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Opinione inserita da Virgilio    13 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Novembre, 2022
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I Powerful Systm provengono da Leicester e avevano debuttato l'anno scorso con l'EP "Endless Transformation", ora rimasterizzato e ripubblicato dall'etichetta WormHoleDeath. Il disco, composto da quattro tracce, presenta certamente alcune particolarità, a cominciare dal fatto che i testi di due canzoni, "Narasimhadeva" e "Siksastakam", sono addirittura in antico sanscrito. Lo stile cerca dunque di mescolare orchestrazioni "cinematiche", secondo un termine spesso usato da qualche tempo, con accenni dal sapore etnico, sonorità Metal (ci sono certamente in almeno un paio di tracce, tra le altre, influenze dei Nightwish) e con un approccio Progressive, peraltro con un paio di brani anche alquanto lunghi (oltre gli otto minuti di durata). Insomma, c'è davvero tanta carne al fuoco ed effettivamente i Powerful Systm si rivelano abili nell'alternare passaggi fortemente atmosferici con altri più potenti e ritmati. Probabilmente, anzi, talvolta finiscono anche per eccedere, perché in effetti una traccia come "The Most Beautiful Song" risulta poi essere fin troppo spezzettata, per quanto sono i cambi tematici e di atmosfera. Va decisamente meglio ad esempio in "Awake!" dove, benché ci siano pure vari cambi, c'è un maggior equilibrio tra le varie parti, così come in "Siksastakam". C'è da dire che anche la voce non ci è sembrata sempre ottimale: abbastanza adatta nelle parti più atmosferiche, non ci ha convinto quando invece i brani avrebbero richiesto maggiore grinta e potenza; anche a livello di registrazioni, probabilmente si poteva fare un po' meglio perché molti suoni sembrano costruiti con synth e l'effetto talvolta risulta un po' marcato. Ad ogni modo, nel complesso bisogna riconoscere la validità e l'originalità delle composizioni dei Powerful Systm, che si presentano bene con questo EP di debutto, perciò meritano intanto di avere la propria chance, in attesa di eventuali produzioni future.

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Opinione inserita da Virgilio    26 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2022
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"Pagans Rising" è il titolo del secondo album degli svedesi Hexed, un concept riguardante la caccia alle streghe divampata in Svezia verso la fine del XVII secolo. Lo stile del gruppo si caratterizza per un Metal sinfonico in cui spicca la voce potente della cantante Tina Gunnarsson, accompagnata però anche da growl vocals maschili. I brani sono comunque tendenzialmente abbastanza melodici, per quanto permeati da un mood piuttosto dark, che si adatta bene alle tematiche trattate, con riff decisi e un buon lavoro chitarristico, sia come lead guitars che con begli assoli. Di tanto in tanto emerge anche il lato più sinfonico della band, come nel caso di "Symphony Of Tragedy", più magniloquente e con azzeccati cori nel finale, oppure sonorità un po' più moderne, come per "Blasphemy", dove peraltro ci sono anche voci maschili in pulito. Proprio le tracce citate, insieme a "Stigma Diaboli", "Repentance" e alla title-track, sono tra gli highlight del disco, ma un po' tutta la tracklist presenta mediamente un buon songwriting (solo qualche pezzo non ci ha convinto particolarmente, tipo "Resurrection") e, tutto sommato, pur non brillando per originalità, la band, come sopra specificato, è riuscita a definire un proprio sound mescolando diversi elementi in modo da creare un sound abbastanza personale, caratterizzato da un buon lavoro sia a livello vocale (specialmente per le ottime performance della cantante), che strumentale. Diciamo che "Pagans Rising" non è un disco imprescindibile, ma può rappresentare senz'altro un ascolto gradevole e merita di avere la sua chance.

