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Opinione scritta da Anthony Weird

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Opinione inserita da Anthony Weird    23 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Febbraio, 2021
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Sono poche le band che non solo riescono a mantenere una costanza nelle uscite, ma ancora meno quelle che riescono a tenere alto l’interesse verso la loro proposta, con intermezzi di EP e altre release tra un album e l’altro; cosa che hanno saputo fare benissimo gli Epica che, in questi cinque anni dall’ultimo album, ci hanno regalato quasi una dozzina di lavori tra EP e singoli inediti, e persino una versione di “Design Your Universe”, totalmente rimasterizzata. Arriviamo quindi al fatidico momento, finalmente l’ottavo full-length della band olandese, è arrivato. Cinque anni d’attesa sono lunghi (anche causa covid) ed in tutto questo tempo i fan, benché allietati dalle continue piccole delizie sfornate dalla band nel frattempo, si sono chiesti cosa dovessero aspettarsi da questo “Omega”, molti dei quali già terrorizzati dal titolo, che effettivamente suona come un punto d’arrivo, come se non ci fosse altro motivo per continuare. Fortunatamente, la a dir poco meravigliosa Simone Simons ha dichiarato più volte in alcune interviste che questo non è affatto l’ultimo album della loro carriera, ma che il titolo si riferisce alla “Teoria del Punto Omega”, cioè l’intersezione che passa tra la scienza e la spiritualità, che si uniscono a spirale verso un punto di congiunzione divina, chiamato appunto “Omega”. Basterebbe già questo per chiudere qui la recensione, buttare via qualsiasi dubbio ed acquistare a scatola chiusa il disco.
Comunque, chiuse le altre storie, “Omega” si compone di dodici tracce, più un EP con altri quattro brani, chiamato “Omegacoustic”. Come da tradizione per gli Epica, il disco si apre con una intro, in questo caso chiamata "Alpha – Anteludium", tenui note di pianoforte, accompagnate da archi, creano un’atmosfera piacevole, molto evocativa, una natura incontaminata e fatata si apre nella mia mente, come un paradiso terrestre popolato da elfi ed i crescenti cori sinfonici, creano castelli sulle nuvole e colori pastello, una gioia per gli occhi e per la mente. Immediatamente dopo, parte il riffing già inconfondibile di "Abyss of Time – Countdown to Singularity", il primo singolo estratto da “Omega”. Un brano in pieno stile Epica, pomposo, esplosivo, complesso, con un video enigmatico ed una perfetta potenza sonora, amplificata da una corsa in doppia cassa che accarezza l’anima. Non mancano aperture ariose e l’accompagnamento di cori che danno quel tocco di mistico e macabro al tutto. Le voci si alternano e si intrecciano dal growl cupo e minaccioso di Mark Jansen e alla voce angelica con numerose note liriche di Simone, ci troviamo a correre lungo una corda intrecciata, fatta di oro, luce solare e meraviglia.
Il tutto cambia e si trasforma con "The Skeleton Key", atmosfere lugubri e pesanti che non ti aspetti, per un brano che apre con un pianoforte inquietante che subito viene affiancato dalle sinfonie occulte ed il growl la fa da padrone. La voce femminile sublime e delicata scrive una vera e propria fiaba nera in musica. La luce che fino a poco fa ci aveva attraversato ed accarezzato, pare svanita per lasciarci all’abbraccio gelido, seppur melodico, delle tenebre di una soffitta vuota, di un labirinto abbandonato, dove incontrare creature enigmatiche e dalle dubbie intenzioni, che cercano di circuire la nostra mente. I cori con le voci dei bambini, sono un tocco davvero inquietante, che non mi sarei aspettato. Ma un assolo splendido, seppur un po’ corto, svia ogni dubbio e torno a godermi questa storia dell’orrore gotico.
La sinfonia è la chiave intorno a cui tutto ruota in "Seal of Solomon", in cui tornano le scale arabe da sempre tanto care alla band e l’intero brano è una continua esplosione di melodia e sinfonia, come una immensa e sincerissima preghiera dedicata a divinità ignote e dubbie. Anche qui la voce principale è quella di Mark, che si appoggia alle note alte di Simone per esplodere nella potenza compositiva di una sinfonia che riesce ad inquietare e caricare, mantenendo un’atmosfera che sa di medio oriente e misteri celati da secoli, tra le sabbie custodi di tempi lontani e indicibili, che tanto hanno affascinato scrittori ed artisti, come il grande maestro H.P.Lovecraft. L’esplosione che più colpisce nel segno tuttavia, è anche qui la corsa in solitaria della chitarra di Isaac Delahaye, che si incastra perfettamente nel flusso compositivo ed è praticamente la ciliegina sulla torta.
"Gaia" smorza un po’ la tensione che si era venuta a creare con i brani precedenti. La splendida intro sinfonica con un fitto tappeto di doppia cassa, fa da apri porte per un pezzo orecchiabile e solare, che non disdegna la potenza sonora, ma che sacrifica le atmosfere più cupe, a favore di un ritornello più orecchiabile e leggero. Non abbiamo il classico intreccio di voci growl-clean, ma la parte vocale di “Gaia”, è lasciata quasi totalmente a Simone, tranne che per il bridge in cui inciampiamo nel sottobosco cupo e grezzo del growl. Anche qui è la parte sinfonica ad essere in maggior rilevanza, dando l’idea di un brano 'pieno' e pregno, di elementi, come un piatto complesso e per niente semplice che all’assaggio, crea esplosioni di sapori indistinti e paradisiaci sul palato. “Non so cosa c’hai messo, ma ne voglio ancora!”.
