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Opinione scritta da Piero Pizzorni

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Opinione inserita da Piero Pizzorni    14 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Mag, 2022
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Gli Atrocity rappresentano una di quelle formazioni che hanno contribuito alla nascita e crescita del Death Metal, quantomeno per quanto concerne il continente Europa. "Unspoken Names" è il loro demo del lontano 1991, che oggi rivede la luce, attraverso una tiratura di copie limitata a 500 pezzi. Abbiamo già conosciuto questo EP di quattro brani al momento dell’uscita ufficiale, anche se rimettere nelle nostre orecchie questo sound è un piacere, visto che lo stesso ci proietta nuovamente in quella genuinità del periodo. Non sono molti quattro brani, ma tanto bastano a delineare le scelte della band. Il loro Death Metal è rabbioso, istintivo, ricco di furia aggressiva e a tratti oscuro, infernale. Già sulle prime note di “Sky Turned Red” il Death Metal si fonde perfettamente a qualcosa che va oltre, tra sonorità tipiche del Metal estremo e l’orrore che si cela dietro l’angolo. Questo grazie anche alla maiuscola prova di Alexander Krull, che vomita rabbia attraverso il microfono.
Pensare alle produzioni di allora con la tecnologia di oggi è stupido, abbiamo amato il genere per il suo sapore primitivo e questo deve restare invariato. La title-track viaggia sulle stesse note, a dimostrazione dell’omogeneità del trademark, anche se i nostri hanno conosciuto con questa seconda traccia accelerazioni improvvise. Si prosegue con “Defiance”, la rabbia sonora degli Atrocity non si placa, riff granitici si sposano a perfezione con un ottimo lavoro offerto dalla sezione ritmica, basata su cambi di tempo e supporto nascosto tra le melodie dei solos. Questa pietra miliare del Death Metal si chiude con “A Prison Called Earth”, un brano che non lascia scampo, incentrato sulla lirica esplicita, di non speranza!
Bravi Atrocity e lunga vita al Death Metal, specie se targato anni ‘90.

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Opinione inserita da Piero Pizzorni    15 Dicembre, 2021
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Opinione inserita da Piero Pizzorni    14 Dicembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 15 Dicembre, 2021
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“Pārķiuņa Uomurs” apre le danze con l’adrenalina dell’inizio di una battaglia, tra guerrieri vincitori e vinti. Tutti in sella, a bordo del nuovo album dei Varang Nord! La band proveniente da Daugavpils in Lettonia è certamente la definizione più azzeccata per quello che è Folk e Viking. Ascoltando i Varang Nord, l’immaginazione ci porta a domare un cavallo nero, con fierezza, indomito ci guida tra le foreste di conifere, nelle terre gelide del Nord. La band picchia duro, i riffs di chitarra sono robusti, addolciti solo in parte da una fisarmonica, che si districa con passione e senza mai sovrastare sulla sezione ritmica. A proposito della sezione ritmica, diretta, di forte impatto, grazie anche all’uso di percussioni che per quasi tutto l’album abbracciano le drums session. La voce del chitarrista/cantante Wolf è potente, sorretta da cori epici utili a non farci dimenticare che la musica dei boschi è anche questa. La fusione tra musica ed immaginazione è perfettamente bilanciata, in questo senso possiamo dire con assoluta certezza che i Varang Nord hanno fatto davvero centro. I rimandi sono quelli alle grandi bands del passato, presente e futuro: Amon Amarth, Finntroll, Turisas, Korpiklaani… I Varang Nord sono anche Heavy Metal, del resto definizioni come Epic, Celtic e Viking Metal, sono figli della sperimentazione e fusione tra più generi. Le undici tracce di “Pārķiuņa Uomors” non vi annoieranno, l’album, anzi, con il passare dei minuti conosce un bellissimo crescendo. Gli indomiti guerrieri oltre ad andare a caccia nelle foreste fredde del Nord, sono capaci di suonare Metal contaminato da più generi, grazie anche a una buona caratura tecnica. Consiglio a tutti il nuovo full-length dei Varang Nord, specie a chi ama tali sonorità non vi deluderanno, ne sono certo!