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Opinione inserita da Virgilio    05 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 05 Ottobre, 2022
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Ottavo full-length per i Dynazty, intitolato "Final Advent", con il quale la band svedese conferma le ottime qualità dimostrate nel corso della propria carriera, soprattutto con gli ultimi dischi, con i quali si sono orientati sempre più verso un Metal melodico, con sonorità moderne e bombastiche. L'album prosegue dunque in questa direzione, per certi versi con qualche elemento stilistico simile ai connazionali Amaranthe, nei quali peraltro canta pure il vocalist Nils Molin, seppur con un approccio in questo caso un po' più vicino al Power melodico. "Final Advent" è comunque caratterizzato da un massiccio uso di tastiere e synth, ma anche di voci e cori, ai quali contribuiscono un po' tutti i membri della band. Le canzoni sono molto dirette e con refrain catchy, in grado di risultare accattivanti e di far presa sull'ascoltatore sin dai primissimi ascolti, benché, per contro, inevitabilmente capiti di tanto in tanto di avere la classica sensazione del "già sentito". Molto bella l'opener "Power Of Will", che rappresenta subito un ottimo biglietto da visita di quello che propone la band con le successive canzoni, tra le quali si mettono in evidenza ad esempio tracce come "Advent", "Instinct" e "Natural Born Killer". Tra gli altri brani, menzioniamo "Yours", più soft e melodica ma molto intensa, mentre emerge il loro aspetto più orchestrale e magniloquente con "Achilles Heel". Particolare il fatto poi che "The White" completi una trilogia, iniziata nei precedenti album con "The Grey" (in "Firesign") e "The Black" (in "The Dark Delight"). I Dynazty centrano dunque ancora una volta il colpo, con un disco dove magari non sperimentano granché, preferendo tutto sommato muoversi su schemi e soluzioni abbastanza consolidate, senza uscire dalle proprie zone di comfort, ma bisogna riconoscere come le canzoni siano molto valide e i risultati apprezzabili.

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Opinione inserita da Virgilio    27 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 27 Settembre, 2022
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I Crippled Black Phoenix tornano con un nuovo studio album intitolato "Banefyre", che segue "Ellengaest" del 2020. Se con quest'ultimo seguiva un periodo in cui la line up aveva subito diversi stravolgimenti, al punto che, anche per ovviare a questa situazione, il leader e fondatore Justin Greaves si era avvalso di diversi guest, con questo nuovo lavoro la formazione si è invece stabilizzata, con l'affiancamento accanto a Belinda Kordic di una voce maschile, quella dello svedese Joel Segerstedt; confermati inoltre Andy Taylor alla chitarra e Helen Stanley (piano, tastiere e tromba), più altri musicisti che suoneranno con la band dal vivo.
Tornando al disco, si tratta di un lavoro davvero ricco di contenuti: parliamo infatti di un doppio album, per una durata di circa novantasette minuti. Un'opera dunque davvero monumentale, nella quale Greaves e compagni hanno avuto modo di sbizzarrirsi e di realizzare tante tracce, ciascuna con le proprie peculiarità. La cornice di fondo dell'album è costituita dall'idea di soffermarsi su quelli che sono considerati, in diversi modi e per vari motivi, i "diversi" e che per tale ragione vengono isolati o addirittura perseguitati. Non a caso, dunque, l'album si apre con un vero e proprio discorso, "Incantation For The Different", scritto dall'artista e autore americano Shane Bugbee, al quale seguono "Wyches And Basterdz", che rievoca la caccia alle streghe, e le nenie lamentose di "Ghostland". Dopo un paio di brani pur validi, come la rockeggiante "The Reckoning" (che un po' ci ha fatto pensare ai The Cure meno commerciali) e la suadente "Bonefire", la tracklist comincia però a salire realmente di spessore con "Rose Of Jericho", una delle quattro tracce di oltre dieci minuti di durata. Si tratta di un pezzo che rende senz'altro l'idea di quanto possa essere ricco di elementi il sound dei Crippled Black Phoenix: oltre infatti alla varietà espressiva offerta dalle due voci (ma talvolta anche di veri e propri cori) e all'utilizzo di vari strumenti e timbri, la band riesce a creare un mood atmosferico di grande intensità emotiva, che spesso assume dei contorni dark e oscuri, ma che riesce ad accogliere anche energia positiva, al punto da risultare persino arioso in alcuni brani, come nel finale della bellissima "Down The Rabbit Hole" o di "The Pilgrim". La band riesce dunque a passare in rassegna diverse emozioni, da inserti molto minimalisti a esplosioni di puro Rock, tra suggestioni psichedeliche e momenti più introspettivi: ogni brano è un autentico svilupparsi di tutte queste anime, che creano un contesto pronto ad avvolgere l'ascoltatore, a patto che questo abbia voglia di farsi coinvolgere, assecondando con calma e senza fretta le trame sonore costruite dal gruppo inglese. In qualche caso, bisogna anche riconoscere come la band sembri farsi prendere un po' troppo la mano: se a tratti annoia una traccia come "Blackout77", non ci ha particolarmente convinti "The Scene Is A False Prophet": a parte il fatto curioso che nella sua parte iniziale sembra quasi fare il verso alla "Silence" di Simon & Garfunkel (la parola "silence" viene però sostituita da "Punk Rock"), probabilmente qui la band esagera spingendo la traccia fin oltre i quindici minuti in maniera un po' forzata. La conclusiva "No Regrets", invece, alquanto diversa dal resto della tracklist, è una sorta di bonus track, dato che il brano verrà incluso in un differente progetto di Greaves con la Kordic.
