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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    05 Aprile, 2022
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Debut album per gli statunitensi Out of the Mouth of Graves, band formata dagli stessi membri dei death/grindcorers Psionic Madness; e per la stessa label - Vargheist Records - i Nostri hanno lanciato sul finire dello scorso marzo "Harbinger Uncerimonious", che si distanzia di moltissimo da quanto fatto sinora con l'altra band che i Nostri formano. Con gli Out of the Mouth of Graves, infatti, il trio si sposta verso i lidi di un Death Metal sperimentale, fatto di arie malsane, atmosfere lugubri ed una continua, imperitura pesantezza sonora che non ha un attimo di pausa. Facilissimo trovare rimandi alla più malata e folle scena Death metal australiana (Portal, Impetuous Ritual e Grave Upheaval), ma anche - e come sbagliarsi? - Incantation e Dead Congregation nei più feroci passaggi dal sapore Blackened. E' insomma un Death Metal cavernoso quello della band della South Carolina, con quel nemmeno troppo vago sentore di "putrido" che si avrebbe aprendo una vecchia tomba; "Harbinger Uncerimonious" è un lavoro caotico ed a suo modo follo, ed allo stesso tempo anche monolitico: un unico blocco inscalfibile che colpirà l'ascoltatore con una violenza metodico. E dire che questo debut album non raggiunge nemmeno la mezz'ora totale di durata; è anche da particolari di contorno come questo che si capisce di come gli Out of the Mouth of Graves abbiano fatto centro pieno al primo colpo.

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3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    05 Aprile, 2022
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"Bloody Rivers of Death" è il debutto assoluto per i Decrapted, band messa su da Dave Rotten (Avulsed, Putrevore, Famishgod) e Vicente Payá (Golgotha, ex-Holycide), che dopo aver collaborato in passato in diverse occasioni decidono di fondare un nuovo progetto. Aiutati dall'amico Rogga Johansson (che ha scritto i testi presenti nell'album) e da Miguel Ángel Riutort (che suona la batteria in qualità di session), i Decrapted si presentano con un concentrato di Death metal old school in cui possiamo trovare elementi che rimandano alla violenza dei Cannibal Corpse, al brutale groove dei Dying Fetus ed al Death Metal classico (che più non si può) degli Obituary, complice anche la prova vocale di mr. Rotten che passa dal suo solito growl (iper)cavernoso ad uno scream in stile John Tardy, con il comparto strumentale che si muove all'unisono con le partiture vocali imposte dal colosso di Madrid. Va da sé, in "Bloody Rivers of Death" non troverete nemmeno il benché mino accenno a qualcosa di innovativo: solo due artisti/amici che si muovono sul loro terreno più congeniale passando dal Brutal/Grind al Death floridiano per una mezz'oretta di buona musica che si fonda su un lotto di brani ben scritti, ottimamente eseguiti e, soprattutto, funzionali. L'opera prima dei Decrpated è insomma consigliata a chi è alla costante ricerca di un buon Death Metal che non abbia troppe pretese; ed in questo "Bloody Rivers of Death" è un disco perfettamente riuscito.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    05 Aprile, 2022
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Una delle cose migliori di scrivere per una webzine è quella di scoprire molte nuove realtà interessanti che altrimenti sarebbero potute passare inosservate, andando poi a recuperare, come in questo caso, anche il materiale precedente; ci riferiamo in questa sede agli australiani Golgothan Remains, quartetto proveniente da Sidney che dopo un ottimo primo album ("Perverse Offerings to the Void", uscito indipendente nel 2018 e su Sentient Ruin Laboratories nel 2019), torna a quattro anni di distanza sempre per Sentient Ruin Laboratories (e Brilliant Emperor Records per il formato MC) con il secondo full-length "Adorned in