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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Aprile, 2021
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Debuttano con "Shadowlands of Darkness" (2019, Chaos Records) e tornano oggi a due anni di distanza con "Forward into Oblivion" i deathsters svedesi Deathswarm, passati intanto sotto l'egida della label teutonica F.D.A. Records. Una seconda prova soddisfacente per il quintetto scandinavo, autore di una prova coriacea e muscolare lungo i quasi 50 minuti dell'album; pur portando in dote i "soliti" rimandi alla vecchia scuola svedese (Carnage, Dismember...), i Deathswarm mostrano di avere un occhio di riguardo anche per le sonorità britanniche e centro europee: non mancano infatti richiami alle cadenza battagliere dei Bolt Thrower (e degli odierni Memoriam), così come certe velleità Death/Doom à la Asphyx. Il risultato è un disco abrasivo in cui feroci accelerate, pesanti momenti cadenzati e melodie taglienti si rincorrono e si intersecano in un vortice in cui i Nostri non si concedono un attimo di requie; e il tutto a far da muraglia sonora attorno la voce "alla carta vetrata" di Heval Bozarslan. I tre singoli apripista - che sono anche le tre tracce che aprono "Forward into Oblivion" - sono perfetta fotografia dell'ampio spettro di cui è composto il sound dei Deathswarm, dalle feroci e telluriche "We Still Burn" e "Unshackle the Jackal" fino alla possente "Where Death Is Recrowned", in cui lo spirito di gentaglia come Bolt Thrower, Hail of Bullets, Memoriam, Asphyx prende il sopravvento. Altra menzione al merito la si deve ad un paio di brani posti saggiamente a metà album, "Unblessed Catharsis" e "The Poet and the Meat Cleaver", mentre, seppur di pregevole fattura, i pezzi in fondo soffrono un po' l'alto minutaggio complessivo. Ecco, forse un leggero snellimento generale avrebbe probabilmente giovato maggiormente, ma è solo un dettaglio all'interno di un disco che, per quanto ci riguarda, supera abbondantemente la sufficienza: un 7 tondo tondo per i Deathswarm ed il consiglio a voi di buttarci un ascolto, con la sicurezza che non ne rimarrete delusi.

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4.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    17 Aprile, 2021
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Rischia di passare un po' in sordina "Mount Carcass", terzo studio album dei tedeschi Endseeker licenziato da Metal Blade che condivide la release date con un'altra uscita della stessa label: il nuovo Cannibal Corpse. Tralasciando questo "piccolo" problema, è per noi un piacere ritrovare il quintetto teutonico a due anni di distanza dal buonissimo "The Harvest"; due anni in più di esperienza per la band teutonica, seppur trovatasi come tutti a far fronte ad un anno senza concerti, che sono serviti ai Nostri per scrivere e darci in pasto un'altra uscita a dir poco soddisfacente. Gli Endseeker non hanno la pretesa d'inventarsi nulla di nuovo, ed anzi devotissimi alla scuola Swedish il loro sound continua ad avere chiari rimandi a gente del calibro di Bloodbath, Dismember ed Entombed, anche se sembrano, in questa loro nuova fatica, dare un maggior risalto a certe melodie - specie nelle parti delle lead guitars - che danno una maggiore ariosità ai brani rispetto al passato, rendendo i brani che compongono la tracklist più catchy, a loro modo. Detto sostanzialmente dell'ottimo lavoro svolto dalla coppia d'asce, non possiamo non concedere meriti ad una sezione ritmica che con il giusto groove ("Bloodline", ad esempio) e delle accelerazioni assassine (la title-track) offre una prestazione chirurgica, il tutto a far da corollario al vocione di Lenny. Trova spazio in coda di nuovo una cover, ma se in "The Harvest" avevamo "Symphony of Destruction" dei Megadeth, in "Mount Carcass" le cose si fanno più particolari con una cover strumentale di John Carpenter, con il tema del capolavoro "Escape from New York" (in Italia "1997: Fuga da New York").
Di nuovo un 4 su 5 pieno per gli Endseeker: "Mount Carcass", così come il precedente lavoro, scorre via che è un piacere. In quanto a questo, personalmente sono di gusti semplici: un album Swedish Death ben confezionato? A me sta benissimo così!

