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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 29 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Sono passati circa tre anni e mezzo dal debut album "The Will" ed ecco ritornare i finlandesi Counting Hours con il loro secondo full-length "The Wishing Tomb", da poco licenziato dalla labe spagnola Ardua Music, etichetta che possiamo ormai definire di riferimento specificatamente per il Doom, o ancor meglio per il Doom/Death melodico e dalle atmosfere plumbee. Genere in cui i musicisti coinvolti in questa band sono soliti muoversi con estrema perizia: basta pensare che alle chitarre troviamo Jarno Salomaa e Tomi Ullgrén ex fi Finntroll, Impaled Nazarene e Thy Serpent), entrambi negli Shape of Despair e coinvolti anche in una band di culto per il Melodic Death/Doom come i Rapture. Negli ultimi 2-3 anni stiamo vedendo come questo genere stia rifiorendo e, soprattutto, come si stia man mano elevando dal pantano di un'inflazione dovuta ad un periodo di magra di buone uscite; questo grazie anche proprio al lavoro di Ardu Music, capace di andare a scovare ottime nuove realtà e puntando decisa su veterani con ancora tanto da dire. Ecco, i Counting Hours sono da inserire giusto nel mezzo: i musicisti coinvolti hanno tutti una lunga esperienza precedente, ma la band in sé è, per l'appunto, solo al secondo album; ciò non toglie però che "The Wishing Tomb" sia un album a dir poco ottimo! Malinconico, ma allo stesso tempo energico, quest'opera presenta tratti che uniscono alla perfezione gli Swallow the Sun o i Daylight Days (o per l'appunto i Rapture) ai Katatonia attuali, richiamati in maniera chiara da pezzi come "Timeless Ones" e la bellissima "All That Blooms (Need to Die)". La miglior capacità dei Nostri è, comunque, quella di riuscire a mantenere intatta la componente più malinconica del genere senza che la loro musica risulti mai opprimente, soffocante; anzi proprio grazie alle splendide melodie che pervadono l'opera - e, diciamolo, alla forte influenza katatoniana - il tutto ha un che di arioso, come se tra disperazione e morte ci fosse ancora comunque un filo - estremamente tenue - di speranza. Perfetta fotografia di queste sensazioni sono la già citata "All That Blooms..." ed il singolo "Away I Flow", con il suo finale dai toni solenni. Ma insomma, non che tutti gli altri pezzi siano da meno, anzi: prendete ad esempio il meraviglioso arpeggio con cui inizia la title-track o il seguente attacco à la October Tide/Swallow the Sun della stessa... Per quanto ci riguarda "The Wishing Tomb" è un album da ascoltare tutto d'un fiato e chi ama queste sonorità non potrà che innamorarsene già al primo ascolto. Dopo un buonissimo primo album, con questo secondo lavoro i Counting Hours dimostrano di essere ad oggi uno dei gruppi di maggior valore in questo genere. Veterani compresi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Uscito ad ottobre 2023 per la giapponese Darker than Darkness Records ed appena arrivato in Europa con la francese Great Dane Records, "Living Dead" è il terzo studio album degli slovacchi Surgery, quartetto di Poprad vecchia conoscenza sulle nostre pagine. Ancora una volta la band slovacca mette su una prestazione solida portando alla nostra attenzione una mezz'oretta del loro ormai classico Death Metal old school in cui s'incontrano e si fondono la scuola britannica con quella svedese e centroeuropea, anche se a differenza dei lavori precedenti possiamo trovare spesso un'impronta più thrashy all'interno delle composizioni, vedasi ad esempio la parte centrale di "Zombie Influence" o il riff portante di "Violence" che rimandano immediatamente ai Kreator del medio periodo. In generale "Living Dead" ci sembra un album decisamente più dinamico rispetto i suoi predecessori, questo grazie soprattutto a ritmiche sicuramente meno legate all'afflato epico-battagliero di scuola Bolt Thrower/Benediction, seppur ovviamente non mancino del tutto ("Intruders from Other Space"). Alla fine, i Surgery si dimostrano ancora dei buoni mestieranti del genere, capaci di tirare fuori un lavoro che, anche se sicuramente non passerà alla storia, sa intrattenere a dovere: una buona mezz'ora di Death Metal della vecchia scuola che non annoia ed il cui ascolto scorre via piacevolmente grazie a pezzi che in sede live sapranno fare la loro figura.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

