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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    28 Novembre, 2022
#1 recensione  -  

secondo album in due anni per i Mycelium, Death Metal band scozzese a tema 'funghesco' che vede in formazione il solo Greg Edwards ad occuparsi di tutti. Una one man band a tutti gli effetti, dunque, che ha debuttato solo lo scorso anno con "Scream Bloody spore" (uscito per Iron, Blood and Death Corporation) e che nel giro di un solo calendario torna alla carica con "Mycoticism (Disseminating the Propagules)", questa volta sotto l'egida di Blood Harvest Records. E ormai abbiamo imparato che quando c'è una release della label svedese, potremmo facilmente aspettarci un gran bel lavoro: i Mycelium non fanno eccezione. La sempre attenta etichetta scandinava ci regala infatti un concentrato di Death Metal brutale quanto compatto: 35 minuti circa (poco più) di un sound che vede in Cerebral Rot e Undergang i principali punti di contatto - ma anche i cari vecchi Disma -. La completa libertà nello scrivere ed eseguire da solo i pezzi, consente a mr. Edwards di concentrarsi a dovere, dandoci in pasto un lotto di brani che pur non brillando per originalità - è raro ormai nel Death Metal trovare qualcosa di originale - si fanno decisamente notare per la compattezza e per un tasso tecnico anche decisamente discreto, pure se si tenderà a non notarlo subito sotto il tappeto di violenza sonora che pervade le dieci tracce che compongono la tracklist. Con dei buoni session al seguito, Greg Edwards potrebbe trovare nelle canzoni di "Mycoticism..." delle vere e proprie hit dl vivo: ci riferiamo a bordate come i singoli "Emerging from Rotting Faeces" e "Rosecomb Marauder", ma anche a pezzi di spietata ferocia come "Xanthodermic Colonic Decimation" (una delle canzoni più convincenti dell'album), la spietata "Urban leprosy" e l'ottima "Cold Grasp of the Dead", in cui i Myccelium rallentano i tempi andando a toccare i lidi del Death/Doom di gente come Mortiferum, Krypts e Spectral Voice. In un panorama Death Metal sempre più affollato di gruppi e dischi non poco interessanti, c'è - per quanto ci riguarda - da aggiungere anche il nome Mycelium: è innegabile come questo "Mycoticism (Disseminating the Propagules)" sia un lavoro decisamente soddisfacente, in cui potrete trovare diversi spunti che sapranno alzare la vostra soglia d'attenzione. Ben fatto!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 25 Novembre, 2022
#1 recensione  -  

Nati dalle ceneri dei Demonic Oath (solo project di Kev Desecrator dei Deströyer 666) i Sépulcre prendono questa denominazione nel 2020 diventando nel contempo una band effettiva con l'innesto di altri tre musicisti ad accompagnare il mastermind vocalist/chitarrista; dopo un demo rilasciato quasi subito ("Ascent Through Morbid Transcendence") con cui i Nostri hanno cominciato a farsi conoscere nel circuito underground europeo, oggi l'act francese torna alla carica con un EP a titolo "Cursed Ways of Sheol", licenziato dalla sempre attenta Invictus Productions. Basta praticamente solo l'attacco della title-track che apre l'EP per intuire immediatamente le coordinate stilistiche del quartetto transalpino, che s'inserisce nella scia delle - relativamente ormai - giovani bands che si sono fatti un nome in questi ultimi anni, a partire da Mortiferum e Tomb Mold ovviamente, e quindi anche i vari Undergang, Krypts, i canadesi Sedimentum - che abbiamo avuto modo di conoscere non molto tempo fa -... insomma un Death Metal che unisce la vecchia scuola US di Incantation ed Immolation con quella finnica di Demigod, Demilich e compagnia. un assalto totale dunque, fatto di brutali accelerazioni e pesantissimi passaggi Death/Doom che ci accompagnano per i quasi 25 minuti di quest'opera attraverso quattro canzoni solide che mettono in mostra una band decisamente conscia dei propri mezzi. Cosa, quest'ultima, che si nota soprattutto nella lunga, bestiale traccia conclusiva "Foul Divinity Enthronation", nei cui 10 minuti circa di durata i Sépulcre danno sfoggio delle loro capacità (e non che i restanti brani siano da meno. In poche parole, se non vi siete stancati ancora di questo lungo revival di certe sonorità, il nome dei Sépulcre è tra quelli da appuntarsi e da seguire con interesse nel prossimo futuro. Dal canto nostro, diamo loro una sufficienza piena di fiducia, sicuri che quando saranno alle prese con un full-length difficilmente deluderanno le attese.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Novembre, 2022
#1 recensione  -  

