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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Aprile, 2021
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Sono ormai lontani i fasti del Blackened Sludge degli esordi per i The Lion's Daughter, un passato ormai definitivamente andato dopo le prime avvisaglie di sperimentazione sul precedente "Future Cult", che trovano una definitiva valvola di sfogo in questa nuova uscita targata Season of Mist, "Skin Show", quarto studio album per la band di St. Louis, Missouri. The Lion's Daughter del 2021 sono una band che si è lanciata anima e corpo in derive Industrial/Synth, in cui non troviamo più le oscure atmosfere dei primi lavori, ma un'aria sintetica, a tratti soffocante; il modo migliore per poter capire questa nuova direzione intrapresa dal trio statunitense, è quello di riprendere le parole del chitarrista e principale compositore Rick Giordano, che ci spiega - in termini cinematografici - quanto siano cambiate le prospettive della band, con un taglio cinematografico (per l'appunto) che si poteva notare già nel precedente album, che avrebbe benissimo funzionato come colonna sonora di film come quelli di Dario Argento o Mario Bava; "Skin Show" è più vicino, invece, ad una sfera mentale, psicologica: non a caso è lo stesso Giordano a menzionare Hitchcock e Brian De Palma, a cui noi ci sentiamo di aggiungere atmosfere al neon ed asettiche di Nicolas Winding Refn. Paragoni cinefili a parte, sul piano prettamente musicale possiamo notare come le componenti Blackened siano ormai del tutto scomparse per lasciare totalmente spazio ad un Synth/Sludge in cui oltre ai suoni sintetici ha grande spazio il riffingwork, in un continuo susseguirsi di ritmiche Industrial ed altre che vertono più verso uno Sludge Death, insieme a folli cavalcate Dungeon Synth e certe colonne degli anni '70 ("Neon Teeth" ne è un esempio), fino ad arrivare a certa Darkwave ottantiana ("Dead in Dreams") ed alla sperimentazione sonora pura che possiamo trovare nella title-track o in "Sex Trap".
E' probabile che molti fans della prima ora della band americana potranno prendere ora le distanze dai The Lion's Daughter (mi riferisco a chi ha amato i lavori Blackned/Sludge degli esordi); vero che Giordano e soci hanno sempre avuto una vena sperimentale, cosa che li ha resi comunque da sempre una band quasi unica nel proprio genere, ma ora con questo distacco netto dal metal estremo, i suddetti fans si trovano ad un bivio: continuare a seguirli abbracciando quella che è la nuova via dei The Lion's Daughter o semplicemente lasciar perdere restando 'fedeli' alle prime uscite. Per la prima opzione, va detto, bisogna essere totalmente privi di paraocchi. Tirando le somme, "Skin Show" è la naturale prosecuzione della ricerca sonora e stilistica dei The Lion's Daughter, e sotto questo punto di vista non c'è che da ammirare il coraggio dei Nostri: hanno osato tirando fuori un album i cui brani potrebbero facilmente passare in radio come essere il sottofondo di un'orgia BDSM (anche queste sono parole di Rick Giordano). Resterà da vedere quale sarà la risposta del pubblico.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Aprile, 2021
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Col tempo abbiamo imparato ad apprezzare Transcending Obscurity Records per la buonissima qualità delle opere rilasciate in ambito Death e Death/Doom; ma oltre questi, c'è anche un altro genere in cui la label asiatica si sta man mano specializzando: si tratta dello Sludge/Doom, un genere che vede già ottime realtà sotto l'ala protettrice di TO come i brasiliani Jupiterian, i tedeschi Eremit - di prossima uscita con un nuovo album - e gli apocalittici francesi Subterraen. A questi nomi va ad aggiungersi una relativamente giovane band irlandese che risponde al nome di Soothsayer: formatisi nel 2013 hanno nel recente passato rilasciato due EP, uno split ed un Live Album, prima di firmare il contratto che li lega all'attuale label che lancia proprio oggi il primo full-length dell'act proveniente dall'Isola di Smeraldo: "Echoes of the Earth". A differenza dei colleghi e compagni di label, i Soothsayer dimostrano più o meno da subito - non andando a contare la lunga intro "Fringe", con i suoi toni malignamente sacrali -, che non hanno patema alcuno a dare anche arcigne accelerate al loro sound: "Outer Fringe" è un brano in cui le cupe e malevoli atmosfere tipiche dello Sludge/Doom convivono in sintonia con brusche e violente accelerazioni sal sapore Death/Doom; quest'insieme sarà un leit motiv in questa prima fatica su lunga distanza del quintetto irlandese: non ci sono i toni disperati, apocalittici e "malati" che possiamo facilmente trovare nei loro compagni di label: i Soothsayer sono una band più rabbiosa e diretta, come dimostra ad esempio "War of the Doves", brano in cui non mancano certi accenni Stoner, soprattutto nel riff portante del pezzo - e più in generale nei suoni delle chitarre -, e lo stesso si può dire anche per la conclusiva "True North", canzone forse più completa del lotto che va a chiudere l'album ed in cui troviamo come ospite il leggendario Dave Ingram dei Benediction col suo inconfondibile growl.