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Opinione inserita da Piero Pizzorni    07 Dicembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Dicembre, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Da anni anche l’Italia si è piazzata in un’ottima posizione per quel che riguarda la musica estrema. Oggi a confermare tutto questo, troviamo i Discordance, autori del nuovissimo “Vertex”, edito dalla Buil2Kill Records. Il Death Metal della band ferrarese è ragionato, nonostante si mischi tra le linee della musica più estrema. Insomma da una parte troverete spunti di chitarra eleganti, dall’altra tutta la rabbia, sputata fuori da una sezione ritmica davvero robusta e dalla voce di Francesco Sita, che si divide tra growl infernali e scream su toni medio/alti, grande prova la sua. Una formazione in possesso di un’ottima caratura tecnica, e qui le cose funzionano davvero bene. Addentrandomi in “Vertex” ho potuto apprezzare il lavoro alle chitarre di Alessio Giberti, unico chitarrista, anche se in realtà non si è mai sentita la mancanza di una seconda chitarra, riffs da una parte e solos dall’altra esaltano una prova maiuscola. “Vertex” è un album che non annoia, anzi, ogni canzone, ha una sua storia e dopo pochi minuti mi trovo a metà album, con il desiderio di andare avanti. Tra le mie preferite “Vertex of a Figure Impossible”, “Immortal” e “The Perfect Number”. Immagino che ormai l’avete capito i Discordance non vi possono sfuggire, fateli vostri. Mi rivolgo a tutti quelli che amano scapocciare sulle note di band quali Obscura, Gorod, Suffocation, Death… Sono arrivato al termine di “Vertex” l’ultima fatica discografica dei Discordance. Prima di chiudere rimango a bocca aperta, sulle note della piacevolissima e strumentale “Night of the Screaming Owls”. Questo disco rappresenta una prova matura per la band e per chi ancora non li conosce, si tratterà di una piacevole sorpresa, ne sono certo!

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Opinione inserita da Piero Pizzorni    07 Dicembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Dicembre, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Quando ho ascoltato per la prima volta questa band mi sono ritrovato e proiettato negli anni ‘80, in una sorta di ritorno al futuro, tanto caro a Robert Zemeckis. In realtà poi scorrono via i minuti e nel sound dei No Names, (questo il monicker dei nostri) c’è di più. Sicuramente la matrice è quella: Street Rock, Hard Rock, Glam, anche se talvolta la band ama fondere tutte queste sfumature con il Rock moderno e anche il Grunge. “Piano 21” è il titolo del disco, abbiamo già parlato delle influenze musicali, cerchiamo di approfondire brano per brano quelle che sono le sensazioni che ci accompagnano. "Hurricane" è un consueto brano apripista, in cui i No Names ci immergono nel Rock 'n' Roll ribelle e qui ci tornano in mente i primi Guns’n’Roses, dall’impatto diretto e stradaiolo. Con "Sunday" i ritmi si fanno più ragionati, in una semi-ballad dai toni caldi, perfetta per un viaggio nel deserto afoso del Texas. Quanto lasciato al termine dell’opening è ripreso in mano sulle note di "The Neverending Rock and Roll Show", mentre una voce struggente fa gli onori di casa con "No Name", davvero una delle mie preferite. "Days of Fire" è il brano scelto dalla band, una sorta di referenza a 360°, in cui a rappresentare il suono dei No Names troviamo tutto quello che di buono la band ha fatto fino a qui, un intreccio di voci ora melodiche, ora graffianti, dove Eu si districa molto bene e sembra essere sempre a proprio agio. Le chitarre di Andre parlano, i riffs sono diretti, contraltare perfetto delle melodie, specie nei solos. La sezione ritmica supporta al meglio il lavoro, mettendosi sempre a disposizione della canzone, grazie a Dave al basso e Ginger alla batteria. "My Little Puppet" è bellissima, un altro viaggio di note malinconiche, una lite di coppia che non sembra finire per il meglio, la porta è sbattuta per sempre. "Rocktober" conferma quanto detto a inizio recensione, il sound dei No Names non è mai statico, e in questo caso ci riporta indietro di qualche anno con un Hard Rock americano, aggressivo e ragionato. Ho apprezzato questo repentino sali/scendi di emozioni,"‘21st." ne è la conferma, una ballad quasi acustica che, di fatto ci accompagna agli ultimi duri colpi prima di chiudere. C’è ancora spazio per la ‘cattiveria’ dei No Names, i ragazzi picchiano davvero duro con "Drop my Deed", complice un riffs granitico ad inizio brano, prima di lasciare spazio ad un chorus che si fa spazio nell’orecchio dell’ascoltatore. "The Remaining Song" e qui siamo ai titoli di coda, soddisfatti per l’ascolto di questo disco che mi sento vivamente di consigliare a tutti quelli che vivono di Rock. Vi troverete catapultati in atmosfere ricche di emozioni, specie se avete amato la musica 80's, ma con evidenti rimandi ai giorni nostri.