A cavallo tra la seconda metà degli anni '90 e la prima del nuovo secolo, gli Hibernus Mortis hanno fatto parte dell'enorme ondata di gruppi Death Metal provenienti dalla Florida, con fortune però ben diverse rispetto a colleghi dai nomi più altisonanti; in quel periodo i deathsters americani hanno pubblicato un demo nel '90, un live album nel 2000 ed il primo full-length "The Existing Realms of Perpetual Sorrow" nel 2002. Nel 2006 arriva lo stop per poi riprendere l'attività nel 2010, ma solo oggi, dodici anni dopo, gli Hibernus Mortis pubblicano sotto l'egida della svedese Blood Harvest Records il loro secondo album: "The Monoliths of Cursed Slumber". Possiamo facilmente dire che se siete fans degli Incantation di "Onward to Golgotha" / "Mortal Throne of Nazarene" / "Upon the Throne of Apocalypse" / "Diabolical Conquest" e degli Immolation di "Dawn of Possession" / "Here in After", allora troverete di certo familiari le sonorità dei Nostri. Molto nel sound degli Hibernus Mortis è difatti riconducibile a quel Death Metal degli anni '90 ed in particolar modo dei due colossi citati poco fa, come se i Nostri avessero appreso alla lettera gli insegnamenti di John McEntee e Ross Dolan. Una (quasi) quarantina di minuti dunque di Death Metal vecchio stampo: cupo, crudo, fatto di riff taglienti dal retrogusto Blackened, una sezione ritmica costantemente rocciosa ed un growl profondo e carico d'odio. Ascoltando con attenzione "The Monoliths of Cursed Slumber" ci si rende conto di come gli stilemi dei singoli pezzi tendano ad assomigliarsi abbastanza, cosa che potrà deviare l'attenzione di un ascoltatore meno attento; al contrario, se si è avvezzi a tali sonorità si tenderà facilmente ad ascoltare con piacere questa continua scarica di US Death Metal della vecchia scuola, pur non brillando di certo questo lavoro per originalità. D'altronde in pezzi come "Ascending the Catacombs", "Grotesque Perishment into the Miasma of Darkness Everlasting" o "Endless Dawns of Somnambulant Exorcisms" - tanto per citare alcuni esempi - si denotano l'amore per il genere e la passione viscerale messa in campo dai Nostri. in conclusione, "The Monoliths of Cursed Slumber" è uno di quei dischi che non è destinato a fare storia, ma è comunque un onestissimo lavoro che non andrebbe a sfigurare nella collezione di un fan del Death Metal. Sufficienza piena, insomma.

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4.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    24 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 24 Novembre, 2022
#1 recensione  -  

Che ad oggi, anno domini 2022, ci possa essere ancora qualche uscita che possa letteralmente sorprendere, ha un che di... beh, sorprendente. E' il caso ad esempio dell'album in esame oggi, "The Waves Have Teeth", debutto assoluto degli svedesi Floating, band formata da Andreas Hörmark ed Arvid Sjödin, entrambi ex membri dei ben più violenti Morbid Illusion. Saltando a piè pari qualsiasi tipo di gavetta, i due musicisti di Uppsala puntano decisi su un primo full-length, facendolo uscire dapprima autoprodotto tramite il circuito di Bandcamp, per poi affidarsi a Spirit Coffin Publishing per le realizzazione in copie limitate nei formati CD e cassetta. Ma parlavamo all'inizio di album sorprendente e sicuramente vi starete chiedendo il motivo. Ebbene, partendo dal fatto che si sente decisamente bene che i Floating siano connazionali dei vari Morbus Chron, Sweven, Edge of Sanity, Tribulation... da questa base di Progressive Death "old school", i Nostri si muovono inserendo nelle proprie sonorità anche altri elementi, da cui ne consegue un'enorme varietà stilistica che va a creare un qualcosa quasi di unico nel proprio genere. A partire dalla becero marciume di violenza sonora di gruppi come Autopsy e i Cannibal Corpse dei primi lavori con Corpsegrinder, fino ad arrivare a passaggi - spiazzanti, credeteci - in cui i Floating incorporano influenze derivanti dal Post-Punk e dal Goth Rock, quindi da gruppi come Killing Joke, The Cure, Joy Division (..e "Pile of Birds" nelle sue parti centrale e finale ne è probabilmente l'esempio più lampante, seguito a ruota dall'incipit di "No Eyes"). Quello che potrebbe sembrare un mischione senza né capo né coda è invece un disco che sia sul lato della composizione che su quello dell'esecuzione ha un che d'invidiabile, grazie ad una grandiosa fluidità con cui i vari generi e sottogeneri vanno ad intersecarsi nel corso dei brani. Tutto ciò consente ai Floating di mantenere sempre altissima l'attenzione dell'ascoltatore sin dall'ottima opening track "The Seep", passando per i due brani succitati - le grandiose "Pile of Birds" e "No Eyes" -, fino alla lunga strumentale che chiude l'album, la spettacolare "The Floating Horror", le cui intense melodie rapiscono dal primo all'ultimo secondo (ed in cui troviamo anche accenni Progressive Rock). "The Waves Have Teeth" sorprende anche perché quasi non ci si aspetterebbe che da due musicisti provenienti da una band brutale come i Morbid Illusion possa arrivare un album in cui c'è un'attenta cura ad ogni minimo dettaglio e che dimostra una classe innata. Tra adrenaliniche sfuriate, incantevoli melodie - ogni arpeggio in quest'album è poesia! - e derive Dark, quello dei Floating rischia di essere se non il miglior debutto del 2022, almeno tra i primi tre. Assolutamente consigliato!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    23 Novembre, 2022
#1 recensione  -  

