A+ A A-

Opinione scritta da Francesco Noli

76 risultati - visualizzati 1 - 10 1 2 3 4 5 6 7 8
 
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Francesco Noli    22 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Giugno, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Tornano i milanesi Slabber a distanza di quattro anni dal loro buon debutto "Colostrum", che mi aveva già entusiasmato non poco in sede di recensione e oltre. A marzo il quartetto ha pubblicato "Apocryphal Diary" il quale continua, con una maggior maturità e certezza dei proprio mezzi, il percorso del disco precedente, ossia un Heavy Metal puro e senza fronzoli. Forti adesso di una casa discografica (complimenti alla Punishment 18 che ci ha visto lungo accaparrandosi la band!) i nostri sciorinano dieci canzoni, di cui un paio strumentali, e lo fanno con una grinta strepitosa e una tecnica sfavillante. La strumentale "Mashup" fa capire ciò che ho appena detto, con riffs vorticosi a opera di Marco Poliani e un basso in bella evidenza con un suono caldo e dinamitardo; "Evil To Pay" è un gioiellino gustoso di metal classico corroborato da un video semplicemente efficace e un testo che fa riflettere su come stiamo maltrattando questo mondo e la natura in generale. I suoni sono belli pieni e caldi, la produzione efficace che tende a far risaltare all'unisono tutti gli strumenti ed è bellissima l'atmosfera che crea "Escape From Reality", 1:27 minuti con synth/keyboards incantevoli che fanno da preludio alla conclusiva "Condemned To Live", ottima bordata metallica che chiude questa eccellente seconda fatica degli Slabber. Alessandro Bottin con la sua voce che ricorda Bruce Dickinson offre una prestazione notevole e convincente ("Survivor" e 2Time For Boredom" rendono alla grande con le sue modulazioni vocali), cosi come la sezione ritmica che non sbaglia un colpo. E sì ragazzi, lodati dal sottoscritto già quattro anni fa, ora questi metallers si riconfermano come una delle migliori nuove realtà della scena metal (anche se non va dimenticato che si formano dalle ceneri di un'altra band interessante a nome Rapid Fire, con all'attivo un album intitolato "Scream" del 2004 uscito sotto Steelheart Records, N.D.A.), con un prodotto notevole e c'è poco da fare, quando ci troviamo al cospetto di tanta bontà l'acquisto, se non doveroso, è comunque consigliato! Avanti così SLABBER!!!