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Opinione inserita da Piero Pizzorni    15 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 15 Mag, 2017
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Vi dico subito quello che non mi è piaciuto di questo disco, ci sono solamente sette canzoni ☺
“Fake” è il titolo dell’album di debutto dei Roommates. La band, nata nel 2012 come trio acustico, ha aggiunto due anni più tardi un batterista, Alessio Spallarossa, eclettico drummer dei Sadist e ha deciso di dare una sterzata al proprio sound, aggiungendo volume ed energia.
I sette brani che costituiscono “Fake” sono da definire a tutti gli effetti southern rock, anche se sfumature grunge/hard rock/blues sono sempre in agguato.
Ho apprezzato e non poco questo lavoro, non trovo ci siano cose che non vanno, mi spiace solo che le tracce siano appunto solo sette, poco male, sono certo che i Roommates sapranno accontentarmi, senza farmi attendere troppo.
Quello che mi ha letteralmente sconvolto è la capacità con cui la band si muove sull’armonia, il lavoro svolto sulle linee vocali è a dir poco esemplare, ogni voce rende al massimo, esaltando l’album nella sua interezza. I sali/scendi con cui la band si districa attraverso i brani è incredibile, si passa dal rock energico di “Blow Away” e “Black Man Guardian”, ai momenti rassicuranti di “Empty Love”, “I Smile”, “Light”, tuttavia a rendere omogeneo questo disco ci pensa la qualità, sia ora adrenalina pura, sia ora in acustico, è sempre molto alta.
Ci troviamo a Nashville, Jacksonville, Alabama? Niente di tutto questo, i Roommates sono italiani, tutti noi ne dobbiamo andare più che fieri!

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Opinione inserita da Piero Pizzorni    12 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 12 Mag, 2017
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Via Mala è il nuovo album degli Umbra Noctis, uscito il mese scorso per Novecento Produzioni.
Nei quaranticinque minuti a disposizione gli Umbra Noctis dimostrano di aver raggiunto quella maturazione artistica, attraverso: melodia, mistero, liriche ricercate.
Sette sono le tracce del nuovo full-lenght, destinato a lasciare un ricordo indelebile.
Le armonie malinconiche si confondono a perfezione con i riffs pesanti appartenenti al black metal, tuttavia la band si avvicina a qualcosa di avantgarde che fa acquisire al lavoro originalità, l’arte viene messa davanti alla musica. Apprezzabile i sali/scendi di ritmi e umori, complice la buona caratura dei singoli musicisti. Le canzoni suonano complete, ogni traccia gioca un ruolo da protagonista, non ho trovato momenti di stanca, l’album è omogeneo, anche se non manca di certo la riconoscibilità a ogni brano, per questo motivo penso che “Via Mala” sia un disco da tenere in seria considerazione, specie per chi vuole uscire dai canoni odierni, con la consapevolezza di calarsi in nuove atmosfere, legate tuttavia a tempi dietro. Poesia, musica, arte, attraverso questo nuovo lavoro in casa Umbra Noctis. La band non ha avuto paura di sbagliare, l’eccesso di coraggio ha premiato loro, grazie a creatività, rabbia, innovazione. Post black metal/avantgarde metal, attribuite ai ragazzi ogni tipo di nome, una cosa è certa ci troviamo di fronte a una band che ha molto da dire, lasciarsi sfuggire quest’album sarebbe un errore fatale, cosa aspettate?

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Opinione inserita da Piero Pizzorni    26 Gennaio, 2017
Ultimo aggiornamento: 26 Gennaio, 2017
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I Tenebrae, band ligure attiva dal 2005, dopo alcuni cambiamenti di line-up, sono fuori, attraverso Black Tears, con il nuovo album intitolato “My Next Dawn”, dopo che in passato erano stati rilasciati altri due dischi, “Memorie Nascoste” e “Il Fuoco Segreto”. I nuovi membri della band hanno portato idee innovative, senza che il sound dei Tenebrae subisse stravolgimenti, tuttavia queste new entries rappresentano un nuovo approccio e una personalità fresca.
Di questo ne giova il disco appena uscito, i suoni sono molto più cupi, scuri così come le liriche, il Doom Metal è quanto emerge maggiormente nella musica dei Tenebrae, anche se con questo nuovo full lenght altri generi sono esplorati, c’è Death Metal nei riffs, nella voce del bravo Paolo “Pablo” Ferrarese, che si districa in maniera del tutto naturale tra clean voice, scream & growl, usando tutta la sua teatralità a servizio di ogni singolo brano.
La nuova fase Tenebrae è caratterizzata da una vasta gamma di contrasti, dalla più cruda e ruvida, alle melodie malinconiche e atmosfere dark, il tutto condito dal Prog di casa nostra, quello che la città di Genova ha saputo innegabilmente offrire nel corso degli anni.
“My Next Dawn” è un album interessante sotto ogni punto di vista, un disco che va ascoltato in tutta la sua totalità, con tanto di testi davanti. Sono sicuro che i Tenebrae sapranno migliorarsi, ne sono certo, ma ora godiamoci “My Next Dawn” che si merita un giudizio più che positivo, assolutamente.
Fate vostro il nuovo album dei Tenebrae, non ve ne pentirete, specie per voi che amate il Dark, il Doom, il Death Metal, la teatralità e tutte quelle emozioni che si leggono attraverso la luna piena.

