunt of the rawhead”, al terzo full-length in carriera. Il disco, edito da Art Gates Records, ha un artwork alquanto discutibile (non proprio entusiasmante, per essere sinceri) ed è composto da 9 tracce per poco più di ¾ d’ora di thrash arrabbiato, spesso velocissimo e decisamente ricco di energia. Il batterista Anibal detta un ritmo sovente ai confini dello speed e picchia come un fabbro sul proprio strumento, le due chitarre di Danny B e Daniele “MVN” ricamano ottimi assoli ed imbastiscono muri di riff, mentre il basso di José Angel “Mafi” ogni tanto emerge positivamente come protagonista (come nella parte iniziale della cadenzata “Into the black”). A livello musicale, quindi, l’ascolto è sicuramente piacevole anche grazie a qualche innesto di parti classicamente heavy; ciò che invece non convince è l’approccio canoro di “Mafi” e “MVN” che si dividono il microfono. Il loro stile è fin troppo aggressivo, spesso esagerato, urlano senza soluzione di continuità o sporcano la loro voce come un qualsiasi vocalist metalcore; anche quando sarebbe necessario essere puliti e melodici (come nella già citata “Into the black”), si lasciano andare ad un growling che semplicemente non c’azzecca granché. Un approccio al cantato di questo genere lo ritroviamo in miriadi di altre bands tutte uguali tra loro e dispiace confondere gli Injection in questo calderone di proposte prive di originalità, dato che a livello strumentale la proposta musicale della band spagnola sarebbe anche interessante. Piuttosto che puntare alla rabbia ed all’approccio canoro violento, mi concentrerei sulle parti più vicine al prog thrash, come nella splendida strumentale “Interstellar minds” (di gran lunga la migliore del disco!), canzone accostabile a certo thrash colto ed impegnato in stile Mekong Delta. Sono pochissime le thrash metal bands in grado di comporre a questa maniera e, piuttosto che essere etichettati come l’ennesimo gruppo che punta tutto sull’energia e sulla violenza, molto probabilmente sarebbe meglio per gli Injection insistere su queste sonorità differenti dal mainstream, che possano renderli immediatamente identificabili e distinguerli dal marasma di bands tutte uguali tra loro. Sperando in un futuro con un approccio canoro differente, questo “Hunt of the rawhead” merita sicuramente attenzione e strappa una sufficienza più che meritata.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    05 Gennaio, 2021
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Arrivano dal Nevada i From The Ruins, thrash metal band formatasi nel 2015 ed arrivata a giugno 2020 a tagliare il traguardo del primo disco, con questo “Into chaos”, dotato di piacevole artwork post-apocalittico e composto da 6 tracce per circa 30 minuti di durata. I pezzi, cosa non così comune per il thrash, hanno quindi una durata media non proprio breve, il che spesso può essere un’arma a doppio taglio; effettivamente, nel caso dei pezzi di questo EP, forse qualche sforbiciata qua e là avrebbe giovato a rendere più snelli i vari componimenti, così da presentarli in maniera più facilmente fruibile. Il thrash dei From The Ruins, infatti, non è proprio immediato, né ha un approccio semplice; c’è una grossa dose di tecnica sotto, tanto da renderli accostabili a quel filone definito “technical thrash” di gente come Forbidden, Annihilator & C. C’è poi la voce sporca e roca di Isaac Wilson, un classico in buona parte del thrash; l’approccio del vocalist è alquanto canonico e scontato e non presenta spunti d’interesse, soprattutto se si ascolta questo tipo di musica da alcuni decenni: è il solito cantante thrash, arrabbiato e che urla tutta la sua energia dall’inizio alla fine, per un qualcosa di già sentito e risentito miriadi di altre volte, sia in versioni migliori, che (per essere obiettivi) anche molto peggiori. Tralasciando quindi il singer, concentriamoci sui vari musicisti. Le due chitarre fanno un lavoro egregio, come d’uopo in questo tipo di musica, recitando da protagoniste nell’economia del sound, ben sorrette dal basso (forse un po’ troppo sacrificato in sottofondo dalla registrazione) e dall’ottimo batterista, che impone sempre ritmi frizzanti con un gran lavoro alla doppia-cassa. Fra i sei pezzi, non si notano filler o cadute di stile, al contrario l’ascolto è piacevole, soprattutto se si è avvezzi a tali sonorità. I From The Ruins non inventano nulla, né suonano qualcosa che non abbiano già fatto prima di loro in tantissimi altri gruppi, ciò nonostante lo fanno bene e questo “Into chaos” merita sicuramente ampiamente la sufficienza. La band ha ottime qualità, se i vari musicisti sapranno migliorare qualche piccolo dettaglio, magari con un cantante differente che non si limiti ad urlare in continuazione, sono certo che potranno fare anche meglio di così!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    04 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 04 Gennaio, 2021