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Francesco Noli    08 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Giugno, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Ritornano i Flotsam & Jetsam dall'Arizona, pionieri indiscussi del Thrash che per molti resteranno sempre l'ex gruppo di "Colui che poi entrò nei Metallica", sottovalutando cosi i 37 anni di attività (ma in realtà si formarono nel 1981 cambiando alcuni monikers) e i 15 studio album con questo "Blood In The Water". Per chi se li fosse persi di vista, c'è da dire che la band ha sempre mostrato la capacità di evolvere il proprio sound riuscendoci molte volte e altre meno, ma comunque è sempre stata guidata sotto una specifica direzione volta alla "continuazione" di un genere che hanno si contribuito a plasmare ma anche reinventare; non vi aspettate quindi il vecchio Thrash anni '80 ma bensì del sano e onesto Power/Thrash suonato alla grande, rivisto e corretto nel 2021. Le canzoni vincenti si hanno grazie all'arrangiamento limpido e accattivante che poi, se si sposa con delle buone armonie compie il suo risultato più eclatante ovvero una deflagrazione sonora goduriosa come nel trittico iniziale che apre questo album: "Blood In The Water", la title-track è furia assassina ma ragionata ed i fraseggi melodici delle chitarre cesellano il primo sussulto di questo viaggio del sangue nell'acqua. "Burn The Sky" è cadenzata e solenne e la seguente "Brace For Impact" è un pezzo da novanta, dove il nuovo arrivato e acquisto azzeccatissimo Ken Mary alla batteria (Fifth Angels, Alice Cooper, Chastain tra gli altri) rende potente anche il più banale fraseggio in sottofondo. Le sorprese non finiscono qui perché la bellissima "Walls" è un pezzo puro Power avvincente che cmq farà inarcare qualche sopracciglio ai puristi ma non si può rimanere insensibili alla prova strabiliante di Erik A.K, un cantante di razza che ha mantenuto la sua voce su ottimi livelli toccando anche vette impegnative. Il disco si dipana cosi su questi livelli tra sfuriate in up/tempo ("Grey Dragon") e i bellissimi groove di "Reagression" sciorinando anche un work lyrics solenne; sappiamo che i nostri hanno sempre veicolato molta importanza ai testi che anche qui si concentrano sui drammi della società, i nostri sogni e le nostre paure ("Cerco un posto dove vivere/insieme ai miei demoni ed al terrore che mi incutono" da "A Place to Die") oppure da "Walls" ("vedo i muri crollare nel mare/posso vedere i miei sogni distesi a terra"). Parole forti che acquistano un significato ancor più deflagrante essendo corroborate da dei riffs sempre avvincenti e melodie che ben s'intrecciano con le parole. Si può dire tutto di questo Blood In The Water che sia più melodico, più accessibile o forse anche più ruffiano ma non che sia un album brutto: non ci sono battute a vuoto e i pezzi girano tutti senza annoiare, una sensazione questa che la si avverte anche dopo diversi ascolti, mostrando cosi una band in perfetta forma e sempre con idee lucide e vincenti. Ascoltare per credere!!!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Francesco Noli    16 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 17 Mag, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Yattafunk sono una bella, anzi bellissima realtà tutta italiana giunta al secondo CD con questo effervescente e divertente "Escape From Funkatrazz", dopo il buon debut "Yattafunk Sucks" del 2016. I Nostri pur dando un'immagine allegra e spensierata recapitata dal loro mondo "Yatta" e non prendendosi troppo sul serio sanno invece il fatto loro, mescolando sapientemente le loro svariate influenze ma non perdendo mai il filo della loro proposta che risulta, oltre che sapientemente suonata anche di avere una certa personalità difficile da sviluppare in questo campo considerando l'inflazione che il genere sta vivendo: si può parlare di Crossover, ma qui c'è molto di più. Si parte alla grande con riffs in levare di "Bad Motherfucker" e già ci troviamo a tamburellare il tempo senza accorgersene, frizzante e scorrevole ma non priva di spunti tecnici interessanti concernenti la dinamica; le melodie sono accattivanti anche nella più ragionata "Motu Generation" o "Cereal Killer" che si apre con un bel groove cadenzato di batteria. Buona la prestazione di Funk Norris il quale oltre a esibire molte sfumature della sua voce offre un guitar riffing di qualità soprattutto nell'assassina "I'm On The Run", terremotante, melodica e maliziosa con voce aggressiva e pulitissima nel ritornello; interessanti le cadenze all'interno del pezzo con la chitarra solista di Funkenegger molto funkeggiante prima di un assolo al cardiopalma. L'apice per chi scrive viene toccato dalla fantastica "Slut Machine", una track che se fosse stata composta da qualsiasi gruppo oltreoceano sarebbe in classifica da settimane. Quando una canzone è perfetta la si riconosce subito al di là dei gusti: qui tutto è al suo posto e gira alla perfezione, dalla melodia vocale alle linee di basso, il groove granitico e un ritornello talmente accattivante da rimanere impresso per i mesi a venire. Il rallentamento centrale con chitarra solista simil-jazz (o almeno a me da questa impressione N.D.A.), il chorus quasi sussurrato prima di un altro devastante assolo breve ma letale conferisce la perfezione alla song senza se e senza ma. Divertentissima per altro la cover del film "Ghostbuster" (chi se lo ricorda?) qui rivista ed eseguita in modalità "Yatta" che strapperà più di un sorriso con la voglia di riascoltarla quasi unanime. Un lavoro che contiene mille sfaccettature fin dai testi che di primo acchito possono sembrare divertenti ma che contengono invece contenuti intelligentemente forti e la musica che è prodotta ed eseguita in modo professionale e accurato. In attesa delle copie fisiche del cd (per ora lo si trova su tutte le piattaforme digitali) ce lo possiamo pure sparare a tutto volume in casa, in macchina o alle feste in quanto "Escape From Funkatraz" è sicuramente un disco nato per restare e colpire!!! Consigliato caldamente a tutti!!!
Infine un plauso alla Ghost Record Label la quale ha dato fiducia a questo progetto!

