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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    06 Mag, 2021
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C'erano una volta gli Oath Div. 666, Death Metal band canadese formatasi nel 2012 e con all'attivo un EP, un demo ed un album, "Apocalypse Division" del 2019; una band fortemente devota al cosiddetto "culto dell'HM-2", con sonorità dunque derivanti soprattutto dal Death Metal svedese della vecchia scuola di Stoccolma. Qualcosa però cambia dopo l'uscita del suddetto album: le nuove tematiche affrontate nei testi non sembrano calzare con lo stile suonato sino a quel momento: è da quel momento che prendono vita i Disembodiment, più un vero e proprio nuovo corso per la band piuttosto che un progetto parallelo (tant'è che nelle info che accompagnano il promo inviatoci da Everlasting Spew Records si parla di "former band"). I Disembodiment abbandonano qualsiasi velleità Swedish, togliendo di mezzo anche le tipiche distorsioni del mitico pedale della Boss: le chitarre si fanno più pesanti, il sound in generale diventa più cupo e violento, le voci divengono estremamente gutturali, le influenze si spostano verso gruppi quali Incantation, Rottrevore, Disma, Undergang... e sotto questa nuova luce (si fa per dire) e col nuovo monicker arriva l'EP d'esordio "Mutated Chaos", disco breve - non raggiunge nemmeno il quarto d'ora - che punta tutto sull'impatto e sulla pesantezza della proposta. I Disembodiment se ne escono con un lavoro che riesce a superare in "ignoranza" anche il proprio stesso passato recente: cinque brani (con in più una breve intro) di Death Metal marcescente e catacombale, con una serie di riffoni arcigni ed una sessione ritmica spaccacollo.
Seppur "Mutated Chaos" (nomen omen, lo possiamo dire?) sia solo il primissimo lavoro di questo nuovo corso della carriera di questi quattro ragazzi canadesi, siamo più che sicuri che alle prese con un full-length i Nostri non sfigurerebbero.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    06 Mag, 2021
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Nella seconda metà di quest'anno è prevista l'uscita del nuovo album degli svedesi Ereb Altor, ma la band Epic/Viking scandinava decide di scaldare i motori rilasciando tramite Hammerheart Records il qui in esame EP "Eldens Boning", una sorta di 'riscaldamento' appunto - se così lo vogliamo definire - per saggiare l'attuale sato di forma a due anni da "Järtecken". E diciamocelo: gli Ereb Altor sono decisamente in forma smagliante! Pur non dimenticando la vecchia natura Blackened, certificata in questo lavoro dalla durissima title-track, gli Ereb Altor dell'anno 2021 sono una band che affonda sempre più le proprie radici nell'epicità folkloristica del Viking Metal dei Bathory del maestro Quorthon, di cui il quartetto di Gävle è ormai erede naturale e spirituale. L'opener "The Twilight Ship" è il più classico dei brani Epic/Viking, pezzo dai toni solenni e dalle fredde melodie tipiche del Nord Europa, dotato di atmosfere ancestrali e di ritmiche epiche e battagliere: tutto ciò che si può desiderare da una canzone di questo specifico genere è raccolto nei 7 minuti e mezzo di quest'ottima opening track, cui segue la solenne ed acustica "Fenrisulven", impreziosita da un violino che dà un'atmosfera ancor più sognante - e decadente -. Nella seconda parte dell'EP gli Ereb Altor si lanciano invece a briglia sciolta, riprendendo quel lato più crudo della propria proposta: macigni dal sapore Blackened come la title-track e "Sacrifice 2.0", che riprende in maniera più incalzante la "Sacrifice" del magnifico "Fire Meets Ice".