Gli animi si placano e le atmosfere lugubri ed orientali si affacciano subito nell’intro di "Code of Life". Torna il senso di inquietudine e l’idea di “non essere al sicuro”, torna a lampeggiare come una spia che segnala un pericolo. Chitarre squisitamente “metal”, ci portano nel vivo della canzone. Melodie complesse ed inquietanti si incontrano e scontrano con un sound angelico, evocativo, una pinza palese all’intro iniziale, ci troviamo nel salone del castello visto in precedenza, davanti a noi un giardino dell’Eden colmo di pericoli e sotto di noi una nuvola a sostenerci e l’immensità del cielo. Uno dei brani più belli dell’intero album, una meraviglia per l’anima. Il ritornello è una carezza, le orecchie squirtano in un orgasmo celebrale che attraversa tutto il corpo ed il resto, semplicemente svanisce.
Arriviamo al secondo singolo estratto, ovvero "Freedom – The Wolves Within", brano dal titolo importante che è diventato un “istant cult”, merito anche del videoclip in cui due lupi si fronteggiano. Un brano adatto ad essere un singolo per pubblicizzare un album in uscita, da cui si può immediatamente capire l’andazzo. Una boccata d’aria orecchiabile che ci prepara al pezzo più lungo e complesso dell’album, cioè "Kingdom of Heaven, Part 3 – The Antediluvian Universe", ben tredici minuti e venticinque secondi di concept, in pieno stile Epica. "Kingdom of Heaven”, è infatti una saga musicale che la band porta avanti attraverso i vari album, che si compone di sequel e prequel e che ogni brano, aggiunge un tassello alla storia. Suoni ambientali ci accolgono con un volume basso, sono quasi rassicuranti, anche se sappiamo che c’è molto altro sotto, cosa che si capisce benissimo dall’ingresso degli archi e dei fiati che anticipano gli strumenti più comunemente legati al metal. Una intro abbastanza lunga, che si prede tutto il tempo per richiamare alla mente le immagini solenni che ci hanno comunicato in precedenza. Si fa sul serio dopo la bella introduzione e le voci entrano in gioco dopo quasi quattro minuti di melodia solenne e sublime. Si tratta di un brano che racchiude diverse anime dentro di se, tutte perfettamente riconducibili e padroneggiate dalla band, da quella più melodica e facilmente approcciabile, a quella più squisitamente metal e aggressiva, fino al lato più classico, sinfonico e lirico della band, il tutto amalgamato alla perfezione in un processo songwriting complesso che richiede una grande consapevolezza, una grande maestria sia nella padronanza degli strumenti, che nelle scelte di pre e post-produzione. Un brano che si piazza di diritto accanto alle grandi classiche perle create dagli Epica in questi anni, come “Design Your Universe”, “Serenade of Self-Destruction” e “The Holographic Principle (A Profound Understanding of Reality)”, giusto per fare qualche nome. Gli assoli di chitarra e tastiere, sono un punto altissimo, dove il progressive si abbraccia al metal più prettamente “Heavy” e ancora una volta, tutto ciò, mi sembra solo una sublime manifestazione di grazia, competenza e maestria dei nostri, che ormai non hanno più niente da dimostrare a nessuno, ma che non riescono a non sfiorare il divino.
Dopo tanta pomposità e grandezza, l’album cala i toni e si placa con “Rivers”, l’unica ballad inserita nella tracklist, che è stata inoltre il terzo singolo estratto prima del lancio ufficiale e che ha fatto impazzire i fan della parte più lieve e malinconica degli Epica. Jingle delicato ed orecchiabile e ci abbandoniamo nelle acque di questi fiumi infiniti, cullati dalla voce dolcissima di Simone, che man mano ci accompagna in questo brano che non presenta particolari tecnicismi, ma che è capace di suscitare emozioni malinconiche e toccanti, principalmente nella seconda parte, quando il brano, come da tradizione, si apre e ci dona l’ampio respiro pregno di sensazioni forti e decadenti.
La calma tuttavia dura poco: ci ributtiamo nella mischia con un altro dei brani più di valore di questo ottavo lavoro in studio, cioè "Synergize – Manic Manifest". Riffing violento e veloce, che prende a piene mani dal thrash e dal power metal, per andare a comporre un brano tuttavia luminoso e scorrevole, che mantiene alta la tensione grazie anche ai continui mid-tempo che si alternano al blast beat a sostenere un growl furioso, al limite del death metal ed il tutto esplode in un assolo lungo e complesso che si arrampica e volteggia tra scale e riffing, prima del ritornello finale, che risulta essere la conclusione più naturale del brano, come se quasi chiamasse a sé, quell’epilogo.
