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Opinione scritta da Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    10 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Marzo, 2021
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Gli Australiani Lord di Sidney, già con sei full-length alle spalle e una manciata di singoli, sono un gruppo Heavy Metal nato dalla mente di Lord Tim (chitarra e voce), il quale, messo da parte il progetto Dungeon nei primi anni 2000, si tuffa in questa nuova avventura con il piglio di chi la sa lunga. Quartetto roccioso e melodico (completano la band Andy Dowling al basso, Mark Furtner alla seconda chitarra e Darryl Murphy alla batteria), dedita ad uno stile tra Helloween (i cori li richiamano alla perfezione), Iced Earth e Grave Digger, ma con qualche spruzzata N.W.O.B.H.M., propone oggi questo interessante EP di tre pezzi (in realtà due, come vedremo più avanti). Le ritmiche serrate e il riff portante dell'opener che dà il titolo all'album fanno intuire cose ottime; infatti la track è di pregevole fattura sia in fase compositiva che di liriche, con ritmiche veloci e cori bombastici senza che però risultino noiosi o zuccherosi, ma al contrario appetibili e ben strutturati, con assoli cesellati ad opera d'arte che donano un senso "corposo" e arioso alla track: bello il contrasto tra la voce nicotinosa di Lord Tim e i cori puliti e alti a rendere il tutto più groovy e armonioso.
La seconda traccia, "A World Insane", ha ritmi ancora più serrati, al limite del Power/Thrash, con buoni stacchi, voce alta e pulita e stop & go nel riff dove una batteria lineare ma potente fa bella mostra di se, ergendo la track su alti livelli; meravigliosi sia i soli che gli stacchi, soprattutto nella parte centrale, e ottima la produzione. Chiude il disco la Extend Version della prima song "Chaos Reining" (nove minuti contro i sei della versione normale), che in pratica, a parte qualche cenno di elettronica, niente toglie né aggiunge alla pregevolezza dell'originale. Sia chiaro, questo è solo un antipasto dell'imminente platter in uscita ma che comunque fa presagire cose eccellenti pur non aggiungendo niente di nuovo; ma è proprio questo il bello in un genere totalmente inflazionato come questo: si fa ascoltare piacevolmente e non annoia. Pazientiamo ancora qualche settimana per capire se le rose fioriranno!

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Opinione inserita da Francesco Noli    13 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 13 Febbraio, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Ben cinque anni sono passati dal loro esordio "Litanies From The Wood" e il successivo EP "Handful Of Stars" ed ora ritornano, con somma gioia di chi scrive, i talentuosi e fiabeschi Witchwood con il nuovissimo "Before The Winter", che si candida ad essere uno dei platter più belli, intensi e magici di questi ultimi 12 mesi. Per chi ancora non conoscesse il gruppo (la penitenza è obbligatoria in questo caso, n.d.r.) è bene sapere che i nostri attingono da quell'hard rock anni '70 elegante e ammaliante, dal prog più solenne e dal blues più sanguigno; occhio però, perché i Witchwood hanno una personalità che li distingue da tutte le altre bands, vivono di vita propria grazie alla genialità espressa su pentagramma da una formazione che presenta un tasso artistico notevole e che si sposa alla perfezione con il loro immaginario musicale.
Per spiegare bene questo concetto basta premere play sul lettore per venire subito rapiti da melodie senza tempo, delicate e soavi grazie a strumenti come flauto traverso e mandolino che risultano poi essenziali nel loro fare musica. Le prime songs "Anthem For A Child" e "A Taste Of Winter" richiamando la tradizione prog e hard rock, fanno bella mostra di sé con armonizzazione sublimi e passaggi intensi e da controparte arriva la bellissima ballata "A Crimson Moon", una poesia lieve e suadente che vede come ospite anche Diego Banchero de Il Segno del Comando. Giocano con le sfumature e variazioni sul tema i nostri con spruzzate di Blues nella bellissima "Crazy Little Lover", in cui la bravissima cantante Jennifer Vargas offre una prestazione incredibile, oppure nella strumentale "Nasrid", in cui si erge stoico e fiero quel talento che corrisponde al nome di Samuele Tesori, con il suo flauto incantato e totalizzante. E che dire poi della meravigliosa perla "Slow Colours Of Shade", un brano che ci immerge nella foresta Dark per poi catapultarci nei paesaggi Prog, dove tutto cambia ma l'energia e il sentimento rimangono limpidi. Si potrebbe parlare per ore dei Witchwood senza mai cadere nell'esagerazione, ma la cosa più importante e che resta è la loro musica, senza tempo e senza passaggi a vuoto; ovviamente questo album va ascoltato con attenzione e senza distrazioni, perché ha bisogno di un'immersione profonda per carpirne ogni sfaccettatura, ma il tempo speso verrà ripagato con emozioni e brividi. Aggiungo solamente che nella versione LP i nostri propongono una cover dei T-Rex, "Child Star", che, se ascoltata conseguentemente all'originale, vi darà un esempio di come i Witchwood vedano, sentano e interpretino le sette note del pentagramma. Ancora una volta: GRAZIE RAGAZZI!!!