Non resta che aspettare nei mesi prossimi venturi l'uscita del nuovo full-length del quartetto scandinavo, godendosi nel frattempo la prova più che soddisfacente di questo EP. Come sempre gli Ereb Altor vivono soprattutto dell'incredibile affiatamento di Mats e Ragnar - masterminds anche degli Isole, per chi se lo fosse dimenticato - e della messa in pratica perfetta degli insegnamenti di Bathory: basta questo per essere soddisfatti della band svedese.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    06 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Mag, 2021
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Mancavano all'appello da ben otto anni i francesi Seth, grandi veterani della scena Black Metal francese con disco grandioso - togliamo subito qualsiasi dubbio - come "La Morsure du Christ", edito da una garanzia come Season of Mist. Nel corso della loro carriera i Seth si sono sempre contraddistinti per un sound tipicamente loro, un marchio di fabbrica riconoscibile tra tanti, pur con sempre presente la voglia di evolversi e migliorarsi: "La Morsure du Christ" non sfugge alla regola, ma in questo caso i Seth danno anche uno sguardo al loro passato, presentandosi con album dirompente che sembra riprendere non poco da quel debut album magnifico che fu "Les Blessures de l'Âme" ed il seguente - ennesimo capolavoro - "The Excellence". Atmosfere apocalittiche permeano l'intera sesta opera su lunga distanza dell'act d'Oltralpe, a cominciare da una copertina che mostra la Cattedrale di Notre-Dame in fiamme per riversarsi poi in un album che suona Seth al 110%, tra melodie luciferine e atmosfere sinfoniche maligne e glaciali, riff taglienti con il mastermind Heimoth in stato di grazia, ottimamente coadiuvato dal neo-entrato Drakhian, cambi di tempo precisi e spiazzanti merito di una sessione ritmica chirurgica con il drumming forsennato dell'altro membro fondatore Alsvid ed un'altra new entry al basso, Esx Vnr dai Vorkreist (ed ex di Merrimack e Glorior Belli, oltre che chitarrista live degli Arkohn Infaustus). Ed a proposito di Vorkreist, da questa band proviene anche il nuovo bravissimo vocalist Saint Vincent, maestro di cerimonie col suo scream ferino nelle apocalittiche e fortemente anti-cristiane visioni dell'act transalpino. Già dall'incredibile violenza della title-track, chiamata ad aprire l'album, non si può non restare affascinati da questa nuova opera dei Seth, capaci per 3/4 d'ora di tenere incollato l'ascoltatore con vere e proprie gemme di Metallo Nero come "Sacrifice de Sang" - in cui i rimandi ai lontani esordi nei 90's sono fortissimi - o la fantastica traccia seguente "Ex-Cathédrale", con ogni probabilità il brano migliore del lotto ex aequo con il singolo "Les Océans du Vide".
La Cattedrale di Notre-Dame è già bruciata e siamo nel mezzo di una pandemia mondiale: questo è probabilmente il periodo storico perfetto in cui i Seth possano sprigionare il loro apocalittico morbo; negli otto anni intercorsi tra "The Howling Spirit" e questo "La Morsure du Christ" la band francese sembra aver riordinato per bene le idee in modo da tornare alla carica con energia rinnovata, riuscendo nel proprio intendo sfornando quello che, ad un attento ascolto, può facilmente risultare il miglior lavoro della loro carriera, complice un songwriting ispiratissimo abbinato ad un'esecuzione senza la minima sbavatura, con un Black Metal sinfonico nella sua miglior accezione - senza insomma che le tastiere risultino estremamente ingombranti -, tanto che non è eresia affermare che "La Morsure du Christ" potrebbe alla fine dell'anno risultare il miglior album Black del 2021.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    02 Mag, 2021
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A cinque anni dalla loro formazione, pubblicano il loro EP di debutto i tedeschi Aschenvater, uscito già in gennaio in maniera indipendente per poi essere riproposto oggi da Dead Center Productions. "Landungsfeldmassaker" è un concept EP basato sul mondo di Warhammer 40.000, wargame tridimensionale futuristico del 1987 e versione fantascientifica di Warhammer Fantasy. Ad un tema così futuristico e fantascientifico, il trio sassone abbina un Death Metal della vecchia scuola, con rimanda quanto mai palesi soprattutto a chi sul sound guerresco e battagliero ha fondato la propria leggenda: ci riferiamo ovviamente a Bolt Thrower e Hail of Bullets, le cui ombre (abbastanza ingombranti invero) sono presenti lungo i 27 minuti circa di quest'opera prima dell'act teutonico. E ok, questo loro EP mancherà magari