I Soothsayer, insomma, non sono proprio la classica band Sludge/Doom, o per lo meno non nel modo in cui si intende oggi il genere (oltre ai gruppi succitati possono venire in mente anche i nostrani Nibiru); nel sound della band irlandese si ha sempre la netta sensazione che una sorta di spirito dei 70's pervada le composizioni, sarà per i suoni delle chitarre e delle ritmiche che possono far venire in mente ad esempio i The Devil's Blood, piuttosto che la qualità della produzione... Fatto sta che "Echoes of the Earth" dei Soothsayer è un disco tutt'altro che scontato: l'ascolto è consigliato, potreste trovare anche voi più fattori d'interesse in questo debut album.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    08 Aprile, 2021
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Si formano nel 1999 in Abruzzo per mano dei fratelli Marco e Remo Köstli (chitarra/voce e basso) i Dictatoreyes, band che a metà degli anni 2000 si affermò tra le più interessanti realtà nel panorama estremo italiano grazie ad un disco di rara violenza come "Gegen Alles"; dopo poco i Dictatoreyes su fermano, in seguito all'incidente motociclistico che portò via il drummer Jonny Morelli (Draugr, Selvans, Sturmkaiser), salvo ritornare sui propri passi nel 2015, quando i fratelli Köstli si trasferiscono in Svizzera ed uniscono le forse con il batterista Martin Lehmann, ed è con questa formazione che l'act ora italo-svizzero si prepara al ritorno con l'album "Feuertaufe"; ma come si suol dire il destino è beffardo e questo secondo studio album dei Dictatoreyes vede la luce nel dicembre del 2020 tramite Decibel Productions, un paio di mesi dopo che il cantante e fondatore Marco Köstli aveva perso la sua battaglia con una lunga malattia. Ma mettiamo da parte la triste - per quanto importante - storia e passiamo a "Feuertaufe".
Rispetto al precedente lavoro, si sente come siano passati tre lustri: in "Feuertaufe" non c'è quella furia incontrollata che colpiva dai primissimi istanti di "Gegen Alles": quello che abbiamo in questa nuova opera è un Black/Death sì votato all'attacco frontale, ma anche maggiormente "ragionato", in cui non mancano di far capolino passaggi maggiormente 'thrashy' che danno maggior ariosità e varietà alle composizioni; ne è un esempio la quarta traccia "Eskalation", in cui molti passaggi richiama il bestiale Thrash della scuola teutonica - e non a caso, visto che i Dictatoreyes restano fedeli al cantato in tedesco -. Quaranta minuti circa a partire dalla title-track fino a "Waffenarsenal" di Black/Death/Thrash fortemente ancorato alle sonorità d'inizio secolo: melodie sinistre e riff granitici, un drumming dall'aria battagliera e l'ottimo growl di Marco ad impreziosire il tutto, con tra l'altro almeno due brani di tutto rispetto come "Untergang" e "Zerstörer"... e non che il resto della tracklist sia da meno, melio essere chiari.