Ci avviciniamo purtroppo all’ultimo step, le segrete del castello, con "Twilight Reverie – The Hypnagogic State", brano totalmente in linea con i grandi pezzi ascoltati fino ad ora, con delle fasi melodiche che non lascerebbero indifferenti neanche qualcuno che odi questo genere, perché sono di una tale freschezza, una tale bellezza, sono semplicemente aria fresca in un mare di banalità e schifezze, basta accendere la radio per rendersene conto. "Twilight Reverie – The Hypnagogic State", è un brano splendido, il giusto tassello che si incastra perfettamente in questo mosaico di bellezza sonora, perfettamente in linea con i pezzi precedenti, come “Code of Life” e "Kingdom of Heaven, Part 3 – The Antediluvian Universe".
Chiude il cerchio, anche qui, come da tradizione "Omega – Sovereign of the Sun Spheres", la traccia che dà il titolo a tutto l’album. Un pezzo che apre con fiati solenni da parata medievale, che subito definisce i canoni della musica sinfonica e spara in quarta per mettere le cose in chiaro: questo è un brano importante, è un pezzo che richiede attenzione e che ha tanto da dire. E’ chiara già da subito la complessità compositiva e lo sforzo che ha richiesto ai nostri. Ci troviamo di fronte ad una continua corsa senza sosta, saltellando sui continui groove ed i momenti più pesanti, che poi si dileguano in momenti ariosi in cui il brano si apre alla melodia, sempre supportata da cori di druidi misteriosi ed infatuati. "Omega – Sovereign of the Sun Spheres", racchiude un po’ tutti gli elementi ascoltati fino ad ora, tornano le scale intrecciate, gli assoli e il senso di inquietudine e claustrofobia che è capace di trasmettere solo una musica che sai che sta per aprirsi alla luce delle stelle e all’immensità del cosmo. Solennità sotto ogni punto di vista, il bridge torna a riempire il mio cuore di meraviglia e stupore, e l’epilogo dona alle mie estasiate trombe di Eustacchio, l’orgasmo uditivo finale.
Gli Epica quindi sono tornati e lo fanno alla stragrande. Si tratta di un album pazzesco, perfettamente al livello a cui la band ci ha abituati fino ad oggi e, forse, è a tratti anche un gradino superiore ai lavori precedenti. Se “The Holographic Principle” (pur nella sua genialità e complessità), è stato un album che ha diviso i fan, “Omega”, saprà mettere d’accordo chiunque ami la band, il genere ma senza dubbio, è un lavoro che non può non essere amato ed apprezzato da chiunque ami la musica stessa. Gli Epica sono tornati e si sono superati, ci hanno scosso con questo nuovo album, per ricordarci che questa è la vera essenza, il cuore della band, che sa rinnovarsi pur senza mai snaturare se stessa e deludere i fan, ma che anzi, trovate già da anni le armi perfette per se stessi, non fanno altro che affilarle e potenziarle, album dopo album. Amatelo.

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Opinione inserita da Anthony Weird    31 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 31 Gennaio, 2021
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Ci sono poche realtà capaci di creare un progetto serio, costante, così complesso ed elaborato da divenire una piccola oasi, un’isoletta felice nell’enorme oceano di produzioni più o meno profonde, più o meno valide, ma che spesso si perdono in una immensità satura di un mercato che, anche nel metal, pretende sempre di più il suo spazio commerciale, lasciando all’arte le poche briciole, pregne del sudore e del sangue degli appassionati che amano certa arte. Ecco perché, gioisco sempre immensamente quando, come spesso sta accadendo negli ultimi tempi, mi trovo tra le mani un lavoro del genere, una one-man band proveniente dalla Sardegna, terra che sempre ci regala delle belle chicche estreme, che è arrivata al quinto full length, nell’arco degli ultimi dieci anni.
“Caurus” si riferisce al vento di maestrale, che travolge questo odierno Ulisse sballottandolo nel Mediterraneo, la cui storia e sentimenti vengono narrati in questo album che, pur non essendo ufficialmente un concept, ne ha tutte le caratteristiche, partendo da quelle “Memorie di un naufrago” divise in due parti ed a “Caurus”, che di parti arriva ad averne tre. Inutile dire, meravigliosi i testi, pregni di significato e riportati in musica con grande sentimento e capacità, così come la parte musicale, che, sì, forse sarà banale dirlo, ma “A prora”, ha un comparto strumentale a dir poco meraviglioso, con ogni strumento al suo posto, con una produzione perfetta ed accattivante. Saltano subito all’attenzione i singoli colpi di batteria, mai banali, mai scontati, con carrellate in blast beat che si alternano a momenti più tecnici al limite del groove. Il riffing è dinamico, vivo, energico come un mare in tempesta e la tensione crescente ci dona un album, davvero incredibile e stupendo. Resto incantato dall’accelerazione controllata di “S'enna e s'arca”, tanto da sembrare di stare ascoltando una collaborazione tra Septicflesh e Nightwish e non sto esagerando! Qui dentro c’è il meglio dell’una e dell’altra band, magistralmente dosato per essere unito agli ingredienti d’eccellenza della terra natia e all’amore per la letteratura ed i miti classici, per creare un lavoro che trasuda arte e meraviglia, grazie anche al black metal che permette di trasporre certi pensieri e certe sensazioni in musica. Una sapienza e un amore tale per questi argomenti, tanto da essere riportati nella musica che amiamo e trasformati in un black metal fresco, coinvolgente, che non annoia e riesce a catturare e farsi amare dalla prima nota. Siamo su una zattera alla deriva, su un mare ora selvaggio e implacabile, ora più tenue e permissivo, ma mai, mai abbassare la guardia, perché non c’è pace, quando sai che la furia più scatenarsi da un momento all’altro.