Continua ad essere particolarmente prolifico questo 2022 per i gruppi provenienti dalle zone caraibiche: questa volta incontriamo una Death Metal band proveniente da Porto Rico, gli Omnifariam, che a tre anni di distanza dal primo album indipendente "The Art of Collision", torna - sempre in autoproduzione - con un nuovo EP a titolo "The Summoning". Rispetto al Death/Doom che ci è arrivato nell'ultimo paio d'anni, il combo portoricano è dedito a sonorità più classiche, a cavallo tra la scuola US (Hate Eternal, Morbid Angel), quella svedese (Dismember, Bloodbath) e non pochi accenni al Death/Black centro-europeo (Behemoth, Hate, Belphegor). In poco più di 1/4 d'ora gli Omnifariam sciorinano una prestazione muscolare, dosando con gran capacità momenti più violenti e diretti ad altri dotati di un groove pesantissimo che metterà a dura prova i vostri colli (vedasi alla voce "Leaders of the Dark"). Le ruvide accelerazioni tipicamente Swedish sono, comunque, i momenti più interessanti all'interno di un EP che per quanto breve lascia una certa soddisfazione una volta arrivati in fondo: i cinque pezzi che compongono la tracklist sono tutti di buonissima fattura - soprattutto "Enslaved" a nostro avviso - e ci permettono di conoscere un act che per forza di cose non è tanto conosciuto alle nostre latitudini. La speranza per il futuro è che qualche etichetta si accorga del combo portoricano e possa produrne i nuovi lavori (e perché no?, ristampare i vecchi, compreso questo); come già avuto modo di dire nemmeno tanto tempo fa: occhio alla scena Death caraibica, che ci sono un bel po' di diamanti grezzi da scoprire. E gli Omnifariam sono tra questi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    23 Novembre, 2022
#1 recensione  -  

Formatisi in Germania ed attivi nei primi anni degli anni 2000 - periodo in cui hanno pubblicato diversi demo -, i Rebel Souls danno una spinta definitiva alla loro carriera dopo essersi riformati nel 2014: da allora la band si divide tra Germania e Spagna e ha debuttato su lunga distanza nel 2017 con "The Forces of Darkness"; a distanza di cinque anni l'act ispanico-tedesco torna col secondo full-length "Dawn of Depravity", rilasciato da Blood Fire Death: una quarantina di minuti - senza alcuna in utile intro - di Death Metal in quella che è forse la sua più pura accezione del termine. Basta vedere le bands indicate come influenze nelle info sheets che accompagnano il promo e che sono riportate qui sopra: magari in minor dose i nostri Hour of Penance, ma Bloodbath, Krisiun e Suffocation (così come Hate Eternal, Malevolent Creation, Deicide) hanno giocato un ruolo fondamentale nella crescita stilistica del quartetto. I Nostri dimostrano di avere una buonissima tecnica di base, che è però messa al servizio di un impatto rigorosamente d'urto, concedendo ben poco tempo per far rifiatare l'ascoltatore (vedasi la breve parte centrale di "Poisoner of the Harvest"). La buona prova vocale di Stefan Hielscher viene qui decisamente ben supportata da due chitarristi che in quanto a riffingwork sembrano - come si suol dire - carichi a pallettoni, ma soprattutto da una sezione ritmica in stato di grazia con la prova tellurica di Arnau Martí dietro le pelli ed il basso pulsante dello stesso Hielscher. Magari "Dawn of Depravity" sarà uno di quegli ormai tantissimi album che non brilla per originalità, ma non possiamo negare che il lavoro dei Rebel souls non annoia per nulla, ma anzi riescono sempre a mantenere alta la tensione delle composizioni con una prova rabbiosa e votata alla mattanza sonora ("Corrupting the Lambs", "Sea of Crises", "Nihil Infinitum"...). Per quanto ci riguarda, consigliamo caldamente "Dawn of Depravity" ai collezionisti incalliti di CD Death Metal: questo secondo full-length dei Rebel Souls si lascia ascoltare che è un piacere.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Novembre, 2022
#1 recensione  -  