"Feuertaufe" è in primis - e per forza di cose - il testamento musicale di Marco Köstli, che in 20 anni (compresa una lunga pausa) in compagnia del fratello Remo ci ha regalato una gemma di pura violenza come "Gegen Alles" ed un secondo album ampiamente soddisfacente come questo "Feuertaufe". Cosa sarà ora, lo scopriremo in seguito.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    08 Aprile, 2021
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Nati come side project di David "Dejvy" Krédl (Sectesy, ex-Despise) e divenuti poi una band vera e propria con l'ingresso di Martin (Sectesy, ex-Repulsed) e Duzl, debuttano con questo breve demo intitolato semplicemente "Demo #1" gli anglo-cechi Symbtomy; uscito in co-produzione tra Immortal Souls Productions (cassetta, Europa), Frozen Screams Imprint (cassetta, USA) e Slovak Metal Army (digitale), il demo dei Symbtomy è un concentrato di old school Swedish Death con la particolarità di avere tre diversi cantanti ospiti sulle tre tracce che compongono la breve tracklist: Jonny Pettersson dei Wombbath su "The Sound of Perverse Thoughts", Ralf Hauber dei Revel in Flesh su "The Taste of Human Trophy" e Johan Jansson degli Interment su "...and the Knife Cut Surgically". Non che ci sia da dire molto su questo breve lavoro: "Demo #1" lo possiamo descrivere giusto come un primo approccio di questa nuova band, un modo per farsi conoscere ed apprezzare dai fans della vecchia scuola Death svedese (i "soliti" Entombed, Dismember, Grave, Wombbath, ecc. ecc.). Un buon uso di taglienti melodie consente al demo di avere un più ampio respiro rispetto alla classica colata lavica di riffoni sporcati d'HM-2, cosa che rende abbastanza interessante l'ascolto.
Per ora possiamo premiare i Symbtomy con un "6 politico": "Demo #1" si lascia ascoltare, ma è anche un lavoro fin troppo breve per potersi fare un'idea precisa sull'operato del combo anglo-ceco. Non resta che aspettarli con un lavoro dalla durata maggiore.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    08 Aprile, 2021
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Sono passati ben quattro anni dal nostro primo incontro con i bielorussi Woe unto Me, all'epoca dell'uscita del buonissimo "Among the Lightened Skies the Voidness Flashed"; poco meno di un mese fa la band est europea ha fatto ritorno con questo nuovo lavoro in esame, l'EP "Spiral-Shaped Hopewreck" licenziato da BadMoodMan Music - sussidiaria di Solitude Productions -, un disco della durata di mezz'ora che si presenta come una lunga suite divisa in sette parti: tre brani effettivi, intro, outro e due intermezzi (strumentali, of course). Chi dalla band bielorussa s'attendeva il "classico" lavoro a cavallo tra Funeral Doom e Death/Doom sarà sicuramente spiazzata da questa nuova uscita, che parte sulle note dell'intro dal sapore Pink Floyd "And Every Piece of a Being Was Washed Away by the", la quale va a riversarsi nella title-track, pezzo in cui troviamo un perfetto mix tra My Dying Bride (nei momenti più "duri" ed atmosferici) e, soprattutto Katatonia, rimandi che si hanno soprattutto grazie all'enorme uso delle clean vocals di Igor Kovalev, la cui voce ricorda non poco per espressività e drammaticità quella del grandioso Jonas Renkse. Abbiamo dunque, in questo EP, i Woe unto Me che prendono qualche distanza dalle sonorità care a gruppi come Doom:VS, Shape of Despair, Aeonian Sorrow, per puntare decisi ad un ibrido tra il Gothic Doom/Death ed il Depressive Prog Rock katatoniano, con risultati, dobbiamo, dire, incredibilmente apprezzabili. Tralasciando le brevi strumentali, i tre brani che poco fa abbiamo definito "effettivi", ci mostrano una band a proprio agio con queste sonorità, in cui voce pulita, arpeggi malinconici ed una sezione ritmica articolata fanno da punti focali.
Lungi dall'essere l'ennesima band che prova a "scimmiottare" gli immensi Katatonia, per quanto influenzati dal colosso svedese i Woe unto Me dimostrano come non manchi loro una certa dose di personalità, che va anche ad accendere la curiosità su di un prossimo lavoro su lunga distanza.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    06 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Aprile, 2021
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Quello dei polacchi Varmia è un nome non molto conosciuto ai più, mentre per chi segue più da vicino il sottobosco europeo - soprattutto quello del Centro Europa e delle derive Pagan/Folk - è col tempo diventato uno dei nomi più interessanti e, ad oggi, probabilmente ancora troppo sottovalutati in circolazione. Fautori di un Folk/Pagan Black in cui possiamo trovare rimandi a gente come Drudkh, primi Enslaved e Wolves in the Throne Room, i Varmia hanno recentemente pubblicato il loro terzo album "Bal Lada" tramite M-Theory Audio, rispettivamente a quattro e tre anni di distanza dai primi due buonissimi album "Z mar twych" e "W ciele nie". Con questa terza fatica, i Nostri compiono un notevole passo avanti: non è eresia dire che "Bal Lada" è il lavoro più completo e maturo della band polacca, con quasi un'ora di musica che passa senza pesare, tra passaggi evocativi, feroci accelerazioni, fraseggi granitici dal sapore Death/Black, il tutto arricchito da atmosfere che sanno di Folk nordico (Wardruna su tutti), grazie al grandioso lavoro di Piotr con i tradizionali strumenti etnici. Con i Varmia si ha poi modo di venire a conoscenza delle vecchie tribù baltiche e della storia della regione da cui prendono il nome, Warmia, sita nel nord della Polonia: certo bisognerebbe comprendere il polacco, visto che l'act di Olsztyn ha scelto la madrelingua (che detto sinceramente perfettamente interpreta le tematiche della band). Se sul piano musicale l'enorme varietà stilistica rappresenta un grosso punto a favore, lo stesso si può dire per l'impressionante lavoro vocale: tra scream e growl del cantante/chitarrista Lasota fa spesso capolino un cantato in clean che richiama, di nuovo, le tradizioni baltiche (ad esempio in "O"). Ed a proposito di tradizioni, così come i primi due album dei Varmia sono stati registrati in location remote e culturalmente significanti della Polonia, i Nostri si sono ripetuti anche con "Bal Lada", registrato in uno studio messo su all'interno di un maniero del XIX secolo nel nord della Polonia; non una novità per chi conosce già come registravano i nostri Spite Extreme Wing - band tra l'altro spesso "chiamata in causa" nelle sonorità dei Varmia -, ma comunque altro segno di come la band polacca sia particolarmente attenta ad ogni minimo dettaglio.
Questo debutto su M-Theory dei Varmia segna di certo un grande passo avanti per la band polacca: la label americana potrà permettere ai Nostri di ampliare sensibilmente il bacino di utenza rispetto alla comunque ottima Pagan Records; siamo sicuri che in questo modo i Varmia potranno finalmente cominciare a raccogliere quanto effettivamente meritano, e farlo con un album maturo e così completo come "Bal Lada" sarà un bonus non da poco. Segnatevi questo nome: la loro futura crescita potrà essere esponenziale.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    06 Aprile, 2021
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Probabilmente non è un disco alla portata di tutti questo "Ascraedunum", debut album della one man band svizzera Nivatakavachas, progetto in cui ad occuparsi di tutto è Bornyhake, artista di Losanna che ha unito il proprio nome ad altre realtà come Pure, Enoid ed Ancient Moon tra i tanti altri. Quello che da Satanath Records - che ha co-prodotto l'album con Azif Records - presenta come Atmospheric Death Metal, è in realtà la summa di diverse correnti di pensiero del genere che qui s'incontrano e s'intersecano lungo i tre lunghi brani che compongono la tracklist, dal Death Metal "classico" dei Morbid Angel alle venature Blackened degli Incantation, passando per la "new-old school" odierna (Tomb Mold, Mortiferum, Spectral Voice, ecc. ecc.), fino a psicotici passaggi avanguardistici sulla scia di Ulcerate e Gorguts. Il risultato finale è un album che seppur formato da soli tre pezzi supera la mezz'ora, cosa che alla lunga porta "Ascraedunum" ad essere un lavoro non proprio facilmente 'digeribile'. La produzione volutamente - immaginiamo - sporca riesce ben a sposarsi con le sonorità della one man band svizzera, capace di saper unire abbastanza bene le diverse influenze anche all'interno di uno stesso brano; siamo ben lungi dalla perfezione sia chiaro, anzi alcuni cambi di tempo/stile appaiono in alcuni un po' troppo repentini e "forzati" (vedasi ad esempio verso la metà di "Oneiromancy"), ma in ogni caso l'operato di Nivatakavachas non lascia del tutto indifferenti: persino certi riff che sulle prime possono sembrare insopportabilmente ridondanti, ad un ascolto più attento rientrano perfettamente nell'economia del disco.
Non ci sentiamo magari di consigliare a chiunque l'ascolto di "Ascraedunum", ma nel caso siate chi ancora oggi predilige la vecchia scuola e non si fa problemi ad ascoltare un lavoro che sotto il paino della produzione è volutamente grezzo e tagliente, allora il debut album di Nivatakavachas potrebbe essere una buona sorpresa.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    06 Aprile, 2021
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E' un debutto assoluto - se non contiamo giusto un singolo - quello degli indiani Moral Collapse, band nata dalla mente di Arun Natarajan degli Eccentric Pendulum, a cui poi si è unito il chitarrista degli Infamy Sudarshan Mankad, e che si avvalgono in questo album omonimo rilasciato da Subcontinental Records della preziosa collaborazione dietro le pelli di Hannes Grossmann (Alkaloid, ex-Obscura, ex-Necrophagist, ex-Hate Eternal). Chi ha avuto modo di ascoltare gli Eccentric Pendulum avrà già familiarità con il songwriting di Arun, musicista talentuosissimo che anche in questo nuovo progetto mette in mostra tutte le sue innate doti tecniche; quello dei Moral Collapse è infatti un Progressive Death dall'impatto quanto mai diretto, in cui l'influenza di gruppi come Necrophagist, Obscura, Artifical Brain e Gorguts è messa al servizio delle doti scrittorie del cantante/chitarrista/bassista di Bangalore. Una grossa differenza tra quest'opera prima dei Moral Collapse ed altre dello stesso genere, è data, come dicevamo, dall'impatto più diretto: il trio infatti, nonostante le doti non manchino affatto non cerca mai il tecnicismo fine a sé stesso, cosa questa che va a ripercuotersi in un lotto di brani che non sforano mai eccessivamente nel minutaggio ed in cui non manca una sana dose di violenza sonora. A parte una produzione sontuosa, le ottime vocals dell'artista indiana sono ottimamente supportate tanto dal drumming chirurgicamente perfetto del session tedesco, quanto dall'ottimo feeling di Natarajan e Mankad alle chitarre: è proprio il lavoro delle due asce la cosa che maggiormente impressiona in questo debut album: nonostante i due siano insieme in questo progetto solo dallo scorso anno e provengano da due bands differenti, si ha come la sensazione di avere davanti due chitarristi che lavorano insieme da anni. Prova ne è la grandiosa "Suspension of Belief", strumentale capace di colpire persino chi come il sottoscritto non sopporta più di tanto i brani strumentali. Il resto della tracklist di certo non è da meno, con pezzi come la lunga "Abandoned Rooms of Misspelled Agony", la martellante "Your Stillborn Be Praised" e l'accoppiata verso la fine formata da "To the Blind, All Things Sudden" e "Denier of Light" che sanno come affondare e lasciare l'ascoltatore piacevolmente impressionato.