Mi piacerebbe continuare e descrivere filo e per segno ogni brano di questo “Caurus”, ma le parole finirebbero per banalizzare un lavoro così alto; si tratta di un’opera validissima che spero abbia il riscontro che merita tra chiunque ami l’arte, anche se non siete appassionati di Black metal.

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Opinione inserita da Anthony Weird    24 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Gennaio, 2021
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Gli Infernal Angels ne hanno fatta di strada: da quando li ho scoperti nel 2009 con “Midwinter Blood” e ri-scoperti nel 2014 con “Pestilentia”, sono sempre stati una delle band italiane che ho sempre tenuto presente, perché ad ogni ascolto scoprivo aspetti nuovi che mi portavano ad essere impaziente per i futuri lavori. Infatti già “Ars Goetia” mi aveva esaltato con l’inasprimento del sound e l’estremizzazione totale della proposta, ma devo dire che l’esperienza ha portato a maturazione la band, che ora è in grado di sfornare un album potente e prepotente come questo “Devourer of God from the Void”. Black metal carnale, ogni nota è un’esplosione vulcanica di fuoco infernale, nessuna pausa, non c’è un attimo di tregua tra le decine di riff sparati senza sosta da chitarre taglienti come lame insanguinate e una batteria che non conosce tregua, tutto corre e batte e distrugge come un treno impazzito, carico di dannati che urlano e si disperano bruciando nella corsa!
Qui non vi è altro che rabbia, odio e dolore e non c’è spazio per le atmosfere cupe e decadenti del black più atmosferico ma, anzi, è una lotta continua tra carne e fuoco. Tuttavia, non crediate che sia solo violenza becera fine a sé stessa, anzi brani come “Those Who Go Forth Into The Empty Place Of God” sono concentrati, mirati, taglienti come bisturi, che sanno dove e come colpire, una operazione chirurgica usata come tortura, cosa che ne aumenta la cattiveria in modo indicibile. Perfetta inoltre la produzione ed il sound scelto accuratamente per ogni strumento in gioco, compresa la voce che è un grido disperato in lontananza, in mezzo ad una tormenta di lava e acciaio! Energie negative e visioni infernali, tanto da costringermi a guardarmi intorno, mentre lo ascolto al buio in camera mia, come se questi brani così malefici e violenti, possano richiamare sinistre presenze con losche intenzioni!
Black metal classico di stampo svedese, senza forzature, né snaturamenti dello stesso, ma anzi una enorme, immensa dichiarazione d’amore al genere, per una band che sta facendo strada sempre di più, tanto da essere ormai un punto fermo e (quasi) imprescindibile per il black metal d’italica fattura. Immediatamente accanto a Handful of Hate, Selvans e Furor Gallico (con le rispettive differenze). Da ascoltare, anche considerando il notevole passo avanti!

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Opinione inserita da Anthony Weird    24 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Gennaio, 2021
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Ponte del Diavolo, è il nome con cui si presentano questi torinesi freschi freschi d’esordio con questo primo EP intitolato “Mystery of Mystery”. In realtà non sono musicisti del tutto sconosciuti a chi bazzica (o come me, bazzicava) l’ambiente underground, infatti Ponte del Diavolo, racchiude membri di Feralia, Abjura, Askesis e, soprattutto, Inchiuvatu.
Si tratta di appena tre tracce, per poco più di sedici minuti di musica, cosa che può sembrare risicata, ma è abbastanza per saggiare la proposta musicale dei nostri, che sanno il fatto loro e sanno come colpire nel segno. Il primo pezzo è quello che dà il titolo all’EP, ovvero “Mystery of Mystery”, che parte con una sezione atmosferica ed elettronica da film di fantascienza orrorifico, con un campionamento di Gustavo Rol, il grande occultista piemontese, che deve senza dubbio essere una conoscenza molto profonda per la band. Il brano, comunque, trasuda di contaminazioni doom old school e stoner rock, anche se è palese la vena black metal che la band ha voluto dare, soprattutto nella seconda parte. Devo ammettere che la produzione non è delle migliori e anche il mixaggio lascia un po’ a desiderare ma, chi tra voi lettori mi conosce bene, sa che io apprezzo questa particolarità e che non amo particolarmente le produzioni molto "plasticose" e moderne (con le dovute eccezioni, ovviamente). La seconda traccia è “I”, un’unica lettera ma molto significativa che promette un brano intenso, carico già dal riffing iniziale. Un brano molto più melodico del precedente, che fa della particolarissima (e piacevole) voce di Erba Del Diavolo, il suo punto di forza; nonostante la carrellata affidata alle chitarre nel drop, sono le armonie vocali intrecciate a rendere interessante tutta la composizione. Arriviamo quindi all’ultimo step, intitolato “The Wickedness Woman in the World”, che altro non è se non una outro.
