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Opinione scritta da Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    28 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 29 Marzo, 2024
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La Punishment 18 fa ancora centro rilasciando questo "Born to Rot in Hell", quarto lavoro dei toscani Razgate, furioso, ferale, assassino, che non dà adito a compromesso alcuno: 41 minuti di Thrash/Speed a rotta di collo senza fiato e gustoso. Certo che chi non ama il genere si terrà a debita distanza, ma chi invece come il sottoscritto è cresciuto a pane Slayer e Destruction non potrà che gioire per questo piccolo capolavoro di casa nostra, dove regnano tutti gli stilemi del caso, con tanto di produzione old school che non guasta mai, ma anzi aiuta a renderlo ancora più fruibile. Velocità sostenuta dunque per tutto l'album, che inizia con la veemente "Tyrants of Depravity" - con tanto di stop & go e il basso di "Snacchio" Olivieri in bella evidenza -, ma è con le seguenti "Cursed Blood" e soprattutto "The Holy Grail" che viene il divertimento: assoli scintillanti come lame di coltello al sole e una voce straziante e disperata, urlata ma controllata ad infarcire i brani. E sì, perché se Giacomo James Burgassi deve il suo stile ad un certo Araya, il più lo deve a sé stesso e alle sue capacità, tanto è netta la maturazione nel corso del tempo dal loro debut ad oggi, cosa non scontata mentre si suona anche la chitarra macinando riffs spaccaossa e sempre onesti come in "The Thing at the Edge of Sanity", che a suo modo ci fa un po' rifiatare, con quel chorus che ti entra in testa al primo colpo. Curioso è poi l'interludio di "Interlude" (non sono sicuro, ma sembra un basso distorto che risulta molto piacevole) che poi si lega alla punteggiatura - appunto - del 4 corde nella seguente "Fill Up the Grave", con una cadenza centrale che ci riporta agli 80's diretti senza passare dal via. Iago Bruchi pesta come un dannato dietro la batteria, nuovo innesto della band che dall'alto della sua esperienza (ex-Violentor, Hobbs Angel of Death, tanto per citarne alcuni) e la sua fantasia riesce a fare la differenza nella sintesi complessiva del platter. Questo è un album da gustare dall'inizio alla fine già dalla copertina mefistofelica e attraente, da una band che, grazie a passione, sangue e sudore, può e deve viaggiare sulle onde più alte dell'oceano metallico.

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Opinione inserita da Francesco Noli    09 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 09 Febbraio, 2024
Top 50 Opinionisti  -  

Ritroviamo gli svedesi F.K.Ü. (acronimo di Freddy Krueger's Ünderwear) dopo ben sette anni dall'ultima fatica ("1981" del 2017) con questo "The Horror and the Metal", che già dal titolo è tutto un programma. Il loro Thrash retrò senza compromessi e la loro attitudine nel tempo non sono cambiate di una virgola, attingendo dalla scena Bay Area (al sottoscritto hanno sempre ricordato gli Exodus su tutti) mettendo un pizzico di Scandinavia e la solita bella voce pulita e acuta nelle parti più scream del roccioso Larry Lethal, sono una garanzia che ha forgiato la band fin dal lontano 1987. La loro peculiarità è quella di abbinare la loro proposta musicale con testi che si rifanno ai film Horror - sia famosi, che B-Movie - e infatti titoli come "The Horror and the Metal" (con un video accattivante),"Don't Go to Texas" e "You Are Who You Eat" sono più che eloquenti, proiettando alla mente classici quali "Non Aprite Quella Porta" oppure "Creepshow"; toglietevi comunque dalla mente atmosfere brividose da classica colonna sonora horror perché la musica che si respira è Thrash quadrato e puro, senza mid-tempo e neanche un cedimento o un rallentamento. Le canzoni risultano tutte buone e quelle che ho citato poche righe sopra si attestano una spanna sopra le altre nella tracklist, ma d'altra parte da una band cosi rodata non si poteva che aspettarsi altro; la produzione è pulita ma non laccata e quindi aggiunge un punto in più. Non c'è altro da aggiungere se non che si tratta di un lavoro onesto e ben strutturato, che non aggiunge niente di nuovo, per carità, ma che nasce lontano da quella pretenziosità che sovente tende a portare i gruppi a un niente di fatto: i F.K.Ü. ci credono e gli amanti del genere non potranno che rimanere soddisfatti!