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4.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    17 Aprile, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Se il nuovo lavoro degli Helloween è con ogni probabilità il disco più atteso dell'anno, in seconda piazza - e primo fra quelli estremi - non può che esserci "Violence Unimagined", quindicesimo album in studio dei leggendari Cannibal Corpse, una delle poche bands che riescono a rimanere sulla cresta dell'onda anche con il passare del tempo e dopo un numero considerevole di album: persino altri Grandi Veterani come Obituary e Morbid Angel hanno subito nel corso della loro carriera qualche battuta d'arresto, mentre invece i CC restano anno dopo anno IL caposaldo della scena Death Metal mondiale riuscendo a non mutare mai la propria proposta, ma al contempo riuscendo a dare alle loro composizioni una freschezza che al trentatreesimo anno di carriera appare quasi come miracolosa. Per quanto riguarda questa nuova fatica, un po' del merito crediamo vada ascritta alla new entry in formazione: fuori per le note vicende un mostro come Pat O'Brien, Alex Webster e soci non si sono persi d'animo andando a reclutare un veterano che fa diventare oro qualsiasi cosa tocchi, "Mr. Death Metal" Erik Rutan; è innegabile come si riconosca subito la mano di Rutan nelle undici tracce che compongono la massiccissima tracklist di "Violence Unimagined", disco che a nostro avviso riesce anche a superare in magnificenza lavori grandiosi come gli ultimi "A Skeletal Domain" e "Red Before Black", andando a toccare vette che probabilmente il solo "Kill" - il miglior album dei CC per chi vi scrive - ha raggiunto. Bastano i primissimi secondi dell'opener "Murderous Rampage" per stamparsi in faccia un sorriso di compiacimento: bastano quei 3-5 secondi per capire che ci troviamo davanti all'ennesimo lavoro superlativo del Cadavere Cannibale. E se il biglietto da visita rappresentato dai due singoli, l'arrembante già citata "Murderous Rampage" ed il groove monolitico di "Inhumane Harvest", riesce a darne convinzione, il resto di "Violence Unimagined" non è affatto da meno, con un lotto di brani che si andranno a scoprire solamente ascoltando l'album (fatta eccezione per "Condemnation Contagion", di cui è online un guitar playthrough di mr. Rutan) che suona 100% Cannibal Corpse, andando a formare una fotografia perfetta di come lo stato di grazia dei Nostri sia ormai imperituro. Possiamo citare "Necrogenic Resurrection", piuttosto che una "Ritual Annihilation" o una "Slowly Sawn", ma si andrebbe a far torto ai restanti pezzi in scaletta, tra le quali la 'thrashy' "Surround, Kill, Devour"; così come credo sia ormai inutile dire di che prestazione mostruosa hanno offerto i Nostri, da un Corpsegrinder sempre mastodontico dietro al microfono fino ad un Alex Webster che dimostra una volta in più come sia il miglior bassista in ambito Death Metal.
Sostanzialmente questa recensione si poteva aprire e concludere semplicemente con la frase: "E' un nuovo album dei Cannibal Corpse, vi chiedete pure perché comprarlo?". E' ormai un dato di fatto da anni che ogni nuovo lavoro dei CC possa essere preso a scatola chiusa, visto che questa band non sbaglia MAI un colpo. Una band, per citare le parole di Alex Webster a dei nostri colleghi, che non vuole inventare nulla di nuovo, ma che vuole che ogni nuova canzone non sfiguri con quanto fatto in precedenza. Missione compiuta, Alex. Missione compiuta.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    17 Aprile, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Nati come Deathlehem nel 2008, diventano poi Intonate nel 2013 i quattro ragazzi che hanno ieri pubblicato sotto Willowtip Records "Severed Within", secondo album a cinque anni di distanza dall'autoprodotto debutto "The Swerve"; dalla prima incarnazione dela band provengono i 3/4 dell'attuale formazione - il cantante/chitarrista Nicola Nucciarone, il chitarrista Ulysses Fiorito ed il batterista Dominic Nucciarone... poche origini italiane, eh? -, con il solo bassista Jean-Philippe Matte (Keys of Orthanc) come nuovo entrato nel momento in cui i Nostri prendono l'attuale monicker. Disarmonici, dissonanti, gli Intonate fanno parte di quella schiera di gruppi che ha scelto di seguire le folli sonorità avanguardiste di gente come i loro connazionali Gorguts, piuttosto che Ulcerate ed Artificial Brain; ciò vuol dire che non dobbiamo aspettarci il "solito" Progressive/Technical Death, per quanto qualche rimando di tanto in tanto a Beyond Creation o Spawn of Possession possiamo trovarlo, ma una vera e propria muraglia sonora fatta, per l'appunto, di dissonanze e momenti a tratti 'cervellotici', che non vanno ad intaccare però l'attenzione massima che si dedica a quest'album sin dalle prime note dell'opener "Sever", pezzo che mostra come l'affiatamento tra i quattro musicisti sia elevatissimo, cosa confermata dalla seguente "Within": a mettersi in mostra qui è il songwriting della band canadese, con quel riff ripetuto a tre velocità diverse che fa di questo uno dei migliori album del breve - per quanto lungo in durata - lotto. L'altro pezzo da novanta è infatti la successiva "Yearn", che in coppia con la seguente "Wander" va a rappresentare 15 minuti tremendamente contorti tra cambi di velocità, atmosfere inquietanti, sinistre melodie. Anche nella conclusiva "Prolong" possiamo trovare tutti gli aspetti che ci hanno incollati all'ascolto dei precedenti quattro brani, andando così a concludere in maniera più che soddisfacente un gran bell'album.
