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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Settembre, 2021
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Si formano nel 2014 gli austriaci Infected Chaos, quando tre membri degli sciolti Chaosreign decidono di fondare una nuova band; da allora il quintetto ha rilasciato tre album: "The Wake of Ares" nel 2015, "Killing Creator" nel 2017 ed infine questo "Dead Aesthetics", appena uscito in maniera indipendente. E' una proposta interessante, comunque, quella degli Infected Chaos, dediti ad un mix tra il roccioso Melodic Death dalle tinte fosche di Kataklysm e Hypocrisy ed un Blackened Death di forte matrice centro-europea (God Dethroned, Hate), in cui non mancano tra l'altro passaggi vicini alla visione più moderna del genere; ed il risultato, come detto, è quanto mai interessante, grazie ad una tracklist compatta in cui melodie e ferocia si sposano benissimo. Certo, forse la tracklist è un po' lunghetta e si rischia di arrivare in fondo con un senso di "stanchezza", ma ciò non toglie che gli Infected Chaos usano molto bene le frecce della loro faretra, basti ascoltare il singolo "Gehenna", ma anche pezzi decisamente molto buoni come l'opener "When Yolder Calls My Name", "Pitch-Blck Fever" e "Lethargia", che fanno passare in secondo piano anche episodi meno riusciti come "Hollow Chars", brano che può comunque contare su di una parte solista più che soddisfacente.
Un paio di canzoni in meno, a nostro avviso, avrebbero maggiormente giovato all'economia del disco, ma comunque "Dead Aesthetics" resta un lavoro più che buono, che magari non passerà alla storia, ma potrà permettervi di conoscere una nuova realtà europea che sembra avere già un bel po' da dire. Da seguire in futuro con attenzione.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Settembre, 2021
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Secondo studio album per gli statunitensi Centenary, che con questo "Death... The Final Frontier", licenziato da CDN Records, danno seguito al debutto (su lunga distanza) "Into the Graveless Beyond". Non bastano dei chitarroni fortemente sporchi e delle ritmiche serrate per fare un buon disco old school Death Metal: e "Death... The Final Frontier" ne è la prova. Questo secondo album dei Centenary è, senza girarci tanto attorno, una release in generale mediocre; il Death Metal della band di Detroit appare alquanto "scolastico" e non viene supportato nemmeno da una produzione che sia almeno sufficiente. Si può passare sulla mancanza di originalità - non è affatto cosa nuova in questo genere -, ma ascoltando i brani che compongono la tracklist si ha la forte sensazione di ascoltare una band che si limita a fare il proprio compito, che non ci sia quel mordente che fa tutta la differenza tra un lavoro almeno passabile ed altro. La coppia Bradley/Cunningham prova a fare del suo, riuscendo però solo in parte, un po' meglio va con la sezione ritmica - ci sentiamo di promuovere il drummer Adam Davey -, mentre non ci siamo per nulla con l'insufficiente prova canora di Allen Mercer: che siano growlin' vocals (chiamiamole così...) e screamin', il risultato è sempre lo stesso, ossia che il cantato appare forzato e 'strozzato'.