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Opinione inserita da Francesco Noli    06 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 07 Gennaio, 2024
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Gli Americani Aftermath hanno una storia curiosa e sfortunata, quasi cinica oserei dire, essendo sempre stata una band dalle notevolissime qualità sia tecniche che esecutive, suonando un genere che si potrebbe definire come Techno/Thrash con qualche spruzzatina di follia in salsa Prog. Si formano addirittura nel 1986 ma è del 1994 il loro debut ("Eyes of Tomorrow") che riscosse anche un discreto successo tra pubblico e addetti ai lavori creando una certa curiosità per questa simpatica band americana dal suono però scandinavo (soprattutto le chitarre); sembravano destinati a una visibilità notevole e poi invece lo split e il nulla cosmico mai chiarito del tutto. Oggi si ripresentano con questo "No Time to Waste", contenente gli stessi cromosomi dei lavori passati ("There Is Something Wrong" del 2019) con qualche spruzzata di sound moderno qua e là che non guasta mai. Il mondo degli Aftermath è variegato, pur vivendo in un genere che non offre molte vie di uscita, ma loro ci sguazzano bene nel loro mondo e songs come "Original Instructions" e "Transform & Disrupt" sono lì a testimoniare quanta veemenza e cattiveria possono avere in dote i nostri, dove "Charlie" Tsiolis urla in faccia tutta la sua rabbia cantando testi sempre intelligenti che si scagliano contro il sistema corrotto, guerrafondaio e politicizzato. Sprazzi folli di simil-Funk addolciscono - si fa per dire - "Up Is Down", nella quale viene dato risalto al buon lavoro di Steve Sacco alla chitarra e la sua creatività, mentre l'altra faccia della medaglia è la massacrante Techno/Punk/Thrash "Slaveable", un vero assalto all'arma bianca. Non tutto è oro ciò che luccica, difatti con lo scorrere della tracklist si cade in una certa ripetizione un po' stucchevole causa pezzi non molto riusciti, come "We Can Do This Together" o "No Time to Waste" - addirittura posta in apertura -, anche se gli americani si riprendono nel finale con la bombardante "We Don't Want a Riot" e la cover simpatica, curiosa e riuscitissima di "Give Peace a Chance", inno immortale di quel geniaccio di John Lennon. Un disco che sicuramente piacerà ai fans del genere, attirando le attenzioni dei più curiosi tra di voi, suonato bene, ma che non riesce a fare quel salto di qualità che un po' tutti ci si aspettavamo e la sensazione che quel treno, passato ormai trent'anni fa, sia ormai lungi da fare marcia indietro è nitida e pervade l'intero lavoro che comunque si difende bene tra la marea di uscite riguardanti il genere stesso.