Un po' "figliocci" dei loro connazionali Gorguts, gli Intonate hanno dalla loro un gusto per intricate melodie che può rendere il loro ascolto meno complesso rispetto ai loro colossali colleghi. Per gli amanti della frangia più 'weird' ed eccentrica del Death Metal, quello degli Intonate è un nome da appuntare sicuramente: "Severed Within" supera brillantemente la prova, meritandosi una promozione a pieni voti.

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3.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    14 Aprile, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Debuttano con questo EP a titolo "Pesthammer over Europe" i Sumen, progetto nato in quel di Berlino dalla mente di Michael Schulze, che si occupa qui della batteria e che si avvale della collaborazione dell'inglese Chris Bone (Forged in Black) alla voce, del venezuelano Felipe Grüber (Distrust) alla chitarra e delo statunitense Dan Wood al basso. Insomma, appare chiaro come i Sumen siano uno dei tanti progetti intercontinentali nati durante il lungo anno di pandemia, con risultati spesso discreti. E non fanno eccezione i Sumen con il loro Death Metal a cavallo tra le sfuriate Death'n'Roll di Entombed/Dismember e, soprattutto, le crude melodie epicheggianti di gente come Amon Amarth e Unleashed, con strizzatina d'occhio finale a certo Blackened Death sempre di stampo scandinavo. Il risultato è un lavoro come questo "Pesthammer over Europe": breve (poco meno d'una ventina di minuti) ma capace di colpire con un lotto di brani che per quanto non brillino per originalità sanno ben intrattenere; quelli che abbiamo avanti sono infatti cinque brani al fulmicotone in cui grandissima importanza ha il riffingwork di Felipe Grüber, centro di gravità su cui ruota l'intero operato dei Sumen.
Una delle poche cose buone di quest'ultimo anno è la nascita ed il proliferare di questi progetti, che siano estemporanei o meno... in fondo quando c'è della buona musica, non è mai un male, no? Il tanto tempo a disposizione permette ai musicisti di poter scrivere sempre del nuovo materiale e se i risultati sono soddisfacenti come questo EP dei Sumen, di sicuro non abbiamo di che lamentarcene. Dategli un ascolto, potreste ritrovarvi piacevolmente sorpresi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    14 Aprile, 2021
Top 10 opinionisti  -  

E' un debut EP di tutto rispetto quello degli australiani Feculent: la giovane band di Brisbane può infatti contare su una certa esperienza da parte dei propri membri (Consumed, Resin Tomb, Snorlax, Idle Ruin, Contaminated) per dare vita ad un laboro che seppur fortemente influenzato dal Death old school riesce a non essere così scontato; le sei tracce - per 19 minuti circa totali - che compongono "The Grotesque Arena" hanno forti influenze che rimandano ai 'soliti' Incantation, piuttosto che Disma, Immolation e Funebrarum, eppure grazie ad un songwriting particolarmente ispirato i Nostri riescono a mettere sul piano un lotto di brani che non scade in un monotono 'già sentito e risentito'. Sei pezzi al fulmicotone in cui le cavernose vocals di MB sono supportate da un riffingwork tagliente quanto granitico ed una sezione ritmica tellurica, sorretta dal drumming imperioso di BA. I Feculent dimostrano poi di saper anche guardare verso i territori europei, inserendo nel loro monolitico sound delle feroci accelerazioni dal sapore Swedish, il tutto a dare un maggior spettro di sonorità ad un dischetto che passerà anche rapido, ma non senza far danni (si vedano "Host Comsumed", "Weaponisation of the Amygdala (Endless Warfare)" e la pesantissima "Beneath Bedlam").