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Opinione inserita da Piero Pizzorni    17 Gennaio, 2017
Ultimo aggiornamento: 17 Gennaio, 2017
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Non mi voglio soffermare troppo nel cercare aggettivi inebrianti, “Behind the Masquerade” è un disco bellissimo e qui mi fermo, basta questo a rendere l’idea.
I Ruxt hanno partorito un album da lode, nelle sue tonalità che vanno ad abbracciare il Classic Metal, il Rock più duro, ragionato ma, al tempo stesso, ruvido e genuino, proprio come qualche esimio collega di anni dietro.
Non ci sono note stonate, ogni musicista, posso asserire con certezza, ha imparato a dovere la lezione, quello che viene fuori è qualcosa di dannatamente Metal, il sangue scorre nelle vene dei nostri senza mai fermarsi, l’adrenalina non manca, così come il giusto groove, grazie ad una sezione ritmica capace di trasportare in alto ogni singolo brano, Steve Vawamas al basso (già con Mastercastle e Athlantis) e l’ottimo Alessio Spallarossa (drummer dei techno-death Sadist) hanno realizzato un incredibile lavoro.
Le lodi non si esauriscono di certo qui, la parte ritmica è da applausi, tutto vero, ma il resto della band non è di certo da meno, Stefano Galleano e Andrea Raffaele sono due chitarristi esperti, legati al Metal eightiees (si sente!), hanno disegnato trame incredibilmente belle, sia dove i tempi si fanno “malvagi”, che nelle parti melodrammatiche, vedi nei chorus.
A proposito di chorus, è arrivato il momento anche di tessere le lodi del bravissimo Matt Bernardi, singer dalla voce calda, ho apprezzato molto il suo lavoro, specie per la versatilità distribuita dalla partenza decisa di “Scare My Demons”, alle note delicate di “Forever Be” o “A New Tomorrow”.
“Behind the Masquerade”, signori miei, è un album che fa riflettere chi dice che la musica è morta…
Whitesnake, Gotthard, R.J.Dio, Deep Purple e Judas Priest sono gli accostamenti più marcati, il tutto rivisitato in chiave odierna, complice una produzione che di certo ha contribuito a rendere giustizia al master di chiusura.
Credetemi, non ho trovato canzoni deboli, nonostante il full lenght duri quasi settanta minuti, la band non entra mai in una fase stucchevole, le tracce suonano tutte molto fresche e la sensazione è quella che, finito un brano, si attende con ansia il prossimo.
"Behind the masquerade", debut album dei Ruxt, suona già come un capolavoro, anche se spero davvero che la band riesca a migliorarsi, perché no?

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Opinione inserita da Piero Pizzorni    13 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 13 Dicembre, 2016
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Ascoltando questo debut album dei Blue Hour Ghosts, mi sono reso conto di come sia possibile scrivere musica difficile, ricca di sperimentazione, ma altrettanto di facile ascolto, complice una serie di arrangiamenti da definirsi più che intelligenti.
Ho appena detto che la band ama sperimentare, di certo non si può dire che i Blue Hour Ghosts siano una formazione statica, i confini sono varcati, inesorabilmente, la band assume toni camaleontici dall’inizio alla fine di questo interessantissimo album di debutto omonimo.
Alternative Metal vuol dire molte cose, ecco quello che i terribili ragazzi emiliani hanno da dirci; da una parte risuonano influenze classic metal, dall’altra il prog odierno, ma non è tutto, frammenti di alternative rock, groove metal, il tutto accompagnato da sinistre strutture dove, alla malinconia diffusa, si accosta un atteggiamento misterioso.
I brani sono davvero ben confezionati, sotto ogni punto di vista, dall’arrangiamento che, come detto pocanzi, è il fiore all’occhiello del disco, così in fase di produzione, il mastering è ben bilanciato.
Un encomio alla voce del singer Alessandro Guidi, le metriche riescono a essere sempre dinamiche, mentre i chorus arrivano all’orecchio piacevoli e mai forzati.
Ma non è certo finita qui, gli altri musicisti di certo non sfigurano, anzi tutt’altro, la sezione ritmica non è mai doma, così come i riffs, confezionati dalla coppia Diego Angeli e Francesco Poggi; infine Simone Pedrazzi disegna tappeti di tastiere che accompagnano, a volte trascinano, il brano nelle atmosfere cariche di arcana riflessione.
Si tratta di un debut album davvero riuscito, già dalle prime note dell’opener “Dreadful Faces and Fiery Arms”, dinamica, moderna, energica, il giusto inizio per un disco che non conosce limiti e fasi calanti.
Fate vostro questo disco, sarebbe una bestemmia non custodirlo nella vostra collezione.
Sono certo che dei Blue Hour Ghosts sentiremo parlare a lungo.

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