Ruin": poco meno di 40 minuti di Death Metal tetragono, monolitico, in cui si può notare come i Nostri abbiano fatti loro gli insegnamenti di gente come Immolation ed Incantation, ma anche Suffering Hour e Dead Congregation per le continue sferzate Blackened Death che danno un'aura ancor più malsana e maligna al loro operato. Il riffingwork serrato ed il drumming forsennato potrebbero lasciar facilmente intendere che i Golgothan Remains siano votati alla più becera e primordiale violenza sonora, cosa non del tutto vera: ok che il leitmotiv di "Adorned in Ruin" è un attacco frontale che mette in risalto l'attitudine violenta - musicalmente parlando - dei Nostri, ma alcuni passaggi come in "Wandering Through Chambers of Deathlike Void" o l'incipit della seguente "Opulent Incarnation of Persevering Torment" lasciano intravedere spiragli che rimandano anche ad Ulcerate o Deathspell Omega, con arpeggi che da un lato danno un macabro accenno di melodia, ma dall'altro risultano essere anche tra i momenti più inquietanti dell'album. Un album che ha come fondamenta i due maestosi singoli "Veneration of Carnal Blasphemy" e "Forgotten Lores of Hatred and Bloodshed", su cui poggiano come pilastri i restanti brani della tracklist, attorno cui viene costruita una struttura fatta di muraglie sonore che paiono inaccessibili. Ed a contribuire a ciò ci si mette anche la buonissima prova vocale di Matthieu Van den Brande, capace di passare da un growl cavernoso a screaming ferali, fino ad affascinanti parti spoken (in francese) come nella già citata "Wandering Through Chambers of Deathlike Void". Insomma, per i fans delle bands succitate la scoperta di una band come i Golgothan Remains potrà essere una sorpresa più che piacevole: "Adorned in Ruins" si candida senza il minimo problema ad essere tra i migliori lavori dell'underground estremo di quest'annata.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    01 Aprile, 2022
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Insieme ai Fleshcrawl, i Purgatory sono da considerare come i "Grandi Vecchi" della scena Death Metal tedesca; la band di Nossen, attiva dall'ormai lontano 1993, arriva oggi a pubblicare il nono album "Apotheosis of Anti Light", quarto sotto lo stendardo della connazionale War Anthem Records. E per chi bazzica il sottobosco estremo europeo, il sound dei Purgatory resta sempre riconoscibile: i Nostri sono infatti sempre fedeli ad un Death Metal che incanala in sé le sferzate Death/Thrash dei Vader e la brutalità dei Vomitory, con sempre però un occhio puntato sulla più classica scena statunitense (Malevolent Creation, Deicide, Morbid Angel) e quell'aura maligna tipicamente 'behemothiana'. Ed ecco dunque che anche "Apotheosis of Anti Light" è un concentrato di 3/4 d'ora circa di violenza e brutalità, un lavoro in cui le chitarre giocano un ruolo fondamentale tra taglienti passaggi dall'afflato Blackened e riff più rocciosi, coadiuvati da una sezione ritmica settata dal primo all'ultimo secondo sulla modalità "terremoto", il tutto condito dalla buonissima prova vocale dell'ex-Impending Doom Dreier - tra growl cavernosi e scream ferali - e, soprattutto, da una produzione pressoché perfetta per un disco Death Metal. Quella dei Purgatory è una corsa sfrenata insomma: la band si lancia da subito a capofitto in trame quanto più semplici possibile - dato il genere, s'intende -, tant'è che non troviamo nulla in questo lavoro che brilli per originalità... ma in fondo, chissenefrega? I nove pezzi che compongono la tracklist vanno presi - ed assolutamente apprezzati - per quello che sono: nove bordate Death Metal nel più pieno rispetto delle tradizioni del genere, nove schegge impazzite che - ne siamo certi - dal vivo risulteranno assolutamente incendiarie. Tirando le somme finali, s siete alla ricerca di un buon disco Death Metal, suonato bene, prodotto egregiamente, e che possa saziare la vostra fame di violenza sonora, con i Purgatory andate sul sicuro.