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Opinione inserita da Francesco Noli    16 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Gennaio, 2021
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Il tempo vola e anche per i granitici Warpath è arrivato il momento di tirare le somme celebrando 30 anni di carriera con questo "Innocence Lost (30 Years Of Warpath)", il quale vuole essere un excursus della loro vita musicale metallara. Un'occasione buona per presentare la nuova formazione con l'innesto di Roman Spinka alla seconda chitarra (già con Liquid God, Fearer e Vomiting Corpses), una riproposizione del classico venomiano "Black Metal" (con ospiti Cronos e Sabina Classen), un inedito azzeccato e una manciata di songs scelte con cura facenti parte della loro produzione rimasterizzate per l'occasione. Un'occasione dunque valida per conoscere la band nel caso a qualcuno fosse sfuggita che conferma che i Warpath sono ben vivi e vegeti e non hanno intenzione di sventolare bandiera bianca. Il loro thrash teutonico (provengono da Amburgo) che guarda a Destruction e Sodom e con qualche spruzzatina speed in stile Motorhead si riconferma con la nuova e inedita "Innocence Lost", in ci tra mid-tempo luciferini e accelerazioni a rotta di collo spicca la voce rauca e possente di Dirk Weiss, sempre a suo agio tra queste sonorità nonostante l'incedere del tempo; la cover di "Black Metal", unica song ripescata dal debutto "When War Begins", è curiosa e convincente un po' grazie a Cronos ma anche alla Classen che dona un tocco epico alla canzone. Gli altri pezzi ripercorrono fedelmente la loro discografia: c'è "Extend" dal secondo full length con i suoi 2 minuti di grezzaggine modulata, "Paranoia" dal disco successivo ancora più marcia con ritmi sostenuti e la bellissima "Against Everyone" dal loro omonimo lavoro del 1994. Una compilation atta a fare il punto della situazione che però se fosse stata infarcita da qualche inedito o anche b-sides sarebbe stata ancora più attraente; chiaramente è un disco volto ai feticisti e collezionisti del gruppo oltre, come scritto prima, a coloro i quali il gruppo è sconosciuto mentre tutti gli altri possono tranquillamente soprassedere. Senza infamia e senza lode.

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Opinione inserita da Francesco Noli    12 Dicembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 12 Dicembre, 2020
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Vengono da Brescia e si presentano al debutto su lunga distanza dopo un convincente EP uscito un paio di anni fa ("Challenge Of Death") gli Helikon, quintetto che ci propone un Heavy/Thrash nervoso, carico con molte frecce al proprio arco perché vario e scorrevole. Chiaramente quando si parla di Thrash il range di "movimento" di base è comunque limitato, ma se la band propone spruzzate geniali simil-prog, arpeggi solenni e atmosfere intriganti ecco che la "variante sul tema" è quanto mai fondamentale per non cadere in quell'uggioso "già sentito"; i nostri mostrano coraggio non fosse altro per quel gioiellino posto in chiusura di disco a nome "The Ballad Of Mephisto", undici minuti con cambi di atmosfere, intro mefistofelico e cavalcate che grondano metallo pesante. Questo "Myth & Legend" guarda sovente al Thrash americano con rimandi soprattutto ai Megadeth (la convincenti "Prince Of The Night" e "Mr. Hyde") e Annihilator (l'iniziale "The Last Kiss To Say Goodbye", grazie forse al suo arpeggio sulfureo posto in apertura), ma badate bene che si tratta di influenze e non di un mero copia e incolla. Wall of sound compatto e granitico grazie alle due asce che sapientemente si intrecciano tra loro supportate da una sezione ritmica di tutto rispetto; la voce di Giacomo Merigo è personale e varia a seconda dei pattern e del contesto lirico (veramente meritevole ciò che riesce a creare su "Chant Of Crow" in quanto a interpretazione) anche se proprio la track che da il titolo all'album non riesce a convincere in pieno. Non bisogna mai dimenticare che si tratta di un debut e che quindi le impressioni finali di chi scrive possano essere un pochino enfatizzate ma questi ragazzi danno l'impressione di sapere non solo ciò che vogliono ma anche dove andare a parare, grazie anche a un'esperienza live di tutto rispetto che sicuramente li ha forgiati e amalgamati (non per nulla hanno fatto da spalla a Onkel Tom, Strana Officina, In.Si.Dia solo per citarne alcuni). Qualche sbavatura c'è ed è inevitabile ma non mi soffermerei tanto su questo aspetto che risulta essere solo un dettaglio in quanto i margini di miglioramento sono sicuramente notevoli ma va pur considerato che gli Helikon sono già altamente preparati: se riusciranno a mantenere quegli spruzzi atmosferici vari che rendono ariose le composizioni e quell'abilita che a tratti dimostrano nello sconfinare e prendere spunto da altri generi, il tratto personale della band crescerà esponenzialmente e sono convinto che ci faranno godere e divertire in un futuro non troppo lontano.

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Opinione inserita da Francesco Noli    09 Dicembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 09 Dicembre, 2020
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I finlandesi Oz sono un gruppo culto per tutti gli amanti di metal classico; formatisi nel lontano 1977, già avevo avuto modo di recensire qualche anno fa il loro ritorno sulle scene e devo dire che confermano, con il loro freschissimo "Forced Commandments", di aver trovato finalmente una formazione stabile e un percorso artistico fiero e convincente. Mark Ruffneck, unico membro fondatore rimasto in organico, ha fatto le cose per bene in questo cd comprendente otto tracce più tre bonus track per edizioni speciali; si parla sempre di un Heavy Metal roccioso in 4/4 ma qui il gioco si fa più divertente perché grazie ai cori, alla modulazione evocativa e accattivante del vocalist Vince Koivula, il risultato risulta melodico, aggressivo e curioso. La rocambolesca "Goin' Down" posta scaltramente in apertura oppure "Switchblade Alley" con i suoi giri di basso potenti e chitarre intrecciate possono dare un'idea di ciò che ho scritto pocanzi, mentre le seguenti "Revival" e soprattutto "The Ritual" a parere di chi scrive risultano i punti alti del platter. La prima è veloce, nervosa con un bridge che si stampa in testa al primo ascolto e con cori hardrockeggianti nel ritornello a dare una spruzzatina di miele che non guasta mai mentre la seconda fa sfoggio di tutti quegli ingredienti che un anthem deve avere, ovvero linee vocali potenti (a tratti lo screamer mi ha ricordato Udo negli acuti), songwriting scorrevole, melodia ruffiana ma non scontata e assoli di buona fattura dove il tutto è supportato da cori potenti (vero ingrediente vincente). Trova spazio qui anche "Long And Lonely Road", semi ballad sognante e avvolgente con quei suoi fraseggi caldi costruita su arpeggi della sei corde ineccepibili e dal songwriting romantico e triste. I testi potrebbero avere un significato di primo acchito erroneamente superficiale in quanto hanno duplici forme di lettura con il mondo e le manifestazioni odierne, risultando se non complessi, intelligenti e riflessivi come nel caso di "Liar". La produzione è giusta per il tema proposto e gli strumenti suonano cristallini dall'inizio alla fine soprattutto la sezione ritmica fa bella mostra di se per quanto riguarda suoni e altre diavolerie assortite. Un lavoro accattivante e onesto, gustoso che anche se non presenta particolari novità riesce a farsi apprezzare dalla prima all'ultima track; pertanto mi sento di consigliarlo a scatola chiusa ai classici metalhead, ma anche di suggerire un paio di ascolti anche a chi è più avvezzo a sonorità moderne!