Quando si dice che il libro (o il disco, in questo caso) non va mai giudicato dalla copertina: dotato di un artwork bellissimo, "Death... The Final Frontier" è, agli atti, un album che non raggiunge nemmeno una semplice sufficienza. Non saremo noi a fermarvi nel caso siate comunque curiosi di ascoltare, ma sappiate che in circolazione si trova facilmente di meglio.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    14 Settembre, 2021
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Sono ormai lontanissimi gli esordi Grindcore degli Aborted, arrivati oggi con "ManiaCult" alla pubblicazione del loro undicesimo album. La band belga - anche se ormai potremmo definirla internazionale data la presenza di due americani ed un italiano in formazione - come sempre guidata dal mastodontico e carismatico vocalist Sven de Caluwé ha saputo evolversi e cambiare le proprie sonorità con i tempi ed i modi giusti; gli Aborted di oggi sono una nuova evoluzione di quelli che ascoltammo tre anni or sono nel fantastico "Terrorvision": pur rimanendo con le radici ben salde nel loro Death/Grind, i Nostri si sono definitivamente allontanati dalla matrice-Carcass che ha contraddistinto la prima parte della loro carriera; in "ManiaCult", infatti, prendono il sopravvento certe arie dal sapore Blackened, specie per quanto concerne il lavoro - ampiamente promosso - di Ian Jekelis, con melodie taglienti e gelide a fare il paio con passaggi dotati di un groove spacca collo che farebbe impazzire anche i fans delle sonorità Slam o -core. In generale, con uno Sven in forma smagliante e con un cantato a più ampio spettro, un Jekelis che guida la carica con un riffingwork costantemente protagonista dell'opera, ed una sezione ritmica formata dalla coppia Franceschini-Bedene che offre una prestazione mostruosa per potenza e precisione chirurgica, gli Aborted riescono a mettere sul piatto l'ennesimo lavoro superiore - e di molto - alla media già molto alta dei dischi Death Metal che costantemente escono. Un album, questo "ManiaCult", che, pur essendo nel complesso leggermente inferiore al proprio predecessore, riesce ad essere al contempo stilisticamente più completo: basti ascoltare le taglienti melodie che imperversano per il lavoro, piuttosto che il massacrante groove di "Dementophobia", le sferzate prettamente Black Metal di "Portal to Vacuity", fino ai passaggi Black/Death 'behemothiani' di "Impetus Odi", passando per bordate come "A Vulgar Quagmire", Drag Me to Hell" e la vetta di questo lavoro, "Ceremonial Ineptitude". Alzi la mano poi chi una ventina d'anni fa si sarebbe aspettato di sentire un intermezzo al pianoforte da parte degli Aborted ("Verbolgen"). Sven e soci sono oggi a pieno titolo uno dei nomi di punta del panorama Death Metal mondiale, senza se e senza ma; "ManiaCult" è l'ennesima conferma di come gli Aborted si siano evoluti nel corso del tempo e si siano in un certo qual modo adattati, senza snaturarsi o risultare stucchevoli. Poco da aggiungere, se non che per i tanti fans della mostruosa band belga, "ManiaCult" è l'ennesimo disco da prendere a scatola chiusa.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Settembre, 2021
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Proprio ieri scrivevamo del fermento in atto nel sottobosco estremo londinese, nel cappello iniziale della recensione al nuovo album dei Lvcifyre; ma oltre loro e gli altri veterani Grave Miasma, da tenere estremamente sott'occhio sono i Cult Burial, una delle grandissime sorprese/scoperte del 2020 con il loro primo full-length omonimo, che ha seguito di poco il debut EP "Sorrow". Oggi il trio di Londra - per l'appunto - torna con un nuovo EP a titolo "Oblivion", che non fa altro che confermare le ottime sensazioni suscitate dai Nostri l'anno scorso. Stando a quanto affermato dai Cult Burial stessi, quello che possiamo ascoltare in "Oblivion" è un assaggio di quello che troveremo nel prossimo full-length: un'evoluzione del sound della band inglese, che si libera di alcune influenze (ci riferiamo, se avete letto la recensione di "Cult Burial", ai vari rimandi a Celtic Frost, My Dying Bride ed ai passaggi Prog e Post-Metal), per concentrarsi su sonorità a loro modo più "secche" e brutalmente mortifere; un Blackened Death dai toni feroci quanto a loro modo disperati, che trovano una loro 'valvola di sfogo' anche in rabbiosi passaggi Blackened Sludge. I Cult Burial sono dunque più diretti rispetto all'album dello scorso anno, ma già dalla title-track che apre l'EP ci si rende conto come il trio sia anche maggiormente