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4.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    01 Aprile, 2022
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Credo tutti abbiano notato la scissione tra Nuclear Blast ed il proprio fondatore, andatosene a fondare la nuova Atomic Fire Records, con conseguente passaggio di alcune bands da una label all'altra; tra queste anche dei grandissimi nomi della scena mondiale, tra cui i Meshuggah, che tornano oggi a sei anni di distanza dal bellissimo quanto enormemente spigoloso "The Violent Sleep of Reason" con quello che è il loro decimo studio album, "Immutable", titolo che sa tanto di dichiarazione d'intenti della colossale band di Umeå. Sei anni di silenzio assoluto, senza nessuna uscita minore e con i live ridotti al lumicino per i motivi che ben sappiamo, sei anni in cui c'è stata l'uscita e - fortunatamente - il rientro di quel genio assoluto che è Fredrik Thordendal, sei anni che hanno spinto i Meshuggah a scrivere quello che è ad oggi potremmo definire il loro lavoro più maturo. "Spigoloso" è sempre stato il termine più preciso per definire le folli dissonanze che hanno sempre caratterizzato le sonorità del quintetto svedese, cosa che rimane immutata - ecco, appunto - anche oggi, ma che presenta anche delle novità non di poco conto: sostanzialmente, pur restando con una struttura assolutamente cervellotica dei brani, i pezzi che compongono "Immutable" hanno una fluidità ed una fruibilità maggiore rispetto a quanto mai hanno pubblicato i Meshuggah sino ad oggi. Addentrandosi nell'album dopo diversi ascolti, scopriamo come una certa musicalità sia predominante rispetto alle soluzioni cervellotiche (e psicotiche) dei predecessori, rendendo i brani - A LORO MODO, ci teniamo a precisarlo - più immediate. Un esempio pratico lo abbiamo col singolo - accompagnato da un video spettacolare - "The Abysmal Eye", col suo riffingwork tellurico ed il drumming arcigno, il tutto legato in una maniera più "naturale" - passatemi il termine - rispetto a una "Bleed", una "Future Breed Machine" o una "Clockworks" (tre titoli non scelti a caso); stesso dicasi per la seguente "Light the Shortening Fuse", che può vantare uno dei migliori episodi solisti di Thordendal, e non solo di questo disco, o il colossale groove di "Ligature Marks". Attenzione, questo non vuol dire che in questo lavoro manca il classico marchio di fabbrica dei Meshuggah: i maestri assoluti delle dissonanze si confermano essere come sempre inarrivabili; "Phantoms" è ad esempio uno di quei pezzi da emicrania immediata, oltre che uno dei più affascinati dell'opera, con ancora una volta il lavoro solista di Thordendal che ruba l'orecchio, così come "God He Sees in Mirrors". Insomma, tutto quello che ci si aspetterebbe dai Meshuggah, in "Immutable" lo abbiamo, con in più un'apertura verso lidi più orecchiabili (termine comunque da prendere con le pinze quando si parla di loro) ed un lavoro solista che questa volta molto più che in passato sembra essere una traccia infuocata in mezzo alle gelide atmosfere di questa macchina industriale che è il colossale combo svedese, arrivando in fondo a toccare vette di violenza inesplorate con l'esplosione a titolo "Past Tense". Non si sbaglia quando si definiscono i Meshuggah come unici nel loro genere: tanti hanno provato, ma nessuno mai ha mai raggiunto - né potrà mai - un così alto livello di confidenza nei propri mezzi, né tanto meno la capacità di unire con estrema naturalezza groove, dissonanze, pesantezza, il tutto con un tasso tecnico non di questo mondo ma con la sottile differenza che Kidman e soci lo fanno sembrare come la cosa più semplice possibile. E questo perché dopo oltre trent'anni di carriera, i Meshuggah trovano sempre nuovi modi per sperimentare e per spingersi oltre i limiti dei lavori precedenti. I Meshuggah sono semplicemente unici. Sono inimitabili. Sono immutabili.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    31 Marzo, 2022
