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Opinione scritta da MASSIMO GIANGREGORIO

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    22 Gennaio, 2018
Ultimo aggiornamento: 22 Gennaio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

ANVIL. “POUNDING THE PAVEMENT”
E’ sempre una sfida emozionante recensire l’ultimo lavoro di veri e propri mostri sacri del Metal come, indiscutibilmente, sono i quattro canadesi dell’incudine.
Chi, come chi vi scrive, è cresciuto con “Metal on Metal” e, prima ancora “Schoolove”, non può non avvertire il peso di doversi occupare della nuova creatura di Steve “Lips” Kudlow e compagni.
Un quartetto seminale, che ha fatto da apripista ad altre leggende del metallo made in Canada, come gli Exciter, facendo riscoprire gli hard rockers Triumph, fungendo da modello (quanto ad atteggiamento ironico, irriverente e dissacrante) ai blues-rockers Danko Jones.
L’emozione cresce all’ascolto delle primissime note dell’opening-track “Bitch in the box” che mette subito le cose in chiaro con l’ascoltatore: il marchio di fabbrica dell’incudine è rimasto immutato, scolpito a caratteri cubitali del Vangelo metallico.
Come sempre, senza fronzoli né complimenti, il sound inconfondibile della storica band ci prende subito a sberle in piena faccia!
La successiva “Ego” – con la sua brusca accelerazione - ci catapulta in un delirio di incandescente metallo fuso tra i cui gorghi affoghiamo volentieri, partendo di headbang come se non ci fosse un domani!
La voce di Lips è resa ancor più corrosiva dall’età (che inesorabilmente si cumula con gli stravizi passati…o no?) e sa fungere ancora da depravato sacerdote di una funzione metallica che vorremmo non finisse mai.
Con molto mestiere, i nostri alternano rocciosi mid-tempos a massacranti sferzate degne di una locomotiva lanciata sui binari all’impazzata, con le teste che – incuranti del dolore inferto – sono quasi sul punto di staccarsi dal collo per andare in orbita con il resto dei nostri sensi.
I testi sono sempre al vetriolo, come lo sono stati nei tempi che furono (anzi, vieppiù intrisi di quel veleno che le esperienze di vita ti costringono ad ingerire, salvo poi risputarlo fuori al momento opportuno, che, per Lips è quello del songwriting).
“Smash your face” è dolce come una carezza di Tyson a dita unite in pieno volto.
Arriva poi la title-track e non c’è più scampo per nessuno! Un vero e proprio tritacarne sonoro interamente strumentale degno dei fasti di “March of the crabs”.
“Rock that shit” è quanto di più sporco e stradaiolo ci si possa imbattere: d’altronde è uno stile di vita che gli Anvil conoscono molto bene ed al quale sono riusciti, finora, miracolosamente a sopravvivere per regalarcene alcuni estratti al curaro come questa song.
I colpi di maglio si susseguono impietosamente sui nostri malcapitati padiglioni auricolari con “Let it go” e le altre 5 tracce alle quali ci si abbandona inermi, lasciandosi piacevolmente picchiare come un pugile ormai messo all’angolo che aspetta solo il gong finale.
Al termine del cd, non ci si sa spiegare come si sia fatto ad arrivare indenni fino in fondo, per quanto tramortiti ed esausti si rimanga.
L’incudine ci è ripiombata in testa! Beware!
E adesso, scusatemi ma devo chiamare il 118!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    18 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 19 Dicembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Gli aficionados del power metal integralista, intransigente e di non facile presa, saranno entusiasti di questa terza fatica dei Wildestarr.
Trattasi di power trio formato da Dave Starr (che si occupa di tutte le corde, dalle 4/5 del basso alle 6/8 della chitarra); ma non si occupa delle corde vocali: a quelle ci pensa, unitamente all’ugola inossidabile, London Wilde; c'è poi Josh Foster alle pelli.
Lo Starr abbiamo avuto modo di apprezzarlo nell’arco della sua militanza nei Vicious Roumors, di cui era il bassman; ed, in effetti, il tipico ed inconfondibile stile dei Vicious riecheggia per larghi tratti nella release. E non c’è da meravigliarsi: come si fa a rimanere immune al prolungato contatto con un tipaccio come Geoff Thorpe, fondatore dei mitici Hawaii?
Venendo alla struttura del songwriting, la base è composta da una sorta di tapis roulant minato, sul quale devi correre per evitare di saltare per aria, reggendo la forza d’urto della sezione ritmica cingolata propinataci dai tre.
Gli assoli di Dave sono virulenti e mai prevedibili, con qualche virtuosismo ben centellinato, al contrario degli acuti di London, utilizzati in maniera un po’ forzata, in certi momenti tanto a sproposito da risultare fastidiosi ed inutilmente eccessivi. Il drumming di Josh andrebbe misurato sulla scala Mercalli.
I pezzi, come accennavo, non risultano essere di facile presa a livello melodico, ma spaziano stilisticamente dalla immancabile (semi) ballad (Down Cold) fino alla arpeggiante “Undersold” (a mio avviso il pezzo migliore dell’album) alla sperimental-maideniana “From Shadows” ad alla track finale (When the night falls) che rievoca un po’ quell’assoluto masterpiece degli Hawaii di “Rhapsody in black”.
Eppure, dopo l’ascolto del tutto, rimane una sensazione di incompiutezza, un non so che di poco convincente, con le songs che sono scivolate via senza lasciare una traccia incisiva nell’ascoltatore.
Alla fine, il risultato complessivo è che, questo lavoro, non si appalesa come del tutto convincente o, comunque, di levatura tale da meritare una votazione alta anche se i puristi del genere ne rimarranno entusiasti.
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    03 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 03 Dicembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