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Francesco Noli    10 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Australiani Lord di Sidney, già con sei full-length alle spalle e una manciata di singoli, sono un gruppo Heavy Metal nato dalla mente di Lord Tim (chitarra e voce), il quale, messo da parte il progetto Dungeon nei primi anni 2000, si tuffa in questa nuova avventura con il piglio di chi la sa lunga. Quartetto roccioso e melodico (completano la band Andy Dowling al basso, Mark Furtner alla seconda chitarra e Darryl Murphy alla batteria), dedita ad uno stile tra Helloween (i cori li richiamano alla perfezione), Iced Earth e Grave Digger, ma con qualche spruzzata N.W.O.B.H.M., propone oggi questo interessante EP di tre pezzi (in realtà due, come vedremo più avanti). Le ritmiche serrate e il riff portante dell'opener che dà il titolo all'album fanno intuire cose ottime; infatti la track è di pregevole fattura sia in fase compositiva che di liriche, con ritmiche veloci e cori bombastici senza che però risultino noiosi o zuccherosi, ma al contrario appetibili e ben strutturati, con assoli cesellati ad opera d'arte che donano un senso "corposo" e arioso alla track: bello il contrasto tra la voce nicotinosa di Lord Tim e i cori puliti e alti a rendere il tutto più groovy e armonioso.
La seconda traccia, "A World Insane", ha ritmi ancora più serrati, al limite del Power/Thrash, con buoni stacchi, voce alta e pulita e stop & go nel riff dove una batteria lineare ma potente fa bella mostra di se, ergendo la track su alti livelli; meravigliosi sia i soli che gli stacchi, soprattutto nella parte centrale, e ottima la produzione. Chiude il disco la Extend Version della prima song "Chaos Reining" (nove minuti contro i sei della versione normale), che in pratica, a parte qualche cenno di elettronica, niente toglie né aggiunge alla pregevolezza dell'originale. Sia chiaro, questo è solo un antipasto dell'imminente platter in uscita ma che comunque fa presagire cose eccellenti pur non aggiungendo niente di nuovo; ma è proprio questo il bello in un genere totalmente inflazionato come questo: si fa ascoltare piacevolmente e non annoia. Pazientiamo ancora qualche settimana per capire se le rose fioriranno!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Francesco Noli    13 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 13 Febbraio, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Ben cinque anni sono passati dal loro esordio "Litanies From The Wood" e il successivo EP "Handful Of Stars" ed ora ritornano, con somma gioia di chi scrive, i talentuosi e fiabeschi Witchwood con il nuovissimo "Before The Winter", che si candida ad essere uno dei platter più belli, intensi e magici di questi ultimi 12 mesi. Per chi ancora non conoscesse il gruppo (la penitenza è obbligatoria in questo caso, n.d.r.) è bene sapere che i nostri attingono da quell'hard rock anni '70 elegante e ammaliante, dal prog più solenne e dal blues più sanguigno; occhio però, perché i Witchwood hanno una personalità che li distingue da tutte le altre bands, vivono di vita propria grazie alla genialità espressa su pentagramma da una formazione che presenta un tasso artistico notevole e che si sposa alla perfezione con il loro immaginario musicale.
Per spiegare bene questo concetto basta premere play sul lettore per venire subito rapiti da melodie senza tempo, delicate e soavi grazie a strumenti come flauto traverso e mandolino che risultano poi essenziali nel loro fare musica. Le prime songs "Anthem For A Child" e "A Taste Of Winter" richiamando la tradizione prog e hard rock, fanno bella mostra di sé con armonizzazione sublimi e passaggi intensi e da controparte arriva la bellissima ballata "A Crimson Moon", una poesia lieve e suadente che vede come ospite anche Diego Banchero de Il Segno del Comando. Giocano con le sfumature e variazioni sul tema i nostri con spruzzate di Blues nella bellissima "Crazy Little Lover", in cui la bravissima cantante Jennifer Vargas offre una prestazione incredibile, oppure nella strumentale "Nasrid", in cui si erge stoico e fiero quel talento che corrisponde al nome di Samuele Tesori, con il suo flauto incantato e totalizzante. E che dire poi della meravigliosa perla "Slow Colours Of Shade", un brano che ci immerge nella foresta Dark per poi catapultarci nei paesaggi Prog, dove tutto cambia ma l'energia e il sentimento rimangono limpidi. Si potrebbe parlare per ore dei Witchwood senza mai cadere nell'esagerazione, ma la cosa più importante e che resta è la loro musica, senza tempo e senza passaggi a vuoto; ovviamente questo album va ascoltato con attenzione e senza distrazioni, perché ha bisogno di un'immersione profonda per carpirne ogni sfaccettatura, ma il tempo speso verrà ripagato con emozioni e brividi. Aggiungo solamente che nella versione LP i nostri propongono una cover dei T-Rex, "Child Star", che, se ascoltata conseguentemente all'originale, vi darà un esempio di come i Witchwood vedano, sentano e interpretino le sette note del pentagramma. Ancora una volta: GRAZIE RAGAZZI!!!