Si tratta un esordio molto, molto interessante, un lavoro estremamente condizionato sì allo stoner, ma soprattutto a quello shock rock anni ’70, legatissimo all’occulto, Black Sabbath in primis, ma anche Alice Cooper e i nostrani Death SS, il tutto condito con spruzzate di black metal, che rendono più inquietante ogni brano. La vera rivelazione è comunque la voce che riesce a catturare l’attenzione con un controllo perfetto e melodie agghiaccianti. Ponte del Diavolo è una band da tenere sotto controllo per i futuri lavori, sperando che possa riportare nuova linfa all’intero genere! Consigliatissimo.

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Opinione inserita da Anthony Weird    18 Ottobre, 2020
Ultimo aggiornamento: 18 Ottobre, 2020
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Avevo già recensito in passato un lavoro dei Milking the Goatmachine, quel “Milking in Blasphemy” che mi aveva lasciato abbastanza indifferente, sia per qualità che per idee “artistiche”. Ora tornano con un album del 2019 intitolato “From Slum to Slam - The Udder Story”, ben diciassette brani condensati in poco più di quaranta minuti di musica, il cui pezzo più lungo arriva appena ai tre minuti. Due anni fa non mi avevano colpito più di tanto, anche perché l’uso dell’umorismo nel mondo metal è molto più diffuso di quanto si pensi - e questo va bene -, quello che non mi era piaciuto era stato lo scimmiottamento di pezzi storici e classici del metal, che hanno fatto la storia e il tutto era camuffato dal “tanto è giusto per ridere”: ma ridi sulla tua roba, non su quella degli altri e soprattutto prima raggiungi lo stesso livello, diventa un punto fermo nella storia della nostra musica e poi ci ridi sopra. Ma vabbè, chiuso il concetto.
“From Slum to Slam - The Udder Story” invece parte molto bene, con una potenza sconvolgente, fatta di blast beat e continui cambi di tempo, costantemente accompagnati da una voce disperata e malefica, capace di alternare growl e grunt, ad un pig squeal in pieno stile brutal-grind, acido e malato. Ritrovo una band cresciuta in tutti i sensi, capace di districarsi in un groviglio di rovi appuntiti, fatto di generi e sottogeneri più o meno estremi e di amalgamarli perfettamente tra di loro. Il suono resta ovunque estremamente pesante, con la giusta dose di inttensa aggressività, ma nessuna nota è fine a se stessa, non c’è un solo brano lasciato abbozzato, tutto è molto curato ed è palese il tempo speso per la composizione e l’enorme lavoro di produzione. Il gruppo tedesco è capace di mettere in musica una grande sporcizia e renderla gradevole, complici anche le chiare ispirazioni a band come Napalm Death e Disgorge, giusto per citare un paio di nomi, ma in realtà tutto il panorama brutal-grind è una fogna (in senso buono), in cui i Milking The Goatmachine sguazzano allegramente e da cui attingono a piena mani, per sfornare liquami sonori di siffatta fattura.
Se non si fosse capito, a differenza dell’album precedente, questo “From Slum to Slam - The Udder Story” mi sta piacendo e molto, è la mazzata perfetta tra capo e collo per una serata alcolica e pogo tra amici, o per un live di periferia. Scorrazzate brutali come “Candy Shed” o “l’allegra” (si fa per dire) “Milking Me Softly”, sono l’esatta colonna solo per un pogo scanzonato e un headbanging da collo svitato. La seconda parte dell’album racchiude i brani più pesanti e fortemente legati al Thrash Metal, come “Grass Appeal Madness” e le folli “Goatz with Attitudes " e "Prost Mortem", sono la dimostrazione che se vuoi far ridere, devi essere bravo, altrimenti il pubblico non riderà grazie a te, ma riderà di te e c’è una bella differenza. Per fortuna questa band pare averlo capito e ora, tutti insieme, facciamoci una bella risata!