A conti fatti, "Banefyre" è un lavoro interessante per tanti aspetti e con il quale la band rilancia con forza tutte le proprie specificità e la propria voglia di essere "differente", proprio come quello che è il tema di fondo dell'album, con risultati apprezzabili.

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Opinione inserita da Virgilio    22 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 2022
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I Tungsten, progetto formato da Anders Johansson (ex-Hammerfall, Malmsteen's Rising Force e tanti altri) e dai figli Karl e Nick, insieme al cantante Mike Andersson (ex-Cloudscape), giungono al loro terzo full-length, intitolato "Bliss". L'opener "In The Center", una traccia di Metal melodico con tanti synth nella parte iniziale e il cantato estremo nel bridge, è già abbastanza indicativa di come la band svedese cerchi di mescolare diversi elementi nel proprio sound. Scorrendo la tracklist, tuttavia, ci si può rendere conto di come, in realtà, lo si ribadisce, nonostante si tratti del loro terzo album, questa sia piuttosto eterogenea e i fratelli Johannsson, principali autori del disco, sembrino fare un po' fatica ad amalgamare i diversi elementi del proprio sound. Ritroviamo così pezzi di puro Power, accanto ad altri più moderni, con tanti synth e tastiere, con passaggi quasi dal sapore Industrial, oppure diversi brani Folk, talvolta dalle atmosfere piratesche, come nel caso di "On The Sea". I ritornelli, in generale, sono molto melodici e in alcuni brani ritroviamo anche diversi cori; molto buona a livello vocale la prova di Andersson, mentre alcune parti con il cantato estremo da parte di Karl non sono per contro particolarmente convincenti, oltre ad essere a nostro parere talvolta anche un po' forzate rispetto al contesto del brano. In linea di massima, comunque, le tracce sono molto dirette e orecchiabili sin dai primi ascolti: solo nel caso di "Northern Lights" la band si cimenta con un pezzo meno immediato, anche se poi di fatto finisce per indugiare alquanto sul tema principale, ripetuto con vari strumenti. Particolare la scelta di utilizzare nella title-track, senz'altro una delle tracce più oscure e pesanti del disco, diverse frasi e parole in varie lingue, tra cui alcune anche in italiano (benché poi in realtà, in generale, la pronuncia lasci alquanto a desiderare). Diciamo che questo "Bliss", in effetti, include diversi brani che non sono niente male e che tutto sommato riescono a risultare facilmente accattivanti, grazie anche alla loro struttura semplice e ad un buon gusto per la melodia; è però altrettanto innegabile come la loro eterogeneità non convinca nell'insieme, ascoltando l'album nella sua interezza. Considerando che non si tratta più di un debutto, ci saremmo aspettati un passo in avanti a livello stilistico, che al momento invece non sembra intravedersi. Se, dunque, da una parte, i fratelli Johannsson confermano delle buone qualità a livello compositivo, d'altro canto dimostrano ancora alcune acerbità, che emergono anche da alcune scelte in sede di produzione, curata dallo stesso Nick. Insomma, i Tungsten sono una buona band, ma ci sono certamente margini di crescita su cui sarà importante lavorare.