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Francesco Noli    16 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Gennaio, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Il tempo vola e anche per i granitici Warpath è arrivato il momento di tirare le somme celebrando 30 anni di carriera con questo "Innocence Lost (30 Years Of Warpath)", il quale vuole essere un excursus della loro vita musicale metallara. Un'occasione buona per presentare la nuova formazione con l'innesto di Roman Spinka alla seconda chitarra (già con Liquid God, Fearer e Vomiting Corpses), una riproposizione del classico venomiano "Black Metal" (con ospiti Cronos e Sabina Classen), un inedito azzeccato e una manciata di songs scelte con cura facenti parte della loro produzione rimasterizzate per l'occasione. Un'occasione dunque valida per conoscere la band nel caso a qualcuno fosse sfuggita che conferma che i Warpath sono ben vivi e vegeti e non hanno intenzione di sventolare bandiera bianca. Il loro thrash teutonico (provengono da Amburgo) che guarda a Destruction e Sodom e con qualche spruzzatina speed in stile Motorhead si riconferma con la nuova e inedita "Innocence Lost", in ci tra mid-tempo luciferini e accelerazioni a rotta di collo spicca la voce rauca e possente di Dirk Weiss, sempre a suo agio tra queste sonorità nonostante l'incedere del tempo; la cover di "Black Metal", unica song ripescata dal debutto "When War Begins", è curiosa e convincente un po' grazie a Cronos ma anche alla Classen che dona un tocco epico alla canzone. Gli altri pezzi ripercorrono fedelmente la loro discografia: c'è "Extend" dal secondo full length con i suoi 2 minuti di grezzaggine modulata, "Paranoia" dal disco successivo ancora più marcia con ritmi sostenuti e la bellissima "Against Everyone" dal loro omonimo lavoro del 1994. Una compilation atta a fare il punto della situazione che però se fosse stata infarcita da qualche inedito o anche b-sides sarebbe stata ancora più attraente; chiaramente è un disco volto ai feticisti e collezionisti del gruppo oltre, come scritto prima, a coloro i quali il gruppo è sconosciuto mentre tutti gli altri possono tranquillamente soprassedere. Senza infamia e senza lode.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Francesco Noli    12 Dicembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 12 Dicembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Vengono da Brescia e si presentano al debutto su lunga distanza dopo un convincente EP uscito un paio di anni fa ("Challenge Of Death") gli Helikon, quintetto che ci propone un Heavy/Thrash nervoso, carico con molte frecce al proprio arco perché vario e scorrevole. Chiaramente quando si parla di Thrash il range di "movimento" di base è comunque limitato, ma se la band propone spruzzate geniali simil-prog, arpeggi solenni e atmosfere intriganti ecco che la "variante sul tema" è quanto mai fondamentale per non cadere in quell'uggioso "già sentito"; i nostri mostrano coraggio non fosse altro per quel gioiellino posto in chiusura di disco a nome "The Ballad Of Mephisto", undici minuti con cambi di atmosfere, intro mefistofelico e cavalcate che grondano metallo pesante. Questo "Myth & Legend" guarda sovente al Thrash americano con rimandi soprattutto ai Megadeth (la convincenti "Prince Of The Night" e "Mr. Hyde") e Annihilator (l'iniziale "The Last Kiss To Say Goodbye", grazie forse al suo arpeggio sulfureo posto in apertura), ma badate bene che si tratta di influenze e non di un mero copia e incolla. Wall of sound compatto e granitico grazie alle due asce che sapientemente si intrecciano tra loro supportate da una sezione ritmica di tutto rispetto; la voce di Giacomo Merigo è personale e varia a seconda dei pattern e del contesto lirico (veramente meritevole ciò che riesce a creare su "Chant Of Crow" in quanto a interpretazione) anche se proprio la track che da il titolo all'album non riesce a convincere in pieno. Non bisogna mai dimenticare che si tratta di un debut e che quindi le impressioni finali di chi scrive possano essere un pochino enfatizzate ma questi ragazzi danno l'impressione di sapere non solo ciò che vogliono ma anche dove andare a parare, grazie anche a un'esperienza live di tutto rispetto che sicuramente li ha forgiati e amalgamati (non per nulla hanno fatto da spalla a Onkel Tom, Strana Officina, In.Si.Dia solo per citarne alcuni). Qualche sbavatura c'è ed è inevitabile ma non mi soffermerei tanto su questo aspetto che risulta essere solo un dettaglio in quanto i margini di miglioramento sono sicuramente notevoli ma va pur considerato che gli Helikon sono già altamente preparati: se riusciranno a mantenere quegli spruzzi atmosferici vari che rendono ariose le composizioni e quell'abilita che a tratti dimostrano nello sconfinare e prendere spunto da altri generi, il tratto personale della band crescerà esponenzialmente e sono convinto che ci faranno godere e divertire in un futuro non troppo lontano.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Francesco Noli    09 Dicembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 09 Dicembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