Torniamo a parlare dei Blood of the Wolf, combo Blackened Death statunitense (di Chicago, per la precisione), giunto al quarto capitolo della loro saga discografica (tre album ed un EP) con "IV: The Declaration of War", terzo studio album, per l'appunto, che segue di tre anni il buonissimo EP "III: Blood Legend" e di quattro quello che è ad oggi ancora il miglior prodotto della band dell'Illinois, l'album "II: Campaign of Extermination". Sono ancora la ferocia della proposta ed il carattere guerresco ad essere i focus primari nella proposta dei Blood of the Wolf, band che a nostro avviso si mantiene estremamente lineare in quanto a qualità dei propri prodotti; anche questa "dichiarazione di guerra", infatti, risulta essere l'ennesimo lavoro di pregevole fattura per i Nostri. Come sempre i termini di paragone sono sempre ben intuibili - li trovate in calce nelle info qui sopra -, ma ancora una volta il Sangue del Lupo compensa con un songwriting che per quanto non brilli per originalità appare sin da subito ispirato, grazie ad un lotto di brani estremamente funzionali; la compattezza della proposta è il punto di forza di "The Declaration of War": partiti a tutta con "With Lightning for Vengeance", questa quarta fatica della band americana è un crescendo furia cieca che si dipana lungo nove schegge impazzite in cui la rabbiosa voce di Mike Koniglio è ottimamente supportata da un comparto strumentale votato all'assalto sono più becero, trovando anche buone intuizioni melodiche nelle parti soliste ("The Sword Everlasting" colpisce maggiormente in tal senso). Al momento poi non sappiamo se dietro le pelli per quest'album sieda ancora Rick Hernandez, ma chiunque sia l'adrenalinico drumming è un altro valore aggiunto, senza se e senza ma. Ripetiamo: non dovrete aspettarvi un album che brilli per originalità, ma oggi come oggi i Blood of the Wolf appaiono come una band più concentrata ed ispirata anche di alcuni colleghi dal nome più altisonante (e sì, ci riferiamo ai God Dethroned, che aspettiamo con un nuovo lavoro il prossimo anno). Se amate queste sonorità insomma, "IV: The Declaration of War" è senza dubbio un album consigliato, ed i Blood of the Wolf una band da seguire molto, molto attentamente.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Novembre, 2022
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Per tastare il polso della scena Death Metal tedesca, uno dei modi migliori è seguire le uscite di MDD Records e della sussidiaria Black Sunset; proprio dalla label teutonica arriva questo "Flesh for the Insatiable", terzo studio album dei Terrible Sickness, quintetto di Hannover che sin dai primi secondi dell'opener "Carnage" spara dalle casse un Brutal Death/Grindcore che, per influenze, sembra avere un occhio attento soprattutto verso la scuola statunitense dei 90's (Exhumed, Terrorizer, Impetigo, Impaled...). Un lavoro dunque estremamente rapido nel proprio incedere, con i Terrible Sickness che non hanno paura di spingere sull'acceleratore dando sovente alle loro composizioni un tocco "Thrash-ish" ("Slaves of Decay" la perfetta cartolina in tal senso) che aiuta non poco i Nostri a rendere questa loro nuova fatica lungi dall'essere monotona. Va da sé, la sensazione di 'già sentito' pervade il disco, ma va dato atto al combo tedesco di mostrare passione e dedizione: ed è così che si resta piacevolmente colpiti dagli intrecci chitarristici di Jens e Karten, oltre che dall'arrembante drumming di Peter. Oltre ai singoli "Slaves to Decay" e "Dethroned Immortality" - quest'ultimo ascoltabile in streaming su Bandcamp -, da segnalare sicuramente altri buoni pezzi come "Bloody Guts" - la canzone che maggiormente colpisce nel segno a nostro avviso -, "Revenge" e "Putrid infection", con in chiusura una buonissima riproposizione di "Feeding Fatal Fairies" dei redivivi Defleshed. In buona sostanza, "Flesh for the Insatiable" è bel lungi dall'essere uno di quei dischi memorabili, ma è sicuramente un lavoro onestissimo che saprà darvi una quarantina di minuti circa di buon intrattenimento in salsa estrema.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Novembre, 2022
#1 recensione  -  