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Opinione inserita da Francesco Noli    09 Giugno, 2023
Ultimo aggiornamento: 09 Giugno, 2023
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I Twilight Zone con questo "Visions of Freedom" giungono al secondo album, ma non fatevi ingannare perché non è un gruppo alle prime armi e i ragazzi non sono dei novellini. La band si forma addirittura nel 1993 per mano di Stefano Giusti e dopo qualche demo ben accolto da pubblico e critica, riescono a farsi un nome nella scena grazie a concerti importanti e ottimi responsi dal vivo (epico il concerto del Tradate Iron Fest nel 2004 con Virgin Steele e Omen) mentre la formazione subisce qualche cambiamento; un altro demo e poi il tanto agognato debutto intitolato "...In the Beginning" che viene ben recepito dai fans. Altri concerti fino a questo album che esce sotto l'ala della Diamonds Prod. e che ora vede in formazione al fianco di Giusti i sodali Francesco Bovecchi - che dal basso qui passa alla batteria -, Lord Kain alla chitarra e l'ex-Anguish Force e Sigma Val Shieldon alla voce. Come intuitivamente può venire alla mente la song dei Maiden dal moniker della band, i Nostri si prodigano in un Heavy Metal granitico con derivazioni N.W.O.B.H.M. del classico sound del movimento con spruzzate Power/Speed dal tenore melodico ma mai zuccheroso; va così che dopo l'iniziale strumentale iniziano a partire bordate con "The Laws of Denial" - ai limiti dello Speed, appunto - e si va avanti con 4/4 e tanto metallo che però non sempre è portatore di luce. Infatti, se da una parte possiamo apprezzare la bellissima e particolare "Cloudwork", con una sezione ritmica sugli scudi, oppure le classiche "Warmongers" e "In the Eye of the Biggest Storm", dall'altra ci sono delle battute a vuoto e mi riferisco principalmente a "Soulreaper" e "Freedom On My Skin", songs prive di mordente in cui il vocalist non sempre risulta nel registro. Discreta la semi-ballad "Reminescence" e il resto dell'album che tra sapori anni '80 e pennellate di potenza riesce a reggere l'urto fino in fondo. Diciamo che la band ha fatto sicuramente dei progressi rispetto al debut e appare ben amalgamata e grintosa con un potenziale ancora da sfruttare, ma il cantante non sempre riesce a convincermi soprattutto nei registri più alti, mentre in quelli medio bassi sfodera una prestazione più che buona e nel complesso il disco non ha una canzone trainante che spicca atta a cavallo di battaglia: pertanto consiglio l'ascolto agli aficionados, aspettandoli alla fatidica prova del nove con il futuro terzo platter.

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Opinione inserita da Francesco Noli    08 Giugno, 2023
Ultimo aggiornamento: 08 Giugno, 2023
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Ross The Boss si ripresenta sul mercato discografico con questa raccolta dal titolo "A Legacy Of Blood, Fire & Steel" dopo quattro album solisti ("New Metal Leader", "Hailstorm", "By Blood Sworn" e "Born Of Fire"), in cui ovviamente ripropone il meglio della carriera. L'importanza di Ross nel mondo della musica e del suo contributo a essa è indiscutibile prima con i Dictators e poi con i fantastici Manowar, tanto da essere considerato dai più (e dal sottoscritto) l'unico loro vero chitarrista. Una discreta chance per chi ancora non conoscesse la carriera solista dell'axeman che non si discosta quasi per nulla da quanto suonato con la band madre avendo la conferma ascoltando questa raccolta composta da dodici canzoni per quasi un ora di musica. Epicità espressa simil Manowar in pezzi come "Kingdom Arise" o "Shining Path", ma anche vere schegge a doppia cassa ("Dead Man's Curve", "Empire's Anthem") la ballad ammaliante "Among The Ruins" e la possenza di "Burn Alive"; l'intelligenza di Ross sta anche nel fatto compiuto e riuscito di non copiare i suoi ex compagni anche se ovviamente la matrice è composta da solide basi affini perché il chitarrista compone come sempre ha fatto, ma canzoni retrò come "Crom" per esempio sono manifesti quasi inediti e devo dire anche ben fatti. Cercando di non fare paragoni che risulterebbero esosi (d'altra parte di Eric Adams ce n'è uno solo) la band si comporta egregiamente e oltre a quel mostro delle quattro corde dal nome Mike LePond troviamo Marc Lopes (di recente entrato in pianta stabile nei Metal Church), dalla voce potente e un timbro forte che spalleggiano alla grande quel volpone di Friedman che con questo greatest hits mantiene il nome sul mercato in attesa del prossimo album in studio. Consigliato ai fans dei Manowar, dell'Epic e del classico Heavy Metal.

