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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    28 Giugno, 2022
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Ormai sappiamo bene che non passa molto tempo prima che si incontri nuovamente su queste pagine Rogga Johansson. Lo stakanovista svedese del Death Metal ha pubblicato solo negli ultimi tempi ed in un battito d'occhi i nuovi lavori di Ribspreader, Furnace e quello che è il suo progetto primario, i Paganizer, band nata a fine anni '90 dalle ceneri dei Terminal Grip. e il punto è forse questo: al confronto anche solo con i lavori di Ribspreader e, soprattutto, Furnace, "Beyond the Macabre" dei Paganizer è un album che perde su tutta la linea. E questo anche confrontandolo col precedente "The Tower of Morbid". Sul piano prettamente musicale ritroviamo i Paganizer esattamente dove li avevamo lasciato, ossia con il loro old school Swedish Death Metal implementato da melodie spesso dal sapore Blackened; la differenza sostanziale è che rispetto al predecessore, questo album No.12 dei Paganizer sembra essere molto meno ispirato. I pezzi che compongono la tracklist hanno in generale un buon tiro - vedasi ad esempio "Left Behind the Rot" e "Sleepwalker" -, ma sempre in un discorso generale si ha spesso la netta sensazione di un lavoro scritto col pilota automatico inserito, con alcuni passaggi convincenti, ma anche altro che lo sono meno (o non lo sono affatto, a dirla tutta, come "Succumb to the Succubus"). Va detto, per onestà, che non aiuta per certi versi proprio l'enorme stakanovismo del veterano svedese, con soluzioni stilistiche e riff che abbiamo già potuto ascoltare dallo stesso decine di altre volte. Crediamo sia normale che ci siano aspettative leggermente più alte se si parla dei Paganizer, aspettative che nel caso di quest'ultima opera non sono state soddisfatte a pieno, di certo non quanto con "The Tower of the Morbid". Tirando le somme finali: album sufficiente, e proprio per questo una piccola delusione c'è.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    28 Giugno, 2022
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Sembra proprio che la morte definitiva - musicale, s'intende - degli Angelcorpse non abbia fatto altro che bene a Gene Palubicki; il chitarrista della mitica band Blackened Death, infatti, oltre ad avere un paio di progetti da seguire con particolare interesse (Malefic Throne e Demonized), si è potuto concentrare sulla sua creatura Perdition Temple, arrivando alla pubblicazione del quarto album con questo "Merciless Upheaval" - licenziato da Hells Headbangers Records -, che arriva a due anni di distanza da quella gemma di violenza che era "Sacraments of Descension". Ascoltando i quattro inediti che troviamo nella tracklist - gli altri quattro pezzi sono cover - ci si rende conto di come la vena compositiva di Palubicki appaia oggi come oggi assolutamente ineasauribile. Già la sola title-track, che va ad aprire l'opera, varrebbe il prezzo d'acquisto di "Merciless Upheaval": una bordata Black/Death in cui intuiamo la "fame" del compositore floridiano, sempre più a proprio agio anche nelle vesti di vocalist, ma che comunque dà il meglio di sé alla chitarra, tra maligne melodie, riff aggressivi e soli lancinanti, ottimamente supportato dai suoi ormai fidati compagni di viaggio Blume/Parmer alla sezione ritmica, trasportandoci i Nostri in un vortice di adrenalinica violenza sonora che cresce man mano con lo scorrere dei pezzi trovando l'apice nella finale "In Thrall of Malevolence". Ottime sono poi le quattro cover nella seconda metà del disco, sia le "classiche" Blood on My Hands" dei Morbif Angel che "Parricide" dei Pestilence, sia il tributo alla vecchissima scuola con "Skeletons in the Closet" degli Infernäl Mäjesty che l'oscuro gioiello degli Shub Niggurath "From the Stars, Nyarlathotep", che in generale è anche il miglior brano dell'album ex aequo con "In Thrall of Malevolence". Con l'avanzare della carriera dei Perdition Temple, mr. Palubicki non solo ci fa sentire sempre meno la mancanza degli Angelcorpse, ma lavoro dopo lavoro non fa altro che accrescere in maniera smisurata la caratura della sua creatura. Ormai una garanzia: consigliatissimi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Giugno, 2022