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Venticinque anni. Questo è il tempo intercorso tra "Mirrorworld" e questo "I Am the Void", disco che segna il ritorno (definitivo?, chissà) degli Echaurist, band svedese che negli anni '90 non ha probabilmente raccolto quanto avrebbe meritato con due dischi meravigliosi come il già citato "Mirrorworld" ed il debut album "A Velvet Creation". Ma è pur vero che i Nostri hanno avuto una carriera attanagliata da cambi di line up, scioglimenti, pause, reunion brevi o meno (ma comunque quasi sempre improduttive), fino a quella che ad oggi è la reunion finale iniziata nel 2015, ma che ha visto l'anno dopo abbandonare lo storico batterista Daniel Erlandsson (Arch Enemy, ex-Brujeria, ex-Carcas... un signore che ha ben poco bisogno di presentazioni); va da sé, è rimasto il solo cantante/chitarrista Markus Johnsson ad occuparsi di tutto, affidandosi per la batteria ad un altro drummer esperto come Simon "BloodHammer" Schilling (Marduk, Panzerchrist, ex-Belphegor, ex-Paragon Belial). Licenziato da Helter Skelter Productions (sussidiaria di Regain Records), "I Am the Void" è dunque il terzo album per l'act scandinavo, anche se - in caso si conoscano i due lavori precedenti - sembra di essere di fronte al primo album di una band totalmente nuova; se gli Eucharist degli anni '90 erano dediti ad un Progressive Death Metal che strizzava l'occhio non poco al Melodic Death di At the Gates ed In Flames, oggi il focus di Johnsson si è spostato totalmente verso un Black/Death che ha rimandi soprattutto verso il versante della Nera Fiamma (Naglfar, Necrophobic, Dark Funeral, Dissection...), cosa che, pensandoci, dopo due decadi e mezzo ci può stare. Il problema è che comunque non si riesce a non raffrontare il passato con il presente: mentre illo tempore la peculiarità degli Eucharist era un comparto musicale irregolare, melodico ed altamente tecnico, che sapeva colpire e sorprendere come pochi, oggi la proposta della creatura di Markus Johnsson è fin troppo regolare e simile a quella di centinaia di altre bands; una certa ripetitività di riff e soluzioni può alla lunga risultare noiosa, complici anche, ovviamente, il gran numero di brani e l'elevatissima durata totale (oltre un'ora e 1/4), seppur con qualche episodio sufficientemente riuscito come "Goddes of Filth (Tlazolteotl)" o il singolo "Mistress of Nightmares", come anche "Lilith", che è probabilmente il brano migliore dell'intero lotto. Nel complesso, ci sentiamo di dare a "I Am the Void" una sufficienza piena, ma più per il valore dell'album in sé per la valenza che può avere nell'essere il ritorno di una vecchia gloria come gli Eucharist, che avrebbe in passato meritato di più.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Marzo, 2022
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Il sottobosco estremo cileno è sempre stato in costante fermento e specie in questi ultimi anni ribolle come lava grazie a giovani bands che sono apparse sin da subito come molto affamate; e tra queste ce n'è una che sembra voler alzare definitivamente la testa: si tratta dei tech-death metallers di Concepción Mortify, quartetto legatissimo ad un certo modo d'intendere il Death Metal degli anni '90 (i nomi di Morbid Angel ed Obituary sono i primi che vengono in mente) unito ad un serratissimo Technical Death con rimandi tutt'altro che velati in primis ai leggendari Death (ma anche Gorguts ed Edge of Sanity). Il quartetto cileno sembra aver usato al meglio i cinque anni intercorsi tra il debut album "Mortuary Remains" e questo "Fragments at the Edge of Sorrow", licenziato in questi giorni dalla messicana Chaos Records: sono diverse infatti le cose che colpiscono di questa seconda fatica su lunga