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Opinione inserita da Francesco Noli    06 Giugno, 2023
Ultimo aggiornamento: 06 Giugno, 2023
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Era il 1990 quando i Mezzrow (nome composto da Mess e Row) diedero alla luce quel piccolo gioiello di debut dal nome "Then Came The Killing", un concentrato di Thrash duro e puro che si rifaceva ai suoni della Bay Area e che lasciò spiazzati un po' tutti i fans vista la loro provenienza (Nykoping a pochi chilometri da Stoccolma). Invece di abbracciare sonorità della loro nazione dedite a un Death melodico peraltro molto in voga al tempo, questo debut fu una mosca bianca all'interno della scena e una scelta coraggiosa se si pensa che era il 1990; purtroppo causa molteplici sfortune e disinteresse del pubblico sempre più attirato verso nuove scene che stavano nascendo di lì a breve la band si sciolse nell'anonimato e non se ne seppe più niente almeno fino a oggi. E sì perché i Mezzrow dopo ben trentatré anni danno alle stampe il secondo album "Summon Thy Demons" via Fireflash Records - label sussidiaria di Atomic Fire Records - e il tempo per loro non sembra essere passato neanche di un giorno rispetto a tre decadi fa. Si parla sempre di Thrash che fa venire alla mente Testament (le bordate di "King Of The Infinite Void" oppure l'incedere "What Is Dead May Never Die") con spruzzi di Exodus qua e là ("Dark Spirit Rising" per esempio); d'altra parte i Mezzrow non hanno mai nascosto le loro influenze essendo loro per primi fans delle tipiche sonorità americane come si evince dalle parole di Conny Welèn bassista e cofondatore della band: "Abbiamo un suono più moderno, più maturo e oscuro, ma le nostre radici son rimaste avvinghiate al Thrash della Bay Area". Chiaro che il suono si è fatto leggermente più moderno ("Beneath The Sea Of Silence"), ma non scalfisce minimamente il buon lavoro messo in atto dalla band sia per quanto concerne Uffe, che canta sempre molto ispirato e con una voce grezza quel tanto che basta da rendere i pezzi aggressivi, e le chitarre che svolgono un ottimo lavoro intrecciandosi e rincorrendosi con assoli sempre ben miscelati (ascoltatevi "Through The Eyes Of The Ancient Gods" e mi direte...). Il plus è dato dai testi e dalla tematica dell'album, ispirato a Lovercraft e Cthulhu che rende il tutto misterioso e orrorifico come si addice alla musica proposta. Non sarà un capolavoro, sarà tutto forse già sentito, ma resta il fatto che questo "Summon Thy Demons" è un prodotto suonato bene, ben curato e si lascia ascoltare con piacere. Da notare la copertina, a mio avviso accattivante, a cura di Par Olofsson già autore di "Persona Non Grata" degli Exodus. Consigliato a tutti i Thrashers sia della vecchia che della nuova guardia!