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Negli ultimi tempi abbiamo potuto constatare come le fredde terre danesi siano sempre più fertili per quanto riguarda un certo modo d'intendere il Death Metal (à la Immolation); Hyperdontia, Septage (entrambe il sottoscritto avrà modo di vederle al prossimo Frantic Fest), Phrenelith, Sulphurous... fino ad arrivare ai veterani Undergang. A questi nomi va oggi ad unirsi una band che dopo la doverosa gavetta arriva alla pubblicazione del primo full-length: i Chaotian con il loro "Effigies of Obsolescence", licenziato dai soliti "cospiratori" Dark Descent Records (CD) e Me Saco un Ojo Records (LP). Avrete già intuito facilmente in quali lidi musicali ci troviamo: un Death Metal spietato, violento, cupo, che trasuda tanta ferocia quanto putridume, con riff su riff che procedono come colate laviche supportati da una sezione ritmica a dir poco terremotante. La forte influenza degli Immolation imperversa per tutta l'opera, ma sarebbe ingiusto verso i Chaotian definirli una giovane copia della leggendaria band statunitense; bastano infatti i pezzi d'apertura "Gangrene Dream" e "Into Megatopheth" - quest'ultimo il migliore dell'intero disco - per poter scorgere tra le pieghe dell'insensata violenza sonora quanta personalità il trio di Copenhagen mette in campo, cosa che si evidenzia in alcuni piccoli passaggi su cui la band dovrà migliorarsi un po' in futuro - alcuni passaggi tra mid ed up-tempo non suonano fluidi come dovrebbero -, ma è segno questo di come i Nostri non abbiano paura di osare e di avere ben chiara la direzione che vogliono seguire. Come da moniker della band, le sette mattonate che compongono la tracklist sono pervase da quell'incontrollato caos tipico di certo Death Metal - leggasi: Undergang -, che è però supportato da una produzione sporca quel tanto che basta per risultare perfetta per il sound dei Nostri. Come detto, i Chaotian hanno qualche angolo da smussare qua e là, ma già ora si presenta come una band che rispetto ai grezzissimi esordi ha fatto passi in avanti da gigante. I fans del genere, soprattutto se 'tifosi' del Kill-Town Death Fest, troveranno con i Chaotian un nuovo nome da inserire ad occhi chiusi nelle loro collezioni.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Giugno, 2022
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Sono da considerarsi a tutti gli effetti tra i veterani dell'old school Swedish Death Metal gli Entrails, essendo i Nostri nati nel 1990 vero, ma la cui carriera è effettivamente partita a dieci anni dallo scioglimento, quando si son riuniti nel 2008 senza più fermarsi; da allora un paio di demo all'inizio, seguiti da ben sette album, l'ultimo dei quali è il qui in esame "An Eternal Time of Decay", appena licenziato da Hammerheart Records. Con Jimmy Lundqvist e soci ci ritroviamo catapultati nel più classico, rude e crudo Death Metal della vecchia scuola svedese, quello fatto di patterns 'motorheadiani' sporcati all'inverosimile, ritmiche frenetiche, riffoni granitici e, ovviamente, il buon vecchio HM-2 settato al livello "terremoto". "An Eternal Time of Decay" è formato da brani essenzialmente adrenalinici, in cui il combo di Linneryd dimostra come non ami scherzare quando si tratta di accelerare freneticamente, colpendo l'ascoltatore con delle sane mattonate dritte in faccia, vedasi i singoli "Die to Death" e "Reborn in Worms". Fortuna vuole che con gli Entrails non si ha il classico "more of the same": i Nostri sanno piazzare alla perfezione passaggi marziali e spaccacollo, spesso a far da ponte a ottime parti soliste come in "Fear the End". Guidati dal vocione di "Penki" Samuelsson e con un riffingwork perfettamente on focus, gli Entrails ci regalano con "An Eternal Time of Decay" un vero e proprio compendio di come debba suonare un disco di questo particolare genere. Sia chiaro, non stiamo parlando di un "Death Metal" dei Dismember o on "Wolverine Blues" degli Entombed, ma è innegabile come gli Entrails riescano sempre a fare la loro figura, e questa loro ultima fatica è l'ennesima conferma della bontà della proposta dell'act svedese. Per i die hard fans del genere, acquisto consigliatissimo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Giugno, 2022