distanza del combo sudamericano; in primis la naturalezza con cui sanno coniugare un mood tetro e violento ("In the Amorphous Path") ad un tasso tecnico invidiabile, con passaggi cervellotici in cui non mancano certi accenni melodici che danno maggior risalto alla componente più progressiva del sound dei Nostri. Dodici movimenti muscolari e nervosi che costringono l'ascoltatore a mantenere sempre alta l'attenzione per non perdersi i continui e repentini cambi di registro. E colpisce anche la sensazione che i Mortify non abbiano ancora dato tutto, che siano ancora alla ricerca del loro modus operandi definitivo; lo dimostrano alcuni passaggi che possiamo ascoltare lungo la tracklist, ma la cosa non inficia assolutamente sul giudizio finale: "Fragments at the Edge of Sorrow" è un disco che, una volta addentratisi nelle sue trame, saprà affascinare e conquistare, persino con un'ottima strumentale dalla lunga durata (oltre sei minuti) come "Mindloss". Qualche piccolo accorgimento, un angolino smussato qua e là, e potremmo certamente dire di avere per le mani con i Mortify una band prontissima al grande salto: teneteli d'occhio!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Marzo, 2022
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Tagliano il traguardo del primo album gli svedesi Grand Harvest, Death/Doom band proveniente da quel di Malmö che nella sua finora breve carriera è riuscita a farsi notare non poco dagli addetti ai lavori, tanto da essere additati da Martin Carlsson del celebre magazine Sweden Rock (uno dei più importanti di Svezia) come "una delle bands più sottovalutate oggi". E per chi non ha avuto modo di ascoltare prima il quintetto scandinavo, potrà oggi rendersi conto del perché di quelle parole grazie a "Consummatum Est", primo full-length - come dicevamo - dei Grand Harvest licenziato da Messor Grandis Productions. Nove grandiosi tracce di Death/Doom che trae ispirazione dalle sonorità e dalle atmosfere di grandi nomi del passato: ci riferiamo soprattutto ai primi lavori di gente come My Dying Bride, Paradise Lost, Anathema o Katatonia; un Death/Doom dalle atmosfere plumbee e con sapienti melodie che rendono ancor più scorrevole l'ascolto di quanto già non sia, il tutto ammantato da un'aura maligna e luciferina che si riversa nelle liriche: il primo esempio lo abbiamo subito con la parte centrale in latino dell'opening track "Sol Maledictor". Pregio maggiore dei Grand Harvest è però quello di dare una maggiore eterogeneità al loro lavoro: basti prendere le furiose accelerazioni di "The Harrow", ma è solo uno degli esempi. Comunque sia, ciò che risalta maggiormente in "Consummatum Est" - oltre al chirurgico drumming di R.M. - è l'eccelso lavoro delle due asce, F.S. ed A.L., capaci d'imprimere ora un ritmo feroce, tagliente e forsennato, ora tristi melodie ed atmosfere cupe maggiormente vicine all'operato dei My Dying Bride. Il debut album dei Grand Harvest è, senza girarci tanto attorno, una delle maggiori sorprese che potrete trovare in tutta quest'annata metallica; complice anche una produzione sontuosa, "Consummatum Est" è un album che si ascolta tutto d'un fiato: rabbioso quanto malinconico, granitico quanto melodico, ascoltarlo è come ritrovarsi in una corsa di 50 minuti su un ottovolante. Qualche tempo fa, come dicevamo, fu detto di loro che erano troppo sottovalutati: con questa prima opera su lunga distanza la scalata dei Grand Harvest sembra essere cominciata; potrà essere magari lenta, ma non c'è limite a nostro avviso su dove i Nostri possano arrivare

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Opinione inserita da Daniele Ogre    26 Marzo, 2022