I finlandesi Oz sono un gruppo culto per tutti gli amanti di metal classico; formatisi nel lontano 1977, già avevo avuto modo di recensire qualche anno fa il loro ritorno sulle scene e devo dire che confermano, con il loro freschissimo "Forced Commandments", di aver trovato finalmente una formazione stabile e un percorso artistico fiero e convincente. Mark Ruffneck, unico membro fondatore rimasto in organico, ha fatto le cose per bene in questo cd comprendente otto tracce più tre bonus track per edizioni speciali; si parla sempre di un Heavy Metal roccioso in 4/4 ma qui il gioco si fa più divertente perché grazie ai cori, alla modulazione evocativa e accattivante del vocalist Vince Koivula, il risultato risulta melodico, aggressivo e curioso. La rocambolesca "Goin' Down" posta scaltramente in apertura oppure "Switchblade Alley" con i suoi giri di basso potenti e chitarre intrecciate possono dare un'idea di ciò che ho scritto pocanzi, mentre le seguenti "Revival" e soprattutto "The Ritual" a parere di chi scrive risultano i punti alti del platter. La prima è veloce, nervosa con un bridge che si stampa in testa al primo ascolto e con cori hardrockeggianti nel ritornello a dare una spruzzatina di miele che non guasta mai mentre la seconda fa sfoggio di tutti quegli ingredienti che un anthem deve avere, ovvero linee vocali potenti (a tratti lo screamer mi ha ricordato Udo negli acuti), songwriting scorrevole, melodia ruffiana ma non scontata e assoli di buona fattura dove il tutto è supportato da cori potenti (vero ingrediente vincente). Trova spazio qui anche "Long And Lonely Road", semi ballad sognante e avvolgente con quei suoi fraseggi caldi costruita su arpeggi della sei corde ineccepibili e dal songwriting romantico e triste. I testi potrebbero avere un significato di primo acchito erroneamente superficiale in quanto hanno duplici forme di lettura con il mondo e le manifestazioni odierne, risultando se non complessi, intelligenti e riflessivi come nel caso di "Liar". La produzione è giusta per il tema proposto e gli strumenti suonano cristallini dall'inizio alla fine soprattutto la sezione ritmica fa bella mostra di se per quanto riguarda suoni e altre diavolerie assortite. Un lavoro accattivante e onesto, gustoso che anche se non presenta particolari novità riesce a farsi apprezzare dalla prima all'ultima track; pertanto mi sento di consigliarlo a scatola chiusa ai classici metalhead, ma anche di suggerire un paio di ascolti anche a chi è più avvezzo a sonorità moderne!