A ben cinque anni di distanza dal discreto "masque" tornano a farsi sentire gli irlandesi Vircolac con il loro secondo full-length a titolo "Veneration", rilasciato come il precedente da Sepulchral Voice Records in Europa e da Dark Descent Records in Nordamerica. Un lustro che è servito ai lupi mannari (questo il significato della parola "vircolac" in rumeno) di Dublino per evolvere le proprie sonorità in qualcosa di meno barbarico, ma non di meno violento e primordiale. Se "Masque" era infatti un disco improntato su di un selvaggio attacco frontale, in questa loro nuova opera i Nostri hanno sì mantenuto quell'approccio brutale e sfrontato, ma hanno nel contempo reso in un certo qual modo più complesse le strutture dei propri brani. Tra l'altro i Vircolac sorprendono sin da subito con una lunga intro - "The Lament (I Am Calling You)" - dal sapore di vecchi canti celtici, prima di partire all'attacco con la title-track, pezzo dalle ritmiche quanto mai nervose che ci mostra come sul piano compositivo i Nostri siano maturati e nemmeno poco: basta rendersi conto di come la canzone letteralmente cambi il proprio registro nella seconda metà, in un certo senso più ragionata e dotata di passaggi più cadenzati in cui fa capolino un buon senso melodico. Per quanto con lo scorrere della tracklist possiamo ritrovare quelle influenze riconducibili ai vari Bølzer, Grave Miasma o Dead Congregation, in pezzi come "Unrepentant" o "Reflection" possiamo trovare rocciosi patterns tipici della vecchia scuola svedese (Dismember/Grave su tutti), ma anche, più in generale, quella natura mutevole che fa da ingranaggio attorno cui ruota tutta questa macchina di Metallo della Morte perfettamente oliata che è "Veneration"; una minacciosa aura cangiante che ci ha fatto venire in mente come prima cosa gli Ulthar, probabilmente esempio più lampante delle attuali doti del combo irlandese, che esplodono in tutta la sua oscura luce nei due brano più lunghi del lotto, "Our Burden of Stone and Bone" - in cui i Vircolac invadono senza remore i territori del Death/Doom - e la conclusiva "She Is Calling Me", mini-suite in tre parti (War, Death e Redemption) che rappresenta a nostro avviso anche il momento più alto dell'intero album. Dopo più attenti ascolti, la sensazione è che oggi i Vircolac tentino di rifuggere qualsiasi precisa catalogazione: la band irlandese sembra abbia voluto consapevolmente scegliere un percorso più impervio di cui "Veneration" è il punto di partenza; in tal senso questo loro secondo album può essere visto come un passaggio interlocutorio verso un futuro in cui, continuando su questa strada, potrebbero anche togliersi diverse soddisfazioni.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Febbraio, 2024
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I (lunghi) dieci anni di pausa, hanno sicuramente giovato ai Job for a Cowboy; la band di Glandale, Arizona, ha passato gran parte della sua prima parte di carriera - sia nel periodo Deathcore che dopo la svolta Progressive Death - in un loop album-tour che sembrava aver tolto loro forze ed in certi casi anche ispirazione. Ebbene, le cose oggi sembrano essersi rimesse decisamente in carreggiata con "Moon Healer", quinto full-length per il quintetto americano che arriva - per l'appunto - ben dieci anni dopo il precedente "Sun Eater". Probabilmente gli enormi successi soprattutto di inizio carriera potrebbero essere un ricordo lontano, ma è innegabile che i JFAC di oggi sono una band decisamente focalizzata sul proprio obiettivo e che sembra essersi subito scrollata di dosso la ruggine, regalandoci un album che da un lato prosegue quel percorso Progressive Death con cui ci avevano lasciati una decade fa, trovando però oggi anche una via più sperimentale. Possiamo insomma ancora sentire come grande protagonista il basso di Nick Schendzielos - seguendo l'esempio di gruppi come Obscura e Beyond Creation -, ma il punto focale di questa nuova opera si sposta sulle numerose divagazioni che possiamo ascoltare all'interno dei brani, talvolta anche stesso all'interno di un singolo pezzo, come le per nulla nascoste venature Fusion che ricordano da vicino mostri sacri come Atheist e Cynic, o ancora bordate ombrate di dissonanze (Gorguts) o psicotici passaggi à la Cephalic Carnage o Cattle Decapitation. In tal senso l'esempio maggiore di tutto questo lo abbiamo con l'ottima "Grinding Wheels of Ophanim", quasi sei minuti furiosi in cui i JFAC non concedono un singolo attimo di tregua, costantemente in moto perpetuo tra l'una o l'altra venatura del loro sound odierno; e qui entra in gioco la loro enorme preparazione tecnica, senza la quale il tutto sarebbe potuto risultare slegato ed in qualche modo legnoso, mentre i Nostri si muovono con maestria e fluidità. Lo stesso discorso è da farsi per la seguente "The Sun Gave Me Ashes so I Sought Out the Moon", pezzo estremamente nervoso, ma che nell'insieme del disco risulta essere persino il migliore in assoluto di tutto il lotto - almeno per il sottoscritto, sia chiaro! -. "Moon Healer" è insomma la naturale evoluzione dei JFAC dopo "Sun Eater", con la differenza sostanziale che è da ricercarsi in un songwriting altamente più efficace; con ogni probabilità è stata una fortuna che questa nuova release sia arrivata dopo una decade: non siamo così convinti che fosse arrivato poco dopo il proprio predecessore, quest'album sarebbe riuscito alla stessa maniera. I Job for a Cowboy hanno insomma a lungo ricaricato le batterie e dopo aver ascoltato "Moon Healer" possiamo benissimo dire che sono decisamente ripartiti in quarta con un lavoro scritto, suonato e prodotto egregiamente: duro ma allo stesso tempo armonico, sicuramente moderno ma con uno sguardo ben diretto verso la vecchia scuola (ci ripetiamo, soprattutto Atheist e Cynic), con suoni chiari e potenti ma lontani dalle produzioni plasticose di altre etichette di alto livello. Un ritorno quindi ormai quasi insperato per i fans di lunga data, ma "Moon Healer" è un disco talmente riuscito che, alla fine, ne è valso la lunghissima attesa. Bentornati!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Una carriera cominciata nel lontano 1990 e che dopo un lungo stop (1998-2012) sta avendo un nuovo slancio in questa seconda parte: stiamo parlando dei Morta Skuld, veterani Death Metal di Milwaukee arrivati al settimo studio album (terzo da quando si sono riuniti) con questo "Creation undone", appena rilasciato dalla mitica Peaceville Records. E come detto, in questa seconda parte di carriera i Nostri sembrano stiano vivendo una seconda giovinezza, se è vero com'è che anche quest'ultima release si attesta su livelli qualitativi decisamente buoni, cosi come i precedenti "Wounds Deeper than Time" - per chi vi scrive probabilmente il loro miglior lavoro in assoluto insieme al debutto "Dying Remains" - e "Suffer for Nothing". Fondamentalmente, questa è la dimensione perfetta in cui i Morta Skuld possono muoversi e lo fanno con buona perizia: il quartetto americano magari non avrà mai raggiunto i livelli di gente come Morbid Angel o Obituary, ma è sempre riuscito a "portare a casa il punto" grazie ad una serie di prove solide, con quest'ultimo "Creation Undone" che non fa eccezione; ancora una volta a trascinare i Nostri verso un giudizio finale soddisfacente è l'eccellente lavoro chitarristico, da sempre marchio di fabbrica di una band che fa del riffingwork roccioso e sempre ispirato il proprio punto di forza. Nelle dieci tracce che compongono quest'opera manca di sicuro quella hit che da sola vale l'acquisto del disco, ma è altresì vero che l'ascolto prosegue spedito e senza momenti di stanca, aiutato anche da una buonissima produzione, pulita ma mai troppo estremamente pompata. Tralasciando i due buonissimi singoli apripista "We