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Opinione inserita da Virgilio    26 Agosto, 2022
Ultimo aggiornamento: 27 Agosto, 2022
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I Grave Digger con "Symbol Of Eternity" ritornano su tematiche medievali ed in particolare sulle Crociate e sui Templari, come già fatto in passato con l'album "Knights Of The Cross". Nulla dunque di particolarmente nuovo o innovativo, per un disco in cui Chris Boltendahl e compagni si muovono su territori ben noti e su schemi già ben consolidati. Al di là della solita breve intro strumentale, l'album parte bene con due tracce veloci e potenti, caratterizzate da ritornelli melodici con cori maestosi, ovvero "Battle Cry" e "Hell Is My Purgatory". Il resto della tracklist alterna tracce tendenzialmente un po' più lente e cadenzate con altri pezzi più tirati, pur sempre comunque con la presenza di cori imponenti nei refrains, anche se, a dire il vero, talvolta viene introdotto qualche elemento diverso, come nel caso della title-track stessa, che ha un inizio particolare con una bella parte arpeggiata, o come "Saladin", che è invece un'altra breve strumentale. Oltre ai brani citati, tra gli episodi migliori potremmo menzionare "King Of The Kings", "Sky Of Swords" ed un ottimo mid-tempo come "Grace Of God". La vera sorpresa è rappresentata però dalla conclusiva "Hellas Hellas", cover del cantante ellenico Vasilis Papakonstantinou, in cui Boltendahl si cimenta a cantare per la prima volta in greco. In conclusione, i Grave Digger realizzano un album molto nella media, a tratti anche un po' ripetitivo e che non riteniamo di poter annoverare tra i migliori della loro discografia. Tutto sommato, comunque, si tratta di un disco in cui il songwriting non particolarmente originale viene compensato da tanta esperienza e da un preciso trademark che Boltendahl sa ormai come imprimere alle proprie opere. Un lavoro dunque magari non imprescindibile, ma che può rappresentare un piacevole ascolto per chi ama la band tedesca ed il Power Metal in generale.

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Opinione inserita da Virgilio    19 Agosto, 2022
Ultimo aggiornamento: 21 Agosto, 2022
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Quinto full-length per i Majesty of Revival, band fondata nel 2009 da Dimitriy Pavlovskiy e che ritorna in quest'occasione con una line-up quasi completamente rinnovata. La formazione ucraina ha lavorato al disco in piena pandemia, ma ovviamente sono scaturite poi difficoltà forse anche maggiori a causa dell'invasione russa del loro Paese. Ad ogni modo, questo "Pinnacle" si rivela come un disco piuttosto atipico: la band ci aveva già abituati alla proposta di lavori alquanto vari, ma in questo caso sembrano proprio convivere diverse anime e diversi stili tra le varie canzoni, al punto che in certi casi si fa quasi fatica a credere che si tratti dello stesso gruppo. Peraltro, quasi tutti i brani sono già stati pubblicati come singoli e si riscontra una tale disomogeneità da indurci a pensare a "Pinnacle" come una sorta di raccolta di canzoni nate in maniera spontanea e quasi casuale piuttosto che di un vero e proprio album. Si possono ritrovare così tracce di Prog tecnico, a tratti anche piuttosto aggressive, con alternanza di cantato in pulito ed estremo come "Open", "Citylights" e "Things Are Not What They Seem"; altre sono ballate dalle tinte orchestrali, come "At All Cost" (con inserti di violino) e "Overcome?"; alcuni brani sono invece grintosi ma tendenzialmente più melodici, come nel caso di "Guardians" e di "Mindcrime", anzi in quest'ultima spicca la presenza come guest di David Readman (Pink Cream 69, Adagio). Un altro gruppo di canzoni denota invece un approccio più fantasioso e orientato alle contaminazioni con altri generi: ad esempio, in "You Have A Message (Welcome To Gulag)" ci sono passaggi Funky o venature Metalcore e Industrial, per poi proseguire con la gotica "Rebellion"; un avvio Funky/Reggae caratterizza invece "Dig Me Up", sottotitolata "Bury Me Part II", come ideale prosecuzione dell'ultimo brano dell'album precedente; ancora, in "Fool" ci sono bellissimi cori e inserti di trombe, che rendono il brano molto particolare e originale. Discorso a parte merita "Stone", in cui la band si riserva uno spazio per una traccia di raffinato Prog Metal, con svariati e continui cambi tematici e di tempo. Insomma, "Pinnacle" è un disco caratterizzato da brani così diversi da poter risultare spiazzante e difficile da apprezzare nella sua interezza, mentre se dovessimo prendere i brani singolarmente non si può negare come questi risultino parecchio interessanti e ben concepiti. Non è chiaro se una tale eterogeneità derivi magari dall'apporto dei nuovi membri (ciascuno con il suo background) o se corrisponda alla decisione di un cambio stilistico in corso d'opera. Il nostro giudizio complessivo resta comunque positivo, ma va anche detto che, stavolta, a differenza magari di altri album della band ucraina, la grande varietà che caratterizza questo lavoro in effetti rischia di essere un po' difficile da digerire.