Trovi utile questa opinione? 
40
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Francesco Noli    19 Novembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 19 Novembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

I tedeschi Macbeth sono ragazzi coraggiosi, stoici e inossidabili che si ripresentano oggi con una nuova fatica fatta di Heavy Metal duro e puro. La loro storia è curiosa quanto struggente e inizia ben 33 anni fa nel 1987 sotto il monicker Caiman; dopo essere stati banditi dalla Germania Est dalle autorità del posto per conseguenze non ben specificate si sciolsero dopo qualche anno a causa del suicidio del primo cantante Wittenburg. Riformatisi dopo poco la band vide subire un'altra battuta di arresto dopo la tragica morte del batterista ma i nostri Macbeth, più forti della sfortuna e tenaci come non mai ci riprovarono e dal 2002 sfornano dischi più o meno con cadenza regolare. Oggi siamo qui a parlare di "Gedankenwachter" quinta e ultima fatica, licenziata da Massacre Records, la quale si presenta come un lavoro solido di classico Heavy Metal con atmosfere interessanti e accelerazioni di doppia cassa, rallentamenti, cori e quant'altro... insomma tutto ciò che ha fatto la fortuna del Metal teutonico. Non è però tutto oro ciò che luccica all'interno del disco e mi spiego: cantato in lingua madre e questo (soprattutto per il sottoscritto) può essere uno scoglio non da poco ma se siete avvezzi a bands che scrivono in Norvegese, Svedese o Lappone non dovrebbe essere un grosso problema per voi ma alla fine, dopo ripetuti ascolti si ha la netta sensazione che con un idioma anglosassone il tutto sarebbe stato più snello e avvincente. Si perché i Macbeth sanno suonare e partono bene col il trittico iniziale "Friedenstaube", "Krieger" e "In Seinem Namen" dove sono soprattutto le atmosfere a dare maggior ariosità ai brani, con quel senso di epicità che rende tutto misterioso e avvincente. Purtroppo però da metà cd in poi la formula risulta prolissa e annoiante dove forse un songwriting non ispiratissimo rende il tutto globalmente già sentito e la voce arcigna di Oliver Hippauf, seppur "nicotinosa" e cattiva tende a essere monotematica. Luci e ombre per i nostri dunque anche se con "Hexenhammer" incidono un piccolo capolavoro di epicità con cori possenti e assoli ferali; dispiace un pochino perché i Macbeth sanno suonare, sono radicati nella scena e i testi presentano spunti riflessivi e non banali, il potenziale c'è ed è elevato ma una dose eccessiva di integralismo nelle strutture e un cantato a tratti monocorde alla lunga può far affiorare qualche sbadiglio. Ascolto consigliato ai Defenders più intransigenti.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Francesco Noli    30 Ottobre, 2020
Ultimo aggiornamento: 30 Ottobre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Anche i Californiani Evildead sono tornati tra noi con un nuovo lavoro dopo ben 29 anni! La band di Los Angeles fondata da Juan Garcia (ex-Abattoir ed ex-Agent Steel) esordì nel 1989 con il debut capolavoro "Annihilation of Civilazition", bissato un paio di anni dopo da "The Underworld", bello duro, ma non all'altezza del predecessore; dopo una reunion durata lo spazio di quattro anni (2008/2012) e una prima stasi di stand-by, i nostri dal 2016 hanno ripreso la loro attività che li ha visti suonare su tutto il suolo americano. Oggi. grazie alla Steamhammer. possiamo divertirci ascoltando dieci canzoni nuove di zecca dopo quasi tre