Con il debutto omonimo dei Moral Collapse siamo avanti a un album che a tratti sa essere quasi impressionante e molto si deve, supponiamo, al songwriting particolarmente ispirato del mastermind Arun Natarajan, che accompagnato in questa nuova avventura da due musicisti di tutto rispetto riesce a tirare fuori un disco molto, molto interessante.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    03 Aprile, 2021
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I brasiliani Fossilization sono un altro di quei gruppi nati durante il forzato lockdown dello scorso anno, formati da un'idea di V. e P. degli sludge/doom metallers Jupiterian subito dopo il tour europeo della loro band madre insieme ai Krypts. Giocoforza, "He Whose Name Was Long Forgotten" è un lavoro più dinamico - per quanto si tratti di Death/Doom - rispetto agli apocalittici Jupiterian, anche perché il duo di São Paulo è riuscito a dare una gran varietà alla propria proposta. Vicini alle sonorità di gruppi come Krypts - e come sbagliarsi? -, Spectral Voice e Mortiferum, i Fossilization sanno anche come "giocare" con sinistre melodie e feroci accelerazioni Death/Black, il tutto a dare un più ampio respiro alle cinque ottime tracce che compongono la tracklist di questo loro EP d'esordio. Complice anche una produzione particolarmente azzeccata ed affine al genere, il debut EP del duo brasiliano riesce ad unire una certa aria gloomy ad una rabbia primordiale, cosa che rende questo lavoro ampiamente apprezzabile. Un esempio pratico è di certo "Blight Cathedral", che unisce perfettamente le due anime che compongono il sound dei Nostri, autori di una prestazione davvero notevole. Il punto vincente di questo EP sono però le maligne melodie, che rendono il lavoro meno pesante sia in termini di sonorità, sia che in quelli di fruibilità dell'opera per l'ascoltatore, tanto da rendere pregevoli brani come l'opener "Neanderthal Tombs" e la title-track.
Insomma, la nostrana Everlasting Spew Records si dimostra ancora una volta un'ottima garanzia se si parla di Death/Doom, dopo le ottime uscite targate, ad esempio, Void Rot ed Assumption. I Fossilization saranno anche ben lungi da reinventare un genere in cui ormai è già stato detto tutto, ma ciò non toglie che il loro EP di debutto è un lavoro di cui tenere decisamente conto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    03 Aprile, 2021
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Una nuova impressionante realtà si fa largo dal Canada, nazione in cui, quando si deve unire grande tecnica al Death Metal, sanno decisamente il fatto loro: si tratta degli Obvurt, powertrio del Quebec che rilascia il proprio debutto assoluto tramite Brutal Mind con l'EP "The Beginning". Da un lato c'è comunque da dire che non deve sorprendere l'altissima qualità di questo breve prodotto, dato che i tre musicisti coinvolti non è che siano propriamente di primo pelo: Philippe Drouin (Unbreakable Hatred) a voce e chitarra, Olivier Pinard (Cryptopsy, Cattle Decapitation) al basso e Samuel Santiago (ex di Black Crown Initiate, Gorod e Melechesh tra gli altri, oltre che session live per Arkhon Infaustus e Beyond Creation) alla batteria. Bastano poco meno di 20 minuti agli Obvurt per lasciare a dir poco esterrefatti: si resta a dir poco sbalorditi dai cinque brani (+ intro) che compongono questo breve quanto intenso EP, tra intuizioni progressive (Defeated Sanity, Gorod), pesantissimi groove (Dying Fetus) e tecnica eccelsa abbinata ad un Death Metal quanto mai diretto (Cryptopsy, primi Decapitated)... Il risultato è un lavoro vario in cui brutalità e melodie si intersecano su di un tappeto di tecnicità compositiva ed esecutiva impressionante, con la coppia di brani "The First Light" / "Obverted" - che può vantare un solo eseguito da un mostro sacro come Michael Angelo batio - che quasi vale da sola l'acquisto.
La speranza è che gli Obvurt non siano un side-project buttato lì "tanto per", ma che anzi si possa godere quanto prima di un full-length. Se le premesse sono quelle che abbiamo potuto ascoltare in "The Beginning", citando il titolo stesso di quest'opera saremo solo all'inizio.

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