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Opinione inserita da Virgilio    25 Luglio, 2022
Ultimo aggiornamento: 25 Luglio, 2022
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Nato come progetto del cantante Mattia Martin nel 2019, i Nova Luna nel corso del tempo sono diventati una band vera e propria con il coinvolgimento dapprima di Alessandro Piputto (batteria) e Davide Martina (chitarra) e poi, già con le registrazioni dell'album in corso, anche di Nicola Lardo (basso) e Valerio Simonini (tastiere). Il disco, intitolato "Nova Vita", include peraltro una serie di ospiti illustri, dato che può annoverare la presenza di Reb Beach, Michele Luppi, Marco Minnemann e Mistheria. Il gruppo si dichiara influenzato dal Progressive Metal (Dream Theater e Symphony X) ma anche da certo Hard Rock ottantiano, oltre che dalla cultura e dalla musica giapponese (quest'ultima fonte d'ispirazione soprattutto per brani incentrati su anime e videogame). In realtà, parliamo fondamentalmente di un tipico Metal melodico, in cui c'è magari qualche piccola venatura Prog, che però non ha certamente un carattere preminente. Piuttosto, la band ci ha fatto pensare in alcune occasioni a una band come i Mr.Big, per la sua capacità di essere tecnica ma allo stesso tempo molto diretta, partendo da un Metal melodico, in grado però di accogliere diverse influenze (peraltro, il cantante ha in comune con il singer dei Mr.Big anche il cognome). Per la vicinanza alla cultura giapponese e per le varie ballate pianistiche presenti, invece, i Nova Luna ci hanno fatto pensare un po' anche agli Skylark, ma al di là di quelli che possano essere gli accostamenti, la band propone un disco molto fresco e gradevole, dove si mette in evidenza la voce bella e pulita di Mattia Martin. Nel disco ritroviamo dunque tracce vivaci e trascinanti, come ad esempio l'opener "Addicted To Myself", "Over Machines", "Save You (This Time)" (senza dubbio il brano più Prog Metal) o "Without Sorrow", ma sono diversi anche i pezzi più delicati e soft come "World Of Truth" (proposto in doppia versione), "Black Stained Sun" e "Cause Of My Poetry", o brani dai refrain davvero accattivanti come "Lost In The Sky" e "Morning Stars". In conclusione, "Nova Vita" è un disco abbastanza vario, per quanto la band possieda già un proprio stile ben definito e rappresenta senz'altro un buon debutto, che ci fa guardare a questo gruppo friulano con interesse.