decadi e non è poco. Partendo dal fatto che la formazione è praticamente l'originale (tranne Karlos Medina al basso, che subentrò a Mel Sanchez sul secondo "The Underworld") ed il loro "tiro" non è cambiato di una virgola, va da sé che i Nostri hanno confezionato un prodotto valido, con una produzione "sgrezzata" ma fedele al genere, che farà prigionieri sia tra i thrashers più attempati che quelli della new generation. Lo stile dei Nostri si è un pochino attualizzato, ma senza stravolgerne la proposta: infatti qui non troverete trigger o altre diavolerie di sorta, in quanto ciò che sentirete in questo "United $tate$ of Anarchy" è tutto suonato da braccia e gambe e già i primi singoli "Word of God" e "The Descending" mostrano tutto il loro lato selvaggio e thrash con cadenze, stop & go e accelerazioni ben miscelate tra loro. L'atmosfera delle chitarre rimane sempre una preponderante ben scandita sia nei fraseggi che negli assoli ("Without a Cause") e fa piacere sentire Phil Flores che non ha perso un'oncia della sua potenza vocale condita da quel timbro ferale che lo rende personale. "Blasphemy Divine" è una galoppata a rotta di collo, l'inizio con chitarra jazzata rende "No Difference" simpatica e avvincente e il bravissimo e sottovalutato batterista Rob Alaniz sale sugli scudi in "Seed Of Doubt", con i suoi lanci vorticosi iniziali e un ritmo forsennato. Le aperture melodiche di "A.O.P./War Dance" variano un po' sul tema proposto, come anche la bonus track del gruppo New Wave B-52's qui coverizzati con "Planet Claire 2020", spassosa e riletta in modo "Evildeadiano" mostrandosi curiosa e divertente. Gli Evildead sono tornati con l'intento di rimanerci, scodellando un disco di sostanza con il loro classico stile non scalfito dagli anni passati, ma semmai reso ancor più dinamico e maturo; i testi politicamente scorretti misti a trame horror rimangono sempre sfiziosi e attuali dimostrando che i nostri "vecchietti" hanno tutte le carte in regola per giocarsela con chiunque!!! WELCOME BACK EVILDEAD!!!!

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
76 risultati - visualizzati 1 - 10 1 2 3 4 5 6 7 8
Powered by JReviews

releases

Gli Hexorcist ed un debut album che sembra arrivare dalla fine degli 80's
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Una prova matura al terzo album per i tedeschi Temple of Dread
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Rebellion si confermano su livelli qualitativi elevati
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Altra buona prova per i finlandesi Galvanizer
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Sufficiente la prima prova su lunga distanza dei Necrogod
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Gli Space Chaser si meritano la sufficienza
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Autoproduzioni

Innasanatorium, ennesimo esempio dell'incapacità del music business
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Lasting Maze possono migliorare
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Sin troppo breve il nuovo EP degli algerini Silent Obsession
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Unclesappa: melodie eteree a suon di Ambient & Rock.
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Una produzione a dir poco mediocre rovina il debut album dei Solus ex Inferis
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

partners

No tabs to display

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla