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Opinione scritta da Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    23 Gennaio, 2023
Ultimo aggiornamento: 24 Gennaio, 2023
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Ritornano i thrashers francesi Dead Tree Seeds, questa volta con un EP che sinceramente ci lascia un pochino con l'amaro in bocca e non ci soddisfa tantissimo, forse perché non si riesce a dare un senso a questa uscita che consta di un inedito più tre canzoni dal loro debut “Seeds Of Thrash” del 2013 (“Set The Fire”, ”Torture And Rage” e “Homage To Thrash”), qui riregistrate per l’occasione e, francamente parlando, almeno un inedito ancora era lecito aspettarselo. Lasciando da parte queste mie elucubrazioni maniacali e venendo alla musica che è quella che più conta, l’inedito "1796" non è malaccio: un Thrash cazzuto pieno di cambi di tempo con voce sguaiata ma gradevole e riffs spaccasassi che faranno la gioia di tutti gli aficionados del Thrash della Bay Area, Megadeth in primis. Gli altri tre pezzi possono essere il giusto viatico per far conoscere la band per coloro che ancora fossero ignari della suddetta e, come già scritto, sono pezzi non inediti, gradevoli al punto giusto, gustosi soprattutto negli assoli (quello di “Torture And Rage” è magistrale nel suo genere per chi scrive) che si fanno ascoltare senza fatica. Avrebbero preso sicuramente un mezzo voto più alto se avessero messo almeno un altro pezzo inedito ma tant’è, li perdoniamo e li aspettiamo al varco con quello che sarà il terzo platter per questi thrashers francesi che comunque sanno il fatto loro. E vi rimando anche all’ascolto sia del debut già citato poche righe fa, che al secondo lavoro “Push The Button” del 2020.

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Opinione inserita da Francesco Noli    23 Gennaio, 2023
Ultimo aggiornamento: 24 Gennaio, 2023
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I Bloodride vengono dalla Finlandia e nel settembre del 2021 hanno rilasciato il loro quarto full-length dal titolo “Idiocracy”, che niente cambia e niente aggiunge alla proposta dei Nostri, ovvero un Thrash/Death molto fisico e becero - nel senso buono del termine -. Nessuno spazio concesso quindi alla melodia (se non nell’arpeggio centrale molto bello di “Stranger Roots”), chitarre selvagge tritasassi, batteria in doppia cassa forsennata e cantante sguaiato il giusto come necessita la proposta. Non c’è riposo in queste dodici tracce, dove si passa dalle furenti “Rapid Fire” e “Burn Perfection”, Thrash vecchio stile che rimanda agli anni '80 ma al contempo attuali che ricordano vagamente band come gli Exodus, al Death Metal di “Fleshless”, in cui Jyrki Leskinen dimostra di avere buona padronanza della sua voce passando dal pulito al gutturale (non proprio growl, ma comunque catarroso quanto basta). Le chitarre fanno bella mostra di sé, scambiandosi soli e ritmiche (“Limited”, “Bow To Disorder”) e la sezione ritmica pesta che è un piacere senza tanti fronzoli, merito anche di una formazione che non è quasi mai cambiata (solo due cambi, il primo di Simo Partanen, la seconda ascia che si è unita al gruppo dieci anni fa e la seconda è stata l’aggiunta sporadica nel 2014 di una terza chitarra, ma presto fatta fuori). Prendete i primi Sodom e Slayer, un pizzico di Destruction e Exodus ed avrete un mix di questo album esplosivo che si lascia ascoltare con piacere. Ovviamente, la proposta è indirizzata ai thrashers più devoti a queste sonorità e anche se a volte si cade nel già sentito, non importa niente alla fine della fiera, perché questo "Idiocracy” risulta essere lavoro onesto fatto da persone che ci credono - essendo loro stessi fans del genere - in questa musica. Date loro una chance.