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Opinione inserita da Virgilio    08 Luglio, 2022
Ultimo aggiornamento: 08 Luglio, 2022
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I Fortis Ventus si formano nel 2015 ma, dopo un EP di debutto, a causa soprattutto di divergenze artistiche, la band si spacca, tanto che restano nel gruppo solo il tastierista George Halliwell e la cantante Nancy Mos. La line up viene completata a quel punto con l'innesto del chitarrista Gregory Koilakos e iniziano i lavori per il primo full-length. Per questo primo album dei Fortis Ventus è stato scelto il titolo di "Vertalia": si tratta di un concept fantascientifico e il nome è quello di un immaginario pianeta, da cui proviene il protagonista della storia. Lo stile della band è un Metal sinfonico, dove si erge sicuramente protagonista la voce della cantante Nancy Mos (che in alcuni passaggi opta anche per un cantato operistico), ma con un approccio generale alquanto "cinematico", al punto che le orchestrazioni talvolta finiscono per prendere un po' il sopravvento rispetto agli altri strumenti, come avviene ad esempio già per buona parte nel brano di apertura, "Between Love And War" o in "Unveiling Path", una traccia di oltre dieci minuti di durata. Anzi, in un certo qual modo, si riscontra la tendenza da parte della band ad inserire lunghi intermezzi atmosferici o orchestrali che spesso finiscono per spezzare il ritmo del brano, oltre ad alcune strumentali vere e proprie che invece fungono da preludio, quali "Living Thorns" e "Door To Unknown". Nelle parti più propriamente Metal, il gruppo ellenico si inserisce su schemi abbastanza consolidati nel genere, senza particolari invenzioni. In un paio di tracce, si ritrovano anche voci maschili: così nella già citata "Beetween Love And War", dove la Mos duetta con Dee Theodorou dei connazionali Illusory o in "Reflection Of Myself", dove lo stesso Halliwell si dedica alle seconde voci, affiancando la cantante. Ad ogni modo, quest'ultima si rivela abbastanza convincente nelle sue performance, spesso alquanto teatrali: apprezzabile, ad esempio, in "Cave Of Glass", "My Death Is My Devotion" o in "Gothecia", brani che possiamo annoverare tra gli highlight del disco. Diciamo che i Fortis Ventus dimostrano un buon potenziale, ma non si ravvisa ancora un equilibrio ottimale tra i vari elementi che animano il loro stile, per cui ci aspettiamo qualche progresso in tal senso per i prossimi lavori.

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Opinione inserita da Virgilio    28 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 28 Giugno, 2022
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The Chronomaster Project è un progetto che nasce in ambito musicale ma, stando alle intenzioni degli autori, dovrebbe avere un seguito anche in ambito ludico con giochi di ruolo e videogiochi. Ci approcciamo al disco con un certo interesse, dato che viene presentato come una Metal Opera, con ambientazione fantascientifica e con la presenza di ospiti di una certa caratura, tra cui citiamo ad esempio Mark Boals, Amanda Somerville, Chris Boltendahl, Snowy Shaw e Marcela Bovio. Riscontriamo subito, tuttavia, che nel promo che ci è stato messo a disposizione mancano stranamente tre tracce: si tratta di "The Invaders’ Chronicle" Part 1 e 2 e di una ghost track. Pazienza, ma ancora peggio, seguendo la storia, ci rendiamo conto che, dietro la facciata dell'ambientazione fantascientifica, si nasconde in realtà il pretesto di fare del semplice anticlericalismo senza mezzi termini, unito ad allusioni politiche che sanno tanto di populistico. Da appassionati di fantascienza, questo è a nostro avviso il modo peggiore per inserirsi in questo genere, anche perché di fatto l'elemento fantastico (o meglio, fantascientifico) qui viene utilizzato solo per mascherare (peraltro in questo caso in modo grossolano) avversioni politiche o religiose, finendo per soffocarlo e relegarlo totalmente in secondo piano. Dal punto di vista prettamente musicale, le cose non vanno molto meglio: la musica, infatti, ingabbiata dalla storia del concept, finisce per dover seguire i testi senza grande libertà di movimento, né si può dire che le linee melodiche riescano a trovare grandi soluzioni per migliorare la situazione. Insomma, quello che viene proposto, doveva essere nelle intenzioni probabilmente un Metal melodico con elementi Prog, ma proprio le melodie sono uno dei punti deboli nella maggior parte dei brani a causa, talvolta, anche di testi che non aiutano particolarmente in quanto a musicalità; neppure si può dire che ci siano grandi soluzioni Progressive, anzi spesso, si ha la sensazione che tutto suoni alquanto scontato e prevedibile. In generale, riscontriamo la presenza di alcune tracce tutto sommato decenti, come "Generation Clash" o "Nothing Left To Lose", accanto ad altre in verità piuttosto deludenti, né riteniamo che quei brani che non abbiamo potuto ascoltare avrebbero potuto alzare più di tanto il livello. Peccato, le premesse c'erano tutte per un disco interessante, ma alla fine non possiamo che considerare "The Android Messiah" una bella occasione, tuttavia decisamente sprecata.

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