Uscito in vinile 12" per Brilliant Emperor Records e in cassetta per Caligari Records, "The Grotesque Arena" è il biglietto da visita di una band che, continuando di questo passo, potrà ritagliarsi il suo bel spazio all'interno di una scena che sta diventando forse un po' troppo satura, ma in cui chi ha qualità, come i nostri Feculent, può decisamente dire la propria.

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1.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Aprile, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Venticinque minuti di estrema brutalità: può essere riassunto in quelle poche parole il primo full length dei canadesi Onchocerciasis Esophagogastroduodenoscopy (d'ora in avanti semplicemente OE per comodità), band che si muove a cavallo tra Brutal Death "morticiano", Slam e Goregrind. E' insomma un groove pesantissimo a farla da padrone assoluto in questo "The Rotted Plinth of Sachiel", appena rilasciato da Stillbirth Records, label statunitense associata alla più nota Gore House Productions. Un album fatto di riffoni pieni, una batteria incessantemente tellurica... ma anche di una produzione non sempre "sul pezzo" (a volte alcuni suoni vanno a coprirne altri) ed una voce intelligibile. Anzi, a dirla tutta sembra di sentire il gorgoglio di un lavandino otturato: ora, c'è di sicuro chi saprà apprezzare questo tipo di sonorità e questo modo di cantare (sort of...), ma andando a guardare con occhio (e orecchio) critico questo primo lavoro su lunga distanza degli OE bisogna purtroppo esser franchi e dire che i contro superano di gran lunga i pro; basti dire che nell'insieme "The Rotted Plinth of Sachiel" è un disco sul piano musicale altamente caotico, mentre per il cantato possiamo solo dire di prendere come esempio "Flayed Tellurian Husk": non si capisce se sia qualcuno con problemi digestivi o che si sta strozzando con un plumcake. Insomma, senza tanti giri di parole: passate serenamente oltre.

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2.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Aprile, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Per fortuna ci sono etichette che ci rendono più semplice il compito di recensori, nel senso: con date label sai già benissimo, ancor prima di premere il tasto 'play' cosa starai per ascoltare. E' il caso senz'altro di Comatose Music: la label americana è un punto focale per un certo modo d'intendere il Brutal Death Metal, tanto che spesso non si ha quasi bisogno di aggiungere che i gruppi da loro prodotti hanno tra le influenze i vari Disgorge, Devourment, Skinless, Guttural Secrete (ma per dovere di cronaca non lo omettiamo). Il punto alla fine è tutto qua: i die hard fans di questa frangia del Brutal Death saranno sempre ben felici di ogni nuova uscita Comatose, mentre per altri spesso si può cadere nella monotonia. E' il caso, almeno per chi vi scrive, dei filippini Exterminated, al primo lavoro su lunga distanza con questo "The Genesis of Genocide", lavoro estremamente standardizzato in cui blast beat e pesanti passaggi groove si alternano senza sosta lunga la mezz'ora circa dell'album, il tutto ovviamente senza dimenticare delle vocals iper-gutturali ovviamente. Complice anche una produzione poco sotto l'accettabile (tra suoni "strozzati" ed una drum machine il cui rullante dopo un po' diventa quasi fastidioso), in toto "The Genesis of Genocide" degli Exterminated non riesce a raggiungere la sufficienza piena. Poi, come detto, va da sé: i fans sfegatati di questo stile sapranno di certo trovare diversi spunti che potranno loro interessare.

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3.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Aprile, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Si formano nel 2014 come side project degli ex-Winterus Nathan Barnes (voce/chitarra) e Kollin Perpignani (batteria) i Throne, Blackened Death band che rilasciato dapprima un EP nel 2018, "Altar of the Dying", per poi arrivare tramite Redefining Darkness Records all'uscita del primo full length, il qui in esame "Pestilent Dawn". Dopo diversi ascolti, si è arrivati sempre alle stesse conclusioni: il sound dei Throne può sembrare per certi versi manieristico. Meglio spiegarsi: il sound dei Throne è quanto di più "classico" si possa chiedere al genere, con influenze che spaziano tra i 'soliti' Belphegor, Behemoth, Hate, Angelcorpse, pur non mancando sprazzi di ferocissimo Black Metal svedese (Dark Funeral) e passaggi orientati verso lo US Death (Hate Eternal, Morbid Angel, Suffocation). Lungi dall'essere in qualsivoglia modo innovativo, "Pestilent Dawn" è un album che comunque ha i suoi non pochi spunti d'interesse, grazie soprattutto ad una prestazione dei Nostri che potremmo definire muscolare: dando il giusto spazio a melodie figlie della scuola svedese, i Throne attaccano a testa bassa andando a tutta tra colate laviche di riff ed una sezione ritmica improntata anzitutto sulla velocità e la brutalità. Ciò che riesce a non rendere monotono questo primo album del quartetto statunitense è però la scelta - saggia a nostro avviso - dei Throne di puntare su brani diretti e dalla durata che si aggira tra i 3 ed i 4 minuti, per un computo totale di mezz'ora di massacro sonoro.
La giusta durata, un'ottima produzione ed una prova soddisfacente dei singoli musicisti, fa sì che "Pestilent Dawn" raggiunga in modo quanto mai agevole la sufficienza; prendendolo come un biglietto da visita non ci si può lamentare, ma è anche lecito per il futuro aspettarsi qualcosa di più che il semplice seguire le orme dei veterani.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Aprile, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Se c'è una band che rifugge qualsiasi catalogazione, quella è di certo quella qui in esame: gli olandesi Phlebotomized, band tornata alla ribalta nel 2018 con l'ottimo - anche se forse un po' dispersivo - "Deformation of Humanity" e che torna oggi con l'EP "Pain, Reistance, Suffering", edito da Petrichor. E la dimensione più breve dell'EP è forse l'ideale per godersi a pieno l'ampio spettro di sonorità di Tom Palms e soci; dicevamo che i Phlebotomized sono una band che rifugge le catalogazioni, ma la realtà nuda e cruda è che a loro non passa nemmeno per l'anticamera del cervello di restare immobili in quella che dovrebbe essere per loro una sorta di comfort zone di un genere preciso da cui attingere. Ed è così che partiamo con la breve strumentale "It Will Pass..." che lascia poi spazio alla ancor più breve ma quanto mai feroce title-track, brano violento in cui possiamo cominciare a notare come il lavoro in coppia di chitarre e tastiere sia il nucleo portante dei sette ragazzotti olandesi; neanche il tempo di abituarsi che arrivano due pezzi più lunghi: "No Surrender", canzone Progressive Death che sembra rinverdire i fasti della vecchia scuola di gente come Edge of Sanity e Nocturnus, e "Beheaded Identity", in cui i Phlebotomized cambiano nuovamente e totalmente registro, spostandosi verso i lidi di un Gothic/Doom novantiano con rimandi a My Dying Bride e The Gathering. E tanto per spiazzare ancora l'ascoltatore, il quinto brano è un'altra breve mazzata in cui il ruolo di protagonista se lo prende il drumming forsennato di Alex Schollema. E questo sembra essere forse il trait d'union di "Pain, Resistance, Suffering": un brano breve e violento seguito da due più lunghi, atmosferici e che mettono in mostra l'anima Progressive/Avant-garde dei nostri. E i due pezzi che chiudono l'album, "Collusion Starts Here" e "GPS (Global Problems Served), sono due veri e propri gioielli, la prima con interessantissime melodie ed un mood estremamente catchy dato anche dall'ottimo connubio tra le harsh vocals di Ben de Graaff - maestoso su tutto l'EP - e quelle pulite del mastermind Palms, la seconda più Death-oriented ma con quel tocco gotico dato dalle tastiere di Rob op 't Veld.
Basta meno di mezz'ora ai Phlebotomized per riuscire a colpire forse anche più del precedente full length "Deformation of Humanity": nei poco più di 24 minuti di "Pain, Resistance, Suffering" è possibile trovare tutto quello che ruota attorno e all'interno dell'universo Phlebotomized; una band ed un lavoro da ascoltare senza alcun tipo di pregiudizio e senza paraocchi: dalla band olandese non si sa mai cosa potersi aspettare.

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