Rise We Fall" e "Perfect Prey", basta ascoltare canzoni riuscitissime come "The End of Reason", la seguente "Painful Conflict" ed "Oblivion" per ritrovarsi a sorridere compiaciuti dalla cascata di riff della coppia Gregor/Willecke, ottimamente supportati da una sezione ritmica groovy e pulsante. Chi segue il genere assiduamente, sa che in ambito Death Metal ci sono giovani leve affamate ed ambiziose, così come grossi nomi titanici che possono continuare ad esaltare come sempre o deludere su tutta la linea... e ci sono poi gruppi con una lunghissima esperienza che pur non avendo avuto lo stesso successo di colleghi coetanei riescono sempre e comunque a fare il loro, pubblicando dischi che ogni volta risultano essere un ascolto più che soddisfacente: i Morta Skuld rientrano sicuramente in questa categoria: in un modo o nell'altro, il quartetto di Milwaukee riesce come sempre a non scontentare nessuno con una nuova fatica il cui ascolto è da noi sicuramente consigliato.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    23 Febbraio, 2024
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Nonostante una carriera lunga ormai tredici anni, sono solamente tre gli album rilasciati dai veneti In Autumn, l'ultimo dei quali è arrivato negli scorsi giorni tramite la sempre attenta label campana My Kingdom Music; "What's Done Is Done" - questo il titolo - arriva a ben sei anni di distanza dal precedente "Greyerg" (che a sua volta seguiva di cinque anni l'esordio "Reborn") e presenta, ormai quasi una tradizione per i Nostri, un nuovo cantante: Giuliano Zippo, che grazie alla sua versatilità vocale consente agli In Autumn di riprendere le sonorità del disco d'esordio, più vicine al Doom/Death malinconico dei Paradise Lost, rispetto alle arie espressamente gotiche di "Greyerg". Paradise Lost, dicevamo, tra le principali influenze del quartetto vicentino, ma i più attenti potranno sicuramente ritrovare anche Amorphis, qualcosina degli October Tide nei momenti più duri così come My Dying Bride in quelli più eterei e "gotici"... ma ad un ascolto ancor più attento dei pezzi, possiamo sicuramente trovare non poche assonanze tra gli In Autumn ed il solo gigante in Italia per questo genere, gli Shores of Null: basta anche solo l'ottimo trittico di pezzi iniziale - i singoli "What's Done Is Done" / "Focus" e "Lucid Dream" per trovare similitudini tra l'act veneto e quello capitolino. Ma per quanto gli Shiores of Null siano, appunto, un punto di riferimento focale per comprendere le coordinate stilistiche degli In Autumn, i Nostri hanno la giusta dose di maturità per riuscire ad essere ben riconoscibili, dopo essere entrati in confidenza con le loro composizioni. Buona parte del merito va ad ascrivere al versatile lavoro dietro al microfono di Giuliano, che riesce perfettamente ad adattare diversi stili canori al comparto strumentale imbastito dai tre membri fondatori. Il risultato di tutto ciò è un disco che per 3/4 d'ora risulta essere costantemente cangiante ed al contempo solido, tra passaggi malinconici ed eterei scanditi dalle voci pulite (da brividi l'inizio di "Despised by Life"), sofferte melodie ed arie plumbee (voci roche e afflitte scream vocals), ed accelerazioni tipiche della scuola svedese Melodic Doom/Death, il tutto eseguito con una fluidità di manovra quasi invidiabile. Sperando che gli In Autumn abbiano trovato finalmente stabilità nella formazione - Giuliano Zippo ci sembra il cantante adatto per la band -, i Nostri con "What's Done Is Done" offrono una prova di vera maturità. Se più avanti riusciranno ad essere più costanti, potremmo avere per le mani un'altra band nostrana capace di farsi strada in questo particolare genere.