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Opinione inserita da Francesco Noli    24 Aprile, 2023
Ultimo aggiornamento: 24 Aprile, 2023
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Ormai è giunta l'ora. Sabina Classen scioglierà il gruppo commemorando quarant'anni di onorata carriera tra alti (tanti) e bassi (pochi) dei suoi Holy Moses e lo farà nel migliore dei modi, con uno show speciale indetto il 27 Dicembre in quel di Amburgo. Gli Holy Moses sono stati per molti un'istituzione teutonica, sempre intenti nel loro credo, senza mai scendere a compromessi e fautori di bellissimi dischi quali il debut "Queen of Siam" ma anche "The New Machine of Liechtenstein" e "World Chaos". Vita travagliata quella degli Holy Moses che si fermeranno nel 1994 per poi riprendere la loro attività otto anni dopo con uscite sempre più diradate, ma comunque buone. Oggi il loro canto del cigno si chiama "Invisible Queen" ed è un commiato più che veritiero e onesto di ciò che la band è sempre stata, la quale si presenta con la stessa formazione da ormai dieci anni e fa ciò che sa fare, ovvero Thrash teutonico mai fine a sé stesso, mai lineare né banale, ma sempre aggressivo, nervoso e tenebroso. Sabina col passare degli anni sembra aver sviluppato ancora di più la malignità nel tono delle sue growl diventando ancora più cattiva e va da sé che le tracce ne beneficiano particolarmente, come gli assalti all'arma bianca di "Alternative Reality", "Too Far Gone" oppure l'iniziale "Downfall of Minkind", vero gioiello con assoli di chitarra sugli scudi. Batteria a doppia cassa a manetta in questi 47 minuti dove fanno bella mostra di sé spiccando dal lotto "Cult Of The Machine", con un riff spezzato e cervellotico, e "Depersonalized", furore cieco devastante che non lascerà prigionieri. La curiosità che rende ancora più succulento il tutto è il secondo CD allegato che vede le stesse canzoni però cantante ognuna da un ospite diverso: e cosi troviamo il buon Bobby Blitz degli Overkill alle prese con "Cult of the Machine", Jens Kidman dei Meshuggah con "Too Far Gone" e Tom Angelripper dei Sodom con "Alternative Reality", condita da un video niente male. Questi sono solo alcuni ospiti che danno una loro interpretazione ai brani, curiosa e oserei dire anche riuscita nella quasi totalità delle canzoni. Dispiace perdere una band cosi che tanto ha dato e che poteva dare ancora alla causa con ottimi risultati; per altro non ci è dato sapere se Sabina continuerà con altri progetti oppure si fermerà, intanto noi supportiamoli salutandoli comprando questo ottimo "Invisible Queen" con un messaggio: Sabina noi ti aspetteremo con le corna in alto!

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Opinione inserita da Francesco Noli    03 Aprile, 2023
Ultimo aggiornamento: 03 Aprile, 2023
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I liguri Damnation Gallery giungono al fatidico terzo album intitolato "Enter The Fog" dopo i discreti precedenti lavori ("Black Stains" 2018 e "Broken Time" 2020); il disco si presenta misterioso e oscuro fin già dall'artwork - bellissimo a mio avviso, minimale se vogliamo, ma efficace -, che proietta subito alla mente B-Movies Horror o fumetti alla Satanik. I nostri si definiscono Horror Metal, ma all'interno del loro cosmo musicale c'è molto di più oltre i testi, che sono dei veri e propri viaggi profondi dell'animo umano atti a richiamare scenari originali con sprazzi alla Herbert George Wells, ad appannaggio di Scarlet che si erge a poetessa infernale. Sugli scudi la sua prova, come quella di tutta la band ben rodata ed affiatata in tutti i dieci pezzi che compongono il disco, tra cui spiccano su tutte "Numb" (la mia preferita, a dire il vero) con cadenze e atmosfere da brivido, la epica e doomeggiante "An Instant", "Fog" con le sue atmosfere alla Death SS e la conclusiva "Erased", ballad che alterna melodia a parti più aggressive. Mai banali e mai fini a sé stessi anche nelle altre tracce, i Damnation Gallery convincono mescolando sapientemente soluzioni che pescano dal loro retaggio musicale con testi sempre intelligenti ed efficaci: un disco da godersi a 360 gradi con booklet alla mano, lasciandosi trasportare dalle loro note infernali.