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Opinione inserita da Francesco Noli    19 Novembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 19 Novembre, 2020
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I tedeschi Macbeth sono ragazzi coraggiosi, stoici e inossidabili che si ripresentano oggi con una nuova fatica fatta di Heavy Metal duro e puro. La loro storia è curiosa quanto struggente e inizia ben 33 anni fa nel 1987 sotto il monicker Caiman; dopo essere stati banditi dalla Germania Est dalle autorità del posto per conseguenze non ben specificate si sciolsero dopo qualche anno a causa del suicidio del primo cantante Wittenburg. Riformatisi dopo poco la band vide subire un'altra battuta di arresto dopo la tragica morte del batterista ma i nostri Macbeth, più forti della sfortuna e tenaci come non mai ci riprovarono e dal 2002 sfornano dischi più o meno con cadenza regolare. Oggi siamo qui a parlare di "Gedankenwachter" quinta e ultima fatica, licenziata da Massacre Records, la quale si presenta come un lavoro solido di classico Heavy Metal con atmosfere interessanti e accelerazioni di doppia cassa, rallentamenti, cori e quant'altro... insomma tutto ciò che ha fatto la fortuna del Metal teutonico. Non è però tutto oro ciò che luccica all'interno del disco e mi spiego: cantato in lingua madre e questo (soprattutto per il sottoscritto) può essere uno scoglio non da poco ma se siete avvezzi a bands che scrivono in Norvegese, Svedese o Lappone non dovrebbe essere un grosso problema per voi ma alla fine, dopo ripetuti ascolti si ha la netta sensazione che con un idioma anglosassone il tutto sarebbe stato più snello e avvincente. Si perché i Macbeth sanno suonare e partono bene col il trittico iniziale "Friedenstaube", "Krieger" e "In Seinem Namen" dove sono soprattutto le atmosfere a dare maggior ariosità ai brani, con quel senso di epicità che rende tutto misterioso e avvincente. Purtroppo però da metà cd in poi la formula risulta prolissa e annoiante dove forse un songwriting non ispiratissimo rende il tutto globalmente già sentito e la voce arcigna di Oliver Hippauf, seppur "nicotinosa" e cattiva tende a essere monotematica. Luci e ombre per i nostri dunque anche se con "Hexenhammer" incidono un piccolo capolavoro di epicità con cori possenti e assoli ferali; dispiace un pochino perché i Macbeth sanno suonare, sono radicati nella scena e i testi presentano spunti riflessivi e non banali, il potenziale c'è ed è elevato ma una dose eccessiva di integralismo nelle strutture e un cantato a tratti monocorde alla lunga può far affiorare qualche sbadiglio. Ascolto consigliato ai Defenders più intransigenti.

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Opinione inserita da Francesco Noli    30 Ottobre, 2020
Ultimo aggiornamento: 30 Ottobre, 2020
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Anche i Californiani Evildead sono tornati tra noi con un nuovo lavoro dopo ben 29 anni! La band di Los Angeles fondata da Juan Garcia (ex-Abattoir ed ex-Agent Steel) esordì nel 1989 con il debut capolavoro "Annihilation of Civilazition", bissato un paio di anni dopo da "The Underworld", bello duro, ma non all'altezza del predecessore; dopo una reunion durata lo spazio di quattro anni (2008/2012) e una prima stasi di stand-by, i nostri dal 2016 hanno ripreso la loro attività che li ha visti suonare su tutto il suolo americano. Oggi. grazie alla Steamhammer. possiamo divertirci ascoltando dieci canzoni nuove di zecca dopo quasi tre decadi e non è poco. Partendo dal fatto che la formazione è praticamente l'originale (tranne Karlos Medina al basso, che subentrò a Mel Sanchez sul secondo "The Underworld") ed il loro "tiro" non è cambiato di una virgola, va da sé che i Nostri hanno confezionato un prodotto valido, con una produzione "sgrezzata" ma fedele al genere, che farà prigionieri sia tra i thrashers più attempati che quelli della new generation. Lo stile dei Nostri si è un pochino attualizzato, ma senza stravolgerne la proposta: infatti qui non troverete trigger o altre diavolerie di sorta, in quanto ciò che sentirete in questo "United $tate$ of Anarchy" è tutto suonato da braccia e gambe e già i primi singoli "Word of God" e "The Descending" mostrano tutto il loro lato selvaggio e thrash con cadenze, stop & go e accelerazioni ben miscelate tra loro. L'atmosfera delle chitarre rimane sempre una preponderante ben scandita sia nei fraseggi che negli assoli ("Without a Cause") e fa piacere sentire Phil Flores che non ha perso un'oncia della sua potenza vocale condita da quel timbro ferale che lo rende personale. "Blasphemy Divine" è una galoppata a rotta di collo, l'inizio con chitarra jazzata rende "No Difference" simpatica e avvincente e il bravissimo e sottovalutato batterista Rob Alaniz sale sugli scudi in "Seed Of Doubt", con i suoi lanci vorticosi iniziali e un ritmo forsennato. Le aperture melodiche di "A.O.P./War Dance" variano un po' sul tema proposto, come anche la bonus track del gruppo New Wave B-52's qui coverizzati con "Planet Claire 2020", spassosa e riletta in modo "Evildeadiano" mostrandosi curiosa e divertente. Gli Evildead sono tornati con l'intento di rimanerci, scodellando un disco di sostanza con il loro classico stile non scalfito dagli anni passati, ma semmai reso ancor più dinamico e maturo; i testi politicamente scorretti misti a trame horror rimangono sempre sfiziosi e attuali dimostrando che i nostri "vecchietti" hanno tutte le carte in regola per giocarsela con chiunque!!! WELCOME BACK EVILDEAD!!!!

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Opinione inserita da Francesco Noli    23 Settembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 23 Settembre, 2020
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Ci sono voluti ben dieci anni, ma alla fine Lee Altus ce l'ha fatta dopo svariati impegni, cambi di line up e altre peripezie assortite a pubblicare il quarto album della sua band madre, che esce sotto l'ala forte e protettrice di Nuclear Blast. Gli speed/power/thrashers americani sono sinonimo di garanzia, non solo per i capolavori pubblicati in precedenza che vale la pena ricordare (lo strepitoso debutto "Breaking The Silence" bissato da "Victim Of Deception", rispettivamente 1987 e 1991, e dopo ben 19 anni il solido "The Evolution Of Chaos"), ma anche perché hanno sempre avuto musicisti talentuosi, da Carl Sacco (batteria) a Doug Piercy (chitarra, ora alla corte dei Blind Illusion), da Paul Baloff (il quale non ha registrato niente di ufficiale, ma girano dei demo interessanti anche in rete), all'istrionico chitarrista Kragen Lum, entrato in formazione ben dieci anni fa. Ed è proprio quest'ultimo che sul nuovo "Empire Of The Blind" lascia il segno, essendo il maggior compositore assieme al suo fido compare di ascia Lee Altus e lo fa nel migliore dei modi sin dall'intro "The Rotting Sphere", ove l'arpeggio melodico, breve e intenso fa da apripista a "The Blight", scelta anche come singolo. Un capolavoro Speed/Thrash che vede numeri di alta scuola tra chitarre serrate e sezione ritmica da paura grazie agli innesti dei nuovi (si fa per dire) Jason Mirza al basso (già con Lum nei Thrasher Psychosis) e quel diavolo alla batteria di Jim De Maria (ex Generation Kill e ora anche con i tedeschi Toxik). White alla voce ribadisce di essere un leone con il suo clean melodico ma aggressivo, sfornando per tutto l'album una prestazione superba come si evince nella seguente "Empire Of The Blind", track più cadenzata ma non per questo meno elettrizzante. Le mazzate roventi si susseguono a rotta di collo e tra le più poderose killer songs vale la pena citare "Gods Devide" e "Shrine Of Apathy" che rimandano ai primi lavori della band alternate a composizioni più ruffiane e catchy come "Sun In My Hand" (fantastico il lavoro di chitarre sia in fase di arpeggio che di legato nonché sorretta da una melodia avvincente) e "Dead And Gone" con un ritornello che rimane scolpito nelle orecchie grazie ancora a un White sugli scudi; c'è spazio anche per la strumentale "A Fine Red Mist", in cui Altus e Lum si divertono nello sciorinare riffs e assoli di alta classe sorretti da una batteria poderosa e un basso pulsante, andando cosi a completare questo come back discografico. Nell'analisi spassionata si può tranquillamente ammettere che gli Heathen hanno fatto centro ancora una volta, dimostrando dopo ben trentatré anni di essere una realtà solida e affidabile a discapito di una produzione che non convince in pieno, nonostante lo stop forzato (Gary Holt alla corte degli Slayer ha di fatto ritardato non poco il work in progress di questo album), lutti e quant'altro, dando alla luce un dischetto che si appresterà ad essere uno dei top album dell'anno: speriamo adesso di non dover aspettare altri dieci anni per ascoltare qualcosa di nuovo! BENTORNATI HEATHEN!!!