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Opinione inserita da Francesco Noli    05 Gennaio, 2023
Ultimo aggiornamento: 06 Gennaio, 2023
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Un graditissimo e cazzutissimo ritorno per i Bullet Proof, band tritasassi di Bolzano con già all'attivo due album niente male ("De-Generation" del 2015 e "Forsaken One" del 2017) che avevano già ben messo in chiaro l'abilità e la sostanza del gruppo in ambito Thrash. Questo "Cell XIX" non fa altro che confermare, consolidandolo, quanto appena detto e lo fa nel migliore dei modi possibili ovvero con ispirazione, tecnica, gusto e quell'attitudine giusta che solo i gruppi veri sanno sfoggiare perché insita nei loro cuori. Il loro Thrash che richiama Megadeth, ma anche Anthrax e Nuclear Assault (a tratti) non fa prigionieri e lo si evince, subito dopo l'intro "Endovena", con "Brainocide", dove chitarre nervose atte a tendere riffs spasmodici su chorus melodici e letali lasciano subito il segno deflagrante del migliore Thrash e anche le tritaossa "Perfectly Divided People" e "Cold Sigh", veri highlights dell'album insieme a "No Future", che mi ha ricordato vagamente i migliori Megadeth di una decade fa. Non ci sono cali di tono in questo album che scorre via che è un piacere e che ogni amante del genere deve fare assolutamente suo, merito anche di una produzione nitida (il lavoro è stato registrato ai TMH Studios di Alessandria). Forse il ritorno in formazione di Andrea Demasi (già presente sul debut "De-Generation") e uno scioglimento annunciato - ma dopo poco tempo rientrato - ha fortificato ancora di più i nostri, che evidentemente sotto pressione tirano fuori numeri da fuoriclasse; potrei andare avanti per ore e passare in rassegna tutti i dieci pezzi (undici nella versione bonus, con la cover divertente e rifatta alla loro maniera degli Offspring, intitolata "All I Want"), ma non avrebbe molto senso in quanto si rischierebbe di cadere in una ripetitività di elogi mielosa. Richard Hupka canta con un enfasi incredibile, sciorinando con la chitarra riffs taglienti che Demasi all'altra ascia integra alla perfezione, mentre la sezione ritmica è semplicemente letale. Questo è un disco che non ha punti deboli e si candida a essere uno dei migliori album nel suo genere non solo dell'ultimo lustro, ma anche negli anni a venire. BUY OR DIE!!!

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Opinione inserita da Francesco Noli    14 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Dicembre, 2022
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I Burning Point sono dei veterani nella scena Melodic Power Metal in generale e nordica in particolare (infatti sono finlandesi), tenuti in vita con maestosa tenacia dal bravo chitarrista e fondatore Pete Ahonen fin dal 1999, anno del loro concepimento. Tornano a cinque anni di distanza dall'ultimo full-length con questo "Arsonist of the Soul" che niente toglie e niente aggiunge ai precedenti sette lavori della band; Power Metal bello carico e adrenalinico con batteria possente a doppia cassa ("Blast in the Past", "Running in the Darkness") e canzoni più cadenzate e d'atmosfera come la title-track e i chorus piacevoli e semplici come in "Hit the Night" oppure "Rules the Universe". Il cambio di cantante che vede dietro il microfono l'italianissimo Luca Sturniolo non ha cambiato il songwriting di una virgola, ma anzi si dimostra di meritare il posto con una prova convincente e compatta risultando a proprio agio in particolare nelle canzoni veloci come la rocciosa "Persona Non Grata"; la produzione è bombastica e tutto fila liscio dalla prima all'ultima nota, ma non è tutto rose e fiori come sembra. Il problema principale di questo platter è la totale mancanza di personalità che dopo vent'anni si dovrebbe pretendere almeno un pochino, essendo fin troppi i rimandi alle bands del genere facendo risultare alla fine tutto già sentito troppe volte. Manca la hit che faccia decollare l'album e alcune canzoni con un bel potenziale rischiano di implodere (a seconda del gusto dell'ascoltatore) causa forse l'eccessiva semplicità nell'arrangiamento delle stesse. Non mi fraintendete il disco è piacevole, ma una volta ascoltato si tende a dimenticare causa somiglianza con cento altre produzioni. Ed è per questo mi sento di consigliare questo "Arsonist of the Soul" solo agli appassionati e collezionisti del genere.

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Opinione inserita da Francesco Noli    21 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 21 Novembre, 2022
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Mi ero già espresso con toni lusinghieri in occasione dell'EP di debutto per questo ensemble romano il quale aveva fatto ben sperare per un futuro full-length che adesso è diventato realtà: difatti "Kubark Project" è il debutto dei D-Tox e già dal titolo (Kubark è una parola in strettissima correlazione con la C.I.A.) è tutta una bella storia che si dipana in un viaggio concept intrigante con mille sfumature. Sfumature che ovviamente sono pennellate sonore che ci guidano nella storia audace che vede protagonisti quattro ragazzi immersi in un manicomio psichiatrico abbandonato e la loro ricerca interiore verso l'età adulta narrata dalla voce di Galanti, che anche qui si dimostra un "fuori corsa" al microfono. I nostri partendo sempre da una base Thrash nervosa, articolano la loro proposta con molteplici influenze che una volta si potevano tranquillamente indicare con la parola "Crossover", che secondo me è molto più appropriata di "Alternative" - almeno in questo caso - e va da sé che accanto ai classicismi del genere ("Nothing Behind Those Eyes", "Judas Goat" o la dirompente "Oxyuranus"), si trovano passaggi dalla forte personalità un po' psicotica come "White Angel", un chiaroscuro melanconico e psicopatico, oppure l'immensa "The Revolution Oracle", in cui la tecnica e il prestigio della band vengono messi in bella mostra. Chitarre graffianti e disturbanti come in "Psycho Wacko", ritmiche psichedeliche in "Splinter Of Insane Lucidity" (strumentale) e in "Twilight Bravado", in cui le atmosfere si confondono camaleontiche su un tessuto Heavy roccioso quanto la più dura delle pietre; non c'è dubbio che i nostri sappiano cosa vogliono e come suonarlo alla massa avendo tratti distintivi e peculiari che molti gruppi si possono solo sognare. Non so se questo sia dovuto anche all'ottima produzione e ai suoni sempre perfetti (il bilanciamento tra gli strumenti in regia è un piccolo capolavoro insito nel CD che forse molti non coglieranno), ma una cosa è certa: i D-Tox hanno le palle e le capacità di offrire una proposta fantasiosa e originale che vi farà sobbalzare e incuriosire quindi, senza indugi l'ascolto risulta pressoché obbligato! Bravissimi D-Tox, il futuro di questo genere musicale passa (anche?) da qui!!!

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Opinione inserita da Francesco Noli    22 Agosto, 2022
Ultimo aggiornamento: 22 Agosto, 2022
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Travagliata ma attraente è la genesi di questa band che vede i natali a Warrington, nel Cheshire in Inghilterra, già dal lontano 1980, e dopo due demo molto promettenti e tanti concerti, che però portarono a un niente di fatto, la band si sciolse. Nel 2015 si ridesta l'interesse attorno ai Troyen grazie alla sempre attiva High Rollers Records, la quale immise sul mercato una bellissima raccolta comprendente tutto il materiale che i Nostri avevano registrato fino ad allora (di cui molti inediti), che portò la band a riunirsi. Dopo un paio di EP buoni nel 2017 e nel 2019 (rispettivamente "Storm Child" e "A New Dawn"), oggi finalmente si presentano con questo "Falling Off The Edge Of Forever" grazie alla piccola etichetta discografica Classic Metal, che di fatto sancisce il primo vero full-length della band. Della formazione originale sono rimasti il batterista Jeff Baddley e il chitarrista Steve McGuire, che con i nuovi innesti Steve Haslam alla chitarra solista, Mark Nortley al basso e alla voce Mark Walling, scrivono e incidono un lavoro interessante all'insegna del buon sanguigno Hard Rock/Heay Metal in stile NWOBHM e quindi che guarda, come approccio e sonorità, agli anni gloriosi e irripetibili in cui tutto vide la luce. Quindi sapete già di cosa parliamo in quanto a stile e genere e se siete avvezzi o anche nostalgici questo è proprio il disco che fa per voi; posso dirlo in tutta onestà in quanto, possedendo tutta la discografia della band, asserisco in modo poderoso che queste sono le migliori canzoni che la band abbia mai inciso. Partendo da una copertina bellissima e molto atmosferica i nostri si destreggiano sapientemente tra Hard Rock lineare ma efficace ("Hubris Running Wild", "No Going Back", con un solo molto ispirato e sognante, oppure "Your War Ain't My Fault"), canzoni con un aurea più dark ma con riffs secchi e granitici ("All That Glitters", "It's Not Too Late") mostrando sempre padronanza della composizione con un occhio di riguardo per le melodie. "Come On" chiude il disco nel migliore dei modi con un Up Tempo guascone, un chorus ruffiano nella melodia e una sezione ritmica sempre precisa e essenziale. Per carità, qui nessuno vuole gridare al miracolo, intendetemi bene, ma se siete dei metallaracci come il sottoscritto che ha avuto la fortuna di vedere nascere il genere, non potete non dare una chance a questa band sfortunata al tempo, che sicuramente avrebbe meritato di più di quanto raccolto. Ma la passione dei nostri per questa musica e il loro amore verso gli strumenti che per anni hanno coccolato li ha portati ancora una volta a rimettersi in gioco, fregandosene ovviamente delle mode sonore vigenti di questi tempi, espletando la musica che più sentono e che nasce direttamente dal cuore; unica pecca la produzione sporca e minimale che non rende giustizia alle canzoni, ma il divertimento e il gusto ci sono anche da parte di chi ascolta. Bentornati Troyen!

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Opinione inserita da Francesco Noli    13 Agosto, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Agosto, 2022
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I Lord sono un gruppo australiano sulla scena da quasi un ventennio e che di questi tempi non avendo di meglio da fare si trastullano con un album di cover (ben 23) racchiuse in questo formato digitale dal nome "Undercovers vol.1" e che lascia presupporre in un continuo nel prossimo futuro. Il terzetto ruota attorno alla figura carismatica di Lord Tim alla voce ed alla chitarra nonché fondatore della band stessa. Premetto che non sono un amante di Cover Album ma in questo caso il mio parere, senza pregiudizio alcuno, è palesemente soddisfacente vuoi perché i Lord hanno sempre proposto cover nella loro carriera, vuoi perché spaziano da un genere all'altro andando a pescare gruppi e canzoni non banali ne facili e vuoi perché il coraggio e la giusta sfrontatezza non è mai mancata ai nostri, qualità apprezzatissime nel campo Heavy Metal tout court!
Ci sono due modi di fare un disco di cover a mio avviso: il primo consiste nel ripetere le canzoni fedeli all'originale nota per nota, un concetto noioso che non fa altro che mostrare la bravura di esecuzione del gruppo; l'altro invece è osare cercando appunto di fare proprie quelle canzoni, dando loro un pizzico di originalità coraggiosamente ostentata nel risultare almeno personali e a tratti divertenti come a mio avviso dovrebbe essere ed è proprio il caso di questo "Undercovers vol.1" (uscito per ora solo in digitale). All'interno potete trovare rifacimenti interessanti come la conclusiva "Night People" di sua maestà Ronnie James Dio, musicalmente ottima anche se ovviamente Lord Tim non possiede la voce di Ronnie, oppure la difficile "Someone's Crying" degli Helloween dove vale il discorso per la canzone sopracitata o ancora "The Whisper" dei Queensryche in cui fan bella mostra di sé i suoni delle chitarre. Divertente è sentire la bellissima "Runaway" di Bon Jovi, sviluppata come un test in studio e poi mantenuta nell'album e tosta risulta essere anche "Creeping Death" dei Metallica, qui riproposta dal vivo e molto convincente sotto tutti i punti di vista. Il divertimento e le particolarità però vengono alla luce in particolare da due cover ovvero "Message In The Bottle" dei Police, ove i fan di Sting & company non potranno che essere soddisfatti nel sentire il risultato, e addirittura Kylie Minogue con la stravoltissima versione di "One Night Like This", spassosa e divertente. Come avrete capito ce n'è per tutti i gusti ed è proprio la scelta di non stare su un genere ma di pescare tra le varie sezioni del Rock e Metal in generale che risulta la carta vincente di questo "Undercovers....", un digitale che vi farà passare più di un oretta divertente, che vuole essere di intrattenimento e nulla più, ma comunque realizzato con una certa logica e che mostra anche la cultura musicale della band. Sicuramente un disco da ascoltare e consono in questi giorni di estate tra ferie e rilassatezza con un tocco di leggerezza che non guasta mai.