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I ThrashWall si formano in Portogallo nel 2015 e già dal nome si può comprendere quale sia il loro genere musicale. Ad ottobre 2020 la band lusitana ha tagliato il traguardo del debut album con questo omonimo “ThrashWall” (sorvoliamo sul poco piacevole artwork) edito dalla label portoghese Firecum Records e composto da 7 canzoni, cui si aggiunge l’immancabile ed inutilissima intro, per un totale di poco meno di mezz’ora di durata. I ThrashWall suonano un thrash arrabbiatissimo e velocissimo, con il vocalist Luis Rodrigues che urla senza soluzione di continuità dall’inizio alla fine; non canta, urla solamente la sua rabbia e la sua foga sostanzialmente senza alcuna variazione per tutto il disco, a voi valutare se questo possa essere un pregio o un difetto (personalmente propenderei per quest’ultimo). Se il riffing serrato e veloce delle due chitarre di Branco e Coelho è indubbiamente interessante, così come non sono male le parti soliste, ho faticato a sentire il basso di Gonçalves, troppo relegato in sottofondo nell’impasto sonoro. Il batterista Garras, come intuibile, pesta come un dannato dall’inizio alla fine e lascia immaginare anche una certa preparazione fisica per riuscire a tenere ritmi così elevati senza affanni. Il principale problema, a mio avviso, di questo disco è che le composizioni si assomigliano un po’ tutte quante tra loro: un assalto all’arma bianca, con velocità elevate ed il vocalist che urla in continuazione. C’è qualcosa di nuovo nella proposta musicale dei ThrashWall, qualcosa che non abbiano già fatto miriadi di gruppi prima di loro? La risposta è assolutamente in senso negativo. C’è qualcosa di interessante nella loro musica, oltre a quanto rilevato in precedenza? Anche in questo caso, non riesco purtroppo a trovare risposte positive. Di certo i fans più recenti di questo genere di thrash incazzato, veloce e ricco di energia qui troveranno pane per i loro denti; chi invece ascolta il thrash da tanti anni, invece, probabilmente dopo qualche ascolto, archivierà questo “ThrashWall” come un disco troppo simile a tanti altri. Purtroppo non basta solo l’energia e l’evidente passione per consentire ai ThrashWall di strappare una sufficienza. Buona fortuna!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Gennaio, 2021
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I Noram sono una band napoletana formatasi nell’ottobre 2018 per iniziativa del batterista Marco Maresca e del chitarrista Alfredo Juliano. Questo “Antropocene” è il loro primo lavoro, composto da 5 pezzi, interamente cantato in italiano, con artwork disegnato da un’artista con il mio stesso cognome (chissà se siamo lontani parenti….), Lidienne Cangiano. Il concept che sta dietro a questo EP è decisamente ambizioso, "Antropocene" indica infatti l'era geologica in cui viviamo, dove l'essere umano è il principale agente dei macrocambiamenti sulla Terra, a livello climatico e non solo, con conseguenza una spirale di deterioramento che presto distruggerà il nostro pianeta; la band si augura con la propria musica di poter contribuire ad evitare la catastrofe. Da sempre suonare heavy metal e cantare in italiano è alquanto complicato ed un po’ di nicchia, eppure l’hard’n’heavy dei Noram si lascia ascoltare piacevolmente, ricordando una sorta di vecchi Timoria (fatte le dovute proporzioni tra il grande Francesco Renga ed il buon Victor Rodriguez) opportunamente metallizzati. Rispetto alla band di Omar Pedrini, infatti, i Noram ci mettono una grossa dose di elettricità (merito delle due chitarre) ed un batterista che non disdegna di pestare a dovere sul proprio strumento. In alcuni casi, come nell’opener “Danzando sulla neve” (indubbiamente il pezzo migliore dell’EP), strizzano l’occhio alla vecchia scuola, ma nella maggior parte dei brani l’hard’n’heavy del gruppo è abbastanza moderno, anche per via di alcuni effetti utilizzati sia sulla voce che sulle chitarre. Normalmente non amo il cantato in italiano, ma il singer dimostra di essere capace (certo, non ha la voce e l’estensione di Renga) ed abbastanza versatile, arrivando ad essere finanche aggressivo, come nella conclusiva “Fantasmi” (forse il pezzo peggiore del disco), in cui rasenta l’harsh di scuola metalcore. Un certo atteggiamento spiritoso viene fuori invece nella seconda traccia “Un pugno di gloria”, in cui il gruppo all’inizio scherza sulla censura attorno all’uso delle parolacce. Il disco è la prima pubblicazione della neonata label italiana Wanikiya Record, a cui auguriamo ogni fortuna in futuro. Con questo “Antropocene” i Noram hanno realizzato un buon debutto, forse un po’ di nicchia (soprattutto per il cantato in italiano), ma tutto sommato piacevole da ascoltare, soprattutto per chi ama il buon vecchio hard’n’heavy.

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