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Opinione inserita da Anthony Weird    08 Ottobre, 2020
Ultimo aggiornamento: 09 Ottobre, 2020
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Ogni volta che mi capita, per dovere o piacere, di ascoltare i Carach Angren, mi assale un senso di “secco”, qualcosa di secco e appuntito spinge contro la mia gola, come aggiungere della sabbia ai Cradle of Filth. Tre anni dopo l’ottimo “Dance and Laugh Amongst the Rotten”, ne è passata di acqua sotto i ponti e orfani del batterista Namtar, che per una discrepanza di vedute sull’andamento artistico della band ha abbandonato, per essere sostituito da Michiel Van der Plicht, già God Dethroned e Pestilence tra gli altri (mica pizza e fichi!). Questo sesto album in studio per la band olandese, dal titolo impronunciabile “Franckensteina Strataemontanus”, ruota come intuibile intorno al romanzo di Mary Shelley “Frankenstein”. Poco più di cinquanta minuti, in cui si raccontano in musica, con il tipico stile pomposo e maligno della band, i momenti più salienti della storia del più famoso dei mostri. L’intro da favola nera, con tanto di urla disperate e strumenti da fantasma dell’opera “Here in German Woodland” e l’allucinata “Scourged Ghoul Undead”, sono una bella sorpresa già dalle primissime note. La band sembra ispirata, lo sottolineano i numerosi cambi di tempo e una voce tagliente e controllata, così come il terzo brano, questa “Franckensteina Strataemontanus” che dà il nome all’intero album. Mi aspettavo una furia totale, una danza sotto acidi in una stanza piena di lame che scendono dal soffitto, invece la furia non manca, ma è quasi una operazione chirurgica, il tutto è una malignità dosata e controllata che aumenta il senso di disagio e della crudeltà stessa della storia raccontata. Brano dopo brano, attraverso il gotico di “The Necromancer” e il bastone e carota di “Sewn for Solitude”, si amplifica il senso di teatralità che questa band ha sempre tenuto a mettere in primo piano. Tutto è gotico, tutto è cupo e spaventoso, il metal viene (quasi) messo in secondo piano, in nome dell’atmosfera e della storia. La musica comunque non manca, Seregor e compagni ci danno una sferzata che rasenta il death metal con “Operation Compass”, un vero pugno in pieno viso, quando ci aspettavamo il tutto per tutto in nome dell’atmosfera, invece lo stile dei Carach Angren torna a vivo e riconoscibile, plasmato attraverso altri cinque album da professionisti. Stesso discorso per “Monster”, mai titolo fu più banale e forse abusato, ma tant’è, di sicuro in questo contesto è molto più giustificato e corretto che nella maggior parte degli altri. La formula bastone e carota, in questo caso sarebbe meglio dire “potenza e atmosfera”, continua per quasi tutto il resto dell’album, ma, a parte la veramente figa “Skull with a Forked Tongue” è degna di nota anche la traccia numero dieci “Like a Conscious Parasite I Roam”. Si tratta del brano più lungo dell’album, una perla da teatro grandguinolesco, l’anima del mostro messa in scena su un palco decadente, il cui pubblico è composto da anime candide in corpi mostruosi.
Insomma, i Carach Angren sono tornati, la summa di sonorità già da tempo consolidate da band come Dimmu Borgir, i già sopracitati Cradle of Filth, e più recentemente dall’orgoglio italiano dei Fleshgod Apocalypse, può vantarsi di un’altra bocca da fuoco da aggiungere alla propria forza d’attacco sonoro, che si farà amare sia dai fan del genere, che da chi ama il metal più oscuro, malefico e atmosferico in generale. Assolutamente consigliato!
Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    23 Agosto, 2020
Ultimo aggiornamento: 23 Agosto, 2020
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Quanto mi girano. Mi girano perché è una ingiustizia trovare una band del genere, che dopo più di dieci anni di attività, ti sforna un lavoro del genere e che dura così poco! “Ancient Ruins” infatti è stato tenuto in caldo dagli inizi dei Ganondorf e subito hanno composto (tra il 2006 e il 2008 a quanto pare) questo mini-album, che però non ha visto la luce fino al 2019. Certo, da allora ne è passata di acqua sotto ai ponti e la band è sicuramente cambiata, si è evoluta, si sono susseguiti svariati musicisti, ma questo è praticamente il resoconto della prima fase di vita del gruppo. Certo, è un po’ pochino trovarsi quello che è praticamente un EP dopo tutto questo tempo, ti lascia l’amaro in bocca, soprattutto quando trovi un lavoro di questa qualità. E’ tutto brutale e perfetto. Un black metal purissimo e tagliente, legato a doppio filo ai grandi classici degli anni ’90, eppure con una vita propria. I vortici delle chitarre non danno tregua e non risultano mai banali, è tangibile la grande abilità compositiva e tecnica dei sardi, che dimostrano di conoscere bene la materia che trattano, sia sugli strumenti a corde che dietro la batteria, dove la pesantezza e la precisione dei colpi allietano ed appagano il cuore e la mente. In “Primordial Scream”, è presente persino un assolo in stile power metal, assolutamente originale, inaspettato e gradevolissimo!
Black metal oscuro, distruttivo e malefico in “Thousand Holocausts” e “Ganondorf”, dove davvero si assaggia tutta la potenza del black più nordico, ma rigorosamente made in Italy. Batteria in doppia cassa a mo’ di contraerea, chitarre che come lame fendono l’aria e la voce che si dispera e dimena nella pioggia di sangue che ne deriva. Una combinazione di vari mostri sacri tra Burzum, Emperor, Darkthrone ed Immortal, tutto unito in un EP dalla produzione migliore di quella proposta nel black storico, ma non plastica e finta come nelle produzioni più recenti, insomma un gioiellino di circa venticinque minuti, che delizierà i fan del black metal feroce, ma non caotico, studiato e ben diretto e per questo di sicuro molto più maligno e sadico delle sue controparti esplosive.
Spero con trepidazione, di non dover attendere altri quindici anni, per assaporare il prossimo lavoro in studio di questa band, sperando che si mantenga sui livelli di questo piccolo, grande debutto!

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Opinione inserita da Anthony Weird    12 Luglio, 2020
Ultimo aggiornamento: 13 Luglio, 2020
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Il Black Metal porta dentro di sé, in modo intrinseco, una caratteristica comune a ben pochi altri generi, cioè il poter essere sia 'caciarone', sia impegnato, sia maligno all’inverosimile, ma anche introspettivo, toccante, intimo, sensibile e, perché no?, “delicato” come poche altre cose riescono ad essere. Sarà per questo motivo che mi ha sempre affascinato e l’ho sempre sentito un genere affine a me, al mio modo di essere, anche nelle sue forme più intricate, occulte e spesso deliranti. Tuttavia, questa tanto amata peculiarità del genere stesso, lo porta ad essere sempre di più un prodotto per pochi, troppo, troppo spesso non capito e snaturato, anche tra gli stessi blackster, che spesso (ahimè) si fermano allo strato più superficiale di un'arte tanto raffinata e complicata. Ecco quindi nascere, fortunatamente, gruppi e progetti sempre più risicati, composti da due o anche solo un componente, che nella maggior parte dei casi rinunciano alla sede live, per concentrare le forze e le poche risorse, al lavoro su disco. Questo infatti sembra essere il caso degli Infernal Cult, one-man-band che arriva direttamente da Praga, che con "All The Lights Faded" firma il primo full-length. “Embrace of Shadows” apre le danze con un riff dissonato e melodico, in pieno stile blackned death. Bellissima la voce di Martjern che entra di prepotenza. Palesi sono i riferimenti a band come Mgła, Burzum, ma anche Enslaved, Darkthrone (anche se meno rozzi) ed addirittura Emperor e Silencer. Grande spazio alla componente strumentale, lasciando la voce a disperarsi nei momenti giusti, per poi essere solo un contorno al resto del brano, che trasuda una grande oscurità ma anche depressione, malinconia. Si tratta del tipo di Black Metal che più amo e apprezzo, quello che resta in bilico tra la rabbia, la furia delle tenebre e delle fiamme e che si avvicina di più al gotico con la tristezza, la consapevolezza che siamo anime perse in un limbo oscuro e dimenticato, che non c’è via d’uscita e che abbiamo anche smesso di cercarla. Black metal grezzo quindi, minimale, dove i riff circolari e veloci sono l’anima della composizione. Batteria sempre in primo piano, possente e massiccia, ma mancante del classico tappeto di doppia cassa a cui io sono personalmente molto legato, ma non per questo i blast beat mancano, anzi spesso i brani sono una cannonata in pieno petto, una scarica di colpi che rimbombano tra le costole e la voglia di sbattere la testa cresce incontenibile. Soprattutto in momenti come la seconda parte di “Distant From Living”, una vera corsa alla ceca in un castello infestato. Così come non si trova pace con l’intro di “Self Destructive Life Resistance”. I Behemoth di “Satanika” a cucchiaiate, tanto che anche la voce in questa fase, assomiglia ai guaiti ruggenti di Nergal. Tutto è un circolo, tutto torna con una tagliente crudeltà controllata. Come un bisturi che torna a tagliare esattamente nello stesso punto, con le parole di un odio, di una disperazione ed ossessione nera, inesorabile. Una strada circolare che ti riporta sempre nello stesso luogo tetro e morboso, un luogo in cui il dolore prende forma di suono. Cosa che si palesa perfettamente con “Post - Living Existence”, un puro omaggio all’oscurità dell’anima.
Seguendo le tracce soprattutto dei maestri Mgła, Martjern, sotto il nome Infernal Cult, porta a casa un lavoro notevole, che come una pietra preziosa si va ad aggiungere alla vasta collezione di tesori del black metal più reale e genuino, per niente commerciale, dove tutto, dalla copertina all’ultima nota, è stato realizzato per il solo amore dell’arte e della musica, senza badare minimamente a sentimenti commerciali di nessun tipo. Black grezzo, low-fi quanto basta (non siamo ai livelli degli anni ’90), pulito quanto basta, potente, frenetico, con una buona tecnica ed un ottimo livello compositivo ed esecutivo. Qualcosa che ogni amante del metallo nero dovrebbe possedere.

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Opinione inserita da Anthony Weird    07 Giugno, 2020
Ultimo aggiornamento: 07 Giugno, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

“Blood Eel”, è il quarto album completo della band statunitense Kommandant, che tra Ep, demo, raccolte e una secchiata di split, non sta mai ferma. I paladini del Death/Black propongono questo lavoro che si presenta subito legato ad una certa dimensione cyberpunk/fantascientifica, un’atmosfera horror futuristica mi assale appena premuto play. “Absolutum” è una traccia atmosferica recitata (a quanto pare) in varie lingue (mi pare di scorgere tra i vari rumori della voce digitalizzata, anche una frase in italiano ed in russo). Mi pare di essere a bordo di un’astronave sporca e malandata e di essere braccato da uno xenomorfo di Alien. Per fortuna è il riff fitto di “Blood Eel” a farmi riprendere aumentando ancora di più il senso di angoscia, paura e abbandono che queste note portano con sé. Un profondo senso di smarrimento, siamo le vittime designate di una creatura, un demone venuto dallo spazio profondo per pranzare con le nostre carni e noi possiamo solo fuggire, nasconderci, sperare che non ci trovi mai, mentre lo sentiamo avanzare, gorgogliando e ruggendo a pochi metri da noi!