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Opinione inserita da Francesco Noli    19 Agosto, 2020
Ultimo aggiornamento: 19 Agosto, 2020
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I D-Tox nascono per volere di Paolo "Dr. Phibes" Caucci (Chitarra) e Fabio "FX" Capulli (Basso), entrambi ex-Maskim, con l'intento di dar vita a un progetto Thrash d'avanguardia, fresco e originale, che sia al passo con i tempi per quanto riguarda sonorità e soluzioni mai convenzionali. Reclutati in un secondo momento il batterista Riccardo "Rick Rock" Macrì e Emanuele "Hellvis" Galanti alla voce (ex-Halligators) i nostri esordiscono con un EP di tre pezzi molto convincenti carichi di energia, groove e quella giusta veemenza mai fine a sé stessa o troppo esagerata, come si addice al genere proposto. Il bilanciamento quasi perfetto che i nostri riescono a creare lo si evince subito dall'iniziale "Parasite Tongue Twister" dove, oltre alla partitura quasi ipnotica alternative/thrash, fa bella mostra di sé Galanti, il quale con la sapiente modulazione della sua voce emotiva, ora arcigna ora più aggraziata, rende ancor più avvincente la song in questione. "I" è il titolo della seconda track, un mid-tempo robusto dove la commistione di vari stili (forse dovuta anche al retaggio musicale passato dei ragazzi) crea un vortice dissonante e gustoso; i suoni forse sono da migliorare, ma secondo me delle tre canzoni questa forse è quella che li rappresenta di più. Non pensate di ascoltare melodie semplicissime tritasassi o irritabile semplicità già ascoltata miliardi di volte: i nostri stanno trovando una precisa identità ed anche la conclusiva "Silver Ant Aenigma" è li a dimostrarlo: batteria con doppia cassa semi sincopata, riff stoppati e graffianti con linee di basso mai convenzionali infarcite da qualche accenno sporadico di slap. La voce si staglia su più livelli tra filtri e il timbro naturale di Emanuele, graffiante quanto basta; bellissimo il break centrale con questa chitarra eterea che allunga le note creando un vortice iperspaziale. Se il buongiorno si vede dal mattino si può puntare a occhi chiusi sui D-Tox, perché raramente abbiamo la fortuna di ascoltare musica fresca, originale che, anche se non di tanto, riesce a uscire dagli schemi convenzionali che il genere può richiedere: io personalmente sono in attesa spasmodica del full length e mi auguro, visto che il lavoro in questione è autoprodotto, che qualche label con talent-scout coi coglioni apra gli occhi ma soprattutto le orecchie e dia una chance a questi musicisti perché sinceramente se lo meritano in pieno!

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Opinione inserita da Francesco Noli    26 Mag, 2020
Ultimo aggiornamento: 26 Mag, 2020
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Gli Australiani Warrior Within, attivi fin dal 1992, non si sa come hanno raggiunto il loro debutto discografico solo due anni or sono con l'EP "In Light Act I", il quale metteva in mostra una band dai suoni Thrash presi in prestito dalla vecchia scuola e ritmiche d'assalto all'arma bianca. Dopo due anni è la volta di questo secondo EP dal titolo "In Light Act II" che riprende, sia come tematiche che come sonorità il concetto del lavoro precedente. Mi è sempre stato difficile esprimere un giudizio il più sincero e preciso possibile su di una band basandomi solo su una manciata di canzoni (in questo caso quattro), ma le impressioni che si hanno riascoltando il cd in questione sono le medesime di due anni fa; i nostri non hanno cambiato una virgola, il loro stile che prevede cambi di tempo, ritmiche non velocissime ma efficaci e modulazioni interessanti. Tuttavia le canzoni anche dopo svariati ascolti non riescono a prendermi del tutto seppur suonate bene; produzione volutamente scarna (stiamo parlando di un autoproduzione) e sinceramente si poteva e si doveva fare qualcosina di più, visto che il suono del basso è bello nitido e potente e chissà con un sound adeguato in fase di mixing come poteva diventare. "The Feeling Of The Oak" è una bella canzone potente con tanto di arpeggio iniziale e melodia gradevole e a parere di chi scrive la migliore del lotto, mentre "Constrainer" e "Rat Race" tendono un po' ad assomigliarsi. Conclude il mini "Awakening", anche questa song dotata di un bell'arpeggio iniziale e un bell'assolo centrale; si potrebbe dare mezzo voto in più, ma la voce di Scott Macintyre, seppur nicotinosa e abrasiva manca di quelle sfumature per dare un po' di ariosità ai brani: non fraintendetemi, non che il suo lavoro lo svolga male o non abbia una voce consona al genere, solo che si ha l'impressione che tenda ad appiattire un po' le songs che musicalmente si fanno ascoltare senza far gridare al miracolo. Aspettiamoli sulla lunga distanza per avere miglior indicazioni e maggiori certezze, ma intanto un ascolto è consigliato sicuramente ai Thrashers più incalliti.

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