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Opinione inserita da Francesco Noli    23 Marzo, 2023
Ultimo aggiornamento: 24 Marzo, 2023
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I genovesi ExpiatoriA giungono al debut sulla lunga distanza solo oggi, ma la loro storia inizia molto tempo fa e vale la pena conoscerla ripercorrendola almeno nei passaggi salienti della stessa. Fondata a Genova per mano dei fratelli Malachina (Giambattista al basso e Massimo alla chitarra) già nella seconda metà degli anni '80 riuscirono a concepire ben tre demo a cavallo degli anni '90 per poi sciogliersi alla fine del decennio (1998). Una decina di anni dopo la band si riformò con qualche cambio di formazione dando alla luce ben due EP che fecero ben sperare gli addetti ai lavori tanto era buono il materiale dei nostri; ancora qualche cambio di formazione e gli Expiatoria, consolidando mese dopo mese la line up arrivano finalmente a partorire questo "Shadows", che non è solo un piccolo gioiello di Gothic/Doom Metal, ma molto di più. Reclutati un fuoriclasse alla voce che corrisponde al nome di David Krieg e l'ex ascia dei Damnation Gallery Edoardo Napoli, i Nostri rilasciano quest'album (uscito nei formati CD, vinile e vinile limitato) che consta di sei pezzi (tra cui uno strumentale) misteriosi e teatrali nella loro proposta, che risulta essere vincente sotto tutti i punti di vista come si evince dalla canzone di apertura "When Darkness Falls", massiccia, cadenzata e solenne da gustarsi tutta d'un fiato senza distrazione alcuna. Spruzzate di Gothic qua e là e i sapienti tasti di un organo - mai banale ma atto a creare linee e atmosfere suggestive (ascoltare in proposito "Ombra Parte II" con l'ospite Raffaella "La Janara" Cangero de La Janara per capire cosa intendo) -, con picchi di gusto e genio nella strumentale "The Asylum Of The Damned" (che vede tra l'altro la comparsa di un sax che ci sta a meraviglia, suonato dall'ospite Edmondo Romano) basterebbero da sole per giustificare l'acquisto del disco. Frasi e parole sofferte si leggono nei testi della band, emozioni profonde pregne di vita che ben si adattano alle note, alla melodia e all'atmosfera generale del disco, in cui si erge la fantastica "Krieg (My Last Song)", pura e semplice poesia musicata; altri ospiti come Diego Banchero (Segno Del Comando) Freddy Delirio (Death SS/Freddy Delirio And The Phantoms) e Stefano Caprilli prestano il loro contributo a questo "Shadows", che si erge a essere uno dei lavori più oscuri e riusciti nel panorama metal odierno. Anche l'occhio vuole la sua parte con uno splendido booklet con testi e bellissime foto a suggellare un connubio estetico/musicale senza pecca. Un disco consigliatissimo che con il passare degli ascolti si apre, leggiadro e sornione facendoci sentire sempre piccole cose nuove che magari al primo ascolto possono passare; un lavoro sofferto che finalmente ha visto la luce ripagando a pieno l'attesa.

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Opinione inserita da Francesco Noli    23 Gennaio, 2023
Ultimo aggiornamento: 24 Gennaio, 2023
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Ritornano i thrashers francesi Dead Tree Seeds, questa volta con un EP che sinceramente ci lascia un pochino con l'amaro in bocca e non ci soddisfa tantissimo, forse perché non si riesce a dare un senso a questa uscita che consta di un inedito più tre canzoni dal loro debut “Seeds Of Thrash” del 2013 (“Set The Fire”, ”Torture And Rage” e “Homage To Thrash”), qui riregistrate per l’occasione e, francamente parlando, almeno un inedito ancora era lecito aspettarselo. Lasciando da parte queste mie elucubrazioni maniacali e venendo alla musica che è quella che più conta, l’inedito "1796" non è malaccio: un Thrash cazzuto pieno di cambi di tempo con voce sguaiata ma gradevole e riffs spaccasassi che faranno la gioia di tutti gli aficionados del Thrash della Bay Area, Megadeth in primis. Gli altri tre pezzi possono essere il giusto viatico per far conoscere la band per coloro che ancora fossero ignari della suddetta e, come già scritto, sono pezzi non inediti, gradevoli al punto giusto, gustosi soprattutto negli assoli (quello di “Torture And Rage” è magistrale nel suo genere per chi scrive) che si fanno ascoltare senza fatica. Avrebbero preso sicuramente un mezzo voto più alto se avessero messo almeno un altro pezzo inedito ma tant’è, li perdoniamo e li aspettiamo al varco con quello che sarà il terzo platter per questi thrashers francesi che comunque sanno il fatto loro. E vi rimando anche all’ascolto sia del debut già citato poche righe fa, che al secondo lavoro “Push The Button” del 2020.

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