Musicalmente si nota immediatamente come le chitarre siano lasciate in secondo piano, mentre la batteria secca ed inesorabile macina colpi su colpi, senza un secondo di riposo. I riff sono fitti, cupi e dissonati, creano smarrimento ed il tutto assume un connotato sinistro e spaventoso, anche considerando che nulla tenta di sopraffare nessuno degli altri elementi e anche la voce resta confinata in lontananza. Questo è un sound che sta arrivando, che ti bracca, che ti sta col fiato sul collo ma che, tuttavia, non riesci a “vedere” davanti a te, è una presenza eterea e minacciosa, ma che non si palesa. Cosa che lo rende ancora più terrificante!
La vera esplosione di potenza e rabbia, arriva con “Ice Giant”, questo monolito di Death metal oscuro e maligno, con un riff dissonante e circolare, che esprime potere empio, pregno di forza malefica. E che è l’unico vero cavallo di battaglia dell’album, il pezzo dove i nostri tirano fuori un po’ di grinta e personalità; il resto dei brani, infatti, trasuda di quella cupezza disperata e di cui non è possibile farne a meno, portata come stendardo da band maledette come Deathspell Omega o Leviathan, ma rinunciando a quella impronta low-fi. I Kommandant puntano tutto sull’atmosfera, sul vedo-non vedo (con gli occhi della mente, si intende), il terrore intrinseco nella preda che si sente osservata, il che è sicuramente un pregio. Sta di fatto che alla lunga, la preda scappa… va bene tutto ciò per la prima parte dell’album, ma brani lunghissimi (il più breve dura quasi sei minuti) che ripetono continuamente la stessa formula, alla lunga annoiano; ed è questo ciò che impedisce a “Blood Eel” di decollare. La bellissima parte recitata di “Cimmerian Thrust”, tinge il tutto di Behemoth, ma ubriachi!
In ultima analisi, si tratta di un disco se vogliamo controverso, di sicuro suonato benissimo, di sicuro d’impatto e di sicuro ispirato, solo che non riesce a mantenere lo standard proposto per tutta la sua durata. Si sentono alti e bassi con momenti in cui i brani sprofondano nel ripetitivo e della noia, ad altri in cui colpiscono per brutalità, ferocia e destrezza compositiva. Black metal molto legato alle sonorità anni ’90 (impossibile non fare rimandi ai marcissimi “connazionali” Black Funeral), ma anche strettissimo a doppia mandata, con il death metal puramente americano, quello a cui non vogliono minimamente rinunciare è quella vena di Industrial tipicamente germanica, così come al look, quella loro immagine pseudo-nazi, che fa storcere il naso a molti, ma che diciamocela tutta, ci sta come il cacio sui maccheroni: Nessun cuoco se l’è inventato, ma tutti ce lo mettono! Quindi, per concludere consiglio a tutti di ascoltare “Blood Eel”, sia a chi piace il metal crossover, sia a chi ama il black metal “però…”, tenendo presente che è un album che non è un capolavoro, che ha i suoi difetti, ma che ha anche molti pregi!

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Opinione inserita da Anthony Weird    19 Mag, 2020
Ultimo aggiornamento: 19 Mag, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

“Spirit of Ribellion” è una riedizione di quello che fu “Ånden som Gjorde Opprør” nel lontano 1995; questa volta Mortiis abbandona la lingua madre, per rivolgersi in inglese al pubblico internazionale e, così, scopriamo che i titoli delle uniche due tracce che già conoscevamo da allora significano rispettivamente “Un orizzonte oscuro” e “Visioni di un antico futuro”, roba che Lovecraft avrebbe apprezzato tantissimo (e chissà, magari lo sta già facendo!).
Il Goblin norvegese ha suonato “Ånden som Gjorde Opprør” per la prima volta integralmente a Stoccolma, durante il “Cold Meat Industry Fest” ed, a quanto pare, il buon successo ottenuto dal pubblico, ha spinto la band ha rimettersi a lavoro sui due brani, già lunghissimi, per aggiornarli ed allungarli ulteriormente. “Spirit of Ribellion” infatti, pur essendo un “remake” di “Ånden som Gjorde Opprør” e pur contenendo unicamente gli stessi due brani, dura circa 10 minuti in più, sfiorando l’ora intera di durata.
Al contrario di come si possa pensare, “Spirit of Ribellion” non è semplicemente un aggiornamento del sound o la distorsione qua e là dei brani, ma già dalle prime fasi di “A Dark Horizon”, è notevole la maestria nell’uso di componenti ripetitive ed ipnotiche, capaci di non stancare, ma anzi di incantare e noi, come novelli “Azathoth”, veniamo trascinati in questa dimensione onirica, fatta di sogno ed incubo, incapaci di reagire, incapaci di svegliarci, cullati da archi, ottoni, percussioni leggerissime ed eteree, forse anche pietrificati da un orrore cosmico, che non lascia scampo.
“Spirit of Ribellion” quindi, fa dell’esperienza dell’artista il suo punto di forza, forte anche di una produzione molto più professionale e non low-fi come nel 1995 (cosa di cui personalmente mi dispiaccio), perde forse lo spirito e la rabbia intrinseca delle produzioni di quegli anni, ma guadagna sicuramente in conoscenza, in consapevolezza, cosa che rende i due brani non semplicemente una riedizione “riveduta e corretta”, ma un lavoro che, seppur non originale, porta con sé un altro stato d’animo, un’altra cognizione, un altro spirito, ma pur sempre di ribellione!

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