concentrato, ed insieme a "Parasite" e "Paralysed" mette insieme un breve lotto di brani (tre in tutto per una ventina di minuti), che mostrano sì una nuova direzione per l'act albionico, senza snaturare però più di tanto ciò che li ha fatti conoscere con le releases dell'anno scorso. La potente, quanto marziale e rabbiosa "Parasite", seconda traccia dell'EP, va quasi a valere da sola l'acquisto dell'EP; un pezzo in cui sentiamo come i Cult Burial siano in forma smagliante ed in una fase di scrittura da stato di grazia. Manco a dirlo, "Oblivion" è ampiamente promosso e lascia dopo di sé una fortissima curiosità di cosa ci aspetterà con il prossimo full-length. E se i ritmi dei Cult Burial restano immutati, non dovremo aspettare molto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Settembre, 2021
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Fa sinceramente strano vedere che dopo due EP ed un album autoprodotti, i canadesi Æpoch escano con un nuovo lavoro - l'EP "Hiraeth" - ancora in maniera totalmente indipendente, specie pensando a bands assolutamente meno meritevoli del quartetto dell'Ontario che troviamo sotto a label anche altisonanti. Ma tant'è, a un anno da "The Scryer", gli Æpoch tornano con "Hiraeth", EP di cinque tracce per un totale di poco inferiore ai 20 minuti, in cui la band guidata dal cantante/bassista Brett MacIntosh dimostra ancora una volta di che pasta siano fatti, soprattutto per un tasso tecnico elevato - non al caso tra le principali influenze ci sono Beyond Creation, Augury ed Obscura - messo al servizio di brani che hanno comunque un impatto duro e tagliente, figlio di rimandi al Technical/Melodic Death di gruppi come The Black Dahlia Murder, Allegaeon ed Inferi, tanto per citarne alcuni "a caso". Gli Æpoch si presentano subito con una intro strumentale di un paio di minuti prima di caricare a testa bassa con "Amnesia", band che dà le prime sferzate e che vede come ospite il vocalist degli Alustrium Jerry Martin: questo pezzo insieme alla breve traccia seguente "Overwought", va a rappresentare il miglior momento di un lavoro che per quanto breve riesce comunque ad essere interessante sotto ogni profilo; anche le altre due tracce, "The Flesh Totem" e la title-track, non sono da meno affatto, e ci mostrano una band ben focalizzata sul proprio obiettivo, che riesce ad inserire nel proprio sound anche elementi più moderni che richiamano i Fallujah senza però snaturarsi di una virgola. Dopo questo quarto lavoro in stusio ufficiale, crediamo sia arrivato il momento che qualche label si faccia avanti: "Hiraeth" è l'ennesima dimostrazione di come gli Æpoch meritino un'esposizione maggiore ed un piano distributivo più imponente per le loro opere.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Settembre, 2021
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Secondo album per i groove/death metallers norvegesi Son of a Shotgun, band nata come progetto solista di Ivan "Meathook" Gujic dei Blood Red Throne, il cui debutto del 2017 "Mexican Standoff" vedeva la presenza come ospiti/session di Hellhammer (Mayhem, Arcturus), Demage Karlsen (Chrome Division, Breed) e Maurice Adams (Breed). Oggi, sotto l'egida di Emanzipation Productions, i Son of a Shotgun tornano con "Be For Oss Alle" come una full band, con membri provenienti tra gli altri da Damnation e Your Suffer, ma soprattutto con Stian Gundersen dei Blood Red Throne al basso. I Nostri vengono presentati dalla label come Death/Grind, con sonorità che sì richiamano - ovviamente - anche i Blood Red Throne, ma le cui influenze principali sono probabilmente da ricercare, almeno nei momenti più marcatamente Death, nei Vomitory con una certa attitudine à la Brujeria. Ma per la maggiore, i Son of a Shotgun si rifanno al Groove Death degli ultimi Decapitated, con diversi passaggi che avvicinano le sonorità dei nostri ad un Alternative/Groove Metal pure alquanto commercialotto. Quest'opera seconda dell'act norvegese è, in sostanza, un susseguirsi di brutali accelerate Death Metal, che soccombono però ad un sound spiccatamente Groove ("My Bible, My Wife, My Gun" ed ancor più la seguente "All I Got Left"). Cosa questa che farà sicuramente storcere il naso ai puristi, vuoi anche per le vocals di Henrik "Nomansland" che NULLA hanno a che vedere col Death Metal, ma vuoi soprattutto, come avrete capito, per una predominanza di passaggi sì ricchi di groove e con ritmi che possono mettere a dura prova i colli degli ascoltatori, ma che avranno quasi certamente zero presa su chi è abituato a diversi tipi di sonorità.