Ricordo che il supporto è uscito solo in digitale e può essere acquistato sul Bandcamp dei Lord.

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Opinione inserita da Francesco Noli    12 Dicembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 12 Dicembre, 2021
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Che dire di una band come gli Exodus che non sia stato già scritto? Difficile trovare le parole di questa iconica verità caparbia, possente, emozionale e grintosa. Ogni nuova uscita è un soffio al cuore che si tramuta in una gioia incondizionata fatta di note, ritmiche roboanti, groove infernale e voce schizzata. Ci sono voluti ben sette anni di attesa per questo "Persona Non Grata" e ne è valsa la pena, tanto da candidarsi come probabile top album dell'anno; nonostante gli impegni di Holt con gli Slayer, il tumore che ha afflitto Tom Hunting (storico batterista che comunque è riuscito a registrare l'album e a debellare il cancro), la pandemia e varie delusioni personali, la band, sotto l'egida della sempre più potente Nuclear Blast, ha assemblato un lotto di canzoni che non fanno una piega, non fanno prigionieri, ma soprattutto non hanno cali d'intensità. Tutte le difficoltà che hanno colpito la band sono state filtrate nel prisma artistico, paradossalmente una panacea in primis per loro ma, di conseguenza, anche per noi; iniziare con la title-track di oltre 7 minuti mostra attributi cubitali, ma anche una sicurezza ormai acquisita nel voler scegliere e fare ciò che più aggrada, variando su dissonanze e cambi di tempo incessanti, su uno Zetro Souza sempre allucinato con quella sua voce urlata e sguaiata che la si ama o la si odia. Parliamoci chiaro, l'undicesimo lavoro in studio degli Exodus è quanto di più succulento si possa trovare, una band che gira a meraviglia già da qualche anno e che qui, grazie ad alcune perle ("Clickbait", "The Art of Dead and Dying", "Swipping into Madness", ma la lista potrebbe continuare fino alla fine dell'album), conferma di essere il top del Thrash Metal attuale, quella vecchia guardia che riesce ancora a dare esempio di tecnica, attitudine ed approccio. Canzoni più articolate e lunghe come "Lunatic-Liar-Lord" scivolano via in un battibaleno, Zetro accenna qualche timido growl in un paio di pezzi ed è cosa voluta, nonché piacevole; "Prescribing Horror" è un'altra gemma più cadenzata e curioso risulta l'intermezzo acustico "Cosa Del Pantano". Lee Altus, ormai da qualche anno in formazione e già membro fondatore dei meravigliosi Heathen, è il perfetto gemello di Gary Holt ed insieme formano una coppia di asce sublime, qualitativamente e compositivamente sopra alla media; gli assoli in questo disco sono forse tra i più belli della storia del gruppo, se presi tutti insieme facendo una disanima generale. C'è poco da dire oltre o da pensare, questo è un disco dove copertina (bellissima), produzione, lyrics e musica si intersecano perfettamente dando vita ad un album sublime da ascoltare tutto d'un fiato e da premere il tasto repeat una volta finito. I "Vecchietti" hanno colpito ancora ed ora non resta che aspettarli in concerto. Lunga vita agli Exodus!!!