SORCERER – “THE CROWNING OF THE FIRE KING”
La travagliata storia di questo monicker doom svedese, consegna alla scena internazionale un marchio di assoluta eccellenza.
Grazie alla tenacia del bassman Johnny Hagel (unico superstite della line up originaria) che ha tenuto duro fin dal lontano 1988 senza mai mollare, oggi possiamo bearci dell’ascolto di questo capolavoro, degno successore di quel “In the shadow of the inverted cross” che – due anni orsono – ha finalmente fatto esplodere i nostri doomsters svedesi sulla scena mondiale.
Un’album di assoluto livello, degno di fungere da colonna sonora delle migliori camere ardenti!
Le otto tracks non lasciano spazio alla speranza, per quanto risultano funeste e, a tratti, funeree.
Si, è vero, qualche assonanza con i Maestri indiscussi Candlemass (peraltro loro conterranei) si nota ma i cinque stregoni hanno saputo differenziare il loro sound con l’innesto di riecheggi egizi ed arabeggianti e di assoli a volte palesemente fusion/progressive, a volte platealmente e virtuosisticamente classicheggianti, con arguta alternanza delle sue asce di Kristian Niemann (ex Therion e Demonoid) e Peter Hallgren (ex Rob Rock e 220 Volt) finalizzata a delle (sia pur moderate) aperture melodiche, quasi a voler concedere qualche fugace raggio di sole come tregua al nero imperversante i tutto il songwriting degli oscuri scandinavi.
Il tutto condito con lyrics che spaziano dal fantasy (quasi concept avente come filo conduttore la title-track) all’occultismo, con le corde vocali di Anders Engberg sempre in gran spolvero che conferiscono tratti quasi epic alle varie songs.
Il connubio ne fa scaturire una release tombale, degna di un allegro party in obitorio, tra un ineluttabile scongiuro e l’altro ma sempre con classe nera.
Assolutamente da non perdere!
MAX "THUNDER" GIANGREGORIO