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Ad un anno dall'EP "Degradation of Human Consciousness" è tempo di primo full-length per gli statunitensi Astral Tomb, trio proveniente da Denver, Colorado, che rilascia per Blood Harvest questo "Soulgazer"; è una band per certi versi strana quella qui in esame: gli Astral Tomb infatti uniscono un certo "mood paludoso" e pesantemente doomy (Spectral Voice, Krypts) a nemmeno troppo velati avanguardismi "spaziali" (Blood Incantation, Timeghoul, Morbus Chron), in un vortice sonoro che ha bisogno di diversi ascolti per potersi meglio addentrare nelle spirali di queste sonorità. Come dimostra la lunga opening track "Transcendental Visions", gli Astral Tomb riescono al tempo stesso a dare un approccio pesante e lisergico, ma anche a mettere in campo una voglia per nulla nascosta di sperimentare e lanciarsi in passaggi articolati ed estremamente complicati - prendete ad esempio la folle parte centrale del brano -, con il tutto che si riduce appunto in una certa difficoltà d'ascolto a primo acchito. E le cose non si semplificano nel restante minutaggio di "Soulgazer", con questo costante mix di chitarroni pachidermici e velleità Avant-garde, con stranianti melodie e solo psicotici. Lungo i 35 e passa minuti dell'opera prima degli Astral Tomb si ha come la sensazione che gruppi come Spectral Voice e Mortiferum abbiano "divorato" ed inglobato in sé Morbus Chron, Bedsore o Sweven. Insomma, in qualsiasi modo la giriamo, possiamo semplificare semplicemente con: ascoltare "Soulgazer" è estremamente complicato. Il debutto degli Astral Tomb necessita per forza di una certa predisposizione mentale e non sarà mai uno di quei lavori da ascoltare distrattamente; manca al trio di Denver, in questo momento, la fluidità e l'estro che possono avere i Blood Incantation, ma la strada sembra ben tracciata: nel bene o nel male, in futuro sentiremo parlare ancora di loro.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    26 Marzo, 2022
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Primo full-length per gli ucraini Necrom, quartetto proveniente da Kharkiv che sotto l'egida di Osmose Productions rilascia questo "All Paths Are left Here...", album che giunge a tre anni circa di distanza dal debut EP indipendente "The Light Has Never Been Here", da cui sono stati ripresi tre brani ("The Light Has Never Been Here", "Food for Worms" e "The Oldest Horror"). Cominciamo col dire che seppur affacciatisi solamente tre anni fa, i Necrom non sono propriamente una band di primo pelo, essendo formati da veterani della scena estrema est europea: un nome su tutti può essere quello del chitarrista Visions at Radiant Galactic Gates of Torturous Harmonies (sì, il nome è proprio questo), a.k.a. Knjaz Varggoth dei Nokturnal Mortum. Le dieci tracce che compongono l'opera hanno come comune denominatore le tematiche, incentrare sulla letteratura e la cinematografia Horror, in primis - come possiamo intuire dai titoli dei singoli brani - H.P. Lovecraft; sul piano musicale i Necrom subiscono fortemente l'influenza della vecchia scuola svedese: riffoni granitici "sporchi" di pedale HM-2 posato a livello "terremoto", ritmiche serrate ed un vocione greve e ruvido come cartavetrata: non chissà quale novità dunque, ma è innegabile come i 3/4 d'ora di questo disco per un amante del Death Metal scorrano via molto piacevolmente. La sezione ritmica pulsa viva ed il lavoro alle chitarre di Visions at Radiant Galactic Gates of Torturous Harmonies e Apocalyptic Riders' Trumpets Hailing Undead Resurrection (se ve lo state chiedendo, sì ho fatto copia/incolla) è un'incessante colata lavica. L'opera prima dei Necrom è un lavoro votato alla distruzione totale, musicalmente parlando: la tracklist è formata da dieci pezzi granitici che non lasciano un attimo di respiro, e pezzi come "Food for Worms", "Tomahawk of Bone", "The Oldest Horror" e "Walls Have Hands" sapranno strapparvi sicuramente più di un sorriso compiaciuto (la prima di queste soprattutto).

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