musicalmente di originalità, ma se si è fans del Death britannico e del Death/Doom centro-europeo non si può non stampare un ghigno di compiacimento durante l'ascolto di "Landungsfeldmassaker": i sette pezzi che compongono la tracklist sono tutti ben suonati ed ottimamente prodotti, magari non si capirà una parola nel caso non parliate tedesco, ma è inevitabile non trovarsi a scapocciare sulle note di "Im Feuersturm // Entfesselte Götter" o dell'asphyxiana "Blut auf schwarzem Sand // Im Todesrausch". Sinceramente, abbiamo trovato questo debutto targato Aschenvater decisamente godibile; sia chiaro, non è un lavoro per il quale gridare al miracolo, ma, come dicevamo, se si è avvezzi a queste particolari sonorità allora l'ascolto sarà di sicuro piacevole. Se in futuro i tre ragazzi tedeschi sapranno lavorare un po' di più sulla propria personalità, non è detto che con qusto EP non s'abbia assistito alla nascita dei naturali eredi di Bolt Thrower e Hail of Bullets. In futuro, avremo le nostre risposte.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    02 Mag, 2021
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A un solo anno di distanza dal buonissimo "Ominous Black" tornano alla carica i death metallers polacchi Trauma, che sempre per Selfmadegod Records rilasciano questo EP di quattro brani a titolo "Acrimony". Non cambiano ovviamente le coordinate stilistiche dei Nostri: un Death Metal figlio della grande scuola polacca - di cui i Trauma sono veterani - a cavallo tra le cavalcate Thrash/Death dei Vader ed il possente Death dei primi lavori degli Hate (così come dei Krisiun, altra band stilisticamente accomunabile al trio di Elbląg). Come dicevamo sono solo quattro i brani che compongono "Acrimony", tra le quali in conclusione troviamo una soddisfacente cover di "Reality When You Die" dei Gorefest; i restanti tre brani inediti mostrano una band che ancora una volta mette sul piatto una prestazione muscolare, fatta di passaggi granitici e buon gusto per le melodie: il singolo "Reign of Terror" ne è un buon esempio, così come la martellante opening track "Internal Sacrifice", ma probabilmente è "The Godless Abyss" la perfetta fotografia dell'operato dei trauma in questo corso della loro carriera; proprio nella traccia dalla durata minore è concentrato tutto il sound dei Trauma tra violenza sonore, melodie e fraseggi 'thrashy'.
Un lavoro sostanzialmente breve per i Trauma che serve soprattutto per 'tenersi in allenamento', a nostro avviso; "Acrimony" è comunque un disco ch consigliamo, magari prendendolo in coppia col precedente "Ominous Black". Le lande polacche hanno una saldissima tradizione in quanto a metal estremo e dei veterani come i Trauma - che, ricordiamolo, sono in circolazione dal 1988 - sono tra i prodotti più interessanti di quelle zone oggigiorno.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    01 Mag, 2021
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Quando si dice "curare tutto nei minimi dettagli": è quello che sicuramente hanno fatto i palermitani Becerus, band arrivata così, tra capo e collo, che debutta subito con un full length rilasciato da Everlasting Spew Records. Dal nome della band, il titolo del disco ("Homo Homini Brutus") e quelli dei brani, fino ad arrivare all'artwork, i Becerus mettono subito in chiaro quale sia la loro proposta ed in che modo viene affrontata; il modo migliore è prendere in prestito alcuni degli aggettivi usati dai Nostri: beceri, bruti, balordi, i Becerus sono dei cavernicoli prestati alla musica e segno ne è la NON presenza di testi nei loro brani (sappiamo essere cosa non nuova, basta prendere i Buffalo Grillz come esempio). Non aspettatevi però un Brutal Death monotono come i Sanguisugabogg o gran parte dei gruppi prodotti da Comatose Music: i Becerus vedono nelle proprie fila musicisti come Mario Musumeci (ex-Balatonizer) e Giorgio Trombino (Assumption, ex-Haemophagus), artisti che ci mostrano come una buona scrittura unita ad un'esecuzione chirurgica possano fare tutta la differenza; ottimi sul piano tecnico, i Becerus uniscono la brutalità dei primissimi Cannibal Corpse e Broken Hope alle bordate US Death dei Monstrosity, arrivando infine a toccare anche, in certi punti, la granitica velocità del Death'n'Roll scandinavo: il risultato è un disco dalla breve durata - non arriva ai 25 minuti - estremamente godibile, composto da una tracklist compatta e ferale in cui non si denota il benché minimo calo di tensione e che può vantare brani spaccacollo come "Incapacity", "Marginal Presence", "Balordicus" e "Primeval Ignorantia".
Non farà di certo gridare al miracolo, ma va detto che quest'opera prima dei Becerus può facilmente essere dell'ottimo intrattenimento senza tante pretese: l'ascolto scorre via che è un piacere ed è questo il pregio maggiore del primo full length della band siciliana. Consigliati!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    01 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 01 Mag, 2021
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L'Australia (e nazioni limitrofe) è terreno fertile per un certo modo d'intendere il metal estremo, basti pensare ai Portal ed ai neozelandesi Ulcerate - due delle bands citate tra le influenze della Cosmic Black/Death band di Melbourne, insieme a Deathspell Omega, Teitanblood ed Altarage tra gli altri -, ma anche di una visione quanto mai grezza e feroce in quanto a Black e Black/Death. Come possiamo ascoltare in "Towers of Silence", la cosa dell'influenza di Ulcerate, Portal e DO è vera in parte ed esce fuori soprattutto nei brani più lunghi, in cui una certa vena avanguardista e sperimentale esce sì fuori, ma sempre su di una base fatta di un Black/Death estremamente caotico che rimanda, questo sì, agli spagnoli Teitanblood, così come altre malsane realtà del genere come Blasphemy, Grave Miasma, Archgoat e, in primis, Revenge (e su questo ci torneremo dopo). Più diretti e sfrontati i primi due brani ("ParaMantra" e "Churning"), in cui i Plasmodium attaccano a testa bassa inferendo una serie di vere e proprie coltellate sonore, mentre si cambia totalmente registro con la terza traccia "Pseudocidal": da qui in avanti i toni dei Plasmodium si fanno più cupi, le atmosfere orrorifiche, il comparto strumentale estremamente disarmonico. Si ha come la straniante sensazione che "Towers of Silence" cominci effettivamente sulle alienanti note di questo brano, per poi incupirsi sempre più con i due restanti (e lunghissimi) brani "Translucinophobia" e "Vertexginous". Insomma, leggendo fino ad ora, questo secondo album del quintetto australiano (a proposito, non sarebbe male sapere chi suona cosa: l'unica cosa certa è che Demoninacht è il batterista e FORSE Aretstikapha è il tastierista... o il vocalist?, mah vallo a sapere)... dicevamo, questo secondo album del quintetto australiano sembra avere diversi spunti d'interesse: cosa giustifica quindi il voto sotto la sufficienza? E' presto detto: abituati come siamo alle produzioni di Transcending Obscurity Records, sentire suoni così volutamente (presumiamo) scarni che sembrano uscir fuori da una demo tape di Extreme Metal di inizi anni '90 fa storcere il naso; il modo in cui batteria e voce soprattutto sono stati prodotti dopo un po', spiace dirlo, ma rasenta il fastidio, cosa riscontrabile soprattutto negli insopportabili - per chi vi scrive - Revenge. Per i Plasmodium vale lo stesso discorso della band canadese: nel 2021 di produzioni così anche basta, che ne dite? Siamo avanti ormai di trent'anni da quando lavori prodotti così erano all'ordine del giorno, mentre oggi sanno solamente di anacronistico.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Aprile, 2021
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Questa nuova uscita dei nostrani Tetramorphe Impure rientra nella categoria "compilation": la nuova fatica della one man band piemontese, licenziata da Solitude Productions, raccoglie infatti l'EP "Dead Hopes" ed il demo d'esordio del progetto alessandrino, "The Last Chains". Chi già conosce quali siano le produzioni della label russa, non faticherà a trovare subito i connotati stilistici della creatura di Damien, vocalist live dei Comando Pretorio ed ex membro di Septycal Gorge, Mortuary Drape ed Eroded, qui alla guida totale del progetto in cui si occupa tanto delle parti vocali quanto dell'intero comparto strumentale. Mood estremamente malinconico, un incedere lento, ciclico, ridondante, atmosfere cupe, funeree... l'operato dei TI paga il proprio tributo alle grandi bands Funeral Doom/Death dei 90's, a partire dagli Evoken e dagli Esoteric, due veri e propri giganti del genere così come le atre bands la cui ombra si scorge nell'operato dell'artista piemontese; ci riferiamo ovviamente a gente come Disembowelment, Mournful Congregation e Thergothon. Sonorità insomma "classiche" per i TI, che mettono insieme in questo lavoro quattro brani di grandissima cupezza, tutti dalla lunga durata, cosa che, per chi non è avvezzo a tali sonorità, potrebbe risultare alquanto indigesto. Per gli amanti di questo mortifero sound intriso di malinconia e dall'incedere monolitico, l'ascolto dei Tetramorphe Impure è decisamente consigliato: lungi dall'essere un capolavoro e forse un po' troppo "legato" ai nomi da cui trae insegnamento, "Dead Hopes / The Last Chains" è un lavoro che sa comunque lasciare il segno. Difficile ne possiate rimanere delusi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Aprile, 2021
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Nascono nel 2019 ed arrivano oggi a rilasciare il primo full length - dopo tre singoli - i tedeschi Death Chamber, Death Metal band che si avvale della collaborazione con Dead Center Productions. Brutalità ed un certo gusto per la melodia s'incontrano nelle sonorità del trio teutonico: Vomitory (in primis), Cut Up e Divine Heresy sono senz'altro tra le influenze principali dei Nostri, ma non passa inosservata l'eco di Dismember e Benediction - nelle info vengono citati anche i Nile, ma sinceramente ci sembra un azzardo -. "Experiments in Warfare" è un lavoro crudo e brutale che passa con estrema velocità: sono solo 23 i minuti di durata totale dispiegati su sei brani: da un lato questa cosa tiene ben lontano il rischio di annoiarsi, ma dall'altro il debut album dei Death Chamber è forse un po' troppo breve... ma comunque sia, di fattura abbastanza pregevole, questo lo si deve ammettere. La band tedesca non pretende d'inventare nulla di nuovo, anzi i rimandi alla bestiale Brutal Death Metal band svedese - ci riferiamo ai Vomitory ovviamente - sono più che palesi, andando a sfiorare il citazionismo puro ("Dead End Witness", "Relentless Will to Destroy"...). Tra gli altri pregi di "Experiments in Warfare", da annotare l'impatto diretto ed altamente sfrontato, accompagnato da una buona produzione che ben mette in risalto l'operato dei Nostri. Un ascolto al debutto dei Death Chamber è consigliato: pur non dovendosi aspettare chissà quale originalità, questo disco è suonato e prodotto bene; sarebbe un 7 pieno (3,5 sulla nostra scala), ma un mezzo punto in meno per la brevità: un paio di pezzi in più non avrebbero di certo fatto male.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    27 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Aprile, 2021
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Debutto assoluto direttamente con il primo full-length per gli svedesi House by the Cemetary con questo "Rise of the Rotten", album licenziato da Pulverised Records che si sarà convinta a produrre questo powertrio scandinavo oltre che per la bontà della proposta, anche dai nomi coinvolti: sono infatti tre veterani a comporre la line up degli HBTC, a cominciare dal grande stakanovista del Death Metal che è Rogga Johansson (Paganizer... e innumerevoli altri progetti), a cui si uniscono il cantante dei Monstrosity (oltre che di Divine Rapture e Azure Emote) Mike Hrubovcak ed il drummer di Paganizer e Portal Matthias Fiebig. Basta il solo nome di Johansson per capire che quello che abbiamo per le mani è un disco di old school Swedish Death Metal, in cui le sonorità taglienti dei vari Entombed, Grave, Paganizer, incontrano la granitica brutalità di Dismember e Bloodbath con qualche accenno progressivo ("Contagious Madness" ad esempo) alla Edge of Sanity. Una mezz'ora di Death Metal roccioso, una prestazione muscolare per il trio che omaggia uno dei capolavori di Lucio Fulci, House by the Cemetary per l'appunto (da noi conosciuto come Quella Villa Accanto al Cimitero), non solo con il monicker ma anche con un concept album basato sul film in questione, la cui storia è nota - e se non lo è la colpa è solo vostra, muovetevi a recuperarlo! - e si dipana lungo le nove tracce che compongono la tracklist. La title-track, chiamata ad aprire le danze, toglie qualsivoglia dubbio su cosa avremo nelle orecchie per la mezz'ora successiva: riff granitici ed una sezione ritmica dalle velleità hardcoreggianti fanno da tappeto sonoro al cavernoso vocione di Hrubovcak, in una serie di brani che nulla aggiungono e nulla tolgono al genere, ma che riesce ad avere comunque i suoi spunti interessanti come "Crematory Whore" e "Defleshed by the Seasons".
Una colonna sonora alternativa per quella che è la terza e ultima parte della Trilogia della Morte del leggendario regista romani (gli altri due film sono Paura nella Città dei Morti Viventi e l'Opera Magna del Maestro, ... E Tu Vivrai nel Terrore - L'Aldilà), fatta di un Death Metal grezzo e sporco, ma proprio per questo va a rappresentare un ascolto più che discreto. Lavoro consigliato: non sarà di certo un capolavoro, ma una mezz'ora di buon intrattenimento lo avrete di certo.

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