In conclusione, un unico errore riscontrato è il modo in cui è stata presentata la band: Death/Grind un c... ci siamo capiti. Se siete dei deathsters convinti come il sottoscritto, allora "Be For Oss Alle" assolutamente non fa per voi; con i Son of a Shotgun, come avrete capito, siamo più vicini ai lidi del Groove Metal: ed è dunque ai fans di queste sonorità più moderne che è indirizzato questo secondo lavoro dei Son of a Shotgun. Personalmente, aspetterò novembre per il nuovo Blood Red Throne

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Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 09 Settembre, 2021
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C'è fermento quest'anno, nel sottosuolo londinese. Un torrente magmatico che ha visto la sua prima esplosione verso la superficie con l'ultimo lavoro dei Grave Miasma, "Abyss of Wrathful Deities", e che vede una nuova eruzione ora, con il ritorno a due anni di distanza dall'EP "Sacrament" (e ben sette dall'album "Svn Eater") dei black/death metallers Lvcifyre con il loro nuovo di zecca "The Broken Seal", prodotto in Italia e licenziato in Europa da Norma Evangelium Diaboli e negli States da Dark Essence Records. Rispetto ai colleghi e concittadini, i Lvcifyre mettono al centro del proprio sound un Death Metal torbido quanto monolitico, che vede in Incantation, Immolation e Morbid angel le principali fonti d'ispirazione. Ma con il trio inglese non si tratta semplicemente di questo: i nostri mostrano ampiamente come siano capaci di virare verso certe sonorità Black Metal acide e taglienti, dando un senso di distorta melodia a quello che è un arrembante assalto all'arma bianca: basta anche la sola opening track "Gods Await Us", che arriva come un treno ad alta velocità dritto sul muso per restare letteralmente annichiliti dalla potenza, la ferocia e l'aura maligna dei Lvcifyre. E non che le altre siano da meno, a partire dalla colata lavica di riff che compongono "Tribe of Khem", accompagnati da un drumming costantemente lanciato a mille e su cui si stagliano le cavernose vocals di T. Kaos; con la seguente "Black Beneath the Sun" entriamo nei lidi del Black/Death polacco, potente quanto solenne, per quello che è probabilmente il miglior brano dell'intero lotto. La corsa assassina dei Lvcifyre prosegue senza sosta per fermarsi esclusivamente sulle note conclusive di "Black Mass", lasciandosi alle spalle una scia di sangue e violenza, desolazione e morte rimaste dopo il passaggio dell'esplosione magmatica che è questo "The Broken Seal". Qualcosa scorre, sotto il suolo londinese. Qualcosa che è destinato a non lasciare scampo, specie se a dare il metaforico colpo di grazia è una band come i Lvcifyre, che possiamo benissimo annotare tra le principali realtà dell'intera scena estrema britannica. Il sigillo è rotto: arrivano i demoni.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Settembre, 2021
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Debuttano su Transcending Obscurity Records gli americani Replicant con "Malignant Reality", secondo studio album per l'act statunitense a tre anni di distanza dal debutto "Negative Life". Band dalle tematiche nichiliste, quella qui in esame, con una certe negatività che pervade le liriche su di uno sfondo fatto di Death Metal moderno, ricco di groove, dissonanze e melodie, ma in cui non mancano passaggi più diretti e brutali (esempio a caso: la parte centrale di "Relinquish the Self"). Quello che abbiamo avanti non è insomma uno di quei gruppi Death Metal tout court a cui ormai ci siamo tanto abituati - specie con il proliferare di bands dedite ad uno stile cupo e pesante à la Incantation -; anzi, con le dovute differenze tra loro, possiamo accostare i Replicant per certi versi ai loro compagni di label Diskord: cambi di tempo e, in generale, stilistici sono all'ordine del giorno all'interno anche della stessa traccia, cosa che potrebbe anche essere in un certo qual modo straniante per l'ascoltatore. ma allo stesso tempo, anche affascinante: sfido chiunque ad ascoltare "Malignant Reality" per cercare di coglierne ogni singola sfumatura, anche, come dicevamo, all'interno della stessa canzone; con il picco di "follia" sonora che viene toccato senz'ombra di dubbio dall'ottima "Excess Womb", in cui abbiamo sì una buonissima priva dietro le pelli di James Applegate, ma anche e soprattutto un ottimo riffingwork opera di Pete Lloyd e di Mike Gonçalves, quest'ultimo anche cantante e bassista. E proprio a proposito di Gonçalves, giusto solo la sua prova canora presenta qualche luce ed ombra, ma questa cosa può benissimo esser dettata solo da preferenze personali di chi vi scrive verso un certo tipo di cantato.