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Sono passati circa tre anni d quando abbiamo incontrato per la prima volta gli ungheresi Damnation, quando all'epoca recensimmo l'EP di debutto "Majesty in Degradation". Oggi il quintetto magiaro torna sempre sotto l'egida di Pest records con il primo full-length, intitolato "Fátum". Rispetto all'esordio assoluto di qualche tempo fa, due sono le sostanziali novità riguardo i Damnation: uno musicale, con un "imbastardimento" del sound, divenuto più possente, brutale e groovy - pur restando sempre nell'ambito dello US Death Metal -, l'altro linguistico, con la scela dei Nostri di puntare sula propria Madrelingua. Il tempo intercorso tra i due lavori, la band ungherese sembra averlo sfruttato a pieno: i Nostri ci sembrano più focalizzati rispetto l'esordio, e pur restando all'interno di certi parametri stilistici sono riusciti a dare alle loro composizioni un tocco alquanto personale. Presentatisi con due buoni singoli apripista come l'opener "Belső kapuk a világűrbe" e "A paraziták vándorlása", i Damnation con il resto della tracklist dimostrano di sapersi muovere a proprio agio sia quando si tratta di brutalizzare l'ascoltatore con feroci sfuriate, sia quando le ritmiche si fanno più lisergiche e cadenzate (vedasi "Halandó mindenség" o "Lennvilág", canzone quest'ultima che spesso rimanda ai Bolt Thrower). In generale possiamo dire che non siamo ai livelli del Death Metal partorito in altre regioni (Scandinavia, Cile, States), ma comuqnue per i poco più di 40 minuti di quest'album i Damnation offrono una prestazione quadrata e riescono a mantenere alta l'attenzione anche grazie ad un riffingwork roccioso che non risparmia però spunti melodici che danno un più ampio respiro ai pezzi. "Fátum" è ben lungi dall'essere un capolavoro, ma di certo potrà essere un ascolto soddisfacente ed un CD che nella vostra collezione non andrebbe a sfigurare.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Questo è un esordio assoluto che potrebbe essere ricordato negli anni: stiamo parlando di "Wastelands", EP di debutto della one man band australiana Stellar Remains, progetto solista - per l'appunto - di Dan Elkin, che ha da poco rilasciato quest'opera prima tramite la a noi finora sconosciuta label australiana Gutter Prince Cabal. Essendo un primo lavoro assoluto - scusate se ci ripetiamo -, va da sé che ascoltando le sei tracce di "Wastelands" si ha un po' la sensazione che Elkin si stia "riscaldando", ma lo fa anche con risultati eccellenti. I Termini di paragone per gli Stellar Remains ad oggi possono essere diversi, tutti nella sfera Technical/Progressive/Avantgarde Death Metal: sarebbe impossibile non menzionare The Chasm, Atheist, Horrendous, Pestilence, Timeghoul... ma una volta partiti il singolo "Obsolence" o la seguente "Weeping on the Shoulder of a Memory" i primi due nomi che saltano alla mente non possono che essere Blood Incantation e Tomb Mold (soprattutto dell'ultimo meraviglioso album). Il merito maggiore del buon Dan in questo EP è quello di rendere l'ascolto del lavoro un viaggio sensoriale, ricalcando in questeo le orme dei - appunto! - Blood Incantation; c'è tanta tecnica, c'è groove, ci sono feroci accelerazioni e bordate dissonanti, c'è melodia ed arpeggi onirici, una voce urlata e rabbiosa e sofferte clean' vocals. Un maelstrom di sensazioni che si accompagnano ad una nemmeno tanto nascosta esaltazione nell'ascoltare un disco che in nemmeno mezz'ora sa catturare l'attenzione sin dal primo passaggio. Anche il breve intermezzo "The Invisible Man" si ascolta con attenzione per il suo minuto e mezzo di durata, tra atmosfere astrali ed un pianoforte etereo, prima che venga lasciato il posto alle due tracce più lunghe dell'EP, la title-track "Wastelands" - con il suo incipit da brividi - e "Cloudbearer"; due canzoni che proprio per la durata maggiore racchiudono in sé tutti gli elementi che hanno contribuito all'enorme riuscita di "Wastelands". Se questo breve lavoro riuscirà ad avere la distribuzione worldwide che merita, riuscirà a portare proseliti alla causa degli Stellar Remains: un EP come questo saprà immediatamente incontrare i favori dei tantissimi fans di una band in continua ascesa come i Blood Incantation. Citando il mitico Stan Lee: EXCELSIOR!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 20 Febbraio, 2024