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    21 Ottobre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Ace Frehley è sempre lui!
Questa è la confortante certezza che ti pervade fin dall’ascolto delle prime note di questo album appena sfornato (nella sua riedizione de luxe rispetto a quello edito nel 2009) da uno dei pochissimi mostri sacri del rock’n’roll ancora in circolazione, l’unico ex del combo del bacio che sia riuscito davvero a tenere botta in tutti questi anni a suon di migliaia di dischi venduti.
Dischi, peraltro, partoriti senza fretta e senza mai venir meno ai divini comandamenti del rock’n’roll, quello sano, quello sporco e che viene dalla strada, che Ace riesce a concepire come se – a livello di forma mentis – fosse ancora a girare gli States in Harley-Davidson dilapidando i pochi soldi in postacci mal frequentati e dove servono del whisky rigorosamente pessimo.
Quel rock’n’roll stradaiolo che, nel caso del nostro Ace, assurge al rango di vero e proprio marchio di fabbrica, per quanto è sempre coerente alle proprie radici e che ti lascia la sensazione, traccia dopo traccia, di uno strano sex appeal “malato” che pervade l’intero album e che, magari, potrebbe fungere da efficace colonna sonora per seratine “get down” con il/la tuo/a partner!
Un album che attinge a piene mani da un songwriting sempre e comunque molto “catchy”: ogni traccia è una potenziale hit, sia che si tratti del cadenzone tipo maglio di “Genghis Khan”, sia che si tratti della particolare “Pain in the neck” con la sua inaspettata “overture” anni ’70 nel bel mezzo del brano o della poderosa strumentale “Space Bear” o, ancora, della melodica ed ammiccante “Fox on the run” o della immancabile ballata (“A little below the Angels”) e così via in bellezza fino alla quindicesima ed ultima bonus track di questo doppio CD de luxe in tutti i sensi.
Ace Frehley è sempre lui! Grazie a Dio! In questo mondo con sempre meno certezze, averne una in più non fa mai male. Da acquistare ad occhi e pugni chiusi!
Long live rock’n’roll forever and ever!!!!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    07 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 07 Ottobre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I Jag Panzer sono in circolazione dal lontano 1980, allorquando alimentarono la scena metallica californiana con il monicker “Tyrant”.
Nonostante varie traversie legate ai cambi di formazione, i nostri sono sempre andati avanti rimanendo fedeli (tranne alcune virate verso il thrash) al vessillo del power metal più classico ed intransigente.
Questo loro ennesimo album conferma la loro linea dura e pura, in tutti i sensi, essendo un vero e proprio manifesto metal.
Si inizia a cavalcare, senza tanti complimenti, con la massiccia opening track “Born of the Flame”, maideniana come la successiva “Far beyond all fears”, che ci consegna alla title track, col suo cadenzone ipnotico e possente.
Segue la minacciosa e velenosa “Black list”, dai virulenti assoli.
‘Foggy Dew’, della quale i Jag hanno dato alla luce un video, è una cover dell’omonima ballata irlandese che descrive la Rivolta di Pasqua del 1916.
Le note epiche ci giungono poi da “Divine Intervention”, in cui le chitarre si intrecciano come due sciabole.
Anche nella immancabile ballad presente (“Long, awaited kiss”), i nostri sciorinano un feeling pur sempre “fedele alla linea” che – a sprazzi – ci catapulta all’indietro verso gli anni d’oro della New Wave of British Heavy Metal.
Con “Salacious Behaviour” si torna alle venature maideniane, cui fa seguito la mazzata nelle gengive di “Fire of Our Spirit”.
La decima perla metallica che chiude la track list (“Dare”) ci dà il colpo di grazia nel nome del power metal più puro.
Gli assoli di Joey Tafolla sono sempre un gran bel sentire, mai scontati, pur nella loro fedeltà alla tradizione dei “maestri d’ascia” (axemen) che il Dio Metallo ha forgiato nelle sue immense fucine.
Il drumming di Rikard Stjernquist non è mai banale, formando con il bassista John Tetley una sezione ritmica di tutto rispetto, che mena come un fabbro ferraio nevrastenico.
Un tappeto sonoro su cui si innestano le due asce (Tafolla ed il fondatore Mark Briody, vera e propria anima della band) ed il redivivo vocalist Harry “the Tyrant” Conklin sempre versatile e mai monocorde. Un album per integralisti del metallo.

Max "Thunder" Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    23 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 23 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Quando si è al cospetto di un vero e proprio monumento al Metallo, come in questo caso, diventa molto difficile rompere il religioso raccoglimento con il quale ci si approccia l’ascolto, destinato a diventare reiterato e quasi ossessivo. Signori, qui si parla della storia del Metal e di chi ha contribuito a scriverla. Qui si parla di figure, come quella di Udo Dirkschneider, che da sempre sono i sacerdoti che – ogni volta che calcano un palco, ogni volta che salgono on stage – danno vita a vere e proprie celebrazioni in onore del Dio Metallo di cui sono indiscussi Gran Sacerdoti.
Chi, come chi vi scrive, ha avuto la fortuna e l’onore di farsi massacrare i padiglioni auricolari dai mitici Accept, che ha praticamente visto nascere, si è ritrovato inghiottito da una sorta di vortice azionato da una macchina del tempo che lo ha scaraventato indietro fino agli anni ’80, investito da una shockante valanga di puro ed incontaminato metallo senza se e senza ma! La dimensione live, poi, è quella che meglio si confà a questa rivisitazione di gemme appartenenti – a giusto titolo – alla Bibbia Metallica. La voce di Udo è sempre dolce come una carezza fatta col rasoio mentre le due asce costruiscono un muro sonoro dal quale non ci si riesce a liberare mai e che, a volte, grazie al basso tellurico ed al drumming quintessenziale ma potente, sembra sul punto di crollarti addosso per seppellirti una volta per tutte. Una sequela di brani intramontabili (da cui sarebbe ingeneroso estrapolarne solo qualcuno) eseguita dalla band lanciata all'arrembaggio delle nostre povere orecchie dall'eterno front man teutonico, tutte parimenti memorabili ed insuperabili quanto a cattiveria di esecuzione!
Tutto il resto è silenzio: quando l’ascolto termina si rimane attoniti e increduli di essere riusciti a sopravvivere a cotanta violenza sonora; giusto il tempo di riprendersi che ti vien voglia di premere di nuovo il tasto play per lasciarsi travolgere per l’ennesima volta da Sua Maestà Dirkschneider.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    23 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 23 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Ascoltare i Sator, doomsters nostrani che hanno mutuato il nome della band dal famoso quadrato magico, è come andare ad infilarsi in una catacomba. Ti assale immediatamente una sensazione angosciante di soffocamento, che ti porta fino a sfiorare la catalessi, per quanto risulta estremo e paralizzante l’intero lavoro! Ed è esattamente quello che, a mio modesto parere, un genere come il doom metal deve rievocare nell’ascoltatore.
I Sator sono un combo di assoluto livello, assimilabili a dei Celtic Frost ancor più funerei e pestiferi. Il loro sound è di enorme impatto, con venature psichedeliche tipicamente 70's, al limite del corrosivo (come in parte rievoca il loro look) e sono dotati di una tecnica non eccelsa ma comunque efficace. "Ordeal" vi investirà subito con il suo suono granitico in grado di far ritenere l’intero cd come un unico, stramaledetto blocco di cinque macigni doom piombato sulle vostre povere teste! Il trio genovese passa con disinvoltura dalle atmosfere ipnotiche della title track alle frustate di “Soulride” fino alla mazzata finale dedicata alla pira funeraria sotto la quale vi risveglierete con l’inquietante sensazione di essere sopravvissuti ad una sessione di tortura sonora.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    31 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 31 Agosto, 2017
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Il nome di questa band australiana (formatasi a Perth nel 2013) proviene dalla figura storica di Ahmet Lekë Bej Zog (conosciuto come Zog I Scanderbeg III, Re degli Albanesi; Burrel, 8 ottobre 1895 – Hauts-de-Seine, 9 aprile 1961), che è stato Primo Ministro dell'Albania (1922-1924), Presidente della Repubblica Albanese (1925-1928) e Re d'Albania (1928-1939): appunto, Re Zog – King Zog. Curiosità: inventò un "saluto zoghista" (mano piatta sul cuore con il palmo rivolto in basso). Non riesco a comprenderne la ragione e – soprattutto – quale sia il nesso con il genere trattato dal four-combo originario della terra dei canguri. Probabilmente, sono io ad ignorarla…

