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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    27 Mag, 2022
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Il nome degli Obscene nel panorama Death Metal è relativamente nuovo, essendosi formati nel 2017; ma sarebbe in grosso errore credere che la band che ha debuttato su lunga distanza due anni or sono con "The Inhabitable Dark" siano dei novellini: la line up vede infatti la presenza di musicisti che hanno la loro bella esperienza nel sottobosco estremo statunitense, esperienza che i quattro ragazzoni di Indianapolis mettono al servizio di un sound che fa dell'amore indiscusso per l'old school Death Metal il proprio vessillo. Tralasciando l'intro e l'outro infatti, sin dalle prime note di "I Shall Drink the Earth's Blood" ci si rende conto come Asphyx ed Obituary siano tra le influenze primarie che possiamo trovare in questo nuovo "...from Dead Horizon to Dead Horizon", seconda fatica su lunga distanza degli Obscene licenziata come il predecessore da Blood Harvest. Non solo Asphyx ed Obituary però: la band si lascia sovente andare a pattern che richiamano il Death/Thrash di fine anni '80, quello per intenderci dei primi grezzissimi lavori dei Pestilence e dei Morgoth. Soluzioni quindi assolutamente semplici, ma tremendamente efficaci: agli Obscene basta semplicemente caricare a testa bassa dando ampio spazio ad un riffingwork diretto e ad un drumming forsennato, tappeto sonoro perfetto per le urla di Kyle Shaw, cantante che come modello non può aver altri che mr. Martin van Drunen. "Deathless Demigod", "Faith Through Pain", "Shrew's Nest", "Open Grave of a Forgotten Past", sono solo alcuni degli esempi della bontà di questo secondo album degli Obscene: mezz'ora di Death Metal della vecchia scuola senza il minimo calo di tensione che saprà certamente conquistare dal primo ascolto. Consigliato!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    27 Mag, 2022
Top 10 opinionisti  -  

Abbiamo incrociato la strada dei tedeschi Abythic nel 2019, allorquando l'act teutonico rilasciò per Xtreem Music l'album "Conjuring the Obscure", mentre ad onor di cronaca abbiamo 'cannato' "Dominion of the Wicked" uscito l'anno scorso, ma ancora non collaboravamo con l'agenzia che si occupa del materiale di Iron Bonehead Productions. Notiamo però che ben poco è cambiato in ciò che propone la band tedesca, sempre fautrice un Death/Doom che molto deve soprattutto agli Asphyx dei primi lavori e, in seconda battuta, ai Bolt Thrower. Il qui in esame "Eden of the Doomed" ci presenta dunque una band quadrata e compatta sui propri stilemi, che tra spietate accelerazioni e mid-tempo che hanno l'incedere di un cingolato offre tre brani di fattura pregevole. La cosa che maggiormente risalta è che gli Abythic si calano perfettamente nella parte, trovandosi a loro agio muovendosi in tali sonorità, riuscendo grazie ad un riffingwork ispirato a tenere sempre altissima l'attenzione dell'ascoltatore. Probabilmente "Eden of the Doomed" è un breve lavoro - 18 minuti totali - destinato soprattutto a riempire la collezione di un die hard fan del genere, ma ecco, per l'appunto un amante del sound di Asphyx, Bolt Thrower, ma anche della più 'sporca' scena finlandese, l'EP targato Abythic può essere un'ottima aggiunta.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    27 Mag, 2022
Top 10 opinionisti  -  

A quattro anni dal grandioso The Incubus of Karma" e con un nuovo full-length in preparazione, tornano i Mournful Congregation con un nuovo EP, prima parte di due di "The Exuviae of Gods"; il disco è lanciato da Osmose Productions e, solo per il mercato americano, 20 Buck Spin. Fa strano parlare semplicemente di un EP avendo davanti un lavoro di quasi 40 minuti, ma tant'è: sono solo tre i (lunghi) brani presenti in questa nuova opera di quella che possiamo tranquillamente additare come LA band di punta del panorama estremo australiano: quasi trent'anni di carriera hanno infuso nell'act di Adelaide un marchio ben riconoscibile, un sound che la band guidata dal 1993 dal cantante/chitarrista Damon Good e dal chitarrista Ben Petch ha contribuito