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Opinione inserita da Francesco Noli    12 Dicembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 12 Dicembre, 2021
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Tornano a farsi sentire anche gli Unleashed, svedesi di Stoccolma additati fin dagli albori dai più come fratellini degli Entombed (forse perché il mastermind Johnny Hedlund suonò in un mitico demo dei Nihilist, pre-Entombed) che, da oltre trent'anni, ci deliziano con il loro Death/Thrash scandinavo, senza compromesso alcuno. Diciassettesimo studio album (e scusate se è poco!) che ricalca fedelmente ciò che essi sono abituati a darci: undici canzoni per 40 minuti di musica appena che non variano assolutamente la loro proposta musicale, ma che comunque qualche piccolo elemento un po' più insistito (leggasi "Cadenzamento"), pennellato a sfumature qua e là da non trascurare, lo si può scorgere con ascolti attenti a ripetuti. Nella loro carriera la band ha sciorinato sempre album di pregevole fattura e non è mai scesa sotto la sufficienza, a dimostrazione del fatto che, se fai musica in cui credi e che viene dal cuore, in poche parole se fai la TUA musica, è difficile poter sbagliare o scivolare nell'inganno. Questo album potrebbe non aggiungere niente alla loro già corposa discografia, ma invece risulta un altro tassello di sicurezza, longevità e gusto sopraffino. Uscito pochi giorni fa via Napalm Records, "No Signs of Life" si fa apprezzare nella sua interezza, anche grazie al vincente doppio colpo iniziale "The King Lost His Crown" e la seguente "The Shepherd Has Left the Flock", con batteria schiacciasassi e la voce di Johnny cattiva e roca a suggellare una composizione musicalmente ineccepibile. Coerenti ai loro testi pregni di metafore sulla vita e sulla morte, notiamo qualche rallentamento abbastanza pachidermico per i loro standard in "You Are the Warrior", che comunque risulta ben riuscita; è però - ed ovviamente - quando i nostri premono l'acceleratore che danno il meglio di sé. Gli assoli di Federic su "Midgard Warriors for Life" sono da manuale del genere espresso e, se anche gli Unleashed non hanno mai brillato di chissà quale tecnica sopraffina, hanno sempre saputo rimediare con movimenti mai banali (ascoltate il cambio di tempo in "Did You Struggle with God?" in fase di assolo e ditemi se non è goduria allo stato puro!) e quel guizzo geniale latente che li ha sempre contraddistinti dalla massa. Testi sempre taglienti tra storie pagane e attualità elevano certamente anche canzoni più lineari e scavezzacollo come "Tyr Wields the Sword", ma d'altronde è questo il loro marchio di fabbrica e nessuno vuole cambiarlo. "No Sign of Life" è insomma un altro tassello importante e di pregevole fattura per questi svedesoni che non accennano a mollare, ma anzi raddoppiano vincendo il banco e forse qualcosa di più.

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Opinione inserita da Francesco Noli    26 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2021
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I tedeschi Stagewar arrivano al fatidico terzo disco che come sappiamo rappresenta la prova del nove di una band, le aspettative aumentano ed il salto di qualità diventa prerogativa esigente, ma i Nostri questo salto lo fanno eccome e nel miglior modo possibile. Nati da sonorità Thrash sia europee che americane dei primi due dischi, qui invece i ragazzi si evolvono, aggiungendo varietà ai pezzi con soluzioni diverse, felicemente sorprendenti che donano freschezza e ariosità in tutti i 40 minuti che compongono "Danger To Ourselves", senza tralasciare la velocità o la potenza che da sempre è un loro marchio di fabbrica. Va da se che tra pezzi più granitici come "Nothing For Nothing" (possente nel suo incedere) si affacciano songs come "Box Of Dirt", con intro di campane, oppure la piacevolissima "Danger To Ourselves", con tanto di intro acustico. "R.U.N." colpisce per le sue dinamiche tra accelerazioni e rallentamenti mentre "Enough Is Enough" non fa prigionieri col suo Thrash & Roll e una fluida melodia di chitarra. Mid Tempo, Up Tempo e digressioni sono gli ingredienti di un mosaico piacevole senza essere forzatamente estremo ma ragionato, ove la voce un tantino roca di Domenik Dezius pone l'accento azzeccato su tutte le composizioni, in cui sovente i cambi di tempo risultano essere la ciliegina su una torta già di per se gustosa. Ottima prova superata forse anche grazie alla loro intensissima attività live (200 concerti) che sicuramente ha permesso di maturare in fretta e nel modo migliore; consigliato sia ai Thrashers che agli appassionati di Heavy Metal non canonico, ma sguaiatamente veloce.

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