In un periodo storico in cui nella scena Brutal ad imperversare sono i gruppi Slam - e Comatose Music è affatto parca in tali uscite - ed in cui le differenza tra questo e la frangia più brutale del Deathcore è sempre più labile - citofonare Unique Leader Records -, fortunatamente c'è ancora qualcuno che suona Brutal Death Metal (abbastanza) alla vecchia maniera: stiamo parlando dei texani Desecrate the Faith, arrivati al terzo studio album con questo "III", rilasciato proprio da Comatose Music e che arriva a cinque anni di distanza dal buonissimo "Unholy Infestation". Ok, qualche passaggio più groovy e spacca collo anche i Nostri ce lo piazzano in corso d'opera, ma è innegabile come per il loro sound i Desecrate the Faith affondino le radici in quel Brutal più vicino alle sonorità dell'inizio di questo secolo: Cannibal Corpse, Beheaded, Suffocation, talune sfuriate più vicine al Grindcore dei Benighted... In due parole, l'intento primario dell'act texano è quello di sparare una serie di fucilate una via l'altra senza sosta, spingendo per la maggiore sull'acceleratore anche grazie ai ritmi forsennati scanditi dal drumming di Mike Caputo (Brand of Sacrifice, ex-Rings of Saturn). Ed ovviamente gli amanti del genere resteranno colpiti anche dalla decisamente buona prova dietro al microfono di John Hull dei Gorgasm, col suo inconfondibile growl ultra-cavernoso. Forti di una line up perfettamente consolidata da quasi dieci anni, i Desecrate the Faith con questo "III" si confermano a nostro avviso come uno dei più interessanti gruppi Brutal Death in circolazione oggi. E oddio... con tutto lo Slam che c'è in giro, non è nemmeno tutto questo gran sforzo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Novembre, 2022
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Si sa ben poco degli SkyThala, misterioso trio statunitense con membri proveniente da Tennessee e New Jersey al debutto assoluto con questo "Boreal Depair", album licenziato da I, Voidhanger Records. E per quanto in sede di presentazione nelle info sheet che accompagnano il promo arrivato in redazioni vegano nominati tra le influenze come Gorguts e Cosmic Putrefaction, per la maggiore possiamo tranquillamente affermare che gli SkyThala sono una band dedita ad un Avant-garde Black Metal dalle forti tinte sinfoniche, con orchestrazioni che prendono l'ispirazione dalla musica neoclassica russa, in special modo Stravinsky. Deathspell Omega, Krallice, Haunter, ma anche Wolves in the Throne Room e Dodecahedron: è su le coordinate stilistiche di questi gruppi che i Nostri si muovono, anche con estrema sapienza e buon gusto. Un'innata furia pervade le cinque lunghe tracce che compongono questo loro debut album, un lavoro in cui gli SkyThala sembrano decisamente prediligere lo spingere sull'acceleratore con rapidi e taglienti riff ed un drumming che molto deve al classico Black Metal nordico. Ironia della sorte, quello che doveva essere un bonus risulta essere l'unico neo di quest'opera: le orchestrazioni, i cui suoni appaiono spesso troppo "protagoniste" andando a coprire il resto, come accade in "Eternal Nuclear Dawn", mentre già meglio va, ad esempio, nella seguente "Variegated Stances of Self Mockery". In conclusione, "Boreal Despair" è un album indicato soprattutto per i seguaci della Nera Fiamma, specie se fruitori abituali della frangia più avanguardista del genere e che non storcano il naso riguardo le magniloquenti orchestrazioni.

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