Con una produzione pulita e potente che ben mette in risalto i suoni della band, "Malignant Reality" è un lavoro magari per certi versi strano (sort of...), ma anche un album che ci mostra una band come i Replicant che sa benissimo cosa fare con gli strumenti in mano e con un livello alquanto elevato di tasso tecnico. Non a tutti "Malignant Reality" piacerà al primo ascolto, ma concedetegli tempo per riuscire ad entrare in tutte le sue sfumature, ed allora sì che saprete apprezzarlo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    08 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Settembre, 2021
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Abbiamo già incontrato un paio d'anni fa i canadesi DeadSoulAlliance, ai tempi della ristampa in cassetta dell'EP "Slaves to the Apocalypse"; torna oggi sulle nostre pagine il duo canadese con quello che è il loro primo full-length: "Behind the Scenes", licenziato da Bitter Loss Records (formato CD) e Dawning Septic Productions (che si occupa nuovamente del formato Tape). E ritroviamo musicalmente i DSA esattamente dove li abbiamo lasciati, ossia con un Death Metal che presenta uno spietato mix tra scuola svedese ed americana, puntando decisi sullo stile greve e tagliente dei vari Dismember, Unleashed e Grave, ma con punte di cupe sonorità à la Autopsy/Cianide. Il risultato è una tracklist che ci accompagna per quasi 35 minuti intrattenendoci a dovere, con zero cali di tensione ed un lotto di brani che magari non brilleranno per originalità, ma risultano tutti molto ben eseguiti, a cominciare dall'accoppiata "Mental Comatose" + "Catastrophic Chaos", o una "Equilibrium Dead" che 'avvicina' i DSA per sonorità a gente come Benediction, Bolt Thrower ed Asphyx. Non un singolo momento filler in questa prima opera su lunga distanza della band dell'Ontario, zero riempitivi in un lavoro votato interamente all'attacco frontale dalla prima all'ultima nota, con un W.D. sugli scudi sia alla sei corde che dietro il microfono, perfettamente supportato dall'arrembante drumming di E.H., in un vortice di violenza sonora che saprà strappare più di un sorriso compiaciuto ai deathsters incalliti che metteranno le mani su quest'album. Come dicevamo, "Behind the Scenes" ha ben poco di originale, ma è anche vero che basta davvero poco per riuscire a tirar fuori un album Death Metal che sappia accontentare i fans del genere, e i DeadSoulAlliance ci riescono benissimo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    08 Settembre, 2021
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Terzo studio album per i tech-death metallers canadesi Deformatory, che tornano a cinque anni di distanza da "Malediction" (CDN Records) con questo "Inversion of the Unseen Horizon", concept album fantascientifico che è anche il sequel del predecessore. Continuano dunque a narrare la loro storia i due musicisti canadesi (Charlie Leduc a chitarra e voce, Neil Grandy dietro le pelli) e lo fanno con un lavoro che per quanto sia del tutto indipendente poco ha da invidiare a colleghi ben più noti; vero, il duo ha alle spalle un'esperienza lunga ormai più di dieci anni ed un deciso affiatamento: fa quindi specie che il nome dei Deformatory non sia ancor più conosciuto di com'è oggigiorno (un nome seguito soprattutto da chi bazzica il sottobosco Technical Death americano... e basta crediamo). Vicinissimi alle sonorità in primis degli Origin, ma con anche passaggi più diretti e brutali (per quanto tecnicamente ineccepibili) che rimandano non poco ai primi Cryptopsy, i Nostri mettono sul piano un disco brutale quanto ricco di spunti melodici, dotato di un grandioso groove quanto di passaggi di ferocia assoluta, il tutto diviso - proprio come una Science fiction/novel - in tre capitoli, ognuno dei quali composto da tre brani. Una tracklist compatta, coesa, in cui i Deformatory non si concedono il minimo calo di tensione: il duo di Ottawa attacca senza pietà con un lotto di brano tutti estremamente violenti, brutali, tra i quali spiccano una "Impaled Upon The Carrionspire" - in cui compare come ospite alla chitarra classica e nel solo l'ex-Cryptopsy Jon Levasseur), ma anche le ottime "Engineering the Wvrmhorde" - pezzo in cui Leduc offre una prestazione vocale decisamente sopra le righe - e "Behold, the Apex of Decay", piuttosto che una "Summoning the Cosmic Devourer", dotata di un attacco terrificante per potenza. Coordinate stilistiche facilmente ed ampiamente riscontrabili quelle dei Deformatory: se siete fans dei gruppi succitati, allora il duo canadese saprà sicuramente far breccia, ed ascoltando il loro "Inversion of the Unseen Horizon" potrete trovare non pochi spunti interessanti. Per quanto ci riguarda, una promozione ampiamente meritata.

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