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Gli Acrid Death arrivano dalla Germania (da Francoforte sul Meno, per essere precisi), e dopo un paio di singoli per riscaldare i motori portano un bel carico di Death metal della vecchia scuola svedese con il loro debut album "Abominable Presence of Blight", edito dal Rising Nemesis Records, label teutonica di proprietà di Nasar Skripitskij dei Carnal Decay, solitamente dedita allo Slam Brutal ed al Deathcore. Basta anche la sola intro strumentale "In Light" per intuire le precise coordinate stilistiche del quartetto tedesco, che ci offre un mix tra le sonorità dei 'soliti' Entombed, Dismember e Grave - ma potremmo anche citare i loro connazionali Fleshcrawl e Revel in Flesh -, unito alle rocciose melodie degli Hypocrisy ed il pesante groove hardcoreggiante dei Gatecreeper. Nessuna novità per quanto riguarda il Death Metal degli Acrid Death, che riescono però comunque a mettere sul piatto una release compatta e che, complice anche una durata abbastanza esigua, si ascolta senza il pericolo di annoiarsi. Proprio la durata dei pezzi è il punto forte di quest'opera, anche perché, per l'appunto, musicalmente l'act di Francoforte non ci offre nulla che non si abbia ascoltato già centinaia di volte, ed in più manca quel guizzo in più o quella hit che farebbero tutta la differenza del caso. Cionondimeno, come dicevamo "Abominable Presence of Blight" è un lavoro che si lascia ascoltare in cui gli spunti più interessanti li troviamo grazie alle chitarre: tra riff magmatici e soventi sprazzi di melodie, riescono a dare una sensazione di varietà ed un più ampio respiro alle composizioni -- tra le quali crediamo spicchino soprattutto il singolo "Presence", la seguente "G.L.O.R.G.G." e "Negative Space". In sostanza, se siete tra quelli che divorano dischi di old school Swedish Death e siete nella spasmodica attesa di novità riguardo il nuovo lavoro dei Dismember, questo debutto targato Acrid Death - che a parer nostro raggiunge una piena sufficienza - può essere un buon modo per ingannare l'attesa.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio, 2024
#1 recensione  -  

Sono passati solo due anni dal buonissimo "Basom Gryphos", ma il duo formato da M. (voce, chitarre, basso) ed N. (batteria) torna già con il terzo full-length: stiamo parlando dei Pestilength, band basca freschissima di pubblicazione di questo "Solar Clorex", licenziato da Debemur Morti Productions. Essendo passato poco tempo, per l'appunto, non c'è da aspettarsi chissà quale novità a livello stilistico, ed infatti il duo basco prosegue sulla propria strada fatta di un Black/Death dalle fortissime venature Doom: pesante, cupo, dissonante, primordiale ed allo stesso tempo cervellotico, con riferimenti a Portal ed Altarage sempre presenti. Ed anzi a dirla tutta - cosa non scritta nella precedente recensione - dato il genere e la provenienza, non saremmo stupiti se i due musicisti siano coinvolti anche nei misteriosi Altarage. Elucubrazioni a parte, "Solar Clorex" è l'ennesimo lavoro solido per il duo basco, forse leggermente meno complicato rispetto il predecessore, ma non per questo meno ostico. Ed ancora una volta colpisce l'ottimo connubio tra il drumming e la sassaiola di riff pesantissimi, che ci accompagnano lungo nove tracce ossessive e sulfuree. Un pezzo come "Occlusive" porta alla mente una lenta ed inesorabile discesa verso gli inferi, mentre le chitarre ed il maniacale giro di basso della seguente "Enthronos Wormwomb" è il delirio di una mente folle: angoscioso, opprimente ed inquietante. I Pestilength seguono dunque, come dicevamo, imperterriti per la propria strada, riuscendo però in ogni caso a non ripetersi: rispetto al predecessore, "Solar Clorex" è un disco simile ma anche sensibilmente differente, complice un livello di scrittura più maturo. Come sempre quando si tratta di tali sonorità, questo lavoro non è facile da digerire, eppure riesce ad affascinare macabramente.

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I tanti fans del Doom/Death melodico non dovranno farsi scappare i Counting Hours
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