Invece, nell’ascoltare questo primo lavoro degli australiani King Zog, mi viene in mente un solo aggettivo: monolitico! L’ascoltatore viene immediatamente impattato da un autentico “wall of sound” tipo frontale con un Tir! Il riff-making di questi sludgey doom rockers degli antipodi (peraltro non proprio di primo pelo dal punto di vista anagrafico) è notevole. Da sempre, l’Heavy Metal, in tutte le sue sfumature ed accezioni, è legato indissolubilmente al riff e, un po’ meno, agli assoli. Il primo requisito è assolto più che degnamente, con reminiscenze sabbathiane ed in grado di ricreare ambientazioni maledette quanto basta, il tutto condito da un basso compresso alla Trouble ed un drumming spaccaossa, anche se un po’ avaro di doppia cassa. E’ sul secondo requisito che, invece, i King Zog lasciano un po’ a desiderare: gli assoli sono praticamente inesistenti. Peccato. Altra nota dolente è costituita dal singer, a mio avviso inadatto al genere, troppo cantilenante e poco incisivo, quasi anonimo. Il songwriting, alla lunga, risulta un po’ ripetitivo (in tutto l’album, solo tre cambi di tempo e comunque la durata delle tracks non supera i sei/sette minuti) ma lascia affiorare spunti ed idee che, se opportunamente sviluppate, potranno portare la band a livelli decenti nell’ambito del panorama Doom. La piece migliore, a mio parere, è “Witchsmoker”, che mi ha riportato alla mente qualcosa dei Witchfinder General.

In definitiva, un lavoro più che degno, che lascia intravedere delle buone potenzialità del combo proveniente dalla terra dei boomerang.

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1.0
Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    24 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 24 Agosto, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Il combo Old Night nasce nel 2015 a Rijeka (Croazia), dalle ceneri degli Ashes You Live; inizialmente come one-man band project di Luka Petrovic il quale ha poi – progressivamente – formato una vera e propria line up.
Non so voi, ma a me – quando penso al Doom Metal – vengono in mente atmosfere ossianiche, gotiche, cariche di mistero, sulfuree, cadenzate da ritmi mortiferi ed ossessivi, al limite del claustrofobico. Nel caso di questa prima release di questi doomsters croati, non c’è niente di tutto questo. Un album scialbo, composto da tracks eccessivamente ed inutilmente prolisse, quasi stucchevoli, prive di cambi di tempo (eccezion fatta per “Something is Broken”). Un lavoro caratterizzato da un vocalist che nulla ha del pathos che sono in grado di ricreare gente del calibro di Messiah Marcolin, limitandosi ad un cantato pulitino da compitino in classe al minimo sindacale, una chitarra piatta, nemmeno in grado di spiccare assoli degni di tale nome e con riffs più che altro malinconici ma reiterati per circa 10 minuti di un piattume totale. Il risultato, è una “fatica” alquanto spompata che rievoca più che altro una certa darkwave di maniera primi anni ’80. Nulla a che vedere con i vari Paradise Lost e Cathedral, ai quali qualcuno li ha accostati. E pensare che, qualcuno, li ha addirittura definiti i “Pink Floyd del Doom Metal”, scomodando inutilmente cotanto mostro sacro! Se proprio devo salvare qualcosa di questo CD, menzionerei “Mother of all Sorrows” (sia pure solo in parte), con le sue venature seventies che ricordano vagamente alcune ultime incisioni dei Trouble e “Architects of Doom” con la sua intro arabeggiante/spagnoleggiante (di tristissima attualità visti gli ultimi attentati del terrorismo islamico in Spagna).
In ossequio al suo titolo, un album pallido, freddo e irrilevante. In conclusione, vi consiglio di investire meglio i vostri danari, metalbangers!
Max “Thunder” Giangregorio

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