a far nascere insieme alle realtà nordiche d'Oltreoceano (Skepticism, Shape of Despair, Thergothon, ecc. ecc.). E come ci si potrebbe ovviamente aspettare dai Mournful Congregation, anche questo "breve" lavoro presenta tutti i loro stilemi classici: suoni pesanti, ammantati di un'oscurità perenne da cui ogni salvifica luce è bandita. Claustrofobico, pachidermico, l'incedere del quintetto australiano è una lenta ma costante discesa nei più profondi abissi, in cui il respiro viene man mano a mancare fino all'immancabile cedere allo sconforto più totale. Ed ovviamente non manca un sapiente uso di armonizzazioni che rendono "The Exuviae of Gods - Part I" un lavoro ancora più inquietante ed oppressivo. Per il Funeral Doom i Mournful Congregation sono semplicemente una garanzia assoluta sin dal lontano 1993: questo EP non fa altro che confermare come i Nostri siano, ad oggi, ancora tra i sovrani assoluti del genere. I fans della band australiana non dovranno farsi scappare questo EP.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    26 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 26 Mag, 2022
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Quello dei Carnal Ghoul è un nome nuovo solo relativamente, essendo la band teutonica nata nel 2013 dalla mente di musicisti con una certa esperienza: il nucleo primario vedeva infatti Daniel Jakobi (Damonbreed, Milking the Goatmachine), Johannes Pitz (Demonbreed, ex-Milking the Goatmachine) e Stefan "Husky" - o "Tormentor" - Hüskens (Asphyx, ex-Sodom), con poi l'aggiunta di Fernando "Ferli" Hermansa (anche lui in Demonbreed e Milking the Goatmachine) e soprattutto quello che sarebbe dovuto essere il cantante di questo primo full-length, Sven Groß dei Fleshcrawl. La prematura scomparsa di quello che potremmo tranquillamente definire come uno dei padrini della scena Death Metal teutonica ha messo in ghiaccio l'opera, ma solo per un attimo: le parti vocali di "Back from the Vault" sono state infatti poi registrate da diversi ospiti, uno per ogni pezzo. e la lista, come vedete nelle info, presenta nomi sicuramente di tutto rispetto, con ognuno dei cantati impegnati a dare la propria impronta vocale ad un lavoro di solidissimo Death Metal figlio del caro vecchio Death Metal svedese fatto di HM-2 a palla e riffoni spietati. Dave Ingram, Felix Stass, Ralf Hauber, Paul Spekmann... sono solo alcuni dei nomi che aiutano a rendere più speciale quest'uscita, riuscendo a dare anche una sorta di varietà grazie ai loro stili diversi, come - altro esempio - accade con l'ex-Morgoth Marc Grewe in "Demand You to Scream". Tutti i pezzi presenti in tracklist sono di pregevolissima fattura, col comparto strumentale che offre un lavoro d'esecuzione preciso come il più tagliente dei bisturi, m è comunque indubbio che pezzi come l'opener "Church of Dead Eyes" (con Dave Ingram), "Death by Fucking Metal" (con Felix Stass) e "Grandmaster Flesh" (con Ralf Hauber), hanno una marcia in più rispetto agli altri brani. E si ha anche il tempo di potersi commuovere, in un certo senso, in chiusura con "To Always Remember (For Sven... and Other Heroes)", canzone dedicata alla memoria di Sven Groß - ma anche LG Petrov ed altri musicisti scomparsi - affidata all'inconfondibile ugola di una vera e propria leggenda vivente come Martin van Drunen degli Asphyx. Questo "Back from the Vault" ha dunque più di una funzione: in primis, che è poi la cosa principale forse, è un buonissimo album Death Metal che sicuramente potrà piacere ai tantissimi amanti di queste sonorità classiche; dall'altro, è un tributo a uno dei grandi cantanti del nostro amato genere musicale, scomparso troppo preso e mai troppo compianto. Da parte nostra, acquisto caldamente consigliato.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    24 Mag, 2022
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E' bastato un demo rilasciato nel 2020 ai polacchi Clairvoyance per far puntare i riflettori su di sé; l'interesse suscitato da quel breve lavoro ha portato il quintetto di Varsavia alla firma del contratto con Blood Harvest ed alla conseguente release di questo EP a titolo "Threshold of Nothingness", che ancora una volta mette in mostra una band capace di far propri gli insegnamenti di diverse scuole Death Metal, inserendo tutto nel calderone per tirare fuori un sound decisamente sporco e sulfureo. Bastano anche solo i primi due pezzi - "Decline into Oblivion" e "The Curse" - per intuire abbastanza facilmente che Autopsy e la scuola finlandese (Demigod, Adramelech) hanno giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo del sound dei Clairvoyance: le sonorità sono infatti, come dicevamo, decisamente sulfuree, maligne, cosa accentuata da una produzione volutamente sporca, tanto che sembra d'aver davanti uno di quei prodotti underground dei 90's. A colpire è l'attitudine del combo polacco, votato al "nessun compromesso" ed alla più becera violenza sonora, riuscendo a dare anche una parvenza di varietà grazie a passaggi che prendono spunto dalla cara vecchia scuola svedese. Riassumendo: cinque pezzi per meno di 25 minuti che sapranno conquistare i fans del Death Metal più primitivo e violento. Un ascolto ve lo consigliamo caldamente.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    24 Mag, 2022
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Sono già passati quattro anni da quando abbiamo fatto la conoscenza degli Assumption, band Doom/Death fondata da Giorgio Trombino (Becerus, ex-Haemophagus) e David Lucido (Bottomless, ex-Haemophagus), a cui si sono poi uniti lo scorso anno il chitarrista Matija Dolinar (Sideran) ed il bassista Claudio Troise (ex-Undead Creep, come gli stessi Claudio e David). Rispetto al buonissimo predecessore "Absconditus", questo "Hadean Tides" è un lavoro che poggia le propria fondamenta unicamente su un Doom/Death estremamente cupo e claustrofobico: Disembowelment e Spectral Voice sono sicuramente punti di riferimento importanti, ma anche questa volta gli Assumption "sprofondano" anche in stilemi nettamente più vicini alle funeree sonorità di gruppi come Esoteric, Skepticism, Evoken e Therogothon. Guidati dalle cavernose, profondissime growlin' vocals di Giorgio, infatti, gli Assumption ci guidano per quasi un'ora in una lenta, inesorabile discesa verso i più profondi abissi del Doom/Death, tra passaggio più duri e spietati ed altri decisamente lenti e pesanti come un macigno, ad acuire quel senso di claustrofobia che notoriamente si ha ascoltando un lavoro di tal foggia; prendete "Daughters of the Lotus", soffocante come solo i Worship nel loro leggendario primo demo "Last Tape Before Doomsday". Tutti i brani presenti nella tracklist sono comunque di buona fattura, ma fra tutti sicuramente spiccano l'opening track "Oration" e la penultima "Triptych", mentre la conclusiva "Black Trees Waving" può essere ai più molto indigesta, a meno che non siate abituali fruitori di certe sonorità. Gli Assumption no solo confermano le ottime impressioni suscitate col primo full-length, ma anzi appaiono in questa loro seconda opera anche maggiormente concentrati e più maturi in fase di composizione; "Hadean Tides" non sarà un album per tutti, certo, ma a chi piace questo tipo di sonorità avrà sicuramente di che gioirne dall'ascolto. Beh... per lo meno in senso lato.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    23 Mag, 2022
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Per anni ed anni i Sadist sono stati uno dei maggiori punti di riferimento del Metal estremo italico, anzi possiamo dire che prima dell'avvento dei Fleshgod Apocalypse la band genovese è stata LA principale band Death Metal qui da noi (e gli show in supporto a nomi piuttosto altisonanti ne sono la dimostrazione). Ed all'alba dei trent'anni di carriera, ci troviamo davanti una band che sembra proprio aver inaugurato un nuovo capitolo, dal respiro molto più internazionale rispetto i precedenti lavori, e non solo per il passaggio dalla Scarlet ad Agonia Records, ma anche più semplicemente sul piano prettamente musicale: i Sadist di questo "Firescorched" sono infatti una band che si avvicina molto al Progressive Death Metal nel modo d'intendere odierno, quello di gente come Obscura, Beyond Creation, Gorod, ecc., ed in parte presumiamo che questo lo si debba anche ai due grandi innesti avvenuti in line up nel 2020. Ad affiancare infatti gli inossidabili Tommy Talamanca e Trevor sono infatti giunti una vera e propria leggenda al basso come Jeroen Paul Thesseling - recentemente rientrato negli Obscura e il cui nome è legato anche a quello dei Pestilence - ed un mostro per tecnica e bravura dietro pelli che risponde al nome di Romain Goulon, ex di benighted e, soprattutto, Necrophagist. Ed a giovare in primis di questi nuovi innesti è proprio Talamanca, ispiratissimo tanto in fase di esecuzione quanto di composizione, avendo potuto spaziare in lungo e in largo esprimendo tutto il suo potenziale tecnico come musicista ed andando a toccare i lidi della Fusion in fase compositiva; ma anche lo stesso Trevor sciorina le sue growlin' vocals con rinnovato entusiasmo, toccando livelli qualitativamente eccelsi come in "Burial of a Clown". Ciò che non è cambiato nei Sadist lo troviamo nelle tematiche, sempre fortemente legate all'immaginario horror: ed a tal proposito un plauso va fatto al lavoro alle tastiere di mr. Talamanca, capace di dare quel sublime tocco orrorifico - ma anche delle atmosfere da Prog Rock dei 70's, vedi "Three Mothers and the old Devil Father" - ad un lavoro tecnicamente ottimo. Dalle digressione "sarde" di "Accabadora" fino all'ottima title-track, passando per il Progressive Metal puro della strumentale "Loa" - in cui il basso di Thesseling è protagonista assoluto - o per le ritmiche cervellotiche di "Aggression/Regression", i Sadist di "Firescorched" appaiono esattamente per quello che effettivamente sono: una band che inaugura la terza decade di carriera aprendo un capitolo tutto nuovo senza paura di osare. Se in futuro questa line up sarà confermata e si solidificherà l'affiatamento tra i musicisti, semplicemente riteniamo che non c'è un limite che i Sadist non potranno superare.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    23 Mag, 2022
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Pomposi, epici, cupi, senza che per un attimo perdano di vista l'essere una band Extreme Metal. Sostanzialmente è così che si può riassumere la carriera dei SepticFlesh, il colosso Symphonic Death Metal ateniese arrivato con "Modern Primitive" alla pubblicazione dell'undicesimo studio album; un album che segna anche un decisivo passo in avanti nella carriera di Seth Siro Anton e soci, che dopo una seconda parte di carriera passata in collaborazione con Season of Mist rilanciano passando sotto l'egida di Nuclear Blast Records. I SepticFlesh dunque debuttano sulla colossale label tedesca e lo fanno con un disco che li vede mettere sul piatto tutti gli stilemi che li han resi la band che sono oggi: uno dei nomi di punta della scena estrema mondiale, grazie a questa perfetta unione tra un Death Metal estremamente granitico impreziosito dalle pompose orchestrazioni di Christos Antoniou (semplicemente maestose in "Self Eater"), dalle epiche atmosfere che da sempre li contraddistinguono e da quel tocco puramente ellenico che dà quell'aura folkish che mai stona nell'operato del quintetto greco, vedasi "Neuromancer"; quest'ultima traccia è tra le migliore prodotte dai SepticFlesh, un perfetto compendio dell'intero loro spettro sonoro, tanto musicalmente quanto a livello vocale con gli 'scambi" tra il profondo growl di Seth Siro Anton (anche autore, come sempre, del bellissimo artwork) e le clean vocals di Sotiris Vayenas (a.k.a. Sotiris Anunnaki V), forse mai come in questo lavoro un valore aggiunto. E' praticamente inutile dire della solita prestazione magistrale di Krimh dietro le pelli - in fondo stiamo parlando di uno tra i migliori batteristi in circolazione -, mentre una particolare menzione va fatta per la coppia d'asce Christos Antoniou/Psychon, autori di un riffingwork più diretto e dinamico rispetto i più recenti predecessori, cosa che contribuisce a rendere "Modern Primitive" un album di presa più immediata. In conclusione, la band dei fratelli Antoniou continua imperterrita a portare avanti il proprio discorso in maniera estremamente lineare e rimanendo sempre, costantemente fedele alla propria attitudine; ovvio, il carattere pomposo dell'operato dei Nostri a qualcuno - una sparuta minoranza - risulterà sempre un po' difficile da digerire, ma ciò non toglie che i SepticFlesh anche con questo loro sigillo No.11 abbiano dimostrato ulteriormente perché siano di diritto nell'Olimpo del Metal estremo mondiale.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 18 Mag, 2022
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"Faustian Reawakening" è il secondo album dei Wachenfeldt, progetto voluto e creato da Thomas von Wachenfeldt (Wombbath), circondatosi col tempo con altri musicisti e che vede la presenza oggi in formazione insieme al fondatore (in qualità di cantante, chitarrista e bassista) Daniel Jakobsson alla chitarra e Jon Skäre (Consumption, PermaDeath) dietro le pelli. Ci troviamo davanti ad un lavoro Black/Death che molto deve alla scuola centro europea: manco a dirlo Behemoth, Belphegor e Hate sono nomi che vengono subito in mente sin dalle prime note dell'opening track "Primaeval Order", un sound quindi granitico e con quelle atmosfere cupe, a tratti morbose ma anche estremamente solenni che tanta fortuna hanno portato sia ai colossi polacchi che a quelli austriaci. Essendo svedesi, poi, non mancano degli accenni allo stile melodico tipico della loro terra d'origine (Dissection, Necrophobic), con in più un'aura epica e pomposa data dalle testiere/orchestrazioni che a tratti rimandano ai Septicflesh. Come avrete intuito ormai, seppur scritto e suonato in maniera impeccabile, quest'album targato Wachenfeldt pecca alquanto in personalità, unico neo - anche se non proprio di poco conto - di un lavoro che si lascia ascoltare anche se la durata - tanto dei brani quanto quella generale - è abbastanza elevata. Cosa questa che ai meno avvezzi a questo sound potrà portare un po' di fisiologica "stanchezza" nella seconda metà dell'album, mentre i più avvezzi troveranno sicuramente pane per i loro denti, soprattutto a nostro avviso con la tripletta iniziale formata dai due singoli "Primaeval Order" e "Halsu" e dalla title-track (ed a proposito della title-track "Faustian Reawakening" ringraziamo l'agenzia che ci ha fornito il promo con la tracklist nelle info sheets sbagliata). Da artisti con una certa esperienza è lecito aspettarsi di più di un lavoro che sia sì ben suonato e prodotto ma a cui manca quel "quid in più" che lo faccia essere più di un semplice compendio di quanto già ampiamente fatto da altri gruppi, ma comunque in generale non ci sentiamo di bocciare la proposta dei Wachenfeldt: il giusto compromesso crediamo sia una sufficienza piena.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Mag, 2022
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A due anni dall'album "Dreamstate Supreme" tornano - sempre in maniera indipendente - gli australiani Oratory, quartetto dedito ad un mix tra Sludge, Death Metal e Hardcore (ma in cui possiamo trovare anche "punte" di Thrash/Groove). Composto da tre tracce per una decina di minuti scarsi, "Inner Pyre" è un dischetto in cui le influenze del combo di Brisbane sono subito facilmente intuibili: dal Death svedese (Entombed, Dismember) allo Sludge (Crowbar, Eyehategod) fino alla scuola Hardcore nipponica (Death Side, Forward) ed il Death floridiano (il solo di "Capitulation Genuflect" ricorda non poco uno degli Obituary). Peculiarità degli Oratory sembra essere sin da subito una produzione sporca e ruvida, che ben si sposa con le sonorità dei Nostri: soprattutto nella title-track questo tipo di suoni sembrano essere un valore aggiunto. Va da sé, essendo un dischetto di 10 minuti totali di durata non c'è tantissimo da dire: la varietà stilistica del sound degli Oratory rende l'operato dei Nostri alquanto interessante, ma è anche troppo poco per poter effettivamente giudicare la qualità generale. Pe cui: ascolto consigliato?, sì ed anche ad un ampio raggio di fruitori, visto che per l'appunto gli Oratory abbracciano abbastanza fluidamente diverse scuole, ma solo a nostro avviso giusto per un breve intrattenimento. Sufficiente, ma band rimandata ad un lavoro su distanza decisamente più lunga.

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