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E' passato qualche anno da quando abbiamo incontrato per la prima volta i greci Prometheus, all'epoca del primo album "Consumed in Flames" nel 2017; nel frattempo la band ellenica ha firmato per I, Voidhanger Records rilasciando nel 2020 l'album "Resonant Echoes from Cosmos of Old" - colpa nostra, ce lo siamo perso! -, per infine tornare oggi a due anni distanza sempre per la label nostrana con questo nuovo "Aornos". E' una band musicalmente e stilisticamente più matura quella che ritroviamo oggi, essendo i Nostri fautori di un Black/Death che presenta al proprio interno diverse "scuole di pensiero": dal Death/Black centro-europeo (Behemoth, Belphegor) a fare da fondamenta, passando per le atmosfere occulte elleniche (Rotting Christ, Varathron, Acherontas), sfuriate Black svedese (Setherial, Dark Funeral) o sinfonico (Emperor), fino ad arrivare a passaggi epici e maestosi che possono rimandare ai Septicflesh. E ok, è probabile che adesso stiate pensando che a leggerla così il sound dei Prometheus possa sembrare un mischione esagerato, mentre invece possiamo garantirvi che la band greca opera il tutto con estrema fluidità. Da qui la maturazione raggiunta dai Prometheus di cui dicevamo poco sopra: i quattro ragazzi di Salonicco - che si presentano ai nastri di partenza con il nuovo cantante Meleager - ci offrono un lotto di pezzi tutti dalla lunga durata, ma che nonostante ciò riescono a mantenere sempre alta la tensione e, soprattutto, l'attenzione dell'ascoltatore. E questo grazie proprio alla varietà di soluzione trovate dai Nostri all'interno di questo lavoro, con brani ricchi di pathos che s'intervalla a sferzate di ferocia inaudita ("Slithering Tongue of Lethe" ne è probabilmente l'esempio più lampante). In generale, "Aornos" è un album che potrà facilmente incontrare i favori di più frange di fans del Metal estremo, ed i Prometheus appaiono come una band sempre più convinta dei propri mezzi ed in costante crescita.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Giugno, 2022
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I texani Void Witch si formano durante la pandemia di coronavirus lo scorso anno, dall'unione di musicisti provenienti da Azoth, Shitstorm e Drainbow; il quartetto rilascia subito un demo che andrà ad attirare l'attenzione di Everlasting Spew Records, che s'occupa di licenziare questo EP omonimo. Tre lunghi brani di Death/Doom oppressivo ed asfissiante, a cui i ragazzi di Austin danno una maggior varietà e - a tratti - ariosità grazie ad un sapiente uso di melodie: incastri stilistici che richiamano subito l'operato di gruppi come Hooded Menace e Temple of Void, non a caso citati tra le primarie influenze del combo texano. Seppur lunghi di durata, i tre brani ("My Coffin Overfloweth", "Asphyxiation Ritual" ed il singolo "Boudoir Bloodfeast") foirmano un lavoro nel complesso breve - una ventina di minuti - che possiamo prendere tutto sommato per quel che è: un biglietto da visita per il combo statunitense, che grazie alla distribuzione della label nostrana potrà ampliare il proprio "raggio d'azione" in visa - si spera - di un prossimo full-length. Il sound dei Void Witch non risulterà ai più una novità, ma è innegabile di come risulti chiaro sin dal primo ascolto che i Nostri sono ben consapevoli dei loro mezzi e lo dimostrano con questo lotto di brani di buonissima fattura, tra i quali spicca a nostro avviso "Asphyxiation Ritual". Consigliamo questo EP omonimo dei Void Witch soprattutto ai collezionisti incalliti di Metal estremo, ma un ascolto a chi semplicemente vuol conoscere una nuova interessantissima band è sicuramente più che raccomandato. Promossi insomma, aspettando si ascoltarli su una distanza più lunga.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Giugno, 2022
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Si sono formati nel 1997, ma ci hanno messo un po' di tempo per pubblicare qualcosa i polacchi Infernal Bizarre: il debutto è infatti arrivato nel 2015 con l'EP "Prometeusz", seguito poi nel 2018 dal primo full-length "Medium", entrambi autoprodotti; quattro anni dopo ecco ritornare la Death/Thrash band di Łódź con il secondo album "Mroczne dziedzictwo" (trad.: "eredità oscura"), primo ad essere licenziato da una label, Via Nocturna, connazionale dei Nostri. Una band, quella che abbiamo di fronte, fortemente legata al proprio retaggio come suggerisce il titolo stesso: sia per quanto riguarda lo stile - un Death/Thrash di chiara matrice centro-europea che vede nei Vader i capostipiti -, sia per la scelta del cantato in polacco. Magari questo potrà dare ai più qualche problema di comprensione di cosa parlino gli Infernal Bizarre, ma dopo i primi ascolti in cui si ha la sensazione di "macchinoso", facendoci l'abitudine risulta ben calato nel contesto generale dell'opera. Ecco, l'opera: com'è questo "Mroczne dziedzictwo"? Non c'è bisogno di girarci tanto attorno: il secondo album degli Infernal Bizarre è nel complesso un buonissimo lavoro, un soddisfacente ascolto di Death/Thrash nudo e crudo in cui si possono trovare facilmente rimandi ai già citati Vader, così come Morbid Angel e Malevolent Creation. Il quintetto polacco - tralasciando intro ed outro - badano semplicemente al sodo con otto brani diretti e dal forte impatto, con quella vena becera e grezza tipica di certe sonorità di metà 90's, tra spietate accelerazioni Death Metal e cavalcate thrashy. Nulla tutto sommato di assolutamente memorabile, ma di certo un lavoro onesto ed eseguito con passione viscerale. "Mroczne dziedzictwo" va ad attestarsi ben oltre una semplice sufficienza: ascolto consigliato a chi è alla costante ricerca di lavori Death Metal e/o Death/Thrash che siano diretti e senza fronzoli.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Giugno, 2022
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Già abbiamo avuto modo di dire almeno un paio di volte di come il sottosuolo estremo cileno sia ormai in continuo fermento, cosa che riproponiamo oggi con gli Examinatvm, quartetto di Punta Arenas che grazie a Pulverised Records ripropone - nei formati LP e digitale - l'album "Sollvm Ipsa Mor", uscito l'anno scorso in CD per Apocalyptic Productions. Tralasciando la scelta dei Nostri dei titoli in latino che latino non sono in alcuna maniera - come praticamente tutti quelli che lo fanno, totalmente a cazzo di cane -, gli Exanimatvm sono per l'appunto l'ennesima conferma di quanto in sommossa sia l'underground cileno in questo periodo: dopo un buon primo album nel 2016 ("Dispersae et Tormentvm"), i Nostri ci offrono una nuova esplosione magmatica con quattro feroci, strabordanti pezzi di Death Metal della vecchia scuola, che vede in quel filone "sporcato" Blackened di Incantation, Dead Congregation, Funebrarum, Grave Miasma, ecc. ecc., le proprie fondamenta; le cavernose vocals di Demis Ferreira sono infatti supportate da un comparto strumentale strutturalmente imponente, una muraglia di suono che tra taglienti passaggi dal sapore Blackened - per l'appunto - e monolitici assalti di Death Metal nudo e crudo, riesce a colpire l'ascoltatore con la costanza e la precisione di un cecchino. I quattro lunghissimi brani che compongono la tracklist di "Sollvm Ipsa Mor" sono semplicemente di pregevole fattura: ovviamente non dovrete aspettarvi nemmeno lontanamente chissà quale originalità, ma la prestazione viscerale degli Examinatvm saprà senz'altro accendere un interesse affatto velato nei tanti amanti di queste maligne, brutali sonorità: pochi attimi di respiro - con passaggi comunque dal mood inquietante - all'interno di un assalto sonoro all'insegna del "no compromises" su tutta l'onda. Tenere d'occhio cosa si muove nel sottobosco cileno è diventato ormai d'obbligo, specie se a seminare musica sulfurea e spietata arrivano gruppi come gli Examinatvm, band che ad oggi potrà saziare la fame, ad esempio, di chi attende da otto anni un nuovo lavoro dei Dead Congregation.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 20 Giugno, 2022
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Torniamo dopo circa sette mesi a parlare dei britannici Consecration, Doom/Death Metal band di Norwich che abbiamo già 'ospitato' sulle nostre pagine con l'album del 2019 "Fragilium" (Solitude Productions) e l'EP del novembre 2021 "Reanimated" (Cavernous Records), e che ritroviamo oggi con il terzo full-length, "Cinis", che presenta un paio di sostanziali novità. La prima è l'ennesimo cambio di label, con i Nostri accasatisi in una garanzia per l'underground estremo come Redefining Darkness Records; l'altra riguarda quello che fino ad oggi abbiamo ritenuto essere il tallone d'achille del quintetto del Norfolk, la produzione: ebbene, "Cinis" presenta una produzione finalmente degna di tal nome e che finalmente fa ben risaltre in maniera chiara e bilanciata il cupo quanto spietato operato dei Consecration. Se lo scorso EP, avendo dei brani riproposti dal passato, poteva sembrare immediatamente più pesante, con funeree influenze da gruppi come gli Evoken, in questa nuova opera i Consecration riprendono le fila di "Fragilium", ossia con un Doom/Death che alterna diversi momenti: da quelli più pesanti e mefitici (Disembowelment, Winter, Coffins) a bordate più prettamente Death Metal 'autopsyano' (prendete la parte centrale di "Ground to Ashes (A Cremulation)"), fino alle oprrimenti atmosfere dei celeberrimi "Peaceville Three", in particolar modo i primi Paradise Lost (e nel contempo i primi lavori degli Hooded Menace). Ma se musicalmente abbiamo davanti quello che ci si aspetterebbe dai Consecration, compresa la mastodontica durata sia di buona parte dei pezzi che dell'intero disco con quasi un'ora di musica, come dicevamo è dal punto di vista della produzione che possiamo segnalare giganteschi passi avanti rispetto al passato: non ci si può che togliere il cappello per l'ottimo lavoro svolto da Greg Chandler, storico cantante degli Esoteric che ha anche un enorme curriculum in quanto a produzioni (Esoteric, ovviamente, ma anche Convocation, Officium Triste, gli Ataraxy recensiti un paio di giorni fa, Cruciamentum, Nokturnal Mortum, My Silent Wake.... e la lista sarebbe ancora lunghissima). In tal modo si riesce a cogliere le varie sfumature della proposta dei Nostri, capaci di tirar fuori un lavoro che nonostante la lunga durata riesce a tener incollati fino alla fine, certo magari a patto che siate amanti di tali sonorità, ovvio. Si riesce soprattutto a cogliere come i Consecration siano molto abili ad unire momenti di pura violenza - e un esempio su tutti è la già citata "Ground to Ashes (A Cremulation)", in cui tra l'altro troviamo come ospite mr. Dave Ingram -, ad altri in cui la cupa mestizia delle atmosfere del Doom/Death dei 90's prende prepotentemente il sopravvento, vedasi in tal senso le lunghissime quanto affascinati "Embrace of Perpetual Mourning" ed "Unto the Earth Bethralled", che tra oscure armonizzazioni e pachidermici rallentamenti al limite del Funeral Doom seguiti da repentine accelerazioni riescono a tenere alta l'attenzione dell'ascoltatore fino all'ultimo secondo. Finalmente i Consecration riescono a dimostrare realmente tutto il loro potenziale, grazie ad un lavoro dal carattere morbosamente oscuro: è bastato affidarsi ad un produttore dalla grande esperienza ed estremamente ferrato nel genere per poter mettere in risalto queste nove gemme di luttuoso fascino. Ben fatto! Davvero ben fatto!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    17 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 17 Giugno, 2022
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Sono attivi dal 2008, ma sono una band che si prende i propri tempi tra una pubblicazione e l'altra: sono passati infatti quattro anni da "Where All Hope Fades", prima di veder tornare oggi gli spagnoli Ataraxy con "The Last Mirror", terzo full-length licenziato in collaborazione da Dark Descent Records (CD) e Me Saco un Ojo Records (LP). Quanto di ottimo abbiamo ascoltato quattro anni or sono con la precedente release viene non solo confermato dal nuovo album del quartetto di Saragozza, ma anche per certi versi superato. "The Last Mirror" appare sin da subito un lavoro ancor più maturo e completo, in cui il cupo, pesantissimo Death/Doom dei nostri procede imperterrito come una lenta, distruttiva colata lavica. Un sound che prende a piene mani dagli insegnamenti di diverse scuole partendo da quella centro-europea degli Asphyx (ascoltate "Decline" e mi direte), passando per la monolitica scuola finnica (Demigod, Krypts, Solothus), fino ad aperture - sort of... - allo stile dei "Peacevile Three", soprattutto i 'soliti' Paradise Lost; soluzioni stilistiche che abbiamo ascoltato recentemente con i Temple of Void ed il loro nuovo album, ma che qui sono solo un mattone all'interno di una struttura granitica e, potremmo dire, complessa nella sua semplicità. Il tempo giusto di prendere un respiro con l'intro "Presages" che gli Ataraxy costruiscono la loro claustrofobica muraglia sonora, tra monolitici passaggi cupi, spietate accelerazioni - di nuovo: ascoltate "Decline", in questo caso la terremotante parte finale, o l'attacco di "Under the Cypress Shadow" -, e fraseggi atmosfericamente malinconici, questi ultimi grazie ad un ottimo uso di arpeggi che non possono non richiamare alla mente la scuola britannica, e che trova il proprio apice nella grandiosa "Visions of Absence". Se con il precedente lavoro gli Ataraxy trascinavano l'ascoltatore in fondo ad un cupo abisso, con questa nuova, magistrale opera i Nostri cementano l'unica via d'uscita, lasciando l'ascoltatore solo con buio ed un'aria vieppiù pesante e claustrofobica. Insomma, lasciate ogni speranza, voi che premete il tasto 'play'.

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